La voce degli uomini freddi
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La voce degli uomini freddi

  1. 240 pagine
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La voce degli uomini freddi

Informazioni su questo libro

C'è un popolo che vive di stenti in una terra ostile. Una terra in cui nevica sempre, anche d'estate, le valanghe incombono dalle giogaie dei monti e le api sono bianche. E gli uomini hanno la carnagione pallida, il carattere chiuso, le parole congelate in bocca. Però è gente capace di riconoscenza, di solidarietà silenziosa, uomini e donne con un istinto operoso che li fa resistere senza lamentarsi, anzi, addirittura lavorare con creativa alacrità, con una fierezza gioiosa, talvolta, pronti a godere dei rari momenti di requie, della bellezza severa del paesaggio, della voce allegra del loro "campo liquido", il torrente che, scorrendo sul fondo della valle, dà impulso a segherie e mulini. Il torrente è una delle voci di questi uomini freddi solo all'apparenza, ed è l'acqua - neve allo stato liquido, si potrebbe dire, - che, se da un lato mette in moto tutte le attività, dall'altro innesca il dramma che sta sospeso su quelle vite grame eppure, in qualche modo, felici.
Corona ci ha abituato alle narrazioni corali, alle epopee umili di gente che avanza compatta con le proprie storie senza storia solo perché nessuno ha voluto abbassare l'orecchio al livello del suolo per ascoltarne la voce flebile eppure emozionante. Vite che, come scriveva Ungaretti dei morti: "Non fanno più rumore del crescere dell'erba, lieta dove non passa l'uomo". All'armonia di una vita aspra ma equilibrata si contrappone il ritmo disumano delle "città fumanti", dove ci sono tanti meno disagi ma nessuno di quei valori che nascono dalla comune sofferenza. Il lettore ritroverà, nella voce di questi uomini freddi, temi cari alla contestazione dello sviluppo a tutti i costi, ma senza l'asprezza della rivendicazione e della denuncia. Questo romanzo è soprattutto una fiaba. Sotto la sua trama è facile riconoscere una storia molto amara e molto nota, la tragedia del Vajont, il bruciore di una ferita reale e incurabile che solo spostandosi su un altro piano, quello dell¿invenzione, dell'apologo, della creazione fantastica riesce a ricomporsi, a rendersi dicibile, a diventare superamento, speranza, catarsi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804633778
eBook ISBN
9788852045882

Il cercatore di cristalli

Una mattina i due innamorati, che baruffavano spesso e perciò erano costretti a sbadilare la neve, tenendosi per mano si diressero verso l’uscita del paese a pulire il sentiero e ascoltare le valanghe. Dovevano liberare un lungo tratto di strada alla fine del quale c’era un vallone incassato e ripido che veniva giù dai monti più alti, tagliandoli in due come un colpo d’ascia. In quel budello, dopo le nevicate ma pure durante, correvano i treni bianchi delle valanghe. Le montagne d’intorno le vomitavano tutte lì, da qualsiasi parte si staccassero, e passavano rombando, sputando pezzi di tronchi, alberi, pietrame e ruggiti impressionanti.
I due avevano baruffato come al solito e allora dovevano togliere la neve dal sentiero che menava al vallone. Sui bordi le valanghe lasciavano intricati grovigli di legna e bisognava fare avanti e indietro per raccoglierla. Era legna buona, spellata e disossata, che una volta secca diventava dura come ghisa rendendo calore tre volte più di un tronco normale.
Si misero a spalare il sentiero. Era la metà di marzo, qua e là, sotto i rami carichi di neve, cantavano gli uccelli. Nonostante ciò, aveva nevicato tre giorni e tre notti, si percepiva nell’aria l’odore di risveglio come si sente l’odore del fumo, anche se il fuoco è ancora distante. Lassù la bella stagione era lontana come quel fuoco e si può quasi dire non arrivasse mai. Appena metteva fuori il naso, compariva la neve a farla ritrarre, come le corna delle lumache quando qualcuno le tocca. Eppure la vita reggeva e sopportava le intemperie. I giorni si trasformavano in anni, la terra, sorvegliata e accudita dagli uomini, dava i suoi frutti. Stagione dopo stagione, i granai si riempivano di viveri, le legnaie di legna, il cimitero di morti, le ossa di fatiche, le stanze di strumenti e crocefissi senza braccia. E gli occhi delle persone si riempivano di una luce dolorosa, quando mancava qualcuno. E qualcuno mancò quella notte.
I due amanti, rissosi e spalatori per amore, non fecero ritorno in paese. Alla sera nessuno li vide rientrare col badile in spalla e mano nella mano. Di solito si palesavano così, uniti, abbracciati e brontolanti. Lui accusava lei di rompergli la pace delle giornate con una gelosia frantumosa e iraconda come le valanghe che scuotevano i boschi. Lei accusava lui di trascurarla a favore dei suoi interessi che erano la liuteria, la scultura e la ricerca di cristalli. Insomma, rimproverava all’uomo il suo egoismo smisurato che lo portava a voler primeggiare dappertutto, a ogni costo, a scapito del loro amore. Per questo litigavano: perché si volevano bene.
Venne sera e i due non tornarono al villaggio. Qualcuno andò a chiamarli sotto casa ma non risposero, né trapelava un suono e nemmeno pioveva dalle finestre la fioca luce di qualche candela. Niente, lì non c’erano. Allora, un po’ di persone accesero lumi e torce di resina e si diressero al canalone per cercarli o almeno capire cosa fosse successo. Il buio si poteva tagliare con l’accetta, scuro e tetro come inchiostro. Gli uomini respiravano con l’affanno e facevano fuff come la neve quando si stacca, e poi si fermavano perché le valanghe erano già partite. Queste fette di neve che crollavano, percorrevano solo pochi metri ma intanto tiravano quei soffi che erano il respiro notturno della montagna, pesante di neve come una matrona. Arrivati al canalone chiamarono, urlarono, illuminarono le valanghe coi fanali, ma dei due non c’era nessuna traccia. A quel punto furono sicuri che erano stati travolti, risucchiati dal vortice. Allora dissero che non c’era più speranza e bisognava aspettare l’estate per tirarli fuori e seppellirli come occorreva.
Dopo aver lasciato due candele accese sulla valanga, tornarono al paese. Qualcuno alzò il fanale e disse agli altri di osservare come gli amanti brontoloni avessero pulito bene il sentiero. Erano diligenti e volenterosi, facevano le cose come si deve e tutti gli volevano bene.
Il villaggio intero attese con ansia che venisse luglio. Aspettavano che il fronte delle valanghe si frollasse, marcisse e crollasse a fette per scrutare se apparivano i corpi degli amanti. Ma la neve non sputò nient’altro se non monconi di alberi, terriccio e erba sporca. Neppure spalando tutta la zona venne alla luce altro. Allora pensarono che gli amanti fossero fuggiti laggiù nelle pianure lontane quella notte stessa, per una vita migliore, una vita diversa, quantomeno senza badile in mano, e, forse, senza baruffe. Anno dopo anno, gli amanti brontoloni vennero dimenticati da tutti. Solo qualche vecchio ancora li ricordava. E allora ogni tanto si chiedeva con un sospiro che ne era stato di loro. Nessuno li vide più né seppe dove fossero finiti. Né i loro corpi né le loro anime apparvero mai.
Novantasette anni dopo la misteriosa scomparsa dei due, nel paese della neve niente era cambiato. I giorni cadevano uno dopo l’altro, come le ore e le gocce del disgelo. La vita di quella gente si dipanava tranquilla tra fatiche e intemperie, nessuno si lamentava, né perdeva tempo sperando che cambiasse qualcosa. Coltivavano la terra e coltivavano il torrente seminando sulle rive mulini e segherie. Costruivano violini e pifferi, cercavano cristalli, discutendo con la luna e la neve. L’acqua era la forza motrice, l’energia che faceva muovere tutto, compreso l’entusiasmo. Quando si recavano laggiù, sulle sponde, a lavorare, guardavano l’acqua scorrere come una transumanza di anime. Dal versante dove moriva il sole, le anime se ne andavano lontano, come memorie perdute. Ma dall’altro, dove sorgeva l’astro, le anime tornavano, resuscitate e vive, in cerca dei loro padroni. Vi era in quel vivere la pace del mondo contadino e delle terre nascoste.
Per pochi anni abitò lassù un giovane orfano, il cercatore di cristalli più bravo di tutti. Ce n’erano stati tanti sulle spalle dei secoli, ma nessuno era come lui. Saliva le montagne con ogni tipo di roccia, anche quelle che solo a guardarle facevano tremare le ginocchia. Lui non tremava, andava su e basta. Strappava le pietre di luce da posti desolati e difficili, alti da far spavento, si sporgeva sulle cenge nel vuoto, a scrutare il basso come i corvi imperiali.
Aveva ventisette anni. Quando era piccolo rampicava sopra tutto quel che era più alto di lui. Dalle sedie, ai tavoli, ai muri, agli alberi. Andare verso l’alto era un richiamo che aveva nel sangue. Perfino a casa non entrava dalla porta, scalava la finestra del primo piano dove viveva. Così era questo giovane. Uno che voleva rimanere in aria, sospeso nel pericolo, perché stava comodo lì, sul vuoto, dove non arrivava nessuno, dove tutti facevano dietrofront anche con gli occhi per non vedere rupi arcigne e vuoti da vertigine. E così arrivava a mettere le mani dove altri nemmeno in sogno potevano arrivare.
Un giorno il sole, forse per divertirsi o per avvisarlo, buttò sulla roccia una luce speciale e il giovane adocchiò una bocca che sbadigliava a metà parete del Bus dal Diaul, il monte più ripido del mondo. Non l’aveva mai vista. Senza quel sole, al momento giusto, quel tratto gli era parso sempre tutto piatto e uniforme, invece c’era un buco che mandava lampi e bagliori lucenti. Chissà quanti l’avevano visto quando i raggi battevano sul vuoto a quell’ora. Il buco stava lì e luceva, con le fauci spalancate sulla valle, come aspettasse qualche essere volante per ingoiarlo.
Fu lo sbadiglio di un attimo, come batter le ciglia, poi il sole andò più in là, a fare il suo giro, e la grotta si spense e scomparve. Ma ormai si era rivelata, il giovane sapeva che in quel punto, sospeso tra le rocce come un nido d’aquila, c’era un antro pieno di cristalli che aspettava. Quel che non sapeva era che il budello aveva già mangiato il suo boccone volante.
Una mattina il giovane si decise, infilò le galosce speciali fatte di legno tenero con le unghie di camoscio incollate a mo’ di suola. Partì all’ora in cui gli uccelli cominciavano a cantare. Vicino alla rupe veniva chiaro. Fu una salita difficile. Solo la forza e l’agilità del ragazzo impedirono che venisse giù a sfracellarsi. E il coraggio. Tante volte si trovò a non poter andare più né avanti né indietro. In quei momenti occorreva decidere velocemente e muoversi altrettanto in fretta. E allora via verso l’alto, con quattro bracciate come a nuotare sul mare di roccia verticale. Era anche il vento che tirava e lo spingeva di qua e di là, a mettergli fatica nelle braccia. Doveva tenersi forte sotto i colpi improvvisi che venivano a batterlo da una parte e dall’altra. A tratti pareva una bandiera, il vento lo sballottava, lo tirava all’esterno. Era lì che le dita si facevano artigli ingrappati alle fessure e nelle crepe come ganci di ferro. E le galosce tenevano, perfette, e si incollavano alle crode.
Quando trovava una lista di traverso larga due spanne, si fermava a riposare. Ogni tanto, da lontano, come voce di minaccia, rotolava un tuono. Anche se c’era il sole, si sentiva il tuono. Poteva venir la neve all’improvviso, lassù, e d’estate la neve si annunciava coi tuoni, come fosse un temporale. Chissà da dove partivano quei rombi, forse dalle città lontane, laggiù, ai margini delle pianure.
Il ragazzo ogni tanto guardava l’orizzonte ma non vedeva altro che un mare di fumo grigio, chiaro e basso, che camminava lento rasoterra ed era quasi trasparente. Tutto si teneva nascosto, laggiù, come se non volesse farsi scoprire. Il giovane pensava di veder qualcosa stando così in alto, invece ogni cosa era coperta da quei fumi pallidi e prostrati come un esercito di anime in penitenza. Allora capì che le cose, per vederle, vanno cercate da vicino e trovate. Come i cristalli. Questo capì. Da lontano non si percepisce nulla, solo il cielo sopra la testa.
Andò ancora su finché, guardando per trovare appigli, venne orbato da una luce che gli piovve addosso come una cascata d’oro. Il sole stava passando davanti alla grotta e aveva incendiato i cristalli. Questi si misero a sputare luce da ogni parte e il ragazzo si rese conto di esser vicino alla meta. Aveva l’antro a poca distanza. Aspettò che il bagliore si spegnesse ché così, accecato dall’aria d’oro sugli occhi, non vedeva niente e non proseguiva. Poi il sole andò più in là e l’intesa con la luce morì. Allora il giovane prese a salire di nuovo verso la grotta, che sentiva poco sopra.
Pian piano la raggiunse. Si abbrancò al bordo, tirò su le gambe, fece una giravolta sulla schiena come i muli quando si rotolano, ed entrò. Fece un sospiro e ringraziò il cielo che non l’aveva spinto giù. Tiratosi in piedi, guardò il posto: era finito in paradiso. Si trovava in un nido di cristalli, erano incastrati dappertutto, per lungo e di traverso, come gli stecchi che formano i nidi. Ce n’erano di grossi quanto un polso e sottili come unghie di scricciolo, ma tutti lucevano e mandavano lampi come ciglia che battono.
Preso da quello spettacolo non ci fece caso subito. Poi li vide. Due badili sul fondo della grotta. Arrugginiti, incrostati di escrementi di corvo, coperti dalla polvere del tempo, ma erano due badili. Lì accanto stavano seduti due scheletri umani, abbracciati come se si fossero stretti forte prima di morire. Il giovane restò fulminato. Chi erano quei due? Da che parte venivano? E peggio, come erano finiti lassù, nel cuore del monte più ripido che c’era? Non lo sapeva. Allora fece per prendere uno di quei badili, ma appena lo ebbe toccato il manico si sbriciolò come fosse di cenere. Capì che erano lì da molti anni, forse qualche secolo, chissà. Il ragazzo non vedeva più i fasci di cristalli che lo circondavano. Guardava quei due che si abbracciavano ed era attraversato da mille domande. Però i cristalli si misero a luccicare come a dirgli: “Siamo qui anche noi”, e allora si guardò intorno.
A destra, nascosto da una scafa, c’era un nido con dentro un uccello che covava. La femmina del corvo imperiale covava le uova quando, all’improvviso, il maschio gli arrivò dietro le spalle e fece cra. Il giovane, frastornato da quelle visioni, si mise vicino agli scheletri, come per fermarsi un po’ con loro, a fargli compagnia. Sentiva un pacifico benessere a star vicino a quelle ossa abbracciate e piene di polvere, e a una corva nel nido che scaldava le uova per dare forma ai suoi pulcini. Il maschio era venuto a vedere chi fosse lo strano uccello senza ali, giunto lassù sfiorando la roccia, muovendo zampe prive di penne, come quelle lucertole che ogni tanto prendeva nel becco e portava ai piccoli quando nascevano. Ma aveva anche paura di quell’essere strano, che somigliava agli altri laggiù, sempre sepolti dalla neve. Aveva paura che facesse del male alla sua corva, e poi alle uova, ché dentro battevano già i cuori dei suoi piccoli. Allora era venuto a tener d’occhio l’intruso, se necessario lo avrebbe bucato a colpi di becco. Ma non fu necessario. Quel giovane era buono. Il corvo lo capì da come guardava il nido, gli scheletri abbracciati e i cristalli che illuminavano la grotta. Aveva occhi buoni. Anche i corvi imperiali hanno gli occhi buoni, però neri e fermi, a volte nascosti dietro un velo come mirtilli dietro una foglia. Sono misteriosi e fondi da far paura. Così sono gli occhi dei corvi imperiali, che si tengono per sempre la stessa compagna. Vivono cento e passa anni, fanno l’amore e le loro baruffe, ma stanno insieme e niente, se non la morte, li separa.
Il giovane scrutò la grotta per più di un’ora, poi s’accorse che veniva tardi, doveva tornar giù. Restare intrappolato dal buio non era uno scherzo, scendere non era semplice. Si levò in piedi e, col martello che teneva legato in vita, sradicò tre cristalli vicino ai due scheletri. Erano i più grossi che avesse mai visto. Mentre li infilava nel sacco, vide che la luce nella grotta veniva meno. Togliendo cristalli la luce calava. Allora capì che gli altri doveva lasciarli al loro posto, che scaldassero e illuminassero per sempre i poveri resti.
Decise di scendere cercando di calare sulla roccia al contrario di com’era salito. Non ci fu verso, su quelle asperità non era possibile. Provò verso l’alto, forzando la volta della grotta. Peggio del peggio, nemmeno di lì passava. Allora gli prese la paura. Paura di restare lassù e diventare scheletro anche lui. Oppure tentare una discesa disperata e sfracellarsi alla base della montagna. Nessuno sarebbe apparso a salvarlo, nessuno ne sarebbe stato capace. Nessuno sapeva nemmeno dove si era intanato. Gli venne quella paura che tiene per mano la tristezza, di chi non ha più speranza. Stava per mettersi a piangere, ma si fermò. Raccolse briciole di calma e decise di passare la notte lassù, in quel buco d’aria, assieme a un fascio d’ossa abbracciate e un corvo dagli occhi come mirtilli neri che osservava la compagna covare i pulcini. Poteva darsi che l’indomani il vento gli portasse la forza e il coraggio di scalare al contrario e tornare giù. Però poteva anche nevicare. Chissà. Come sarebbe finita non lo sapeva. Forse sarebbe morto presto, era quasi sicuro che sarebbe morto. Di fame o per una caduta, in ogni modo sarebbe finita. In alto o in basso non importava. Forse meglio laggiù, così faceva presto.
Dalla volta di pietra gli venne addosso la malinconia dei disperati, uno sconforto che lo costrinse a sedere sulla polvere della grotta. Una cipria bianca caduta dai secoli, portata dal vento, candida come neve, soffice come piuma. Faceva spessore e lo isolava dalle punte dei cristalli. Così accucciato aspettò la notte, che arrivò mentre il giovane fissava gli scheletri e si chiedeva ancora chi fossero e come erano finiti lassù con due badili.
La luna comparve in anticipo sulla notte, come per far la gara a chi arrivava prima. La grotta tornò chiara. I cristalli s’incendiarono come canne di vetro con dentro una candela. Era tutto un baluginare di lampi e scatti e fiammate bianche, poi la luce si stabilì nella pancia dei cristalli e si calmò. Girava piano per la caverna seguendo il cammino della luna che era di fronte, laggiù, sul lontano chiarore del cielo, dove comparivano sagome inquietanti di alte montagne sconosciute. Gli scheletri, carezzati da quella luce pallida e mite, un po’ diventavano bianchi e un po’ color dell’oro, come se la morte lontana che li aveva colpiti volesse cambiare il vestito a quei poveri resti.
Era una notte di marzo e faceva freddo. Il giovane non poteva vedersi, ma la luce della luna riflessa nei cristalli aveva indorato anche lui. Gli scheletri stavano immobili come un cumulo di rami secchi, avanzi di antico fuoco. A volte pareva che si muovessero come a voler cambiare posizione per l’infinita stanchezza. Forse si giravano davvero su un fianco, poi sull’altro per sgranchirsi. Senza mai sciogliere l’abbraccio, sgranchivano le loro vecchie ossa coperte dalla polvere del tempo. La polvere bianca del silenzio e della neve. Con quella visione addosso si addormentò.
Lontano nella valle, un picchio disperato, privo del sonno, iniziò a trapanare un albero. Faceva il rumore antico del mistero: un gracidio di rana di altri mondi. Una rana di legno: trrr trrr. Così faceva il picchio nottambulo. Andò avanti col suo battere fino all’alba, quando il corvo si annunciò col suo cra per tre volte. Il giovane dormiva e allo stesso tempo udiva il coltello affilato del picchio sul corpo malato dell’albero. Forse non dormiva, forse sognava. Non seppe mai se davvero sognò quella storia o se gli venne raccontata. Però quella notte udì una storia: nel fondo della notte, il teschio a sinistra aprì la bocca senza spostarsi un millimetro e iniziò a parlare. Aveva una voce maschile triste e malinconica. Raccontava.
Venne a sapere che i due un tempo erano fidanzati, si volevano bene ma litigavano spesso. Laggiù, nel paese delle nevi eterne, i baruffanti venivano puniti con l’obbligo di spalar neve da strade e sentieri. Loro due badilavano sempre. Però erano anime sensibili e buone, che ascoltavano i rumori della natura. Gli piaceva sentire i boschi sbuffare sotto il peso della neve, lo scroscio dei temporali, il crepitio delle nevicate, una sull’altra, gli ululati del vento che soffiava nei flauti di roccia, il rombo delle valanghe e mille altri rumori provenienti dal creato. Questo diceva il primo teschio.
«Ci piaceva ascoltare i rumori della natura» proseguì, «il creato ha una voce sua, grande e misteriosa. Il creato ha mille voci che spesso fanno paura. Ma tante volte sono belle e a noi aiutavano a dormire. Stavamo abbracciati fin che veniva il sonno. Il ticchettare della neve era una di queste voci. Quando nevicava, ci si metteva accanto al fuoco uniti e stretti, fermi così, ad ascoltare quella polvere che cadeva e cresceva, e crescendo faceva un rumore sempre più debole come il respiro della martora. Di notte, le bestie vagavano affamate dentro i boschi sepolti di bianco. Gridavano al mondo la loro fame col muso in aria. Anche quelle erano voci che si ascoltavano. Voci disperate di animali presi da freddo e difficoltà. In primavera, quando la neve si fermava qualche tempo nelle lontane radici del cielo, con un po’ di attenzione si potevano sentire i fiori che spuntavano e le talpe premere e aprirsi le gemme con piccoli scoppi, che facevano puf. E poi il frusciare dell’acqua nei ruscelli sotterranei. Quante voci si udivano in quelle brevi primavere! Poi veniva ancora la neve, è vero, ma intanto avevamo sentito. Noi due ci volevamo bene, nessuno può negare che ci volevamo bene. Si litigava, a volte anche per niente. Più che altro si litigava a causa delle nostre paure. Avevamo delle paure! Allora il villaggio ci metteva a badilare neve perché lì la legge era quella. Era una buona regola, almeno chi veniva punito si rendeva utile. Io e lei badilavamo quasi sempre, per noi era così, era il nostro destino spalare neve.
Una voce speciale che ci piaceva e intimoriva veniva dalla bocca delle valanghe. Ne cadeva dappertutto. Valanghe di ogni grandezza e potenza scivolavano di qua e di là, come fiumi bianchi, e noi si andava fuori ad ascoltare quel rombo improvviso che metteva i brividi e poi rotolava tramutandosi nel boato che spaccava le orecchie e stringeva l’anima. Fu per sentire quel rumore che scrivemmo il nostro destino.
Era una mattina verso la metà di marzo, aveva nevicato tre giorni e tre notti, ce n’era tanta da far paura. E a noi due toccava spalare il sentiero che menava al vallone grande, quello che divide le montagne come un colpo d’ascia. Era facile che quel giorno corressero valanghe mai viste per tragitto e dimensioni. Era facile tutto, quel giorno, anche il ritorno di qualche disgrazia. Però non si immagi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La voce degli uomini freddi
  4. La neve d’estate
  5. La prima valanga
  6. Rinascita
  7. Il tempo dei canti
  8. Conca di neve
  9. Un paese di voci
  10. La festa del miele
  11. La voce della donna muta
  12. Il ninnanante
  13. I giorni bianchi
  14. La notte dei suoni
  15. La bottega dei violini
  16. Il cercatore di cristalli
  17. Vita degli uomini freddi
  18. L’uomo a tre facce
  19. La seconda
  20. Due bambini
  21. Un’ombra dolce
  22. Un vecchio cacciatore
  23. La terza
  24. Le città fumanti
  25. Le origini
  26. Lo scomparso
  27. Il duello
  28. Mille anni e una notte
  29. Epilogo
  30. Copyright

Domande frequenti

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