
eBook - ePub
L'adolescente (Mondadori)
Introduzione e note di Maria Rita Leto
- 672 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
L'adolescente (Mondadori)
Introduzione e note di Maria Rita Leto
Informazioni su questo libro
La storia di un adolescente povero e ambizioso, in bilico tra la malvagità e la grazia, in un grande romanzo psicologico di Dostoevskij (1821-81), nel quale confluiscono tutti i temi cari all'autore.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a L'adolescente (Mondadori) di Fëdor Dostoevskij, Annamaria Raffo, Maria Rita Leto, Annamaria Raffo,Maria Rita Leto in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788804298106eBook ISBN
9788852048777PARTE TERZA
Capitolo primo
I
E ora di tutt’altro.
Io annuncio sempre: “d’altro, d’altro”, ma continuo a scrivere di me soltanto. Nondimeno ho dichiarato già un migliaio di volte che non voglio affatto descrivere me stesso; e decisamente non lo volevo, cominciando gli appunti: lo capisco bene di non essere necessario al lettore. Descrivo e voglio descrivere gli altri, non me stesso, e se continuo a ricascarci, è solo un triste errore, perché non c’è verso in nessun modo di evitarlo, per quanto io lo desideri. Soprattutto mi infastidisce che, descrivendo con tale calore le mie personali avventure, do con ciò motivo di pensare che ora io sia come ero allora. Il lettore del resto ricorderà che già più volte ho esclamato: «Oh, se fosse possibile cambiare il passato e cominciare tutto da capo!». Non avrei potuto esclamare così se non fossi cambiato radicalmente e non fossi diventato una persona affatto diversa. Questo è fin troppo evidente; e se solo si potesse immaginare quanto mi secchino tutte queste scuse e prefazioni che sono costretto a infilare a ogni momento, perfino a metà dei miei appunti!
Al lavoro.
Dopo il nono giorno di deliquio mi ritrovai allora rinato ma non emendato; la mia rinascita, del resto, era stata stupida, presa, s’intende, in senso lato e forse, se fosse avvenuta ora, non sarebbe stata così. L’idea, cioè il sentimento, consisteva di nuovo (come migliaia di volte in passato) solo nel fatto di andarmene definitivamente da loro, di andarmene di sicuro, ma non come prima, quando per migliaia di volte mi ero assegnato lo stesso compito continuando a non poter adempierlo. Non volevo vendicarmi di nessuno, e lo giuro sul mio onore, per quanto fossi offeso con tutti. Mi preparavo ad andarmene senza odio, senza maledizioni, ma volevo una forza mia, una vera forza, che non dipendesse da nessuno di loro e da nessuno al mondo; e per poco non stavo per riconciliarmi con tutto il mondo! Descrivo quella mia fantasia di allora non tanto come un pensiero, ma come un’invincibile sensazione di allora. Non potevo ancora formularla, finché ero a letto. Malato e senza forza, giacendo nella camera di Versilov, che mi era stata assegnata, ero dolorosamente consapevole del vile grado di impotenza in cui mi trovavo; un filo di paglia e non un uomo si rotolava nel letto, e questo non per la malattia soltanto. Come me ne sentivo offeso! Ed ecco che dal più profondo del mio essere cominciò a levarsi a viva forza una protesta, e io soffocavo per un sentimento infinitamente esagerato di alterigia e di sfida. Non ricordo nemmeno un momento in tutta la mia vita in cui fossi stato preso da sentimenti di alterigia più intensi di quello dei primi giorni della mia rinascita, cioè di quando nel letto si rotolava un filo di paglia.
Ma nel frattempo tacevo e avevo perfino deciso di non pensare a niente. Continuavo a sbirciare i loro visi, cercando di indovinare da essi tutto ciò che a me serviva. Era evidente che anche loro non desideravano né far domande né mostrare curiosità e con me parlavano di fatti del tutto estranei. Questo mi piaceva e nello stesso tempo mi addolorava: non starò a spiegare questa contraddizione. Liza la vedevo più raramente della mamma, per quanto venisse da me ogni giorno, perfino due volte al giorno. Da frammenti di loro discorsi e da tutto il resto conclusi che Liza doveva avere tantissime preoccupazioni, e che addirittura mancava spesso da casa per le sue faccende: già nella sola idea della possibilità di “faccende sue” c’era racchiuso qualcosa di offensivo per me; del resto, tutte queste erano solo sensazioni da malato, puramente fisiologiche, che non val la pena di descrivere. Anche Tat’jana Pàvlovna veniva a trovarmi quasi ogni giorno e, sebbene non fosse affatto tenera con me, perlomeno non mi ingiuriava come in passato, cosa che mi stizziva al massimo, così che le dissi semplicemente: «Voi, Tat’jana Pàvlovna, quando non ingiuriate siete assai noiosa!». «Beh, allora non ci verrò più da te», tagliò corto lei e se ne andò. E io fui contento di averne cacciata almeno una.
Tormentavo soprattutto la mamma e mi irritavo con lei. Mi era venuto un appetito terribile, e brontolavo molto perché il pranzo tardava (e invece non tardava mai). La mamma non sapeva come accontentarmi. Una volta mi portò la zuppa di pesce e prese, come al solito, a imboccarmi, e io mangiando continuavo a brontolare. E a un tratto mi dispiacque di brontolare: “Lei è forse la sola a cui voglio bene ed è proprio lei che tormento”. Ma la cattiveria non diminuiva, e per cattiveria, a un tratto, scoppiai a piangere, e lei, poveretta, pensò che mi fossi messo a piangere di commozione, si piegò verso di me e prese a baciarmi. Mi dominai e in qualche modo mi trattenni, e in effetti in quel momento l’odiavo. Ma alla mamma volevo sempre bene, e anche allora le volevo bene e non l’odiavo affatto, ma accadeva quel che succede sempre: è la persona che ami di più quella che offendi per prima.
Quei primi giorni odiavo solo il dottore. Quel dottore era un uomo giovane e dall’aria arrogante, che parlava in modo brusco e addirittura scortese. È proprio come se tutti costoro, uomini di scienza, solo ieri e a un tratto fossero venuti a conoscenza di qualcosa di particolare, mentre ieri non è successo assolutamente nulla di particolare; ma tale è sempre la “mediocrità” e la “strada”. Sopportai a lungo, ma infine a un tratto esplosi e gli dichiarai davanti a tutti noi che era inutile che stesse lì intorno a darsi da fare, che io sarei guarito del tutto senza di lui, e lui che aveva l’aria del realista era solo pieno di pregiudizi e non capiva che la medicina non aveva ancora guarito nessuno; che infine, con ogni probabilità, era rozzamente incolto, «come anche tutti i nostri tecnici e specialisti che negli ultimi tempi da noi hanno alzato la cresta». Il dottore si offese molto (già con ciò dimostrando che lui era così), tuttavia continuò a venire. Dissi infine a Versilov che se il dottore non smetteva di venire da me io gli avrei detto qualcosa dieci volte più spiacevole. Versilov osservò soltanto che era già impossibile dire qualcosa che fosse anche solo doppiamente più spiacevole di quello che era stato detto e meno che mai dieci volte. Fui contento che avesse fatto quell’osservazione.
Che uomo, tuttavia! Parlo di Versilov. Lui e solo lui era la causa di tutto; e invece, solo contro di lui io non mi irritavo. Non era stato solo il suo modo di fare con me a vincermi. Penso che allora noi ci sentissimo reciprocamente in obbligo l’un l’altro di molte spiegazioni... e che proprio per questo la cosa migliore fosse di non spiegarsi mai. È oltremodo piacevole quando in simili situazioni della vita ti imbatti in una persona intelligente! Nella seconda parte del mio racconto ho già informato, correndo avanti, che lui in modo molto breve e chiaro mi aveva riferito della lettera del principe arrestato, di Zèrščikov, della sua spiegazione a mio favore ecc. ecc. Siccome avevo deciso di tacere, gli feci molto seccamente solo due o tre domande assai brevi; lui mi rispose in modo chiaro e preciso, ma assolutamente senza parole superflue e, meglio ancora, senza sentimenti superflui. Erano proprio i sentimenti superflui che allora temevo.
Di Lambert taccio, ma il lettore avrà certo intuito che a lui pensavo anche troppo. Nel delirio qualche volta avevo parlato di Lambert; ma riavutomi dal delirio e osservandomi intorno, presto capii che su Lambert era rimasto tutto segreto e che non ne sapevano niente, compreso Versilov. Allora mi rallegrai, e la mia paura passò, ma mi sbagliavo, come seppi in seguito con mia sorpresa: durante il periodo della mia malattia lui era già passato a trovarmi, ma Versilov me l’aveva taciuto e io ne avevo concluso che Lambert fosse già caduto nell’oblio. Nondimeno pensavo spesso a lui, anzi lo pensavo non solo senza avversione, non solo con curiosità, ma addirittura con simpatia, come presentendoci qualcosa di nuovo e di risolutivo, corrispondente ai nuovi sentimenti e progetti che nascevano in me. Insomma, avevo stabilito di pensare, quando avessi deciso di ricominciare a pensare, prima di tutto a Lambert. Riferirò una stranezza: mi ero completamente dimenticato dove vivesse e in quale strada tutto fosse successo. La stanza, Alfonsina, il cagnetto, il corridoio: ricordavo tutto, e potrei disegnarlo anche ora. Ma dove fosse successo, cioè in che strada e in che casa, me l’ero dimenticato completamente. E più strano di tutto fu che di questo mi resi conto solo il terzo o quarto giorno di piena coscienza, quando già da tempo avevo cominciato a preoccuparmi di Lambert.
Così, ecco quali erano le mie sensazioni dopo la mia resurrezione. Ho segnalato solo l’aspetto superficiale e, probabilmente, non sono riuscito a segnalare l’essenziale. In effetti, forse, era proprio allora che tutto l’essenziale andava manifestandosi e formandosi nel mio cuore; eppure, nondimeno, mi stizzivo e mi irritavo perché non mi portavano il brodo. Oh, ricordo come mi sentivo triste allora e come mi struggevo a volte, in quei momenti, soprattutto quando restavo a lungo solo. Loro, neanche a farlo apposta, avevano capito subito che mi era penoso stare con loro e che la loro compassione mi dava fastidio, e presero a lasciarmi solo sempre più spesso: una soverchia finezza d’intuito.
II
Il quarto giorno del mio ritorno di coscienza, verso le tre del pomeriggio, me ne stavo sdraiato nel mio letto e non c’era nessuno con me. Il giorno era chiaro e sapevo che alle quattro, quando il sole sarebbe tramontato, il suo rosso raggio obliquo avrebbe colpito proprio l’angolo della mia parete e una macchia splendente avrebbe illuminato quel punto. Lo sapevo dai giorni precedenti, e il fatto che questo sarebbe immancabilmente accaduto un’ora dopo, e il fatto di saperlo in anticipo come due più due fa quattro, mi irritò fino alla cattiveria. Mi girai convulsamente con tutto il corpo e a un tratto, in mezzo al profondo silenzio, sentii chiaramente le parole: «Signore, Gesù Cristo, Dio nostro, abbi pietà di noi». Le parole erano state pronunciate in un mezzo sussurro, ed erano state seguite da un profondo sospiro a pieni polmoni, e poi di nuovo tutto tacque completamente. Sollevai svelto la testa.
Già prima, cioè la sera prima e perfino due giorni prima, avevo preso a osservare qualcosa di particolare in quelle tre nostre stanze da basso. Nella stanzetta oltre il salotto, dove prima stavano la mamma e Liza, evidentemente ora c’era qualcun altro. Già più di una volta avevo sentito certi rumori, sia di giorno che di notte, ma solo per momenti brevissimi, e subito dopo si stabiliva un silenzio totale, per diverse ore, così che non vi avevo prestato la minima attenzione. La sera prima mi era venuto in mente che là ci fosse Versilov, tanto più che lui era entrato subito dopo da me, sebbene dai loro discorsi sapessi, e con sicurezza, che Versilov durante la mia malattia si era trasferito in un altro appartamento in cui passava anche la notte. Da tempo poi sapevo che la mamma e Liza (per la mia tranquillità, supponevo) si erano entrambe trasferite di sopra, nella mia ex “bara”, e una volta mi ero addirittura chiesto tra me come facessero a starci in due. E ora a un tratto risultava che nella loro stanza di prima c’era qualcuno, e che questo qualcuno non era affatto Versilov. Con una facilità che non supponevo affatto di avere (ritenendo fino ad allora di essere completamente privo di forze) misi i piedi fuori dal letto, li infilai nelle pantofole, mi gettai addosso la vestaglia grigia di agnina che era lì accanto (e sacrificata per me da Versilov) e mi diressi, attraverso il nostro salotto, nell’ex camera da letto della mamma. Quel che vidi là mi confuse completamente: non avrei mai supposto niente di simile e rimasi come impalato sulla soglia.
Là c’era un vecchio canuto, molto canuto, con una gran barba tutta bianca, ed era chiaro che già da tanto se ne stava là. Non era seduto sul letto, ma sul panchetto della mamma e solo con la schiena si appoggiava al letto. Del resto si teneva così eretto che sembrava non gli servisse affatto un appoggio, per quanto fosse evidente che era malato. Indossava, sopra la camicia, un piccolo tulùp di pelliccia foderata, le ginocchia coperte dalla coperta della mamma e i piedi nelle pantofole. Di statura lo si indovinava alto, di spalle larghe, di aspetto assai vigoroso, malgrado la malattia, per quanto un po’ pallido e smunto, con il viso oblungo, i capelli foltissimi ma non molto lunghi, e dimostrava una settantina d’anni. Accanto a lui, sul tavolino a portata di mano, c’erano tre o quattro libri e un paio di occhiali d’argento. Sebbene non avessi avuto la minima idea di trovarlo là, tuttavia in un attimo indovinai chi fosse, solo continuavo a non poter capire come avesse fatto tutti quei giorni a starsene là, quasi accanto a me, così silenziosamente che io fino allora non avevo sentito nulla.
Scorgendomi non si mosse, ma rimase a guardarmi fisso e in silenzio, così come io guardavo lui, con questa differenza, che io lo guardavo estremamente stupito, mentre lui non mostrava il minimo stupore. Al contrario, dopo avermi osservato bene tutto fino all’ultimo tratto, in quei cinque o dieci secondi di silenzio, di colpo sorrise e si mise perfino a ridere, piano e impercettibilmente, e per quanto il riso finisse presto, ne rimase un’allegra, luminosa traccia sul suo viso e, soprattutto, nei suoi occhi molto azzurri, raggianti, grandi, ma con le palpebre cadenti e gonfie per la vecchiaia e circondati da innumerevoli minuscole rughine. Quel riso mi impressionò più di tutto.
Quando uno ride, io penso che nella maggioranza dei casi diventi disgustoso guardarlo. È soprattutto nel riso della gente che si rivela qualcosa di volgare, qualcosa di umiliante per colui che ride, per quanto colui che ride non sappia quasi mai niente dell’impressione che produce. Non lo sa, esattamente come, in generale, tutti non sanno che viso abbiano quando dormono. Uno dormendo ha il viso intelligente anche nel sonno, a un altro, magari anche lui intelligente, il viso gli diventa molto stupido, e per questo ridicolo. Non so perché questo succeda: voglio solo dire che colui che ride, così come colui che dorme, per lo più non sa proprio niente del proprio viso. C’è un’eccezionale quantità di persone che non sanno affatto ridere. Del resto non c’è niente da fare: è un dono, e non te lo modifichi. Lo modifichi, forse, solo rieducando te stesso, sviluppandoti verso il meglio e vincendo i cattivi istinti del tuo carattere: allora è molto probabile che anche il riso di uno così possa cambiare in meglio. Ridendo, uno si tradisce completamente e a un tratto lo conoscerete in ogni suo dettaglio. Perfino un riso indiscutibilmente intelligente, talvolta è ripugnante. Il riso prima di tutto esige la sincerità, e dov’è nella gente la sincerità? Il riso esige la gentilezza, ma la gente per lo più ride con rancore. Un riso sincero e gentile significa allegria, ma dov’è l’allegria nella gente del nostro tempo, e riesce la gente a rallegrarsi? (Questa sull’allegria nella gente è un’osservazione di Versilov che mi sono ricordato.) L’allegria dell’uomo è il tratto che lo rivela, e fino in fondo. Per molto tempo non avete capito una persona, ma questa si mette a ridere con molta sincerità, e a un tratto tutto il suo carattere appare come sul palmo della mano. Solo con lo sviluppo più elevato e felice una persona saprà rallegrarsi in modo comunicativo, cioè irresistibile e bonario. Non parlo dello sviluppo mentale, ma del carattere, dell’intera persona. Dunque: se volete studiare una persona e conoscere il suo animo, non prestate attenzione a come tace o a come parla, o a come piange, o addirittura a come è agitata da nobilissime idee, ma osservatela meglio quando ride. Se una persona ride bene, significa che è una persona buona. Notate inoltre ogni sfumatura: bisogna, per esempio, che il riso di una persona non vi appaia mai, in nessun caso, stupido, per quanto quella possa essere allegra e semplice. Appe...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Fëdor Dostoevskij
- L'adolescente
- Introduzione di Maria Rita Leto
- Nota biografica
- Testimonianze
- Nota sulla traslitterazione dei nomi russi
- Nota sulla traduzione
- L’ADOLESCENTE
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza
- Termini intraducibili, nomi, cose e luoghi caratteristici
- Copyright