La quinta onda
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La quinta onda

  1. 520 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Di notte, Cassie non può più guardare il cielo stellato con gli stessi occhi di prima; ora sa che loro arrivano da lì, da quegli astri luminosi e distanti, e arrivano per distruggere il suo mondo. Cassie è tra gli ultimi superstiti, sola, in fuga da loro, esseri mandati sulla Terra per sterminare la specie umana: l'unica speranza che le resta è ritrovare Sammy, il fratellino che le è stato strappato dalle braccia. Quando il misterioso Evan Walker si offre di aiutarla, Cassie capisce che deve prendere una decisione: fidarsi o rinunciare alla sua missione, arrendersi o continuare a lottare.
In un'avventura che mescola la suspence de La guerra dei mondi e l'azione di Io sono leggenda, Rick Yancey narra l'avvincente lotta di una giovane donna determinata e temeraria.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804629665
eBook ISBN
9788852048760
I

L’ultima storiografia

– 1 –

Gli alieni sono stupidi.
Non parlo degli alieni veri. Gli Altri non sono stupidi. Gli Altri sono così evoluti rispetto a noi, che sarebbe come paragonare l’umano più stupido al cane più intelligente. Non c’è gara.
No, parlo degli alieni che popolano la nostra fantasia.
Quelli che ci siamo inventati a partire dall’istante in cui abbiamo capito che le luci scintillanti nel firmamento erano soli come il nostro, probabilmente contornati di pianeti come il nostro. Sì, insomma, gli alieni che ci immaginiamo, quelli che vorremmo ci attaccassero, gli alieni umani. Li avete visti un milione di volte. Piombano giù dal cielo sui loro dischi volanti per radere al suolo New York, Tokyo e Londra, oppure attraversano il Paese su enormi macchine simili a ragni meccanici facendo fuoco con armi laser, e dieci volte su dieci l’umanità mette da parte le divergenze e si coalizza per sconfiggere l’orda aliena. Davide uccide Golia, e tutti (eccetto Golia) tornano a casa felici. Stronzate.
È come se uno scarafaggio escogitasse il modo di fermare la scarpa che sta per schiacciarlo.
Non potrò mai averne la certezza, ma scommetto che gli Altri sapevano degli alieni umani che ci eravamo immaginati. E scommetto pure che li trovavano esilaranti. Si saranno sganasciati dalle risate. Sempre che abbiano il senso dell’umorismo… o le ganasce. Avranno riso come ridiamo noi quando un cane fa una cosa tenera e sciocca. “Oh, ma quanto sono teneri e sciocchi questi umani! Pensano che pensiamo come loro! Non sono adorabili?”
Dimenticatevi i dischi volanti, gli omini verdi e i giganteschi ragni meccanici che sparano raggi della morte. Dimenticatevi le battaglie epiche con carri armati e aerei da caccia in cui alla fine noi indomiti, intrepidi, combattivi umani trionfiamo sulla torma dagli occhi a palla. Tutto questo è distante dalla verità pressappoco quanto il loro pianeta morente dalla nostra florida Terra.
La verità è che, una volta che ci avevano scoperti, eravamo spacciati.

– 2 –

Forse, penso a volte, sono l’ultimo essere umano sulla Terra.
Allora sono anche l’ultimo essere umano dell’universo.
Lo so, è un’idea stupida. Non possono aver ucciso tutti… non ancora. Ma per come la vedo io, alla fine ci riusciranno. Del resto, è così che gli Altri vogliono che io la veda. Ricordate i dinosauri? Ecco.
Quindi magari non sono l’ultimo essere umano sulla Terra, ma uno degli ultimi sì. Completamente sola – e con ogni probabilità destinata a restarlo – finché la Quarta Onda non mi piomberà addosso trascinandomi sotto.
È uno dei pensieri che mi assillano di notte. Quelli della serie “Oddio, sono fregata” che mi prendono alle tre di mattina. Quando, troppo terrorizzata per chiudere gli occhi, mi raggomitolo su me stessa in preda a una paura così tremenda che devo fare uno sforzo cosciente per respirare e impedire al mio cuore di smettere di battere. Quando il cervello mi abbandona e comincia a saltare come un CD rigato. “Sola, sola, sola, Cassie, sei sola.”
È così che mi chiamo. Cassie.
Non Cassie per Cassandra. Né Cassie per Cassidy. Cassie per Cassiopea, la costellazione visibile dall’emisfero nord, la regina bella ma vanitosa che Poseidone, il dio del mare, relegò per punizione in cielo legata a un trono.
I miei non sapevano assolutamente nulla del mito. Erano solo convinti che fosse un nome carino.
Anche quando c’era chi poteva farlo, nessuno mi chiamava mai Cassiopea. L’unico era mio padre, giusto per stuzzicarmi, per di più con le vocali strascicate: Caaas-siooo-peee-aaa. Mi mandava in bestia. Non lo trovavo né dolce né divertente: mi faceva odiare il mio nome. — Mi chiamo Cassie! — gli urlavo. — Cassie e basta! — Ora darei qualsiasi cosa per sentirglielo dire un’altra volta.
Quando ho compiuto dodici anni – quattro anni prima dell’Arrivo – mio padre mi ha regalato un telescopio. Una tersa e frizzante sera di autunno l’ha montato in giardino e mi ha indicato la costellazione.
— Visto che sembra una M rovesciata?
— Com’è che l’hanno chiamata Cassiopea se è a forma di M? — ho detto. — M di cosa?
— Ehm… non so se sta per qualcosa — ha risposto lui con un sorriso. Mamma gli diceva sempre che era il suo punto di forza, perciò lui lo sfoderava di continuo, soprattutto da quando aveva cominciato a perdere i capelli. Un sistema per far abbassare gli occhi a chi aveva di fronte. — Quindi può stare per quello che ti pare! Che ne dici di meravigliosa? O magnetica? O matura? — Poi, mentre scrutavo attraverso la lente le cinque stelle che ardevano a oltre cinquanta anni luce dal punto in cui ci trovavamo, mi ha messo una mano sulla spalla. Sentivo il suo fiato sulla guancia, tiepido e umido nell’aria fresca e secca. Il respiro di mio padre vicinissimo, le stelle di Cassiopea lontanissime. Adesso le stelle sembrano molto più vicine. Più vicine dei cinquecento trilioni di chilometri che di fatto ci separano. Così vicine che si possono toccare, che le posso toccare, che mi possono toccare. Vicine come il respiro di mio padre quella sera di autunno.
È un discorso da pazzi. Mi ha dato di volta il cervello? Si può definire qualcuno pazzo solo se c’è qualcun altro che è normale. Come il bene e il male. Se il bene fosse dappertutto, allora non sarebbe da nessuna parte. Questo è un discorso da pazzi. Pazzia: la nuova normalità.
In effetti potrei, una persona a cui paragonarmi ce l’ho: me. Non la me di adesso, quella che trema in una tenda nel bosco, così spaventata da non riuscire neanche a mettere la testa fuori dal sacco a pelo. No, parlo della Cassie di prima, prima che gli Altri piazzassero le loro chiappe aliene in orbita, i cui più grandi problemi erano la spruzzata di lentiggini sul naso, i ricci ribelli e il belloccio che, pur trovandosela davanti ogni giorno, non si accorgeva nemmeno che esistesse. La Cassie che stava venendo a patti con la dolorosa scoperta di essere passabile e basta. Passabile e basta nell’aspetto. Passabile e basta a scuola. Passabile e basta in sport come il karate e il calcio. Insomma, le sue uniche peculiarità erano il nome strambo e la capacità di toccarsi il naso con la punta della lingua, cosa che alle medie aveva già smesso di far colpo.
Magari sì, per gli standard di Cassie sono pazza. Di sicuro lei lo è per i miei. A volte le urlo contro, urlo contro la Cassie dodicenne che si deprimeva per i capelli, il nome strambo e l’essere passabile e basta. — Ma che stai facendo? — strillo. — Non sai cosa ti aspetta?
Non è giusto, però. Perché di fatto no, non lo sapeva e non aveva modo di saperlo, è il motivo per cui mi manca così tanto, più di chiunque altro, se devo essere sincera. Quando piango – quando mi concedo di piangere – è per lei. Non piango per me stessa. Piango per la Cassie che non c’è più.
E mi chiedo cosa quella Cassie penserebbe di me.
La Cassie che uccide.

– 3 –

Non doveva essere molto più grande di me. Avrà avuto diciotto anni. Forse diciannove. Ma, cavolo, per quanto ne so, è possibile che ne avesse anche settecentodiciannove. A cinque mesi dall’inizio di tutto, non ho ancora capito se la Quarta Onda è fatta di umani o di ibridi o magari di veri e propri Altri, benché non mi piaccia pensare che gli Altri si presentino come noi, parlino come noi e sanguinino come noi. Mi piace pensare che gli Altri siano… be’, altro da noi.
Come ogni settimana, mi ero avventurata in cerca di acqua. Non lontano dal mio accampamento c’è un ruscello, ma temo sia contaminato da sostanze chimiche, liquami o corpi a monte. Oppure avvelenato. Privarci di acqua potabile sarebbe un ottimo sistema per spazzarci via rapidamente.
Una volta alla settimana, quindi, mi metto in spalla il mio fido M16 e, dopo una scarpinata nel bosco, raggiungo l’interstatale. Tre chilometri più a sud, subito oltre l’uscita 175, ci sono un paio di distributori di benzina con minimarket annesso. Carico tutte le bottiglie d’acqua che riesco a portare – non molte dato che pesano – e torno all’interstatale e alla relativa sicurezza degli alberi il più in fretta possibile, comunque prima che faccia completamente buio. Il crepuscolo è il momento migliore per spostarsi. Non ho mai avvistato droni, al crepuscolo. Di giorno sì, tre o quattro, e di notte parecchi, ma al crepuscolo neanche uno.
A ogni modo, appena mi sono infilata dalla porta frantumata, ho sentito che c’era qualcosa di diverso. Non è che abbia visto: il minimarket era identico a una settimana prima, con il solito arredo di pareti scarabocchiate, scaffali rovesciati, pavimenti cosparsi di scatoloni vuoti ed escrementi di topo rinsecchiti, registratori di cassa forzati e frigoriferi per la birra ripuliti. Era lo stesso schifoso e fetido marasma in cui, da un mese, mi facevo strada ogni sette giorni per arrivare al magazzino. Perché la gente avesse arraffato la birra e le bibite, i soldi dai registratori di cassa e dalla cassaforte e i rotoli di biglietti della lotteria, lasciando invece lì i due bancali di bottiglie d’acqua, superava le mie capacità di comprensione. Cosa pensavano? “L’apocalisse aliena! Svelto, piglia la birra!”
E adesso, lo stesso disastro, lo stesso tanfo, lo stesso turbinio di polvere nella luce fosca lasciata passare dalle finestre imbrattate, ogni cosa fuori posto al suo posto, indisturbata.
Eppure.
C’era qualcosa di diverso.
Ero ferma nella pozzanghera di vetri rotti subito oltre la soglia. Non lo vedevo. Non lo sentivo. Non lo fiutavo né lo tastavo. Ma lo sapevo. C’era qualcosa di diverso. È passato tanto tempo da quando gli uomini erano prede. Centomila anni o giù di lì. Ma sepolto in profondità nei nostri geni, il ricordo rimane: la consapevolezza della gazzella, l’istinto dell’antilope. Il vento sibila tra l’erba.
Un’ombra guizza tra gli alberi. E subito si leva una vocina che dice: “Shhh, ora è vicino. Vicino.” Non ricordo l’istante in cui mi sono levata di spalla l’M16. Un attimo prima mi penzolava dietro la schiena, quello dopo era tra le mie mani, bocca in basso, sicura tolta.
“Vicino.” Non avevo mai fatto fuoco contro niente che fosse più grande di un coniglio, e quell’unico caso era stato una specie di esperimento per vedere se ero davvero capace di usare il fucile senza farmi saltare via qualche parte del corpo. Una volta avevo sparato sopra le teste di un branco di cani inselvatichiti che avevano mostrato un po’ troppo interesse per il mio accampamento. Un’altra volta in aria, praticamente in verticale, mirando al minuscolo ma minaccioso puntino di luce verdastra emessa dall’astronave madre che si muoveva silenziosa sullo sfondo della Via Lattea. Okay, ammetto che era stato un gesto stupido. Già che c’ero potevo anche innalzare un cartellone con una grossa freccia puntata sulla mia testa e la scritta: EHII...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La quinta onda
  4. Intrusione: 1995
  5. I. L’ultima storiografia
  6. II. Mnemolandia
  7. III. Silenziatore
  8. IV. Efemera
  9. V. La selezione
  10. VI. Argilla umana
  11. VII. Il coraggio di uccidere
  12. VIII. Voglia di vendetta
  13. IX. Come un fiore la pioggia
  14. X. Mille modi
  15. XI. Il mare infinito
  16. XII. Per via di Kistner
  17. XIII. Il buco nero
  18. Copyright