C'è un angelo bianconero
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C'è un angelo bianconero

  1. 132 pagine
  2. Italian
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C'è un angelo bianconero

Informazioni su questo libro

Se giochi più di trecento partite con una maglia sola, è facile che diventi una bandiera di quella squadra, la Juventus. Ma se sei un difensore e non ti fai mai espellere nemmeno una volta e ne giochi altre settantotto con la Nazionale, e non offendi mai nessuno in tutta la tua carriera, forse lo diventi per tutti. Gaetano Scirea era davvero un angelo caduto nel mondo del pallone, come lo descrisse Enzo Bearzot, un angelo morto troppo presto, a soli trentasei anni, in un incidente d'auto in Polonia.
Alessandro Del Piero disse una volta: "Il mio sogno sarebbe stato quello di essere visto dai bambini come io vedevo lui allora".
E proprio come in uno specchio, Giorgio Chiellini, la bandiera della Juve di oggi, è andato a cercarlo, nella memoria e nelle immagini, nelle sue gesta e nei suoi silenzi, per raccontare, in fondo, una lezione di vita e di sport.
Chiellini è un difensore all'inglese, che ha fatto dell'ardore e della forza le sue armi migliori. Non ha la tecnica di Scirea, che era un libero alla Beckenbauer, come si diceva allora. Però, proprio da queste diversità, nasce la bellezza di un incontro fra anime lontane, che hanno finito per fare lo stesso mestiere, con la stessa maglia, quasi amici per la pelle, pur senza conoscersi.
È un racconto tenero e delicato che passa anche attraverso tante tragedie, in un'altalena di emozioni come un filo, bianconero, teso lungo gli anni.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804638599
eBook ISBN
9788852048418

1

La morte, per un bambino, è essenzialmente una cosa che non lo riguarda. Oggi non lo so. Ma io all’epoca ero un bambino, e a un certo punto, quella sera, alla Domenica sportiva vidi Marco Tardelli che si copriva il viso, si vedevano solo i suoi capelli, perché aveva chinato la testa. E c’era Sandro Ciotti con una di quelle sue giacche strane, corte e strette e con i risvolti grandi, che a ripensarci adesso sembrano come di un’altra epoca, come quelle camicie dai colli enormi e rigidi, a punta. Aveva una giacca grigia, forse, e una cravatta scura. Con la sua voce cavernosa stava dicendo: «Scusate, dobbiamo interrompere la selezione delle partite di Serie A per una ragione veramente tremenda... È morto Gaetano Scirea». Ecco perché Tardelli chinava la testa. Nascondeva le lacrime.
Io vengo da quel tempo, ma adesso è tutto diverso. Le trasmissioni non hanno più quei silenzi, la lentezza di una musica da pianoforte. La telecamera lasciò Tardelli, quasi con pudore. Oggi non sarebbe così. Gli cercherebbe gli occhi. Era il 3 settembre 1989. Avevo cinque anni.
Ciotti disse che era «inutile spendere parole su un uomo che si è illustrato da solo per tanti anni su tutti i campi del mondo... un campione non soltanto di sport ma soprattutto di civiltà». È vero. Aveva una faccia gentile, come i suoi modi, un naso importante come il mio, «era dolce e composto,» come scrisse Gianni Brera «di una moderazione tipica del grande artista». Era onesto: un valore che a volte sembra fare a schiaffi con quello che succede nel calcio. Trapattoni l’aveva definito «un leader con il saio». Forse era ancora qualcosa di più. Pure Bearzot, il mister dei Mondiali di Spagna, piangeva inconsolabile: «Era un angelo piovuto dal cielo, ecco cos’era Gaetano. Ma l’hanno rivoluto indietro troppo presto». Ho letto che una volta Dino Zoff, il portierone, ha detto che «Gaetano torna sempre, come se non fosse mai andato via. Torna ogni volta che ascolto gli altri, e io lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso... in tutto questo caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, io lo penso, in questo frastuono di cose vecchie col vestito nuovo... Mi manca tanto il suo silenzio».
Il mio babbo ci rimase malissimo. Noi in casa eravamo tutti degli appassionati di sport. Io, però, amavo la pallacanestro. C’era un mio compagno di scuola che era fortissimo, Leonardo, e volevo diventare come lui. Lo guardavo giocare e provavo a imitarlo. Solo che allora ero troppo piccolo, e non andavo bene per il basket. Mio fratello gemello, Claudio, invece era tifoso della Juventus, come papà. Papà Fabio è un chirurgo ortopedico di Livorno, abbastanza famoso. Mamma Lucia è una manager: dovunque va fa carriera. Aveva cominciato mettendo timbri in una ditta di spedizioni. È diventata la responsabile per il Mediterraneo di società di navigazione norvegese. Lei allora mi aveva trasmesso la sua simpatia per il Milan. Ma quella sera eravamo in silenzio davanti alla tv. A ripensarci, era tutto così lento attorno a noi. Non si cambiava mai canale guardando la televisione. Restavi lì, fermo, anche nelle pause, anche negli intervalli, come se ci fosse tutto il tempo del mondo per fare qualsiasi cosa. O come se non ce ne fosse. E quindi non importasse.
«Papà, chi è Scirea?»
Lui non si girò verso di me. Rimase con gli occhi fissi sulla tv. «Un grande calciatore» disse. «Era il libero della Juventus e della Nazionale che ha vinto i Mondiali.»
«È morto?»
«Non c’è più.» Poi fece una pausa, un lungo silenzio. «Era un uomo perbene» disse.
Ecco, è così che imparai chi era. Scirea entrò nella mia vita con la sua fine.
Quando morì, aveva trentasei anni. Non so se chi non c’è più parla solo attraverso chi è rimasto, o attraverso le tracce che ha lasciato. Mi colpisce che ogni individuo nel suo piccolo non passi mai invano, nel bene e nel male. Io venendo qui, a Torino, alla Juventus, ho trovato un mucchio di segni. Vorrei cercare di leggerli e di raccontarli, anche come un dovere che ho da compiere, come un debito da pagare.
Scirea se l’è portato via un incidente d’auto in Polonia, in un posto sperduto nella neve e nel ghiaccio, presso Babsk, dove l’aria è così fredda che sembra quasi un corpo solido che ti tocca e ti gela, sulla strada che da Łódź porta alla grande arteria che collega Varsavia a Cracovia. Era andato là per visionare il Górnik Zabrze, la squadra che la Juventus avrebbe dovuto affrontare in Coppa Uefa. Restarono imprigionati tra le fiamme dentro una vecchia Polski Fiat 125p, messa a disposizione dall’associazione delle miniere della Slesia, lui, l’autista e l’interprete. Si salvò solo il dirigente del Górnik, sbalzato fuori dall’abitacolo. Le cronache raccontarono che la macchina, carica di taniche di benzina di riserva, sbandò dopo l’urto con un pesante furgone che viaggiava in direzione opposta e scivolò in fiamme sotto la pioggia, sul ciglio della strada. Il fuoco la divorò. Erano le 12.51. L’autista stava correndo per riuscire a far prendere a Scirea il volo che da Varsavia lo avrebbe riportato a Torino. La notizia fu data parecchie ore dopo.
La moglie di Gaetano, Mariella, mi ha detto che portava un Rolex d’acciaio al polso che segnava l’una meno nove minuti: l’ora della morte. Aveva dei pantaloni a coste verdi e una maglia con bottoni, verde anche quella. Mi ha detto così, una volta, cercando di fissare il vuoto per non far vedere che le veniva da piangere. Se lo ricorda bene, dice, perché qualche giorno dopo lui le apparve nella villa dei suoi genitori, a Morsasco, subito dopo i funerali, ed era ancora vestito così. Fecero due funerali. Uno a Torino, con una folla enorme, forse ventimila persone. E l’altro a Morsasco, vicino ad Acqui, dove andavano in campagna, e anche lì ci furono cinque chilometri di macchine in coda. Poche sere dopo, mentre lei dormiva in camera, vide all’improvviso una grande luce gialla, un bagliore accecante, e lui era lì, vestito con quei pantaloni a coste verdi, mi ha spiegato Mariella. Lo racconta con un sorriso misto a stupore, perché dice che era convinta d’essere sveglia. Ci crede proprio, anche se sa che è impossibile, cerca di fartelo capire. Lui che appare con quei pantaloni verdi e dice: «Sono venuto qui perché sono andato via senza salutarvi».
Si è seduto sul bordo del letto.
Lei lo guarda. Ha un volto sereno, quella sua aria timida.
Gli chiede com’è lassù.
«Ah, è come qui. Ci sono gli stadi. Ci sono le case, le strade. E ci sono le moto.»
Gaetano aveva un brutto rapporto con le moto: cadeva sempre.
Le dice: «Salutami tuo papà Livio e tua mamma Cristina, di’ che io comunque non mi sono dimenticato di voi».
Sembra tranquillo. La guarda come facevano quando stavano seduti davanti al televisore dopo cena, fumando l’unica sigaretta del giorno e parlando di tutto. Lui la prendeva in giro: «Cavanna, nun t’allargà».
Adesso fa per alzarsi dal letto.
E lei lo implora: «Resta ancora, dove vai?».
Ma lui ormai è in piedi: «No, il mio tempo è scaduto».
Poi la luce diventa più piccola, sempre più piccola, e va a finire nella toppa della porta.
«Allora io vado lì» mi ha raccontato Mariella «e apro la porta, e ci sono tutte le luci accese, anche quelle dei lampioni in giardino. Lo dico a mio papà, lo chiamo, ma lui non riesce a spegnerle, le luci. Non c’è niente da fare, è incredibile. Sono rimaste accese tutta la notte.»
«Ma papà, com’è possibile?»
Lui si stropiccia gli occhi, mezzo addormentato. «Non so» dice.
«Hai provato a spegnerle?»
«Sì, ma non si può. Vai a dormire adesso.»
«Giuro che è vero» mi ha detto Mariella.
Ora, non importa quanto ci sia di suggestione in tutto questo. Il fatto è che dev’essere vero che qualcosa dopo la morte rimane. Non so dire fino a quando, non me lo sono mai chiesto. Anche i grandi della Storia dopo un po’ diventano statue, monumenti del passato, leggende che forse non sono neanche più vere. Ma finché ci sono in vita le persone che hanno conosciuto, qualcosa resta, anche oltre il loro dolore, la loro memoria. Io sento la gente che mi racconta di Scirea, alla Juventus, a Torino e altrove, e ho imparato a conoscerlo anche se non l’ho mai incontrato. Qualche anno fa, ero alla Juve ormai da un po’, sono venuti da me i tifosi e mi hanno proposto di indossare la maglia numero 6, quella che era stata sua, la maglia di Scirea. Io ho avuto paura di profanare un mito. Per questo ho detto di no. Non me la sono sentita. Ho sempre avuto il 3, da quando sono arrivato qui: prima di me ce l’aveva Alessio Tacchinardi, un altro che ha segnato un’epoca di questa squadra. Mi sono tenuto la numero 3, in fondo è giusto così. Però quella richiesta è stata qualcosa di più di un onore.
Io del calciatore non è che conoscessi molto: nel mondo del calcio si può dire che siamo di due epoche diverse, abbastanza lontane. Sui campi da gioco, ho delle sue immagini da amarcord, la volta che al Bernabéu, con la maglia azzurra nella finale dei Mondiali di Spagna, passa la palla a Tardelli per il gol del due a zero, dopo una discesa in attacco. Cose così. Qualche gol, qualche filmato di repertorio. In Spagna era il 1982. Io non ero ancora nato. Quando sento parlare di lui dai tifosi capisco che era un idolo, anche per altre cose, perché era uno che dava sempre tutto. E poi per i suoi valori. Non sembra, ma è importante. Il nostro ormai è diventato un lavoro, nel senso che come un lavoro dev’essere inteso. Un lavoro che piace, che ti diverte, ma sempre un lavoro. Non è così strano, e neppure così raro: c’è gente che da piccola sognava di fare la carriera militare, o di diventare un medico per curare la gente, e lo fa con passione. È la stessa passione che ci mettiamo noi giocando a calcio. Ma se tu lo intendi come un lavoro, dare tutto te stesso e avere dei valori forti che ti guidano è importante più del gioco. Rispettare le regole e gli avversari, fare il tuo dovere lottando fino in fondo. È tanto semplice quanto difficile. Per questo Scirea è un esempio. Certo, non è l’unico, lo so bene. Solo che è diventato il mio. Un esempio da imitare.
E allora sono andato a scoprirlo. Scirea da bambino era un tifoso dell’Inter. Aveva un idolo anche lui: Armando Picchi, il libero della Grande Inter di Helenio Herrera, che morì giovane, a soli trentasei anni, la stessa età di Gaetano, come in una congiunzione quasi irreale, ucciso da un male terribile e incurabile – come si dice in questi casi –, proprio quando era allenatore della Juventus. In quei giorni, nel cassetto del suo comodino trovarono un mucchio di lettere di ringraziamento che aveva ricevuto e nascosto lì dentro: disoccupati che aveva aiutato a trovare un lavoro, soldi per bambini che avevano bisogno di cure all’estero, piccoli gesti di sostegno ai carcerati. Non aveva mai detto niente a nessuno.
Aveva davvero qualcosa di Scirea. Un gentiluomo, duro e silenzioso, ma molto autorevole. Solo che era uno che comandava la truppa, con un carattere forte. Capace pure di passare alle maniere energiche. Quando allenava la Juve diceva di Helmut Haller, mezzala tedesca dal grande estro ma dalle bizze facili, che se fosse stato un suo compagno lo avrebbe «già preso a botte». Impossibile per Scirea fare una cosa del genere. Franco Causio lo sgridava: «Sii più cattivo, quando gli avversari ti fanno male». Lui rispondeva: «Non ci riesco». È che Scirea non si arrabbiava mai. Picchi, però, aveva un cuore tenero come il suo.
Picchi era di Livorno. E il campo di calcio dove ho imparato a giocare porta il suo nome. È il destino che è fatto così. C’è sempre qualcosa che ci lega a quello che cerchiamo.

2

Ho saputo che Tardelli abbandonò la trasmissione e uscì dallo studio della Domenica sportiva, così come l’avevo visto io, coprendosi la faccia con le mani. Prese la macchina e corse a Torino, da Mariella. Lei non l’aveva saputo subito. Il primo lancio dell’Ansa diceva che era morto in Polonia un allenatore italiano, un certo Gaitano Sarria, che era andato là per vedere la squadra di Zabrze. Solo dopo s’erano corretti. Era Scirea.
Tardelli suonò alla porta, come faceva sempre ai tempi della Juve. Solo che piangeva. Non diceva niente. Continuava a piangere. Un giorno, tanti anni dopo, avrebbe ricordato come lui e Gaetano avessero «caratteri completamente opposti. Ma stavamo bene insieme. Una volta venne a trovarmi al mare e giocammo a nascondino. Una cosa strana per dei professionisti di Serie A, invece faceva parte del nostro modo di stare insieme e di divertirci in maniera semplice. Eravamo così. Nel calcio di oggi credo che lui si sarebbe trovato un po’ spaesato, ma solo a livello personale». Io non lo so. Credo che ci avrei parlato, con lui. Che sarei rimasto ad ascoltarlo, anche se era uno che sapeva parlare con i suoi silenzi, come dice Zoff. Penso di essere capace di ascoltare, l’ho sempre fatto nella mia vita, e ho sempre cercato dei buoni maestri. È importante avere buoni maestri. E credo che certi uomini ci sono sempre.
Però, davanti a quella porta, in quella sera strana, Tardelli dev’essersi sentito come uno che non perdeva solo un amico, ma anche una parte di se stesso. Ci sono dei momenti che fanno da spartiacque fra una vita e l’altra. Anche nell’amore è così. Sono delle curve a gomito che ti portano su un’altra strada, sono degli incroci. So che ci arriverò anch’io. E so che quando penso a quella sera, a quello che mi hanno raccontato, mi rendo conto che era uno di quei momenti.
Non era solo finita la loro epoca. Marco aveva terminato la carriera in Serie A all’Inter. Gaetano invece aveva smesso da pochissimo e aveva fatto il corso allenatori a Coverciano, ottenendo i migliori voti. Doveva cominciare una nuova vita. E invece non c’era stato più un inizio. Eppure, quella sera probabilmente fu come se il tempo fosse tornato indietro, quando la casa di Mariella era una specie di punto di ritrovo. Ci passavano tutti prima o poi. Lui più degli altri, in qualsiasi momento. Come quella vigilia di Natale, tanti anni prima, quando suonò alla porta e stette ad aspettare appoggiato allo stipite.
Aprì lei.
«Marco. Che è successo?»
Lui si pettinò la frangetta con la mano. «C’è Gaetano?»
«Vieni avanti.»
«Ho la macchina rotta.»
Entrò a capo chino. Tutto serio, senza ridere. Strano. Mariella ha sempre detto che la cosa che più la colpiva di Tardelli era la sua risata: aveva una bella risata. Lo chiamavano «il Coyote», è diventato famoso questo soprannome. Prima delle grandi partite non dormiva mai. Per questo qualcuno aveva detto che era come un coyote: urlava alla notte. I giocatori stavano in albergo tutti insieme. Anche oggi si fa così, sono quelle abitudini degli sport di squadra che forse resteranno per sempre. Lui bussava alla camera dove dormivano Scirea e Zoff, che erano sempre in coppia, alla Juve e alla Nazionale, e si metteva lì, seduto sul letto, perché voleva parlare.
Zoff diceva che erano due buoni compagni di camera: «Parlavamo tanto, anche se per capirci non c’era bisogno di dire nulla. Ci assomigliavamo, però lui era incomparabilmente migliore di me: io non sono così buono, né accomodante. Dividevamo la stanza d’albergo nella Juve e in Nazionale, leggevamo, giocavamo a carte, cose semplici. Tra noi c’era una goliardia da ragazzini. Gaetano non era un musone, amava gli scherzi, ci stava, anche se era così delicato». La loro camera Tardelli la chiamava «la Svizzera», e poi avevano cominciato tutti a chiamarla così. Perché si respirava aria di pace. Per questo prima delle partite importanti, quando Tardelli non riusciva a prendere sonno per l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. C'è un angelo bianconero
  3. 1
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  12. 9
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  15. 11 bis
  16. 12
  17. Copyright