Il giorno dello sciacallo
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Il giorno dello sciacallo

  1. 462 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il giorno dello sciacallo

Informazioni su questo libro

Francia, estate 1963. Ovunque si moltiplicano assalti alle banche e alle gioiellerie. Perché? E cosa fanno il colonnello Marc Rodin dell'Oas e un gruppo di suoi uomini asserragliati in un albergo di Roma? Che rapporto c'è fra il loro esilio forzato e la scomparsa dei passaporti di due turisti a Londra? Cosa si discute nelle riunioni serali intorno al ministro degli Interni parigino? Perché si arriva a coinvolgere il servizio di sicurezza britannico? Quale pericolo incombe sulla Francia? La risposta a queste domande è racchiusa nell'incarico affidato a un killer professionista, lo Sciacallo: una missione che potrebbe cambiare il corso della storia.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804259299
eBook ISBN
9788852046162
Argomento
Literature

Parte prima

ANATOMIA DI UN COMPLOTTO

1

Fa freddo a Parigi, alle sei e quaranta di mattina in una giornata di marzo, e il freddo sembra ancora più intenso quando sta per essere giustiziato un uomo. L’11 marzo 1963, a quell’ora, nel cortile principale di Fort d’Ivry, un colonnello dell’aviazione francese era in piedi davanti a un palo conficcato nella ghiaia gelida e mentre gli legavano le mani fissava con incredulità sempre meno evidente il plotone di fronte a lui, a una ventina di metri.
Un piede strisciò sui sassi, impercettibile sollievo alla tensione, nell’attimo in cui una benda veniva avvicinata agli occhi del tenente colonnello Jean-Marie Bastien-Thiry, a nascondergli definitivamente la luce. Il mormorio del sacerdote fu il vano contrappunto al crepitare degli otturatori, quando i soldati caricarono e armarono i fucili.
Al di là del muro di cinta, un clacson insistente: un autocarro Berliet chiedeva strada a qualche veicolo più piccolo che lo intralciava nella sua corsa verso il centro della città. Il suono si spense lontano, confondendosi col «Puntate!» dell’ufficiale al comando del plotone. La scarica di fucileria, quando fu il momento, non provocò alcuna increspatura sulla superficie della città al risveglio; soltanto uno stormo di piccioni si levò in volo verso il cielo, per pochi attimi. L’eco del singolo coup-de-grâce, qualche secondo più tardi, si perse nella crescente confusione del traffico al di là del muro.
La morte dell’ufficiale, capo di una banda di assassini della Organisation de l’Armée Secrète che avevano tentato di uccidere il Presidente francese, doveva significare una fine – la fine di ulteriori attentati alla vita del Presidente. Per uno scherzo del destino segnava invece un inizio, e per spiegarne la ragione è necessario spiegare prima perché un corpo crivellato di proiettili si trovasse, legato a un palo, nel cortile del carcere militare, a pochi chilometri da Parigi, in quella mattina di marzo...
Il sole era finalmente sparito dietro il palazzo, e lunghe ombre avanzavano strisciando sul cortile, apportatrici di gradito sollievo. Perfino alle sette di sera – la giornata era stata la più calda dell’anno – la temperatura si manteneva sui ventitré gradi. In tutta la città, soffocata nella morsa di calore, i parigini ammassavano mogli querule e bambini piagnucolosi sulle automobili e sui treni, per trascorrere il week-end in campagna. Era il 22 agosto 1962, e un gruppo di uomini, in attesa alle porte di Parigi, aveva deciso che quel giorno il presidente Charles de Gaulle doveva morire.
Mentre i parigini si lasciavano l’afa alle spalle per cercare illusioni di fresco sui fiumi e sulle spiagge, dietro la pesante facciata dell’Eliseo era in pieno svolgimento una riunione di Gabinetto. Sulla ghiaia fulva dell’ampio cortile, che rinfrescava lentamente nell’ombra tanto attesa, sedici Citroën DS nere erano parcheggiate una dietro l’altra a formare un semicerchio sui tre quarti dell’area disponibile.
Gli autisti, in gruppo vicino al muro occidentale, dove il sole si era ritirato prima e l’ombra era più intensa, si scambiavano le battute insignificanti di chi trascorre il maggior tempo della sua giornata di lavoro ad assecondare i capricci dei padroni.
Poi, sporadiche lamentele per l’insolito prolungarsi delle deliberazioni del Gabinetto, e, un minuto prima delle 19.30, un usciere, che portava al collo una grossa catena con medaglia, apparve dietro la porta a vetri del palazzo, in cima a una breve scalinata di sei gradini, e fece un cenno in direzione delle guardie. Gli autisti lasciarono cadere le Gauloises fumate a metà e le schiacciarono sulla ghiaia. Le guardie e gli agenti del servizio di sicurezza si irrigidirono sull’attenti, nelle garitte ai lati dell’ingresso principale, e i massicci cancelli in ferro furono spalancati.
Gli autisti erano già ai loro posti quando il primo gruppo di ministri apparve dietro le lastre di cristallo. L’usciere aprì la porta, e i membri del Gabinetto scesero alla spicciolata, scambiandosi ancora, al momento di congedarsi, qualche commento sul week-end di riposo che li aspettava. Una via l’altra, le Citroën si accostarono alla scalinata, l’usciere aprì con un inchino le portiere posteriori, i ministri salirono sulle automobili e furono condotti fuori, oltre la Garde Républicaine schierata, in Faubourg St.-Honoré.
Nel giro di dieci minuti, se ne erano andati tutti. Due lunghe Citroën DS 19 nere, ancora nel cortile, si misero lentamente in moto. La prima, con la fiamma del Presidente della Repubblica francese, era guidata da Francis Marroux, un autista della polizia che proveniva dal campo di addestramento della Gendarmerie Nationale di Satory. Il suo temperamento silenzioso lo aveva tenuto in disparte dai discorsi dei suoi colleghi; i suoi nervi d’acciaio e l’abilità di guidatore veloce e prudente gli avevano procurato e conservato il posto di autista personale di de Gaulle. Nell’auto presidenziale, non c’era nessun altro. Dietro, anche la seconda DS 19 era guidata da un poliziotto di Satory.
Alle 19.45, un altro gruppo di persone apparve oltre la vetrata, e di nuovo gli uomini nel cortile si irrigidirono sull’attenti. Charles de Gaulle indossava il suo abituale doppiopetto grigio ferro completo di cravatta scura. Con galanteria di vecchio stampo, cedette il passo a madame Yvonne de Gaulle, poi, sorreggendola delicatamente per un braccio, l’aiutò a scendere la scalinata verso l’automobile in attesa. Davanti alla macchina si separarono, e la moglie del Presidente andò a occupare il posto di sinistra sul sedile posteriore. Il Generale le sedette accanto.
Il colonnello Alain de Boissieu, loro genero, a quel tempo capo di stato maggiore delle truppe corazzate dell’esercito francese, controllò che le portiere posteriori fossero ben chiuse e poi si sistemò di fianco a Marroux.
Due persone si staccarono dal gruppo di funzionari che avevano accompagnato la coppia presidenziale. Henri d’Jouder, un enorme cabilo algerino, guardia del corpo in servizio quel giorno, si sedette vicino all’autista della seconda macchina, sistemò la pesante pistola che portava sotto l’ascella sinistra e si appoggiò allo schienale. Da quel momento i suoi occhi non avrebbero abbandonato un solo istante marciapiedi e angoli di strade, lungo tutto il percorso. L’altro uomo, dopo aver scambiato ancora qualche parola con uno degli agenti di servizio al palazzo, andò a sedersi, da solo, sul sedile posteriore. Era il commissario Jean Ducret, capo del Corpo di sorveglianza presidenziale.
Due agenti con il casco bianco, fermi accanto al lato occidentale del palazzo, salirono sulle loro moto e uscirono lentamente dall’ombra. All’altezza del cancello si fermarono, a tre metri di distanza l’uno dall’altro, e guardarono indietro. La prima Citroën si staccò dai gradini e andò a fermarsi dietro le due moto. La seconda automobile la seguì. Erano le 19.50.
Ancora una volta, il cancello di ferro venne spalancato e il piccolo corteo sfilò davanti alle guardie irrigidite sull’attenti, immettendosi in Faubourg St.-Honoré. In fondo alla strada, piegò per Avenue de Marigny. Un giovane in casco da motociclista, che sostava a cavalcioni di uno scooter all’ombra dei castagni, lo vide passare, si staccò dal marciapiede per mettersi nella sua scia. Il traffico era quello solito di un week-end di agosto, e non c’erano state comunicazioni ufficiali riguardanti la partenza del Presidente. Soltanto la sirena delle moto ne annunciava il passaggio ai vigili in servizio sulle strade, e questi dovevano sbracciarsi e fischiare freneticamente per bloccare in tempo la circolazione.
Le due automobili acquistarono velocità lungo il viale ombreggiato e sbucarono in Place Clemenceau, ancora accesa dal sole, diretti al ponte Alexandre III. Lo scooterista riuscì senza difficoltà a non farsi lasciare indietro. Dopo il ponte, Marroux seguì le due moto in Avenue Général Gallieni e, di qui, nell’ampio Boulevard des Invalides. A questo punto, lo scooterista aveva la risposta che gli interessava. All’incrocio di Boulevard des Invalides con Rue de Varennes, ridusse la velocità e piegò verso un caffè d’angolo. Vi entrò, tirando fuori di tasca un gettone, si avviò verso il retrobottega dove si trovava il telefono, e compose un numero.
Il tenente colonnello Jean-Marie Bastien-Thiry aspettava in un caffè alla periferia di Meudon. Trentacinque anni, sposato, con tre figli, lavorava per il ministero dell’Aeronautica. Dietro l’apparente rispettabilità della sua vita professionale e familiare, nutriva un rancore profondo per Charles de Gaulle che, secondo lui, aveva tradito la Francia e gli uomini che lo avevano richiamato al potere nel 1958, consegnando l’Algeria ai nazionalisti algerini.
Con la perdita dell’Algeria, Bastien-Thiry non aveva subìto danni materiali, e non erano certo considerazioni di carattere personale a provocare il suo risentimento. Si considerava un patriota, ed era convinto di rendere un servizio alla Francia, uccidendo l’uomo che l’aveva tradita. A quell’epoca, diverse migliaia di persone la pensavano allo stesso modo, ma, in rapporto, erano pochi i fanatici dell’Organisation de l’Armée Secrète che avevano giurato di ammazzare de Gaulle e di far cadere il suo governo. Bastien-Thiry era fra questi.
Quando arrivò la telefonata, stava sorseggiando una birra. Il barista gli tese la cornetta e andò ad abbassare il volume del televisore all’altra estremità del locale. Bastien-Thiry rimase in ascolto per qualche secondo, poi, prima di riattaccare, mormorò: «Benissimo, grazie». La birra, l’aveva già pagata in anticipo. Uscì senza fretta dal bar e, quando fu sul marciapiede, prese il giornale che teneva arrotolato sotto un braccio e lo aprì due volte, con cura.
Sull’altro lato della strada, una ragazza abbassò la tendina di una finestra al pianterreno e, girandosi verso i dodici uomini in attesa nella stanza, disse: «È l’itinerario numero due». I cinque più giovani, dilettanti in fatto di assassinii, smisero di tormentarsi le mani e balzarono in piedi.
Gli altri sette, più anziani, erano meno nervosi. Il vero esperto in attentati, secondo solo a Bastien-Thiry nel comando, era il tenente Alain Bougrenet de la Tocnaye, un elemento di estrema destra appartenente a una famiglia della nobiltà terriera. Aveva trentacinque anni, era sposato con due figli.
Il più pericoloso era il trentanovenne Georges Watin, spalle massicce e mascella quadra, un fanatico ex tecnico agrario in Algeria, che nel giro di due anni s’era conquistato la fama di uno dei tiratori migliori dell’OAS. Era soprannominato lo Zoppo, per una vecchia ferita a una gamba.
Quando la ragazza comunicò la notizia, i dodici uomini scesero insieme le scale e uscirono dal palazzo per la porta di servizio che dava su una strada laterale, dove si trovavano parcheggiate sei automobili, tutte rubate o prese a nolo. Erano le 19.55.
Bastien-Thiry in persona aveva passato diversi giorni a studiare la località adatta per l’attentato, a misurare gli angoli di tiro, la velocità e la distanza dei veicoli in movimento e l’intensità di fuoco necessaria per bloccarli. Aveva deciso alla fine per una strada lunga e diritta, Avenue de la Libération, che portava al rondò di Petit-Clamart. Secondo il suo piano, il primo gruppo, che comprendeva i tiratori scelti, avrebbe aperto il fuoco contro la macchina presidenziale duecento metri prima del rondò. Al riparo dietro un furgone Estafette parcheggiato a lato della strada, gli uomini dovevano sparare con un angolo di mira molto basso contro le automobili in arrivo, in modo che il rischio di uno scarto fosse minimo.
Centocinquanta pallottole, secondo i calcoli di Bastien-Thiry, avrebbero crivellato l’automobile di testa al momento del suo passaggio. Con la vettura del Presidente in sosta forzata, il secondo gruppo dell’OAS sarebbe sbucato da una trasversale per attaccare, con una fitta sparatoria a distanza ravvicinata, la macchina degli agenti del servizio di sicurezza. Ai due gruppi riuniti sarebbero stati sufficienti pochi secondi per finire gli eventuali superstiti, prima di filar via in direzione delle tre auto pronte per la fuga in una strada laterale.
Quanto a Bastien-Thiry, il tredicesimo del gruppo, egli aveva riservato per sé il compito di segnalare agli altri l’arrivo del corteo e il momento dell’attacco. Alle 20.05 i due gruppi erano appostati. Bastien-Thiry, con un giornale in mano, aspettava a una fermata d’autobus, un centinaio di metri dai suoi compagni, dalla parte di Parigi. Lo sventolio del giornale era il segno d’intesa con il capo del primo comando, Serge Bernier, nascosto dietro il furgone. Da lui doveva partire l’ordine ai tiratori distesi nell’erba ai suoi piedi. Poi sarebbe stato il turno di Bougrenet de la Tocnaye di entrare in azione al volante della macchina, per bloccare gli agenti del seguito, con Watin lo Zoppo seduto accanto a lui, un fucile mitragliatore stretto fra le mani.
Mentre, lungo la strada di Petit-Clamart, venivano tolte le sicure alle armi, il corteo del generale de Gaulle usciva dal traffico intenso del centro di Parigi per raggiungere i viali più ampi della periferia. Le due auto toccarono i novanta chilometri all’ora.
Quando la strada si aprì davanti a loro, Francis Marroux diede una rapida occhiata all’orologio, avvertì alle sue spalle l’impazienza risentita del vecchio Generale, e accelerò maggiormente. I due motociclisti rallentarono, per lasciare passare le automobili, e scivolarono in coda. A de Gaulle non piaceva una simile forma di ostentazione e cercava di evitarla, appena possibile. In questa disposizione, il piccolo corteo imboccò Avenue de la Division Leclerc, a Petit-Clamart. Erano le 20.17.
Un chilometro più avanti, Bastien-Thiry stava per sperimentare gli effetti del suo gravissimo errore. Ma l’avrebbe capito soltanto diversi mesi più tardi: fu la polizia a spiegarglielo, ormai nella cella dei condannati a morte. Per studiare l’ora più adatta all’attacco, aveva consultato un calendario e ne aveva ricavato che, il 22 agosto, il crepuscolo cadeva alle 20.35. Di tempo ce n’era a sufficienza, anche se de Gaulle fosse stato in ritardo sul suo programma di viaggio, come in effetti accadde. Ma il calendario consultato dal colonnello d’aviazione si riferiva al 1961. Il 22 agosto 1962 il crepuscolo cadeva alle 20.10. Quei venticinque minuti dovevano cambiare la storia della Francia. Alle 20.18 Bastien-Thiry distinse il corteo delle vetture che gli arrivava incontro a centodieci chilometri all’ora, lungo Avenue de la Libération. Febbrilmente sventolò il giornale.
Dall’altra parte della strada, un centinaio di metri più avanti, Bernier, inquieto, fissò gli occhi nella penombra, in direzione della figura che si distingueva a malapena, vicino alla fermata dell’autobus. «Il colonnello ha già sventolato il giornale?» domandò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Aveva appena pronunciato quelle parole, che il muso rotondo della macchina presidenziale passò in un lampo davanti alla fermata dell’autobus per entrare nel suo campo visivo. «Fuoco!» urlò agli uomini ai suoi piedi. Mentre il corteo di macchine sfrecciava davanti a loro, quelli cominciarono a sparare con un angolo di tiro di novanta gradi contro un bersaglio mobile che passava alla velocità di centodieci chilometri all’ora.
Il fatto che la macchina fosse raggiunta da una dozzina di proiettili va tutto a merito dell’abilità dei tiratori. Due pneumatici scoppiarono, e per quanto forniti di camera d’aria autosigillante, l’improvvisa perdita di pressione provocò ugualmente una serie di sobbalzi nell’auto lanciata a tutta velocità.
E in quel momento, Francis Marroux salvò la vita di Charles de Gaulle.
Mentre l’asso dei tiratori, l’ex legionario Varga, mirava ai pneumatici, gli altri vuotavano i caricatori in direzione del lunotto posteriore della Citroën che si allontanava. Qualche pallottola attraversò la carrozzeria, e una mandò in frantumi il vetro del finestrino, passando a pochi millimetri dal naso del Presidente. Il colonnello de Boissieu, dal sedile anteriore, urlò ai suoceri: «Abbassatevi!». Madame de Gaulle piegò la testa verso le ginocchia del marito. Il Generale proruppe in un glaciale: «Come, ancora?» e si voltò a guardare indietro, sulla strada.
Marroux riuscì a tenere il volante che sembrava impazzito e, controllando con delicatezza l’automobile, sollevò adagio il piede dall’acceleratore. Dopo aver rallentato un istante, la Citroën balzò di nuovo in avanti verso l’incrocio con Avenue du Bois, la strada laterale dove era in attesa il secondo commando dell’OAS. L’automobile degli agenti del servizio di sicurezza, che era passata indenne attraverso la sparatoria, non si fece distaccare e rimase incollata alla coda di quella guidata da Marroux.
Quanto a Bougrenet de la Tocnaye, che aspettava con il motore acceso in Avenue du Bois, la velocità delle macchine in arrivo lo mise di fronte a una scelta precisa: o buttarsi in avanti e tentare di bloccarle, e questo voleva dire il suicidio perché nell’urto sarebbe stato fatto a pezzi, o innestare la marcia con mez...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Frederick Forsyth
  3. Il giorno dello sciacallo
  4. Parte prima - Anatomia di un complotto
  5. Parte seconda - Anatomia di una caccia all’uomo
  6. Parte terza - Anatomia di un assassinio
  7. Copyright