
- 406 pagine
- Italian
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Casa senza custode
Informazioni su questo libro
La ricerca di un'identità e di una società più giusta da parte di due amici, orfani di guerra, testimoni degli eccidi e delle violenze naziste. In questo libro Heinrich Böll non tematizza la guerra, ma ne scorge i riflessi nella ricostruzione sempre difficile e ambigua del presente.
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9788804483908eBook ISBN
9788852046506Casa senza custode
I
Quando sua madre, di notte, metteva in moto il ventilatore, Martin si destava, benché le ali di gomma dell’apparecchio non producessero che un rumore assai lieve: una specie di molle ronzio, che di tanto in tanto si arrestava, quando la tendina s’impigliava tra le pale. Sua madre, allora, scendeva dal letto, andava, imprecando sottovoce, a liberare la tendina dal congegno e la serrava tra i battenti della biblioteca. Il paralume della lampada a stelo di sua madre era verde: un bel verde acqua, imbevuto di luce gialla. Il bicchiere di vino rosso che stava sul tavolino da notte gli pareva quasi inchiostro: un veleno scuro, greve, che sua madre beveva a piccoli sorsi. Essa leggeva e fumava, e solo di rado prendeva un sorso di vino.
Martin la osservava attraverso le palpebre socchiuse, restando perfettamente immobile per non farsi notare, e seguiva con gli occhi il fumo della sigaretta, che si spostava verso il ventilatore: strati di vapore bianco e grigio che, entrati nell’aereo vortice, venivano sminuzzati e dispersi dalle molli, verdi pale di gomma. Il ventilatore era grande come quelli che si vedono nei magazzini: un pacifico arnese ronzante che in capo a pochi minuti purificava l’aria della stanza. Dopo di che sua madre premeva il pulsante che si trovava sulla parete accanto al suo letto, là dov’era appeso il ritratto del padre: un giovanotto sorridente con la pipa in bocca, troppo giovane per essere il padre di un ragazzo di undici anni. Il padre era giovane come Luigi, il commesso della gelateria, giovane come il timido maestrino nuovo; era molto più giovane della mamma, che aveva l’età delle madri degli altri ragazzi. Il padre era un efebo sorridente, che da alcune settimane gli appariva anche in sogno, ma diverso da com’era nel ritratto: una figura tristemente afflosciata su se stessa, che sedeva su una specie di macchia d’inchiostro come su una nuvola, privo di volto, eppure in lacrime, come chi stia già aspettando da milioni di anni, vestito di un’uniforme senza gradi, senza decorazioni: un estraneo insinuatosi improvvisamente nei suoi sogni, e che era diverso da come lo avrebbe desiderato.
L’importante era di non muoversi, di respirare appena, di non aprire gli occhi, perché così, dai rumori della casa, riusciva a capire che ora fosse: se Glum non si faceva più sentire, erano le dieci e mezzo; se non si sentiva più Alberto, erano le undici. Di solito, però, egli udiva ancora il passo calmo e pesante di Glum nella camera di sopra, o Alberto che fischiettava in sordina lavorando nella camera accanto, e spesso, a ora tarda, Bolda scendeva ancora le scale per andarsi a friggere qualcosetta giù in cucina. Sentiva il suo passo strascicato, lo scatto esitante dell’interruttore della luce: ma, quasi sempre, essa non riusciva a evitare l’incontro con la nonna, la cui voce cupa echeggiava allora nell’anticamera: «Sicché, mangiona del diavolo, vai ancora a prepararti qualcosa nel cuor della notte? Cosa friggi, cosa cuoci, cosa combini ancora?». Bolda, allora, scoppiava a ridere con la sua voce acuta: «Proprio così, vecchia ciabatta, ho ancora fame: vuoi qualcosa anche tu?». Seguiva un’altra stridula risata di Bolda e un cupo «Puah!» di schifo della nonna. Ma spesso le due donne si limitavano a bisbigliare tra di loro, e Martin allora non sentiva altro che una risata ogni tanto: vivide quelle di Bolda, buie quelle della nonna.
Glum, invece, che andava su e giù nella camera di sopra, leggeva libri curiosi, intitolati Teologia dogmatica e Teologia morale. Alle dieci in punto spegneva la luce, andava in camera da bagno, su al primo piano, e si lavava. Lo scrosciare dell’acqua e quel caratteristico puff quando la fiamma centrale accendeva le tante fiammelle dello scaldabagno. Poi Glum tornava in camera sua, spegneva il lume e, al buio, s’inginocchiava a pregare accanto al letto. Martin sentiva benissimo quando Glum batteva con le sue pesanti ginocchia sul pavimento, e quando in ogni altra parte della casa regnava il silenzio, lo udiva mormorare di sopra: Glum, lassù al buio, mormorava a lungo. Quando poi si alzava e faceva stridere le molle del letto, erano le dieci e mezzo precise. Tutti quanti, in casa, tranne Glum e Alberto, erano molto irregolari nelle loro abitudini: Bolda era capace di scendere ancora a mezzanotte in cucina a farsi bollire una tisana soporifera di foglie di luppolo, ch’essa teneva a portata di mano in un cartoccio marrone; e la nonna, certe volte, in piena notte, quando l’orologio aveva già sonato l’una da un pezzo, andava in cucina, si riempiva un bel piatto di pane e costolette, e se ne tornava in camera sua con una bottiglia di vino rosso sotto il braccio. Talvolta anche, nel cuor della notte, le accadeva improvvisamente di scoprire che la sua scatola di sigarette era vuota: una bella scatola di porcellana celeste, in cui poteva vuotare due pacchetti da venti. Allora, imprecando a bassa voce, cominciava a girare per la casa in cerca di sigarette: gigantesca vegliarda dai capelli chiarissimi, biondi, e dal viso roseo, che, ciabattando, andava prima da Alberto, l’unico che fumasse sigarette che fossero di suo gusto. Glum non fumava che la pipa e quanto alla marca usata da sua madre, la nonna non la poteva soffrire («Robaccia insipida, da donne! Mi vien male solo a vederle, ’ste paglierine»). Quanto a Bolda, nell’armadio non aveva mai altro che un paio di sigarette macchiate e mezze schiacciate, con cui rendeva felici il postino e l’elettricista: sigarette che attiravano i sarcasmi della nonna. «Si direbbe che le hai ripescate dall’acqua benedetta e messe ad asciugare, vecchia sciattona. Sigarette da monache, puah!» Certe volte in tutta la casa non c’era l’ombra di una sigaretta decente, e allora zio Alberto doveva rivestirsi in piena notte e andare in città con la sua automobile a comprarne, oppure lui e la nonna racimolavano monete da un marco o da cinquanta centesimi, e Alberto andava a far provvista dal distributore automatico. In quei casi, la nonna non si accontentava di averne rimediate dieci o venti: ne voleva subito cinquanta, in pacchetti rosso sangue su cui c’era scritto Tomahawk, Virginia originali, sigarette lunghe lunghe, bianchissime, molto forti.
«Oh, sembrano così belle fresche, ragazzo mio» e abbracciava Alberto in corridoio, quando rientrava, gli dava un bacio e mormorava: «Se non ci fossi tu, mio caro, se non ci fossi tu... Nemmeno un figlio sarebbe meglio di te».
Allora, finalmente, lei si ritirava in camera, mangiava le sue larghe fette di pane abbondantemente coperte di burro e di carne, beveva il suo vino e fumava.
Alberto era quasi metodico quanto Glum: dalle undici in poi, in camera sua, regnava un silenzio assoluto. Tutto quel che accadeva dopo le undici, in casa, era da ascrivere alle donne: alla nonna, a Bolda, alla mamma. La mamma non si alzava che di rado, ma leggeva a lungo e fumava sigarette leggere e molto piatte, che sfilava da un pacchetto giallo. Moschea, Orientali genuine c’era scritto sopra, ed essa non beveva che di tanto in tanto un sorso di vino, e ogni ora metteva in moto il ventilatore per far sparire il fumo dalla stanza. Tante volte, però, la mamma era assente, o la sera tornava a casa con visite, e allora lo trasportavano di là, nella stanza di zio Alberto, e lui faceva finta di dormire. Odiava, infatti, le visite, anche se gli piaceva dormire in camera di zio Alberto. Si faceva così tardi, quando c’erano visite: le due, le tre, le quattro di notte, spesso arrivavano le cinque, e allora Alberto, la mattina, restava addormentato, e non c’era nessuno che facesse colazione con lui, prima di andare a scuola. Glum e Bolda erano già fuori, sua madre dormiva sempre fino alle dieci e la nonna non si alzava mai prima delle undici.
Benché ogni volta si proponesse di restar sveglio, Martin di solito si riaddormentava appena il ventilatore veniva fermato. Ma quando la mamma leggeva per molto tempo, lui si ridestava una seconda, una terza volta, specie se Glum s’era scordato di lubrificare l’apparecchio: quello, infatti, ai primi giri cominciava a stridere, poi aumentava man mano di velocità, in un vorticare sempre più liscio e silenzioso, ma intanto i primi striduli giri l’avevano già svegliato, e ora vedeva sua madre coricata nel medesimo atteggiamento di prima: giaceva appoggiata al gomito e leggeva, la sigaretta nella sinistra, e il vino, nel bicchiere, non era diminuito. Talvolta la mamma leggeva anche la Bibbia, oppure le vedeva in mano il libriccino di preghiere legato in pelle marrone, e allora, per certi motivi che non sapeva spiegarsi, egli provava una certa vergogna, cercava di prendere sonno o tossiva per farsi notare. Era tardi, e in casa tutti dormivano. Sua madre, sentendolo tossire, si alzava subito e gli si accostava al letto. Gli posava una mano sulla fronte, lo baciava in viso e chiedeva sottovoce:
«Non hai mica niente, no, tesoro?»
«No, no» diceva lui senza aprire gli occhi.
«Spengo subito la luce, sai.»
«No, continua pure a leggere.»
«Davvero non ti senti niente? Febbre mi pare che tu non ne abbia.»
«No, non mi sento niente. Davvero.»
Lei, allora, gli tirava su le coperte fino al mento e lui si stupiva della leggerezza della sua mano. Essa tornava a letto, spegneva la luce e lasciava girare al buio il ventilatore finché l’aria non s’era tutta rinnovata: e mentre il ventilatore era in funzione gli parlava.
«Non la vuoi proprio la camera su al primo piano accanto a Glum?»
«No, lasciami stare qui.»
«O il salotto, qui vicino? Potremmo benissimo sgombrarlo.»
«No, no, davvero.»
«La camera di Alberto, forse? Alberto ne prenderebbe un’altra.»
«No.»
Finché a un certo punto il ventilatore cominciava a girare più adagio, e lui allora capiva che sua madre, al buio, aveva premuto il bottone.
Ancora qualche stridulo giro e tutto era silenzio. Sentiva allora, nell’oscurità, lontanissimi i treni, e un fragore duro e sonante quando i singoli carri merci facevano manovra per formare il convoglio.
Vedeva davanti a sé il cartello: “SCALO MERCI EST”. C’era stato una volta con Welzkam. Lo zio di Welzkam vi lavorava come fuochista sulla locomotiva che spinge i diversi vagoni sul binario di manovra.
«Dobbiamo dire a Glum di ungere il ventilatore.»
«Glielo dico io.»
«Sì, diglielo, ma adesso dormi. Buona notte.»
Ma in questi casi Martin non riusciva a riaddormentarsi, e sapeva che non dormiva nemmeno sua madre, benché se ne stesse coricata immobile. Oscurità e silenzio tra i quali, lontano, lontano e come irreali giungevano di tanto in tanto i tonfi dello scalo merci est, e dal silenzio pullulavano parole, entravano in lui, parole che lo inquietavano: la parola che la madre di Brielach aveva detta al fornaio, quella stessa parola che c’era sempre scritta nell’atrio della casa dove abitava Brielach, e la parola nuova che Brielach aveva acchiappata a volo e ora ripeteva continuamente: “immorale”. Pensava spesso anche a Gäseler, ma quello era così lontano che, pensando a lui, non sentiva né terrore né odio, ma solo un vago fastidio, al punto che aveva molto più paura della nonna, che di continuo gli scagliava dentro quel nome, lo tirava fuori, glielo riscagliava dentro, benché Glum ne scotesse così energicamente la testa.
Più tardi si accorgeva che la mamma si era addormentata, ma lui continuava a non poter prendere sonno: si sforzava di far emergere dall’oscurità l’immagine di suo padre, ma non riusciva a trovarla. Gli si movevano incontro migliaia di immagini sciocche, tratte da film, da giornali illustrati, da albi a fumetti: Blondie, Cassidy e Paperino, ma suo padre non veniva. Veniva lo zio Leo di Brielach, veniva il fornaio, venivano Grebhake e Wolters, quei due che avevano fatto cose impudiche tra i cespugli: visi paonazzi, calzoni sbottonati e il sentore amaro delle foglie novelle. Immorale era lo stesso che impudico? Ma il padre non veniva mai, quell’uomo che sulle fotografie aveva un aspetto troppo spensierato, lieto, giovanile per essere un padre sul serio. Il distintivo dei padri era l’uovo a colazione, e suo padre non era tipo da uovo a colazione. Il distintivo dei padri era la vita metodica, una qualità che zio Alberto possedeva fino a un certo punto; ma suo padre non faceva pensare alla vita metodica. Per vita metodica s’intende: levata, uovo a colazione, lavoro, giornale, ritorno a casa, sonno. Tutto ciò non si addiceva a suo padre, che giaceva sepolto lontanissimo, ai margini di un villaggio russo. Adesso, dopo dieci anni, si era forse già ridotto come lo scheletro esposto al Museo di Sanità? Una carcassa ossuta e ghignante, appuntato e poeta, sconcertante miscuglio di qualità diverse. Il padre di Brielach era stato sergente maggiore, sergente maggiore e meccanico d’automobili. I padri di altri ragazzi erano: maggiore e direttore, maresciallo e ragioniere, caporalmaggiore e redattore; ma nessun altro ragazzo aveva avuto il padre appuntato, nessun altro ragazzo aveva avuto il padre poeta. Lo zio Leo di Brielach era stato sergente maggiore, sergente maggiore e conducente tranviario: foto a colori sull’armadio di cucina, tra i barattoli del semolino e della tapioca. Che cos’era la tapioca? Parola misteriosa, che ricordava il Sudamerica.
Più tardi venivano a galla certe domande del catechismo: cifre vacillanti, cui si collegavano una domanda e una risposta.
Domanda n. 11: “Come tratta Iddio il peccatore che vuole emendarsi?”. Risposta: “Dio perdona volentieri il peccatore che vuole emendarsi”. E lo sconcertante versetto: “Se terrai conto dei nostri peccati, Signore, chi si salverà al tuo cospetto?”.
Nessuno si sarebbe salvato. Secondo l’assoluta certezza di Brielach, tutti gli adulti erano immorali e tutti i bambini impudichi. La madre di Brielach era immorale, zio Leo anche, il fornaio probabilmente sì, e forse anche la mamma, cui in anticamera bisbigliavano sempre dei rimproveri: «Ma dov’è che gironzoli sempre?».
C’erano eccezioni riconosciute anche da Brielach: zio Alberto, il falegname del piano di sotto, la signora e il signor Borussiak, Glum e Bolda... Ma sopra tutti stava la signora Borussiak, dalla voce scura e così piena: la signora Borussiak che da sopra la camera di Brielach cantava in cortile canzoni meravigliose.
Pensare, al buio, alla signora Borussiak, era bello, consolante e privo di pericolo: “Verde era il paese della mia infanzia” cantava spesso, e quando lo cantava Martin non vedeva più altro che verde: pareva che gli mettessero un filtro davanti agli occhi, per cui tutto diventava verde. Anche ora, nel letto, al buio, se pensava alla signora Borussiak, se immaginava di sentirla cantare, vedeva tutto verde attraverso le palpebre chiuse. “Verde era il paese della mia infanzia.”
Bella era poi la canzone della valle di lacrime: “Stella del mare, io ti saluto...” e anche al “ti saluto” tutto diventava verde. A un certo punto, quindi, si addormentava, a un punto qualsiasi tra la voce della signora Borussiak e la parola che la madre di Brielach aveva detta al fornaio: una parola da zio Leo, una parola sibilata della calda, oscura cantina del fornaio, tra il profumo dei dolci; una parola di cui, grazie alla consulenza di Brielach, egli aveva appreso il significato. Aveva a che fare con l’unione tra uomo e donna, era strettamente collegata al sesto comandamento, era immorale e faceva pensare al versetto che tanto lo occupava:
“Se terrai conto dei nostri peccati, Signore, chi si salverà al tuo cospetto?”
Forse, però, si era addormentato pensando a Cassidy, cavaliere coi fiocchi che viveva avventure coi fiocchi, forse un tantino melenso, com’erano melensi gli ospiti che la mamma portava sempre a casa. Comunque era contento di sentir respirare sua madre: spesso il suo letto restava vuoto per giorni di seguito, e la nonna, in anticamera, bisbigliava alla mamma il solito rimprovero: «Ma dov’è che gironzoli sempre?». La mamma non rispondeva.
Era un bel rischio, svegliarsi la mattina. Se Alberto, quando veniva a destarlo, indossava una camicia pulita e la cravatta, allora tutto andava bene: si faceva una regolare colazione nella camera di Alberto, con molto tempo a disposizione, e non c’era alcun bisogno di affannarsi. Martin, anzi, poteva persino ripassare ancora una volta i compiti con zio Alberto. Ma se Alberto era ancora spettinato, in pigiama, con la faccia piena di rughe, allora bisognava tracannare in fretta il caffè bollente, mentre veniva compilato presto presto un bigliettino giustificativo. “Egregio signor Wiemer, vi prego di scusare se anche oggi il ragazzo arriva in ritardo. Sua madre è dovuta partire, e io mi sono dimenticato di svegliarlo per tempo. Vogliate scusare. Distinti ossequi.”
Era un guaio, quando la mamma portava visite: risate sciocche, ch’egli sentiva dalla stanza di Alberto, un sonno irrequieto nel gigantesco letto di Alberto, che certe volte non veniva nemmeno a dormire, ma al mattino presto, tra le cinque e le ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Heinrich Böll
- Casa senza custode
- Introduzione - Tra i fantasmi del presente - di Luigi Forte
- Cronologia
- Bibliografia
- CASA SENZA CUSTODE
- Copyright