Il mio nome è Beth Barron, o meglio, è diventato Beth Barron dopo aver sposato Warren. Fino a quel giorno ero Elizabeth Dempsey, e a casa mi chiamavano tutti Liz.
Mio padre, che ha sempre voluto darsi arie aristocratiche, lo pronunciava con un sospiro, come se finisse con la “s”, mentre mia madre, arrivata a diciotto anni dall’Italia, non è mai riuscita a stemperare la “z”.
“Lis, principessa mia”, “Lizz, figlia mia benedetta”: il segreto del loro matrimonio è racchiuso in questa differenza di pronuncia.
Comunque, si tratta di una sfumatura che non esiste più, perché Warren ha sempre preferito Beth, e Beth sono diventata per tutti.
Non crediate che mi dispiaccia: amo Warren con tutto il mio cuore, e se dovessi fare il conto delle cose che mi ha donato in trentotto anni sarei certamente in debito. A cominciare da un insegnamento semplice: in amore non esistono debiti e crediti, ma generosità e rispetto.
Ci siamo sposati in chiesa perché i miei genitori ci tenevano, ma da quel giorno non ci abbiamo più messo piede, tranne un paio di volte a Natale, con Warren che sbuffava e controllava l’orologio. È gentile con tutti, ma i preti proprio non li sopporta: «La fede è una stampella per i momenti di debolezza, Beth, che ci allontana dalla verità dell’esistenza e dal rispetto per la ragione. La vita bisogna celebrarla con i suoi limiti e i suoi tempi, senza inseguire favole e illusioni».
E io quei limiti e quei tempi li ho abbracciati, e so che il nostro matrimonio non è una favola né un’illusione. Non c’è nessuno che non lo ammiri, a New York, e non lo citi come esempio di solidità: ci chiamano “la casa sulla roccia”, l’unica concessione alla religione ammessa da Warren.
Sin dai primi giorni non c’è stata una volta in cui non sia stata orgogliosa di ricevere un invito indirizzato a Mr. e Mrs. Warren Barron, e in questi trentotto anni ho avuto tutto quello che una moglie possa desiderare, a cominciare dai nostri tre figli che hanno conquistato la propria indipendenza senza abbandonarci, come avevo sempre sognato.
Warren ha capito che cercavo la serenità sopra ogni cosa, ed è riuscito a donarmela con lucidità e pazienza. Virtù che a me difettano, ma che a lui hanno garantito il successo.
E stasera voglio festeggiarlo, questo marito che mi ha reso felice ed è ancora così attraente: per i suoi settant’anni verranno tutti i nostri amici, anche quelli che in realtà ci invidiano, perché ce ne sono poche, in città, di coppie come noi.
Warren, l’avrete capito, ama la sobrietà, ma stasera mi ha lasciato fare, perché nel fondo è un po’ vanitoso, anche se non l’ammetterà mai. Ci sarà un’orchestra, e gli aperitivi saranno serviti in terrazza: non c’è niente di più bello di vedere il sole che scende dietro i palazzi del West Side e illumina noi che abitiamo sul parco. Il giorno in cui ci siamo trasferiti sulla Quinta Avenue siamo rimasti ad aspettare l’attimo in cui tramontava, per baciarci mentre i riflessi esitavano sui grattacieli. Sembrava non volessero scomparire mai, e ho capito in quel momento che era l’uomo che avevo cercato tutta la vita.
Voglio fare la stessa cosa stasera, perché quello che ho provato quel giorno lo sento anche adesso. E voglio dirgli grazie per la calma silenziosa del suo amore, per come mi ha saputo carezzare nei momenti difficili, e come continua a desiderarmi, anche ora, che ho le rughe e mi tingo i capelli.
Passerà a fargli gli auguri anche il sindaco, e ci saranno tutti coloro che Warren ha assistito in questi anni, e che non prendono una decisione senza ascoltare il suo parere: finanzieri, giudici, trustees del MoMA, i medici affidabili dell’East Side, i direttori dei musei, che si abbracceranno simulando affabilità e stima, e quelli che lui definisce personalità dei media. Intende giornalisti diventati così potenti da essere più temuti che disprezzati. Gente che è sempre meglio avere dalla propria parte. Ci saranno anche alcuni artisti, e stasera, ne sono certa, non faranno gruppo a sé.
Warren si è preparato un discorso, ha uno stile chiaro, robusto, e leggermente all’antica: conosce il modo di dosare l’emozione con gli aggettivi, i ritmi e le battute giuste. Io invece improvviserò: sono fatta così, e così gli piaccio.
Ho passato tutto il pomeriggio a controllare i fiori e gli addobbi, e sono riuscita a convincere i figli ad arrivare, per una volta, prima degli ospiti. È una festa di famiglia, innanzitutto.
Richard è già in salone con la nuova ragazza (non mi ha fatto una grande impressione, ma oggi non voglio occuparmene), mentre Caroline e Julie sono in taxi: hanno chiamato già due volte dicendo che arriveranno in tempo, non mi deluderanno.
Sono rimasta a lungo a guardarmi allo specchio: mi sono chiesta se Warren veda ancora in me la donna che ha promesso di amare tutta la vita, e perché il nostro corpo debba invecchiare.
E poi ho cominciato a guardare il telefono, perché ieri, a questa stessa ora, ho ricevuto una chiamata. Era una voce familiare, e dava per scontato che la riconoscessi subito quando ha detto: «Ciao Liz».
Siamo rimasti in silenzio per qualche secondo, credo di aver sorriso – imbarazzo e sorpresa, nient’altro – e la voce a quel punto ha detto: «Sono Luis, Liz».
Deve aver sorriso anche lui, con lo stesso imbarazzo.
«Ciao gazzella» ha detto poi, e non ha aggiunto altro.
E io, in quel momento di silenzio, ho immaginato che sorridesse.
Poi ho pensato a quanti anni erano che non lo sentivo, almeno quaranta.
Aveva la stessa voce.
Non sapevo cosa dire, cosa pensare. E mi sono incantata sulle mie mani secche e le unghie appena smaltate.
A quel punto mi ha chiesto: «Come stai, Liz?». Ma poi, senza darmi il tempo di rispondere, ha detto che in tutti questi anni non erano passati un’ora, un minuto, un attimo in cui non avesse pensato a me.
E il silenzio si è fatto lungo. Ma sentivo il suo respiro. E il mio.
Anche lo spirito non era cambiato: era proprio lui, con quel suo modo prepotente di imporre i tempi e i modi di ogni conversazione.
Ho detto semplicemente: «Luis», mentre Marta, la nostra governante, entrava con il quadro che ho regalato a Warren.
Luis?
Era incredibile che fosse ricomparso così, e mi parlasse con tanta confidenza. Anzi offensivo.
Doveva essere uno scherzo, neanche di buon gusto, ma in quel momento ha aggiunto: «Ho pensato che non avesse senso continuare a vivere senza dirtelo». E io ho smesso di pensare e guardare, perché il tono era assolutamente serio.
«Vorrei vederti, Liz.»
Non so cosa sia successo a quel punto, forse il trambusto per i preparativi in salone, o Marta che mi guardava, sorridente, con il dipinto in mano, ma ho ripreso le forze e gli ho risposto che mi aveva fatto piacere sentirlo, davvero, era stata una bellissima sorpresa, ma ero molto impegnata, e quella conversazione doveva finire lì.
Marta ha nascosto il quadro nel mio armadio: sarà lei a tirarlo fuori dopo la torta, il brindisi e i discorsi. È un ritratto di John Singer Sargent, che ricorda molto la madre di Warren. In salone il trambusto continuava, indifferente: erano arrivati i tavoli e le sedie, e stavano montando le tende di damasco turchese che ho fatto arrivare dall’Italia.
Ma Luis ha parlato di nuovo: «Vorrei almeno sentire la tua voce un’altra volta».
No, non scherzava affatto.
«Ti chiedo solo questo.»
Non so perché ho detto sì, forse per liberarmene. Lui non mi ha dato il tempo di pensare e ha proseguito: «Ti chiamo domani alla stessa ora». Poi, prima di chiudere ha aggiunto: «Grazie, Liz».
Ringraziava sempre, ecco un’altra cosa che ho ricordato in quel momento.
Quando ho riattaccato ho avuto uno scatto di riso nervoso.
Mi sembrava impossibile quello che avevo sentito.
Mi sembrava impossibile che mi pensasse, che mi avesse pensato per tutti questi anni.
E che io avessi difficoltà anche a ricordarne i lineamenti.
Era tutto assurdo, ma dovevo andare avanti: l’unica cosa da fare era dedicarmi ai preparativi della festa. Alla mia vita.
Marta mi ha fatto controllare per l’ennesima volta il menù. E per l’ennesima volta sono rimasta perplessa di fronte all’astice in salsa Masala. A Warren piace molto, ma non è detto che sia così per tutti gli ospiti. Ha ragione Marta, però: è lui che deve essere felice.
Sono andata a dormire dopo aver sbrigato tutti i problemi e gli imprevisti di una festa che il “New York Magazine” ha annunciato come la più attesa della stagione: la gente ignora quanto sia complicato organizzare un ricevimento del genere. E io so che andrà tutto bene solo se seguirò personalmente ogni dettaglio.
L’ultima novità è che verrà anche l’amante del sindaco, ufficialmente accompagna un partner dello studio di Warren. È una nota stonata, ma non c’è festa che non ne abbia una. Io spero solo che non generi qualche conseguenza spiacevole: il problema in questi casi è gestire chi è a conoscenza della realtà (tutti, immagino) e capire se questa presenza inaspettata sia solo un caso, o, come penso, sia stata invece organizzata.
A letto mi sono stretta a Warren, che è tornato tardi, come ogni sera. Lui riesce sempre a volare alto rispetto a queste storie. “Miserie” le definisce, e non ne vuole neanche parlare. «Quante ne abbiamo viste, Beth» mi ha detto, è una delle sue frasi preferite. Si fida completamente di me per l’organizzazione, e prima di spegnere la luce mi ha baciato la fronte, come fa ogni notte.
Mi sono sentita protetta, al sicuro, nel cuore caldo e forte della casa sulla roccia.
Ma poi non ho chiuso occhio, e ho pensato sino all’alba a quello che era successo.
Era il 24 marzo, questo lo ricordo, e la primavera era già esplosa, perché gli alberi non riuscivano a contenere la propria gioia.
Ci eravamo amati tutta la notte e poi anche la mattina: Luis era insaziabile e mi stringeva come dovesse essere l’ultima volta. Continuava a ripetere “ti amo” e io non sapevo cosa pensare: sembrava quasi uno scherzo, ma poi ho capito che era il suo modo di celebrarlo, quell’amore appena nato, e dimostrare a se stesso quanto fosse felice.
«Ti amo, gazzella mia.» Così mi chiamava mentre mi carezzava e baciava. E poi mi baciava ancora.
E così scriveva nei biglietti che mi faceva trovare ovunque sin da quella prima sera. Nei libri, sulle lenzuola, nel beauty case. Sotto i bicchieri.
“Ti amo.”
“Gazzella mia bella.”
“Quando leggerai questo biglietto ti starò pensando, perché lo faccio sempre.”
“Ti amo.”
Era diverso da tutti i ragazzi che conoscevo, lo avevo capito dal primo momento, ma soprattutto rendeva diversa me. E io non aspettavo altro che diventare quello che ero, e che solo lui era in grado di vedere. Così mi aveva detto da quando aveva cominciato a corteggiarmi. Così mi aveva detto quella notte, mentre continuava ad amarmi.
“Ti amo.”
Tranne le gambe sottili non capivo cosa vedesse in me della gazzella. Semmai ero io a vedere in lui un leone pronto a sbranarmi. Era vorace in tutto, anche nell’amore, e quando mi prese per la prima volta pensai che non avrei potuto mai più farne a meno. Che non vedevo l’ora di essere divorata.
Studiavo a Barnard, in quegli anni, dove ero entrata grazie a una borsa di studio e molti sacrifici dei miei. Ero una ragazza corteggiata, ma avevo la testa altrove: volevo dedicare la mia intera esistenza alla cultura spagnola, e mi applicavo agli studi con una dedizione che non ho mai più avuto.
Era stato un film a sedurmi, El Cid, con Charlton Heston – che di spagnolo non aveva veramente nulla – e Sophia Loren, l’orgoglio di mia madre. La lotta tra i mori e i cristiani mi interessava poco, ma ero innamorata della storia antica di quella terra che non conoscevo, della sua religiosità cupa ed estrema, e della solenne musicalità della lingua. A dire il vero, di tutto ciò nel film c’era poco, ma passavo i giorni a pensare all’Alhambra con i suoi cortili moreschi, alle processioni della settimana santa con gli uomini incappucciati, e perfino alle corride, nelle quali vedevo la violenza e la catarsi di un rito inevitabile quanto il mondo. Per me la Spagna era un Paese enorme e tu...