Splendore
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Splendore

  1. 312 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

"Avremo mai il coraggio di essere noi stessi?" si chiedono i protagonisti di questo romanzo. Due ragazzi, due uomini, due incredibili destini. Uno eclettico e inquieto, l'altro sofferto e carnale. Una identità frammentata da ricomporre, come le tessere di un mosaico lanciato nel vuoto. Un legame assoluto che s'impone, violento e creativo, insieme al sollevarsi della propria natura. Un filo d'acciaio teso sul precipizio di una intera esistenza. I due protagonisti si allontanano, crescono geograficamente distanti, stabiliscono nuovi legami, ma il bisogno dell'altro resiste in quel primitivo abbandono che li riporta a se stessi. Nel luogo dove hanno imparato l'amore. Un luogo fragile e virile, tragico come il rifiuto, ambizioso come il desiderio. L'iniziazione sentimentale di Guido e Costantino attraversa le stagioni della vita, l'infanzia, l'adolescenza, il ratto dell'età adulta. Mettono a repentaglio tutto, ogni altro affetto, ogni sicurezza conquistata, la stessa incolumità personale. E ogni fase della vita rende più struggente la nostalgia per quell'età dello splendore che i due protagonisti, guerrieri con la lancia spezzata, attraversano insieme. La voce narrante del protagonista ha la limpidezza poetica, l'ingenua epicità dei grandi inetti della letteratura, s'impenna funambolica, s'immerge tragica e gioiosa nelle mille insenature di questo romanzo che è insieme classico e sperimentale. Un romanzo che cambia forma come cambia forma l'amore. Scortica pregiudizi, ci espone alla vertigine, ci libera. Ha la solitudine, l'audacia, la virulenza malinconica di tutti gli amori non perdonati, che inseguono l'illusione di uno splendore possibile. Un romanzo che non somiglia a nessun romanzo, perché una storia d'amore non somiglia a nessun'altra storia d'amore. Ma la storia di Guido e Costantino è anche un viaggio attraverso i molti modi della letteratura, un caleidoscopio di suggestioni che attraversa l'archeologia e la contemporaneità... una Roma ventriloqua, lacustre, gli echi della mitologia greca, e una Londra turbìna di stravaganze. Osa addentrarsi nelle pieghe più scomode dell'amore, che sovrasta gli uomini stessi che lo provano, quello che gli artisti da sempre cercano di catturare perché trova nella propria bellezza la ragione di esistere, al di sopra di ogni giudizio. Margaret Mazzantini ci affida un romanzo ipnotico, dotato di una luce che ti fucila alle spalle, che avanza con l'urgenza folle e anticonformista di un narratore che rivendica il diritto di trasformare la vergogna in bellezza. Il diritto della letteratura, quello di risvegliarci lasciandoci nello stupore di un fragoroso sogno. Perché il vero scandalo sarebbe non aver cercato se stessi. E alla fine sappiamo che ognuno di noi può essere soltanto quello che è. E che il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804638087
eBook ISBN
9788852045899

Splendore

A Sergio, ancora una volta
I was born like this, I had no choice
I was born with the gift of a golden voice
LEONARD COHEN, Tower of Song
Era il figlio del portiere. Suo padre aveva le chiavi di casa nostra, quando partivamo innaffiava le piante di mia madre. Per un periodo ci furono due nastri azzurri sullo stesso portone, il suo più scolorito del mio perché era più vecchio di qualche mese. C’incontrammo durante tutta l’infanzia, lui scendeva io salivo. C’era il divieto di giocare in cortile dove una grande palma spazzolava la quiete dei vecchi inquilini. Un casamento d’epoca fascista accanto al Tevere. Lo vedevo dalla finestra, mentre scivolava con il pallone sotto il braccio nel canneto lungo il fiume.
Sua madre faceva le pulizie negli uffici al mattino presto. Era organizzato, metteva la sveglia, apriva il frigorifero e si riempiva la tazza di latte. Calzava bene il berretto, si chiudeva il cappotto. Ci trovavamo più o meno allo stesso punto tutti i giorni. Io ero molto più assonnato di lui. Mia madre mi teneva la mano, lui era sempre per conto suo. Ciao. Si portava dietro un odore di cantina, di sottosuolo urbano. Faceva tre passi e un saltello. Tre passi e un saltello.
Non ho avuto fratelli, ho trascorso le ore solo. Steso su un tappeto con un pupazzo tra le mani, da far sparare, da far lottare. Il sabato pomeriggio mia madre mi portava in libreria o a teatro. Solo la domenica avevo entrambi i genitori. Mio padre comprava i giornali e li leggeva sui divani di cuoio del circolo dove pranzavamo. Ma a volte andavamo in bicicletta, si fermava lungo il fiume e mi faceva vedere gli uccelli che galleggiavano sulla corrente verso il mare.
Mangiavo in cucina, cibi senza sostanza e senza sapore davanti a una domestica di spalle che rigovernava. Cambiò molte volte, ma per me fu sempre la stessa, una figura mite ma nemica che consentì a mia madre di abbandonarmi durante tutta l’infanzia. Georgette era architetto ma non esercitava la professione, era attivista di Italia Nostra e preda di una convulsa passione verso ogni forma di volontariato culturale, così non aveva mai orari precisi.
Quando tornava a casa si toglieva le scarpe e parlava con mio padre dei suoi radiosi incontri, delle sue battaglie contro lo sventramento del centro storico. Era una belga di origini umili, figlia di italiani emigrati, così la sua fame da adulta era tutta volta verso quel pane squisitamente intellettuale che da bambina a casa sua, quella di un modesto casellante, le era così mancato.
Mio padre, al contrario, era un uomo silenzioso e monotono nelle sue attività. Per me un rivale senza attrattiva, con la spada spuntata. Amava intensamente mia madre, la guardava come me, allo spasmo di se stesso: un uccello esotico entrato per errore in quella casa, il tempo di sbattere un po’ tra quelle mura, di toglierci il respiro.
Il pianerottolo era a pianta ellittica con marmi romboidali verdi e neri, la balaustra rifinita in bronzo, l’ascensore era una elegante cabina di ciliegio e vetri che saliva a vista lungo la tromba delle scale. I fili neri degli ingranaggi scorrevano lenti e oliati. Gli ospiti si guardavano nello specchio, si aggiustavano un bavero, l’espressione del viso, durante quel tragitto ascensionale che li sollevava dal mondo e li lasciava per un po’ di fronte a se stessi in quella maestosa cabina che, con il suo odore di cera da legno, la sua luce fioca, pareva un confessionale. Il Palazzo di Giustizia era a pochi isolati, sul nostro pianerottolo c’era lo studio di un notaio e al piano sopra quello di un illustre avvocato. Passai l’infanzia a immaginare quella gente che saliva, le loro facce, i loro abiti, i loro sentimenti.
Mi soffermo su questo ascensore perché esso rappresentava l’elemento meccanico che univa il basso all’alto, la strada al nostro appartamento, il rumore al silenzio dei luoghi vuoti. La famiglia del portiere non aveva ragione di usarlo. Erano gli unici inquilini del substrato, una buia rampa di scale scendeva verso le cantine, lì dove c’era l’ingresso della loro abitazione. Non li vedevo mai né entrare né uscire. Solo rare volte, il sabato pomeriggio, capitava di incontrarli di ritorno dal magazzino all’ingrosso dove facevano le provviste per tutto il mese, il padre portava sulle spalle le confezioni di pelati, di olio di semi. I bambini erano vestiti decentemente con giacche imbottite per il freddo, la bambina grande aveva un copriorecchie di pelo bianco. A differenza del fratello alzava gli occhi per guardarmi, lei sì che sembrava voler sfidare un altro mondo. Un coniglio curioso che annusa un avvenire oltre la gabbia. Costantino no, non ricordo di avergli mai visto il viso. Solo quella schiena curva, morbida e solida. Spariva. Aveva fretta di sparire. Doveva essere la loro giornata di festa, la loro allegria.
Immaginavo quella casa umida, quei cibi scadenti sparsi sulla tovaglia di plastica davanti al fremito azzurro del televisore. Il padre fumatore, con una macchia di psoriasi sulla fronte, la madre bassa come un cavatappi, l’odore fisso della varechina con cui puliva le scale del palazzo che ormai doveva esserle entrato nella pelle, dalle mani rosse su fino ai gomiti screpolati. Eppure alle sei di sera, ogni giorno, quando la portineria chiudeva, loro si rintanavano tutti sotto lo stesso neon, i compiti sul tavolo di cucina.
Io studiavo sul pavimento con la schiena incollata al muro accanto alla porta d’ingresso, credo di averci lasciato il segno, su quel muro, come nella stalla dove batte il culo il cavallo. Era semplicemente il luogo più vicino al mondo, al rumore della vita. La casa vuota, solo una stanza illuminata in fondo dove la domestica stirava. Una sagoma di donna che non era mia madre. Come quei fantocci che vegliano le vigne. Avrei preferito essere solo, accettare la crudeltà dell’abbandono invece che quell’inganno. L’Italia da Paese di emigranti cominciava in quegli anni ad accogliere i primi flussi migratori. Quando la vecchia domestica sarda tornò indietro, Georgette aprì la porta a somale, magrebine, eritree. Mi consegnò ai loro odori, ai loro sorrisi di maschere africane. Ero il bambino ideale per una domestica straniera, un corpo silenzioso, quasi invisibile. Se ne andavano verso la lavanderia afflitte dalla loro cupa nostalgia. Fu il primo esercizio umano che feci, affogare sotto quei grembiuli a quadretti, restare a distanza in compagnia di quelle vite distanti intere civiltà. Imparai che l’asse da stiro è il regno magico di queste vite, il calore unito all’iterazione del gesto consente loro astensioni totali dal reale, riagganciano il destino interrotto, una palafitta, un lurido mercato di semi e capre. A volte mi mostravano le fotografie dei loro figli, io guardavo quei musi messi in posa, incalliti di povertà.
Incollato al pavimento accanto alla porta, irremovibile, mi lasciavo trafiggere dalle ombre, coprire dal buio. Attendevo il ritorno di mia madre, i suoi polpacci slanciati, i lembi del suo cappotto, la voce dell’unica donna che aveva il diritto di abitare quella casa e occupava l’interezza del mio cuore. E se anche ero arrabbiato, il bisogno di lei, la sola idea di rivederla mi faceva sciogliere di lacrime, dei più teneri e sconfortanti pensieri d’amore. Giacevo accanto a quella porta come un vuoto guscio, svuotato da macabre congetture, nel pensiero fisso che potesse accaderle qualcosa. Ogni scatto d’ascensore era una lunga pausa, un doloroso sussulto seguito da un’apnea, in cui pregavo e diventavo un docile topo in attesa del formaggio. Oh, conosco così bene quel rumore di ferro che frena, di legno che si richiude mollemente! Mi seguirà fino alla fine dei miei giorni il languido rumore dell’attesa, e il suo diritto negato, sbarrato. Passi che sembrano avvicinarsi e poi si allontanano inesorabilmente, s’infilano in un altro luogo, in un’altra famiglia.
Mio padre mi trovava in quella posizione raggomitolata, credeva fosse un sistema mentale, quel modo mio di studiare per terra, i libri sulle gambe piegate. Era un dermatologo, tornava a casa pallido, ingrigito, simile a un pezzo di carne lessa senza più sostanza, avanzava nel brodo dei luoghi conosciuti, accendeva una luce, lasciava l’impermeabile.
– Raccontami qualcosa, Guido, cosa hai fatto oggi?
Non importava che io non rispondessi. Lo seguivo rincuorato dalla sua presenza, ma era come seguire insieme un corteo funebre, l’assenza di lei camminava davanti alle nostre vite. Sovente mangiavamo soli, quando gli impegni di Georgette si prolungavano oltre la sera.
Io lottavo contro il sonno, fino all’impossibile. Poi crollavo come un combattente sparato. Sapevo che anche nel cuore della notte lei non mancava mai di curvarsi sul mio letto e di baciarmi, di strofinare il naso nei miei capelli, di contare le dita della mia mano aperta. Sepolto vivo nel sonno, sognavo il suo amore che arrivava troppo tardi, quando già non riuscivo a svegliarmi, e piangevo al dolore di non poterne godere lucido, realmente.
Suo fratello Zeno abitava due piani sopra di noi, in un attico che ricordava una palude dorata, un basso impero.
Era un critico d’arte, un uomo alto, robusto, passionale ma tetro, gli occhi lucidi come due biglie d’acciaio, lo sguardo bruciante. La sua casa, sempre con le tende tirate, era un reliquiario di antichi cataloghi e tele ammassate, abitata solo da sculture e dalle loro ombre. Riceveva mercanti, artisti dallo sguardo folle, lacustri figure ecclesiali. Il Vaticano era lì, a pochi metri in linea d’aria, dal terrazzo del suo studio si vedeva la cupola di San Pietro, i suoi oculi sulla calotta chiara, il volo degli uccelli intorno.
Fu una delle prime lezioni d’arte che mi fece. Una giornata di vento ghiaccio mi tenne lì fuori a incimurrirmi, nessun dietrofront verso il calore dell’interno. Mi raccontò, agitando le mani nel cielo livido, il disegno originario del Bramante, poi il misero progetto del Sangallo con i suoi insulsi pennacchi, che Michelangelo scardinò per tornare alla centralità della basilica. Era scapolo e aborriva i bambini, ma quel giorno, avevo più o meno otto anni, dovetti sembrargli cresciuto abbastanza per una relazione intellettuale. Intendeva plasmarmi, quello che mia madre aveva sempre desiderato.
Aveva una compagna, alta e scheletrica, che gli girava intorno come una giraffa ferita e che zio non portava mai con sé nei pranzi di famiglia. Di lui si occupava Georgette. Non conosco bene la storia di questi due fratelli. La mia non è una casa nella quale si è mai parlato. So che restarono orfani molto presto, che Zeno fece un grosso affare vendendo un quadro proveniente da una canonica della Vallonia e si presentò dalla sorella con una Porsche decappottabile 550, identica a quella con la quale si schiantò James Dean, lasciarono il Belgio e fecero ritorno in Italia. Mia madre si sposò, ma rimasero sempre vicini, uno di quei legami indissolubili che si nutrono nell’oscurità dei ricordi. Georgette gli sbrigava la corrispondenza, organizzava la sua agenda, lo seguiva nelle conferenze che lui teneva negli atenei, nelle case d’aste, in alberghi montani e marini. Apriva la porta a nobili finiti in disgrazia con pezzi di collezioni di famiglia coperti da giornali sotto il braccio, ai galleristi del centro che venivano per un’expertise. Zeno si toglieva gli occhiali, avvicinava le pupille nude alle opere, le circumnavigava, le annusava letteralmente. Si fissava sempre lontano dal centro, su un dettaglio laterale, una pennellata persa nel fondo. Di fronte alla bellezza si commuoveva, ma era facilmente irascibile. Detestava i tagli di Fontana e tutti gli spazialisti. A volte urla imperiose si sollevavano da quelle stanze oleose, gente che indietreggiava inciampando nelle scale.
A parte una rigida mano posata sulla mia testa in fondo a qualche Natale, non ricordo alcun gesto d’affetto verso di me, il suo unico nipote. Il fatto che mia madre lo amasse così tanto suscitava in me una timorosa fascinazione e una muta gelosia. Anche mio padre aveva avuto un fratello, ma era morto giovanissimo. Gli restava una sorella, Eugenia, con i capelli corti brizzolati e vestita come un uomo, sposata ma senza figli. La nostra era una famiglia di adulti rigidi e stravaganti e di infiniti vecchi. Solitario bambino, ero guardato con timore come una sorta di insetto kafkiano che avrebbe potuto, ingigantendosi, divorarli. Ricevevo regali deprimenti, domini, ombrelli.
Una volta zio Zeno mi regalò un mosaico in pietra da comporre. Al culmine di un pomeriggio di tristezza sollevai quella scatola pesantissima e la scaraventai dalla finestra. Attraverso i listelli della persiana seguii il volo, vidi la scatola aprirsi e i pezzi rovesciarsi e spargersi nel cortile. Vidi il portiere accanto alle aiuole che guardava in alto e mi ritrassi. Erano gli anni in cui fantasticavo il suicidio. Non ho mai desiderato uccidermi così tanto come durante l’infanzia. Il lancio del mosaico era una prova del tonfo mortale. Il campanello suonò.
Il figlio del portiere era sulla soglia, la sua faccia squadra...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Splendore
  4. Copyright