L’anno 2034 ha segnato l’inizio di una svolta epocale che ha abbracciato tanto le scienze quanto il costume e il vivere quotidiano. Un’équipe di neuroscienziati e ingegneri ha utilizzato il primo software Onyricon per rendere possibile la riproduzione cibernetica della dimensione psichica.
[…]
Concepite con finalità puramente terapeutiche, negli oltre sessant’anni dalla registrazione del brevetto le tecnologie Onyricon hanno varcato i confini della medicina per diventare fenomeno di massa e infine intrattenimento.
BASTIAN RIEGEL,
«Dall’imoconscio all’interconscio»1
AGGLOMERATO URBANO DI MILANO
DIVISIONE AMMINISTRATIVA ITALIANA
Agosto 2099
Il frastuono di djembe, cimbali e darbukas saturava l’aria e le prendeva a pugni lo stomaco, e per l’ennesima volta Alex Petra rimpianse di essere andata al Nadir.
Dalle lanterne sul bancone le candele proiettavano una luce arabescata che avrebbe trovato più suggestiva se il calore delle fiammelle non avesse peggiorato l’afa dell’agosto milanese e la stanchezza di un doppio turno al fast food non l’avesse nauseata.
L’aria sapeva di patchouli e spezie, e su un palchetto al centro della pista una danzatrice del ventre eseguiva un ballo lento e sinuoso, muovendo con grazia le mani ornate di tatuaggi all’henné. Il viso, con gli occhi allungati e sottolineati sapientemente dal kajal, aveva un’espressione fiera e distante.
Alex pensò al proprio aspetto completamente fuori posto in quel locale − una diciottenne allo sbando con jeans consumati, un’enorme T-shirt verde e i capelli biondo scuro ancora profumati di fritto − e sospirò. Non aveva nemmeno voglia di bere, considerato che a offrirle il cocktail era stato C.Lé.
Per un istante accarezzò l’idea di alzarsi, ritrovare quello stupido spacciatore e rovesciargli addosso l’intero contenuto del bicchiere.
L’avrebbe fatto, se da qualche settimana non fosse diventato il ragazzo della sua migliore amica, accidenti a Miri! C.Lé non l’avrebbe presa bene, ma era un bel po’ tollerante nei suoi confronti, visto che voleva riportarla in affari.
Miri invece non le avrebbe rivolto la parola per giorni, e Alex era certa che nessuna soddisfazione tanto piccola valesse ore e ore di silenzio e tensione nel loro minuscolo appartamento.
Catturò una foglia di menta con la cannuccia e se la infilò tra le labbra.
Le piaceva quel gusto, le ricordava sempre i cespugli dell’area rurale, quelli che sua madre coltivava proprio sotto la finestra della sua camera fuori dal piccolo prefabbricato in cui Alex aveva vissuto fino ai sedici anni.
Sospirò di nuovo. Era più di un mese che non riusciva a parlare al telefono con i genitori: le fasce orarie erano limitate e finivano sempre per coincidere con i suoi turni serali o le loro giornate di mercato.
In quel momento le percussioni esplosero in un’ultima, trionfante rullata, per poi spegnersi del tutto. La danzatrice terminò la propria esibizione accolta da uno scroscio d’applausi che riportarono Alex al presente.
Cercò l’amica tra la folla, ma Miri non si vedeva da nessuna parte.
Dove cavolo sei finita? sbuffò tra sé.
Erano sempre state inseparabili, e appena erano diventate maggiorenni − i compleanni a un mese appena di distanza − si erano trasferite insieme in un buco di appartamento nella Città d’Ombra. In teoria, da quel momento la loro vita sarebbe dovuta cambiare.
E così era stato, ma non nel modo previsto: Miri era diventata onirodipendente e Alex si era ritrovata a farle da balia.
Miri non faceva nulla per renderle semplice il compito. Si ostinava a scegliere i ragazzi più sbagliati, frequentava i posti peggiori della città, si cacciava nei guai in ogni modo possibile, e ovviamente non era in grado di cavarsela da sola in nulla.
Negli ultimi tempi, poi, non c’era giorno in cui non finisse strafatta.
Di certo mettersi con uno spacciatore non aiuta.
Ora la sua assenza cominciava a preoccuparla.
Per usare un eufemismo.
Alex si alzò, attraversò la sala in penombra e puntò dritta verso la scala moresca sulla parete di destra.
Al covo di C.Lé si accedeva dal piano rialzato e, mentre saliva i gradini due a due, sperò con tutta se stessa che lui e Miri stessero semplicemente facendo sesso. Che il verme non le avesse passato anche quella sera qualcuna delle sue schifezze.
L’alto soppalco del Nadir era ancor meno illuminato del resto della sala. Il pavimento era ricoperto di cuscini e tappeti dall’aria lussuosa, ma che probabilmente erano stati fabbricati in qualche scantinato del quartiere cinese, e le pareti erano un susseguirsi di veli e drappi colorati che ritagliavano nell’ambiente diverse nicchie appartate.
Alex non degnò i séparé di uno sguardo: qualsiasi cosa stesse accadendo oltre le tende ricamate − rapporti a pagamento o consumo di ArtEx illegali − non la riguardava.
Scostando un arazzo sul fondo mise a nudo una porticina nascosta e cominciò a tastarne gli infissi. Finalmente le sue dita individuarono, camuffata dallo stipite, una piccola rientranza nel muro e riuscirono a stringersi sulla leva che cercavano.
La spinse di lato con delicatezza per far scattare il meccanismo di apertura, scalpitando di impazienza.
Stavolta C.Lé l’avrebbe sentita, decise mentre varcava la soglia ritrovandosi in un corridoio squadrato e grigio. Se, come sospettava, forniva ArtEx a Miri anche per far irritare lei, be’, aveva davvero raggiunto il suo obiettivo. Il corridoio collegava il Nadir con i labirintici piani inferiori del quartiere multilivello e, oltre a essere il percorso più rapido per raggiungere la tana dello spacciatore, era una specie di uscita di sicurezza in caso di retate improvvise.
Alex non amava troppo spingersi da quelle parti e cercava di farlo il meno possibile, perciò si mosse rapidamente. Percorse quasi correndo qualche decina di metri e cominciò a battere furiosamente contro la porta verniciata di fresco del covo di C.Lé.
Doveva esserci una festa privatissima là dentro, visto che la superficie metallica attutiva appena la musica. Alex non perse tempo a chiedersi con quale mezzo C.Lé riuscisse a fare in modo che i razionamenti energetici non lo riguardassero. Spacciatori e onirodipendenti riuscivano a essere sempre piuttosto ingegnosi.
Raddoppiò i suoi sforzi, ma la porta si aprì solo dopo un paio di minuti, rivelando il fisico ossuto dello spacciatore albino, a torso nudo, che si appoggiò allo stipite nella sua solita posa rilassata.
— Principessa — la accolse. La “r” francese faceva uno strano effetto nella sua parlata strascicata. — Che sorpresa!
— Dov’è Miri?
— In viaggio, principessa. Ho roba nuova…
— Fammi entrare.
Lo spacciatore si spostò lentamente, consentendole l’ingresso. Si conoscevano da quattro anni, ma Alex non l’aveva mai visto fare un solo gesto affrettato e non era ancora riuscita a stabilire se la sua indolenza fosse naturale o effetto di qualche droga.
C.Lé si passò una mano tra i capelli incolori e le cinse la schiena con un braccio.
— Perché non vuoi diventare ricca? — le sussurrò all’orecchio.
Era la domanda di rito in ogni loro incontro, e ormai l’aveva portata al limite di sopportazione.
— Non rompere — replicò, scrollandosi di dosso il suo braccio e precedendolo nel salottino.
La stanza era più affollata di come Alex l’avesse mai vista, ma tra la decina di persone che l’occupavano riconobbe solo la ragazza tatuata con i dread castani che lavorava al guardaroba del Nadir.
Si muoveva appena, a un ritmo trance, accanto allo stereo al litio di ultima generazione del padrone di casa. Probabilmente non sapeva nemmeno più se la musica fosse reale o frutto della sua immaginazione.
Poco distante da lei, sul tappeto, era seduto un ragazzo sorridente con una massa di riccioli rossicci in testa e fascette d’argento alle dita, che giocherellava con le lastre di vetro di quarzo – non più grandi di una monetina – di un paio di esperienze artificiali.
Prima che C.Lé potesse tentare di trattenerla con la scusa di fare le presentazioni, Alex marciò fino alla sua camera da letto.
Miri era immobile sul futon. Sotto i jeans aderentissimi era scalza e dal casco dell’imovisore spuntava a malapena il mento appuntito.
— Oh, è un’ArtEx sicura, Alex. La tua amica se la sta spassando — disse C.Lé raggiungendola e mettendole nuovamente un braccio sulle spalle. Il suo inglese non aveva mai perso del tutto l’inflessione parigina e tra le sue labbra il nome della ragazza si accentava impercettibilmente. — Dovresti riprovare anche tu, lo sai che potrei farti guadagnare più soldi di quanti immagini.
Alex sbuffò.
— Qual è il tuo problema, C.Lé? La frase “non mi interessa” significa proprio che… be’, non mi interessa!
Lo spacciatore rise indulgente. Poi levò su di lei uno sguardo affilato.
— Il mio problema… — ripeté. — Certo che sei davvero ridicola, principessa. Puzzi di fritto da fare schifo e non puoi neanche permetterti un bicchiere se vuoi riuscire a tirare la fine del mese. Dio! Se solo fosse Miri ad avere le tue capacità…
La presa sulle sue spalle si rinsaldò, unico indizio che C.Lé era arrabbiato.
Non era un ottimo segno: ora che lei non aveva più quattordici anni, era raro che tentasse ancora di impressionarla. Prudentemente, si sforzò di sorridergli.
— Avanti, C.Lé, sii gentile e sveglia la tua ragazza.
Alex gettò un’occhiata eloquente all’imovisore, evitando di chiedersi in quale immaginazione artificiale fosse sprofondata la mente di Miri. Non certo una di quelle approvate dall’Accademia, e le ArtEx illegali raramente erano immuni da virus e difetti di progettazione. Le bastava quello per sapere che era meglio tirarla fuori alla svelta.
— È un bel modello — azzardò osservando la superficie cromata dell’apparecchio.
C.Lé non accennava a lasciarla andare e la situazione stava diventando piuttosto spiacevole.
— Sì, lo è. Batterie a polimeri, potresti rimanerci collegata mesi senza doverti preoccupare del razionamento elettrico...