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Nuovo dizionario delle cose perdute
Questo libro è disponibile per la lettura fino al giorno 13º gennaio, 2026
- 152 pagine
- Italian
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Nuovo dizionario delle cose perdute
Informazioni su questo libro
Da quando è uscito il primo Dizionario delle cose perdute, Francesco Guccini non può fare un passo, per strada, senza che qualcuno lo fermi per suggerirgli con entusiasmo e commozione qualche oggetto "del tempo andato" che merita di essere ripescato dal veloce oblio dei nostri anni e celebrato dalla sua penna.
Dall'idrolitina ai calendarietti profumati dei barbieri, dal temibile gioco del Traforo alle cabine telefoniche, dal deflettore all'autoradio passando per i "luoghi comodi" e i vespasiani, le letterine di Natale piene di buoni propositi da mettere sotto il piatto del babbo, le osterie (quelle vere, senza la H davanti per darsi un tono) e molto altro, Guccini torna a scavare nel passato che ha vissuto in prima persona per riportarcelo intatto e pieno di sapore. E con questo suo catalogo delle cose perdute dà vita a un personalissimo genere letterario nel quale l'estro del cantautore - capace di condensare in poche strofe un universo intero di emozioni -, la sua passione storica e filologica e la sua vena poetica trovano sintesi piena: regalandoci pagine in cui ogni oggetto, ogni situazione, suscita intorno a sé un intero mondo, sempre illuminato dalla luce di un¿insuperabile ironia.
Dall'idrolitina ai calendarietti profumati dei barbieri, dal temibile gioco del Traforo alle cabine telefoniche, dal deflettore all'autoradio passando per i "luoghi comodi" e i vespasiani, le letterine di Natale piene di buoni propositi da mettere sotto il piatto del babbo, le osterie (quelle vere, senza la H davanti per darsi un tono) e molto altro, Guccini torna a scavare nel passato che ha vissuto in prima persona per riportarcelo intatto e pieno di sapore. E con questo suo catalogo delle cose perdute dà vita a un personalissimo genere letterario nel quale l'estro del cantautore - capace di condensare in poche strofe un universo intero di emozioni -, la sua passione storica e filologica e la sua vena poetica trovano sintesi piena: regalandoci pagine in cui ogni oggetto, ogni situazione, suscita intorno a sé un intero mondo, sempre illuminato dalla luce di un¿insuperabile ironia.
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Informazioni
Le osterie
Ma ce ne sono ancora di osterie?
Da qualche parte in Italia forse sì: in Veneto, per esempio, o nella Venezia Giulia, dove ancora, a primavera, aprono, sul Carso, le osmiza, voce slovena che deriva da osem, “otto”. Per otto giorni infatti si permette ai contadini di aprire le loro cantine e vendere i prodotti senza imposizione fiscale. Così sono le privada in Friuli, anche queste di retaggio asburgico; il governo imperial-regio rilasciava ai contadini la stessa licenza, e questi potevano aprire le loro cantine chiamate Heuriger, che significa “frasca”. Una frasca contrassegna oggi anche le osmiza e le privada, come una frasca, spesso di pianta sempreverde, caratterizzava le osterie di altre regioni, probabilmente come simbolo di primavera.
Magari esistono ancora, in Piemonte, le vecchie piole, dove la bagnacauda (salsa di aglio e acciughe; detto così è renderla banale, ma assaggiarla è un’altra cosa) stava sempre a ribollire sopra un fornellino e i clienti vi immergevano verdure crude e, naturalmente, per placare la sete suscitata dal sapore intenso, bevevano.
Difficile che ci sia ancora oggi il trani milanese, dove, a stagione, appariva il cartello che avvertiva i clienti dell’arrivo del vino di Trani, il generoso vino pugliese.
Ma ci sono realmente tutti questi posti o è solo un’utopia romantica?
Dalle mie parti le osterie (quelle autentiche) sono come gli animali in via d’estinzione, forse dovrebbero essere protette dal WWF. Prima sono scomparse nei paesi, sostituite dai bar: banconi lucidi di acciaio, tavoli col ripiano di formica, luci al neon, avventori più portati al caffè corretto che al bicchiere di vino.
In città, di osterie, ce n’erano rimaste: luoghi da vino, quartino, mezzo o litro, serviti nelle tradizionali caraffe di vetro che un tempo avevano il bollino fiscale della misura.
Erano locali un poco tristi, dove non si mangiava, se si eccettua un cestino di uova sode sul banco di mescita. Ti davano, nella migliore delle ipotesi, un piattino, sul quale versare il sale e il pepe. Spesso però ti accontentavi di un foglietto di carta. Il tuorlo dell’uovo, per un misterioso fenomeno chimico, era spesso avvolto da una leggera patina verdastra. Il vino era di due grandi categorie, bianco o rosso (nero, secondo i gusti). A Bologna il bianco, di solito Albana frizzante (forse un taglio col Trebbiano, o col Pignoletto), veniva servito in bottiglia.
Una volta si poteva anche mangiare, ma portandosi dietro il cartoccino del salame o della mortadella. E infatti in certe osterie, oltre al vino, potevi acquistare il pane. Altre avevano un piatto fisso, tipo la minestra di fagioli. Dicono che da Ghitan, “margheritona”, vendessero la minestra di fagioli a tempo. Uno, per esempio, ne comprava dieci minuti e in quel lasso di tempo poteva mangiare tutta la minestra di fagioli che riusciva. Corre anche voce che in quel nobile locale i cucchiai fossero assicurati al tavolo con una catenella, come le biro nelle banche. Ieri come oggi, non si sa mai.
La fauna era solitamente maschile, rarissime le donne (eccetto nelle osterie venete), gente di mezza età o anziani. Sedevano solitari, col bicchiere davanti, scarse le conversazioni, pochi i giochi di carte, raramente si cantava. Negli anni Sessanta noi, allora giovani, scoprimmo le osterie (per afflati romantici che dirò) e le animammo, spinti dal basso costo del vino, trecento lire una bottiglia (e dell’uovo sodo, venticinque lire), portando chitarre e ragazze, canzoni e discussioni più o meno politiche e poetiche. Poi i vecchi gestori andarono in pensione, subentrarono i nuovi e, a poco a poco, questo tipo di locale sparì, come l’uccello Dodo dell’isola di Mauritius.
Per esserci, però, ce ne sono ancora, ricavate sulle ceneri delle vecchie vere osterie, ma spesso sono quelle, per intenderci, con una falsa H medievale davanti o una A al posto della E. “Hostaria”, c’è scritto sull’insegna, e dentro trovi la pianola elettronica e un canterino che ti fa ascoltare gli ultimi successi impedendoti però ogni possibilità di conversazione. Il vino, be’ il vino è una cosa seria, è senza dubbio migliore di quello di un tempo, ma forse si esagera, diventa roba di bouquet, da sommelier esperti, vinificato o meno in purezza, a volte barricato, con sentori vuoi d’albicocca, di frutti di bosco, di amarena, di mandorla amara, di pomodoro acerbo.
“Lo sente, il pomodoro acerbo?”
“E come no! Con quello che costa la bottiglia, lo sento sì!”
Mio nonno, raccontavo una volta, aprì una bottiglia, assaggiò il vino, «Accidenti, sa di pomodoro acerbo!» disse, e fece portare via tutto.
Ma da dove viene il nome “osteria”?
Il GDLI (Grande dizionario della lingua italiana) alla voce “osteria” forse fraintende e riporta: “Locanda, per lo più lungo le strade di comunicazione, in cui gli avventori possono trovare vitto e alloggio (e un tempo era anche provvista di stallatico)”. Bella definizione, ma romantica; ora lungo le strade di comunicazione ci sono gli autogrill e difficilmente vi si incontrano cavalli, date anche le scarse disponibilità di stalle in zona.
Altre espressioni, sempre nel GDLI, la dicono lunga sull’opinione che si aveva dell’osteria:
Avanzo d’osteria: perdigiorno, fannullone.
Tipo da osteria: individuo rozzo, volgare, tipico dell’ambiente.
Discorsi da osteria: discussione oziosa (oggi si direbbe “discussioni da bar Sport”).
Accontentiamoci di questo e non indaghiamo più.
“Osteria” viene dal latino hospes, che significa, all’inizio, “forestiero, straniero”, come nella radice hostis che vuol dire “nemico”, ma è anche “chi deve essere ospitato”. Quindi è luogo per ospitare, come l’ospitale medievale per i pellegrini che andavano a Roma o a Compostela, in Spagna.
Il termine “oste” appare però in italiano solo nel XIV secolo. Perché i latini avevano sì l’osteria, ma la chiamavano caupona, parola di origine mediterranea, dicono i dizionari, nel senso che tutte le parole della nostra lingua di difficile attribuzione etimologica vengono messe nel grande calderone dell’origine prelatina, mediterranea appunto, e buona così. Caupo era l’oste. I romani usavano piuttosto il termine taberna, “capanna”, voce che deriva da tabula, cioè “tavola”, intesa come asse di legno. Baracche forse, ma anche costruzioni in muratura.
Il grande Cicerone, che tante sofferenze ha causato in chiunque abbia affrontato gli studi di lingua latina, amava concursare circum tabernas, grossomodo “andarsene per osterie”, e ha lasciato scritto (ma a scuola non ce l’hanno mai fatto tradurre) “aut bibat, aut abeat”, più o meno “o bevi o vattene a casa”. Bere vino, naturalmente, e nelle taverne, anche se, pare, il vino dei latini era leggermente diverso da quello che beviamo noi oggi: il merum era così forte (o forse sapeva d’aceto) che veniva sovente allungato con acqua e, a volte, corretto con la resina di pino, come accade alla retsina greca.
Ma che vini si bevevano, che vitigni c’erano? Già ai tempi degli etruschi esisteva forse il Falernum, sicuramente il Trebulanum, ovvero il Trebbiano, e c’era un’uva chiamata “alba”, l’Albana. Il vino ovviamente non era conservato in botti di legno, damigiane, fiaschi o bottiglie ma in anfore, piantate in apposite cavità nel banco delle osterie, come si può vedere a Pompei. Bevevano e giocavano, con gli astragali e gli aliossi, diciamo, per semplicità, una specie di dadi. Non giocavano invece a carte, arrivate in Europa dall’Asia solo nel tardo 1300.
Nel Medioevo è ancora taberna. È strano che gli osti bolognesi non avessero una corporazione, come quelle delle tante “Arti” che a quei tempi esistevano. Nel XIII secolo sono citati (Statuto, 1288) solo per il divieto di mettere insegne che ricordino altri mestieri, e non c’è nessun oste fra le trentatré Arti di Bologna. Solo in epoca moderna questi furono autorizzati a esporre una frasca all’arrivo del vino nuovo.
Ciò risulta strano se si pensa alle numerose taverne del Medioevo sorte per gli studenti dell’Università dello Studio più antica del mondo occidentale.
“Meum propositum est in taberna mori” affermavano con sicumera gli studenti, anche se di morirci, nelle taverne, probabilmente non avevano nessuna intenzione, no, ma di stazionarci a lungo sicuramente sì.
Non avevano lezione il primo giorno d’ogni mese, pro potionibus sumendis more solito, privilegio che si è mantenuto fino al XIV secolo.
Cantavano, gli studenti:
Ave, color vini clari,
ave, sapor sine pari,
tua nos inebriari
digneris potentia!
Ergo vinum conlaudemus
potatores exultemus
non potantes confundemus
in eterna tristitia. Amen.1
ave, sapor sine pari,
tua nos inebriari
digneris potentia!
Ergo vinum conlaudemus
potatores exultemus
non potantes confundemus
in eterna tristitia. Amen.1
Dicevano poi: “Vina numquam spernas, diligas tabernas”2, e anche: “Edite, bibite, collegiales, post multa saecula, pocula nulla”3.
Forse era l’immagine fantasiosa e romantica dello studente medievale che entusiasmava noi giovani studenti di allora e ci spingeva a cercare questo tipo di atmosfera nelle osterie contemporanee – la testa piena pure di Niccolò Machiavelli che, mandato in esilio nel 1513, in una lettera scrive come si “ingaglioffisca” in un’osteria (che esiste ancora), in un suo podere a Sant’Andrea, nei pressi di San Casciano, nel Chianti, bevendo vino, mangiando la finocchiona e giocando a tavola reale, oggi backgammon, coi villici locali.
Ma anche altri grandi personaggi erano frequentatori di osterie. In quella ancora oggi esistente del Chiuchiolino (da ciuc, “ubriaco”), un locale attestato nel 1435 ma già famoso prima, lungo una strada che fiancheggia il meraviglioso Duomo romanico di Ferrara, sono passati Lodovico Ariosto e Torquato Tasso. Niccolò Copernico, nei suoi anni ferraresi, aveva casa sopra l’osteria, che vide anche, fra le sue mura, Benvenuto Cellini e Tiziano Vecellio.
Consci di questi nobili predecessori, amavamo pure le poesie di François Villon, studente, ladro e assassino (che emozione, da giovani, sentirsi così perversi, così controcorrente), personaggio della metà del 1400, condannato a morte per impiccagione, pena in seguito tramutata dal re in dieci anni di prigione, per poi scomparire per sempre dalle pagine della storia.
Così ci piaceva immaginare l’osteria, luogo dove si beveva, si giocava a dadi, a carte (però, come detto, solo dal 1300), frequentata da gente di bassa lega e da donne di non chiara virtù, anche se avremmo fatto volentieri a meno delle risse a coltello in cui potevano incorrere i giocatori di passatella, praticata dai popolani romani delle stampe di Bartolomeo Pinelli all’inizio dell’Ottocento. Era un gioco feroce. Un gruppo di amici (amici?) comprava una damigiana di vino e prendeva posto in osteria. A sorte (spesso pilotata) si eleggevano un capo e un sottocapo, i quali sceglievano per primi – per diritto d’elezione – un compagno cui passare la damigiana, secondo una logica espressa da filastrocche spesso improvvisate. Scopo del gioco era far sì che il vino fosse consumato da tutti i compagni tranne uno, detto l’ormo (voce romanesca per l’albero dell’olmo), per umiliarlo e farne lo zimbello del gruppo.
Probabilmente l’origine dell’epiteto era da ricercarsi nelle caratteristiche della pianta, un legno asciutto che non dà frutti commestibili, oppure si voleva alludere al fatto che l’olmo era impiegato a sorreggere la vite senza poter godere del vino che la stessa vite avrebbe prodotto.
Per l’insita crudeltà del gioco e con i giocatori regolarmente ubriachi persi, il tutto finiva spesso in risse a coltello, talvolta con esiti letali. Come capitò, chissà per quali altri motivi, a Christopher Marlowe, poeta e drammaturgo elisabettiano, morto accoltellato appunto in una rissa d’osteria.
Che non era evidentemente posto per brave persone. Nel 1417 il vescovo Albergati, di Bologna, proibisce l’apertura delle osterie nei giorni festivi, per motivi di ordine pubblico, definendole “ricettacolo di ubriachi e di tagliagola”. E se nel novembre del 1499 Cesare Borgia, duca di Valentino, fratello di Lucrezia e figlio di papa Alessandro VI, in visita ai Bentivoglio, preferisce sostare all’osteria del Quaquarello, presso il Ponte Lungo sul Reno (ma non era esattamente un bravo ragazzo), i governanti di Bologna continuano a mettere bandi sulle osterie.
Nel giugno del 1610 il cardinale Giustiniani vieta a “chiunque habbi moglie, o figli, o sia figlio di famiglia, o alle meretrici, o altre donne di mala vita abitanti in Bologna” di andare a mangiare o a bere nelle osterie. Per i padri presi sul fatto “tre tratti di corda” – ovvero una tortura che consisteva nel legare i polsi del malcapitato dietro la schiena e poi nel sollevarlo con una carrucola – e venticinque scudi di multa; per le prostitute dieci scudi, frusta, berlina ed esilio. Nel 1756 il cardinale Serbelloni ordina agli osti di tenere un buon comportamento, altrimenti sarebbero stati puniti con tre tratti di corda e altri tormenti corporali.
Ma quanto beveva quella gente?
Dobbiamo pensare a una società dove un ristretto gruppo di aristocratici si concedeva pranzi di quindici, venti portate, ognuna delle quali spaventerebbe un buon mangiatore d’oggi. Stavano a tavola da mezzogiorno fino a notte inoltrata; morivano poi di gotta a trent’anni.
Dall’altra parte c’era un popolo affamato, disperato, pieno di malattie; che viveva in un continuo stato di stupidità. Un fraticello arriva a scrivere in un suo trattato di aggiungere alla farina per fare il pane dei poveri della segatura di legno di pero, perché più facilmente digeribile (come abbia fatto a scoprirlo resta un mistero). Giulio Cesare Croce, poeta popolare e cantastorie bolognese della seconda metà del Cinquecento, ha un continuo chiodo fisso, quasi un delirio, sul cibo. Si diffonde il mito del Paese di Cuccagna, con le viti intrecciate alle salsicce, monti di maccheroni sovrastati da nevicate di formaggio e solcate da fiumi di vino. Il vino, che probabilmente non costava tanto, era cibo e droga, sfogo e consolazione, e l’osteria l’unico luogo di ritrovo.
A Bologna, nel 1666, furono portate 60.000 castellate (carri per vino); una castellata era di 786 litri: quindi sono più di 47 milioni di litri di vino. Si trattò sicuramente di un’annata eccezionale. Ma guardiamo altri dati: fra il 1633 e il 1782 ogni anno abbiamo una media di 24 milioni di litri di vino. La popolazione...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Nuovo dizionario delle cose perdute
- Le pezze al culo
- I vespasiani
- Il Traforo
- Il fungo cinese
- La merenda
- Le cartoline
- I buoni vecchi fiumi
- Le osterie
- I deflettori
- I rimedi casalinghi
- L’autoradio
- I calendarietti dei barbieri
- Coppi, Bartali e la maglia nera
- Le granite
- I carri gommati
- La carta carbone
- Il bucato
- L’autostop
- Le scarpe
- Le uova sotto calce
- Il luogo comodo
- Le drogherie
- La letterina di Natale
- L’idrolitina
- Le cabine telefoniche
- La catena di sant’Antonio
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