
- 504 pagine
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Il ciclo di Shannara - 2. Le pietre magiche di Shannara
Informazioni su questo libro
Nel giardino della vita appassiscono le foglie dell'Eterea, la magica pianta che da secoli mantiene il divieto contro il ritorno dei demoni e assicura la pace al popolo degli Elfi. Nessuno potrà impedire la morte dell'Eterea, ma c'è l'esile speranza che l'incantesimo si rinnovi, se uno degli Eletti riuscirà a bagnarne un seme nella fontana del Fuoco di Sangue. È un'impresa ai limiti dell'impossibile, una sfida contro il tempo e contro il Male. Tra poesia e avventura, tra sortilegi e terrore continua la meravigliosa leggenda di Shannara.
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Informazioni
Print ISBN
9788804378327eBook ISBN
9788852047664XXV
Impiegarono il resto della notte per uscire da quel luogo. Con l’unica torcia che Crispin aveva lasciato in una staffa di ferro fissata all’ingresso della torre, seguirono una successione apparentemente interminabile e tortuosa di tunnel e scale che affondavano nelle viscere rocciose della montagna. Completamente sfiniti dalle prove degli ultimi giorni, scivolavano, incuranti del pericolo, lungo i tunnel dell’antica fortezza, gli occhi fissi nell’oscurità che gli si parava davanti, tenendosi per mano. Non parlavano: non avevano niente da dirsi. Erano storditi, sconvolti dalla paura per tutto quel che era accaduto. Desideravano una cosa soltanto: fuggire da quella montagna.
Ben presto persero ogni nozione del tempo. Non sapevano più se erano trascorsi minuti, ore o giorni da quando si trovavano prigionieri fra quelle rocce. Non avevano la minima idea di dove quel meandro li avrebbe condotti. Si affidavano ciecamente alla fortuna e all’istinto, seguendo tunnel e corridoi con la muta, disperata speranza, che in qualche modo avrebbero rivisto la luce. Avevano i muscoli rattrappiti e doloranti, gli occhi annebbiati dalla stanchezza. La loro unica torcia si ridusse a un misero mozzicone. Eppure la discesa continuava.
Ma finalmente terminò. Si ritrovarono davanti a una massiccia porta di ferro sigillata da doppi chiavistelli e da una sbarra. Wil stava per cominciare a manovrare i chiavistelli quando Amberle lo afferrò per un braccio, e la sua voce era stanca e tesa.
«Wil, e se anche là dietro ci fossero i demoni? Forse il Mietitore non era solo.»
Il giovane la fissò senza parlare. Fino a allora non aveva considerato quell’eventualità. Non se l’era permesso. Ripensò a tutto quel che era accaduto da quando erano approdati a Boschi Grigi. I demoni erano sempre riusciti a scovarli. C’era un che di inesorabile in quella vicenda. Anche se il Mietitore era scomparso, c’erano altri demoni. E la spia di Arborlon aveva udito tutto.
«Wil?» Amberle, ansiosa, aspettava la sua risposta.
Ma lui ormai aveva deciso. «Dobbiamo correre il rischio. Non abbiamo alternative.»
Con dolcezza si tolse dal braccio la sua mano e le passò davanti. Poi, con cautela, manovrò i chiavistelli, sollevò la sbarra e spalancò la porta. Nell’apertura passò la luce del giorno. Al di là, le acque torbide del Mermidon lambivano le pareti di una grotta profonda che nascondeva il pontile degli Elfi. Tutto era immobile. I due giovani si scambiarono una rapida occhiata. In silenzio, Wil lasciò cadere la torcia per terra, dove si spense.
Il pontile e le barche a esso ormeggiate erano marci e inutilizzabili. I due avanzarono con cautela lungo una stretta cengia dentro la grotta finché emersero sulla riva del fiume ai piedi del Baluardo. Non c’era nessuno. Erano soli.
L’alba stava appena spuntando; una gelida penombra mattutina aveva fatto cristallizzare in brina la rugiada della notte su alberi e cespugli e sparso per terra un mantello candido di falsa neve. Scrutarono il paesaggio, meravigliati, vedendo il proprio respiro condensarsi in bianco vapore, sentendo il gelo filtrare nei loro corpi umidi sotto gli indumenti. Il fiume ribolliva fragoroso fra i due picchi gemelli, scorrendo a est attraverso le foreste; sulla sua ampia superficie ristagnava una pesante coltre di nebbia. Sopra questa si ergeva il Baluardo, con le sue scure guglie massicce che gettavano ombre profonde sulla terra.
Wil si guardò intorno, perplesso. Nella grotta, le barche degli Elfi erano irreparabilmente rovinate, assolutamente inutilizzabili. Poi scorse poco lontano una piccola barca a remi accostata alla riva e parzialmente nascosta fra i cespugli. Presa Amberle per mano, la guidò fin lì attraverso l’intricata vegetazione. Era una barca da pesca in buon condizioni, con gli ormeggi, ovviamente lasciata lì da qualcuno che, di tanto in tanto, si divertiva a pescare vicino alle profonde acque della grotta. Dopo aver fatto salire Amberle a bordo, il giovane mollò gli ormeggi e si spinse nel fiume. Indubbiamente la barca era più necessaria a loro che allo sconosciuto pescatore.
Si lasciarono trascinare verso est dalla corrente; venne il mattino e con esso un po’ di calore. Tutta avviluppata nel suo mantello, Amberle si addormentò quasi subito. Anche Wil avrebbe dormito se avesse potuto. Ma era talmente sfinito che non poteva abbandonarsi al sonno. La sua mente era sconvolta dagli ultimi eventi. Dopo aver infilato in una scalmiera a poppa un piccolo remo trovato dentro la barca, si appoggiò al lato posteriore della piccola imbarcazione e prese a guidarla, guardando intontito il sole levarsi da dietro le montagne e la leggera bruma del mattino dissolversi. Pian piano, nei boschi la brina si dissolse, le torri gemelle del Baluardo scomparvero, e il verde umido delle foreste si allargò intorno a loro. Il cielo, liberato da nubi temporalesche e ombre cupe, era ora di un azzurro luminoso, attraversato da nastri sottili di nuvole che fluttuavano pigre nel sole.
Verso mezzogiorno, il Mermidon cominciò lentamente a curvare verso sud finché prese a scorrere verso la linea buia dello Sperone Roccioso a occidente. Col calore del sole l’umidità e il gelo sparirono dai loro corpi e dai loro indumenti. Sul Mermidon volavano gli uccelli in esplosioni ricche di suoni e di colori. Nell’aria si sentiva la fragranza dei fiori selvatici.
Stiracchiandosi, Amberle si svegliò, posando subito gli occhi assonnati sul giovane.
«Hai dormito?» chiese.
Wil scosse la testa. «Non ci sono riuscito.»
Lei si mise a sedere. «Dormi ora. Guiderò io la barca nel frattempo. Devi riposarti.»
«No, va bene così. Non sono stanco.»
«Wil, tu sei sfinito» ribatté lei, preoccupata. «Devi dormire.»
La guardò un istante senza parlare, gli occhi stralunati.
«Tu sai che cosa mi è successo là dentro?» chiese infine.
Lei scosse lentamente la testa. «No. E credo che nemmeno tu lo sappia.»
«E invece sì. So esattamente che cosa è successo. Ho tentato di usare le Pietre Magiche e non ci sono riuscito. Non riesco più a invocarne il potere. Ho perso quel dono.»
«Non puoi saperlo. Hai avuto difficoltà con le Pietre anche l’altra volta, quando le hai usate nel Tirfing. Forse questa volta ti sei sforzato troppo. O forse non sei riuscito a concentrarti abbastanza.»
«Mi sono concentrato al massimo» ribatté lui a bassa voce. «Ho chiamato a raccolta tutte le mie energie per invocare il potere delle Pietre Magiche. Ma non è successo nulla. Nulla. Allanon mi aveva detto che questo poteva accadere a causa del sangue umano che ho in me. Soltanto il sangue elfo ha potere sulle Pietre, e io ne ho molto poco, a quanto pare. C’è una barriera in me, Amberle. L’ho superata una volta, ma non ci riuscirò mai più.»
Lei gli si avvicinò e gli posò una mano sul braccio.
«E allora faremo a meno delle Pietre.»
Lui ebbe un debole sorriso. «Le Pietre Magiche sono la nostra unica arma. Se i demoni ci ritrovano, siamo finiti. Non abbiamo null’altro con cui proteggerci.»
«Allora i demoni non devono trovarci.»
«Ci hanno trovati sempre, Amberle, nonostante tutte le precauzioni che abbiamo preso, ci hanno trovati ovunque siamo andati. Ci troveranno anche questa volta. E tu lo sai.»
«Io so che sei stato tu a insistere per proseguire, dopo la nostra fuga da Havenstead. Io so che tu non hai mai pensato di arrenderti. So anche che Allanon ha scelto te per proteggermi. Mi abbandoneresti?»
Wil avvampò. «No. Mai.»
«Nemmeno io ti lascerei. Abbiamo cominciato questo viaggio insieme e insieme lo finiremo. Ci prenderemo cura l’uno dell’altra, tu e io. Ci aiuteremo a vicenda. Forse basterà.» Si interruppe, sorridendo. «Capirai, naturalmente, che dovresti essere tu a rassicurare me, e non viceversa. Ero io che non credevo nella mia missione, né alle parole del Druido. Tu ci hai sempre creduto.»
«Se le Pietre non mi avessero tradito…» cominciò Wil, triste.
Amberle gli posò una mano sulle labbra per farlo tacere. «Non essere così sicuro che ti abbiano tradito. Pensa un attimo a quel che hai cercato di fare con esse. Hai cercato di usarle come un’arma di distruzione. È possibile per te, Wil? Ricorda, sei un Guaritore. La tua etica ti impone di preservare, non di distruggere. La magia elfa non è che un’emanazione di chi la esercita. Forse tu non dovevi usare le Pietre nel modo in cui hai tentato di usarle affrontando il Mietitore.»
Il giovane rifletté. Allanon gli aveva spiegato che le tre Pietre avevano l’effetto di unire cuore, mente e corpo nel potere che creava la magia. Se uno dei tre elementi veniva meno…
«No.» Scosse la testa con decisione. «È una distinzione troppo accademica. Mio nonno credeva nel preservare la vita quanto me eppure usò le Pietre per distruggere. E non trovò mai le mie difficoltà.»
«Allora esiste un’altra possibilità» proseguì lei. «Allanon ti ha spiegato la resistenza che il tuo sangue umano può provocare in te. L’hai già provata. Forse è stata quest’esperienza a crearti questo blocco… un blocco mentale che ti ha persuaso, a livello inconscio, che il potere delle Pietre Magiche è andato perduto, mentre non è così. Forse il blocco che hai provato davanti al Mietitore sei stato tu a crearlo.»
Wil la guardò in silenzio. Era possibile? Scosse la testa. «Non so. Non posso esserne certo. È successo così in fretta.»
«Allora, ti prego, ascoltami.» Gli si avvicinò, guardandolo dritto negli occhi. «Non accettare tanto rapidamente quella che è soltanto una congettura. Hai usato le Pietre Magiche una volta. Hai invocato il loro potere e l’hai reso tuo. Io non credo che si possa perdere facilmente un simile dono. Forse è soltanto soffocato. Prenditi tutto il tempo necessario per ricuperarlo prima di decidere che non è più tuo.»
Wil la guardò stupito. «Hai più fiducia in me di quanta ne abbia io. È molto strano. Non mi davi nessun credito durante il viaggio di ritorno da Havenstead. Ricordi?»
Lei indietreggiò un poco. «Avevo torto. Ho detto cose che non avrei mai dovuto dire. Avevo paura…»
Per un istante sembrò sul punto di aggiungere qualcosa; ma, come le altre volte in cui era sembrata pronta a confidarsi, lasciò cadere l’argomento. Wil fu abbastanza saggio da non insistere.
«Be’, su una cosa avevi ragione» disse, cercando di darsi un’aria allegra. «Dovrei essere io a rassicurarti, e non viceversa.»
Lei lo guardò con ansia. «Allora ricordati di farlo, quando vedrai che ne ho bisogno. Ora dormirai?»
Lui annuì. «Penso di sì… per un poco, almeno.»
Si spostò in avanti, lasciando che la ragazza governasse il piccolo timone. Dopo essersi sdraiato sul fondo della barca, si mise il mantello a mo’ di cuscino sotto la testa e si abbandonò, sfinito. Lo tormentava il pensiero delle Pietre Magiche. Chiuse gli occhi, affondando nell’oscurità. Abbi fiducia in te stesso, gli aveva detto Allanon. Ma lui ne aveva?
I pensieri svanirono. Si addormentò.
Si svegliò a metà pomeriggio. Rattrappito e dolorante, si sollevò a fatica dal duro fondo della barca e tornò a prua, per sostituire Amberle al timone. Aveva fame e sete, ma non c’era nulla da bere e da mangiare. Nella loro fuga dal Baluardo avevano perso tutto.
Poco tempo dopo, il letto del fiume cominciò a restringersi e i rami degli alberi su entrambe le rive si intrecciavano in alto come un baldacchino. Le ombre si allungavano su di loro; a occidente il sole cominciava a scendere sopra la barriera dello Sperone Roccioso, e la sua luce dorata si andava arrossando nel crepuscolo. Una serie di rapide fece ballonzolare la barca, ma Wil riuscì a schivare le rocce e a mantenere la rotta finché le ebbe superate. Quando il fiume riprese a scorrere verso sud nel suo lungo viaggio di ritorno verso le praterie di Callahorn, il giovane accostò la barca a riva e scesero a terra.
Passarono la notte sotto un salice vecchio e massiccio a diverse centinaia di metri dalla sponda del fiume. Dopo aver nascosto la barca fra i cespugli della riva, raccolsero frutti e erbe per un pasto serale e andarono alla ricerca di acqua potabile. Non ne trovarono, e furono costretti a accontentarsi del cibo. Dopo aver mangiato, conversarono un poco e si addormentarono.
Quando l’alba spuntò, luminosa e limpida, i due giovani cominciarono il viaggio a occidente verso lo Sperone Roccioso. Camminavano veloci, disinvolti, godendo il calore del primo mattino, mangiando i frutti rimasti dalla sera precedente. Le ore passavano velocemente, e l’intorpidimento che avevano provato appena svegli scomparve via via. A metà mattino, scoprirono un fiumicello con una piccola cascata che formava una pozza di acqua potabile. Bevvero a sazietà ma, non avendo un contenitore con sé, non poterono farsi una scorta.
Man mano che il giorno proseguiva, le montagne dello Sperone Roccioso incombevan...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Le pietre magiche di Shannara
- Mappe
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
- XXII
- XXIII
- XXIV
- XXV
- XXVI
- XXVII
- XXVIII
- XXIX
- XXX
- XXXI
- XXXII
- XXXIII
- XXXIV
- XXXV
- XXXVI
- XXXVII
- XXXVIII
- XXXIX
- XL
- XLI
- XLII
- XLIII
- XLIV
- XLV
- XLVI
- XLVII
- XLVIII
- XLIX
- L
- LI
- LII
- LIII
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