Vedi Malta e poi muori (Segretissimo SAS)
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Vedi Malta e poi muori (Segretissimo SAS)

  1. 196 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Vedi Malta e poi muori (Segretissimo SAS)

Informazioni su questo libro

Quando il cadavere di John Fitzpatrick viene ripescato al largo di La Valletta, sono ben visibili i segni di una morte atroce. A Malta, Fitzpatrick stava collaborando con la CIA per una missione molto delicata: recuperare da un banchiere i documenti comprovanti che la Libia sta tramando per mettere le mani sulle risorse petrolifere locali. Come se non bastasse, nel frattempo il banchiere è scomparso con il suo dossier esplosivo. Si sta nascondendo? Oppure i sicari libici hanno già tolto di mezzo anche lui? Per scoprirlo, l'Agenzia decide di calare subito l'asso inviando sul posto Sua Altezza Serenissima Malko Linge. Niente di meglio di un agente "nero" per intervenire senza clamori nelle questioni interne di un paese sovrano. Qualcuno che, di fronte ad avversari spietati e disposti a tutto, sia pronto a togliersi i guanti e colpire duro. Un invito a nozze, per il Principe delle Spie.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852046155

1

— Ultima chiamata per il volo diretto a Londra. Il signor Godfrey Borg è pregato di presentarsi al banco di registrazione, prego… Prego, signor Borg, siete pregato di presentarvi al banco di registrazione…
La voce cavernosa dell’altoparlante rimbombava tra le pareti nude della piccola aerostazione. Una lunga fila di passeggeri faceva tranquillamente la coda, sulla destra, per passare i controlli di polizia e di dogana. Solo tre o quattro ritardatari corsero a registrarsi in fretta presso la ragazza bruna del banco dell’Air Malta. John Fitzpatrick guardò il suo orologio per la ventesima volta. Lui si era già registrato. Il cancello del volo stava per chiudersi da un momento all’altro e Godfrey Borg non era ancora arrivato. La voce metallica dell’altoparlante riprese la sua litania. Come se il ritardatario fosse potuto sbucar fuori del pavimento. John Fitzpatrick, con le mani nelle tasche del suo vecchio impermeabile, uscì sul marciapiede dell’aerostazione per vedere se stesse arrivando qualche taxi. Niente. Quando rientrò, non c’era più nessuno davanti allo sportello dell’Air Malta. Godfrey Borg aveva perso l’aereo.
Fitzpatrick si passò nervosamente una mano tra i capelli rossi. Cosa significava quella faccenda? Diede un’occhiata alla sala vuota e la sua attenzione fu attirata da tre uomini, lineamenti arabi, appoggiati al banco della Libyan Airlines. Sembravano in attesa, benché non fosse previsto alcun volo della compagnia araba. A un tratto si sentì tirare per una manica, abbassò gli occhi e vide un ragazzino bruno con i capelli ricci.
You sir Fitzpatrick?
Con quei capelli rossi, non era possibile sbagliare. L’inglese annuì.
Yes.
For you.
Il ragazzo gli porse una busta bianca, si allontanò di corsa e uscì dall’aerostazione. Fitzpatrick aprì la busta, che conteneva un biglietto bianco con poche parole: VI ASPETTO AL CASINÒ MALTAIS, A LA VALLETTA. GODFREY BORG.
L’inglese appallottolò il biglietto e se lo cacciò in tasca. Adesso era teso e all’erta. Non si trattava di un ritardo casuale. Godfrey Borg non aveva voluto prendere quell’aereo, benché ci tenesse tanto a lasciare Malta. Doveva esserci una ragione grave. Meno male che Fitzpatrick non aveva fatto registrare alcuna valigia… Prese la sua borsa di pelle e si avviò verso la fila di taxi, con un leggero disappunto. Aveva accarezzato l’idea di passare la serata al suo club, a Londra, ma il dovere passava avanti a tutto. Improvvisamente il cielo di un azzurro immacolato gli parve ostile. Mentre viaggiava verso La Valletta, un rombo fece tremare i vetri del vecchio taxi. L’aereo per Londra decollava.
Godfrey Borg si era seduto in fondo alla più grande delle tre sale polverose, arredate con mobili disparati e vecchiotti, che costituivano l’arredamento essenziale del più elegante club di Malta. Il cuoio delle poltrone era screpolato, i camerieri pareva che fossero andati a letto con le loro giacche bianche, tanto erano sporche e spiegazzate, e l’atmosfera crepuscolare era ancora più tetra di quella di un vero club britannico. Colpa, in parte, dei rivestimenti di legno anneriti dal tempo, che non riflettevano neppure la debole luce delle poche lampade. John Fitzpatrick non aveva nemmeno assaggiato il suo tè e non aveva perso nessuna parola del racconto di Godfrey Borg. Riusciva a nascondere il suo scoraggiamento sotto un’indifferenza fittizia. Bisognava ricominciare da zero. Guardò la sigaretta di Borg. Tremava leggermente. Paura. Sentendosi osservato, Godfrey Borg schiacciò il mozzicone nel portacenere.
— Ora vi lascio — disse.
— Permettete che vi accompagni — propose Fitzpatrick. — È più prudente.
Borg scosse leggermente la testa.
— No, grazie. Uscirò dalla porta che dà su Strait Street. Di solito è chiusa e non credo che qualcuno la sorvegli. — Abbozzò un sorriso forzato. — Sono spiacente per questo contrattempo. Mi metterò in contatto con voi tra qualche giorno. Nel frattempo spero che…
— Certo — lo interruppe Fitzpatrick. — Certo.
Borg si alzò, gli strinse la mano e si avviò a passo lento verso il fondo della sala. Col cuore stretto, Fitzpatrick lo vide sparire. Il Casinò Maltais, il più vecchio club di Malta, si trovava nel cuore di La Valletta, di fronte a Queen’s Square e al Master’s Palace, antica residenza dell’Ordine di Malta, divenuto poi sede della presidenza della repubblica. Massiccio edificio nerastro, con le finestre a sbarre, si estendeva per tutto un isolato, da Republic Street a Merchant Street.
John Fitzpatrick attese qualche secondo davanti al suo tè intatto, pensando a quello che aveva appena saputo. Benché Malta godesse di una calma tutta britannica, dovuta ai 183 anni di occupazione inglese, si era scatenata una lotta feroce per il controllo di quelle sue poche centinaia di chilometri quadrati che si trovano a cento chilometri dalla Sicilia e a trecentocinquanta da Tripoli, capitale della Libia.
Quando vide uscire Fitzpatrick, il portiere che se ne stava nel suo sgabuzzino a vetri, sulla destra dell’entrata, disse in inglese: — Buona giornata, signore!
A Malta, indipendente dal 1964, l’inglese è ancora la lingua più usata, poiché il maltese, miscuglio di arabo, spagnolo, italiano e inglese, è troppo ostico per chiunque non sia del posto.
— Grazie — rispose distrattamente Fitzpatrick.
Uscì e si fermò sul marciapiede, di fronte all’orribile statua della regina Vittoria, nel trambusto di Republic Street. La Valletta è un misto di Napoli e San Francisco, con le sue stradine strette, in pendio o a scalini, affollate, fiancheggiate da case di pietra rosa, piene di escrescenze bizzarre e di balconi arzigogolati.
Il frastuono, in quel tardo mattino, era assordante. Una folla compatta straripava dai marciapiedi sulla carreggiata a senso unico. Fitzpatrick pensò che forse sarebbe riuscito a trovare un taxi davanti al Master’s Palace e si lanciò tra la ressa tenendo in mano la sua borsa.
Non aveva fatto dieci metri che un passante lo spinse con tanta violenza da farlo girare su se stesso. Nello stesso momento l’inglese avvertì un bruciore al polpaccio sinistro, come se l’avesse punto una grossa vespa.
Si voltò borbottando un’imprecazione e vide un tizio sorridente, con grossi baffi neri.
— Scusatemi, signore.
L’uomo che lo aveva urtato era infagottato in un ampio soprabito malgrado la temperatura abbastanza calda di quel mese di dicembre. Gli occhi neri, i capelli neri e grossi, la pelle scura, tutto indicava l’arabo. Era accompagnato da un altro individuo vestito allo stesso modo, che teneva un ombrello al braccio. Doveva essere un libico, uno dei nuovi “colonizzatori” detestati dalla popolazione maltese. L’ultima occupazione araba risaliva all’anno 1000… John Fitzpatrick abbozzò un sorriso e si accinse ad attraversare Republic Street.
Nessun taxi in vista, nemmeno nel posteggio di fronte al Master’s Palace, che dominava il quartiere con le sue maestose finestre dalle inferriate nere.
Fitzpatrick si fermò davanti alla cassetta per le lettere di Queen’s Square, la piccola piazza di fronte al Casinò Maltais. Poi decise di raggiungere Merchant Street costeggiando la piazza.
Mentre scendeva dal marciapiede fece un passo falso e il movimento che compì per ritrovare l’equilibrio gli provocò una violenta fitta al polpaccio, nel punto in cui aveva avvertito il bruciore pochi istanti prima. Una specie di crampo.
Fece qualche passo per riattivare il muscolo, ma il dolore non cessò: anzi, si fece più forte. A un tratto Fitzpatrick sentì la gamba cedere. Cadde in avanti imprecando e lasciò andare la borsa per poter appoggiare le mani. Immediatamente sentì due braccia robuste afferrarlo per le ascelle e rimetterlo in piedi. Davanti a lui, la facciata nerastra del Master’s Palace ondeggiava come in un incubo. La testa gli girava e sentiva la gamba bruciare come se gliela avessero immersa nell’acqua bollente.
Il calore si propagava rapidamente verso la parte alta del corpo. Udì una voce piena di sollecitudine dire in un inglese spigoloso: — Non vi sentite bene, signore. Lasciate che vi aiuti.
Fitzpatrick farfugliò: — Sto bene, grazie.
Ma il senso di vertigine aumentava. Fu colto da una nausea improvvisa e la vista gli si appannò. Distingueva vagamente due persone intorno a sé, i due uomini che lo aiutavano a reggersi in piedi. Uno aveva raccolto la borsa che gli era sfuggita di mano. I due uomini gli fecero attraversare Republic Street. In fondo alla strada, Fitzpatrick vide il cielo basso sopra il porto e le navi sfocate, come in un sogno.
Lo strano calore continuava a salire, arrivando fino allo stomaco. Non era una sensazione spiacevole. Un po’ come un’iniezione di anestetico. Ma le gambe si rifiutavano di funzionare. Senza l’aiuto dei due, Fitzpatrick sarebbe caduto. Davanti a lui le auto al parcheggio parevano grosse bestie multicolori. Capì che gli facevano attraversare la piazza in diagonale, verso l’edificio a colonne che ospitava il Centro culturale libico. Girando la testa, Fitzpatrick vide che i poliziotti di guardia davanti al palazzo presidenziale lo osservavano con curiosità. Due di loro si diressero verso di lui. Erano vestiti di blu come i poliziotti inglesi, ma erano armati di pistola.
Gli uomini che lo sorreggevano si erano fermati. Fitzpatrick alzò gli occhi e vide la bandiera verde e bianca che sventolava sull’edificio di fronte. In un attimo capì il motivo dell’interessamento fraterno dei due uomini che lo accompagnavano. Tentò di liberarsi, di correre verso i poliziotti, che si avvicinavano, ma il suo cervello ebbe un bel trasmettere gli ordini alle sue membra: non successe niente. Tutti i muscoli erano paralizzati. Fortunatamente i due poliziotti erano vicini. Uno dei due disse: — Possiamo aiutarvi, signore?
Uno degli uomini che sorreggevano Fitzpatrick sorrise, scoprendo i denti bianchissimi.
— No, grazie, il nostro amico non si sente bene.
Fitzpatrick aprì la bocca per dire che non era loro amico, che stavano tentando di rapirlo nel bel mezzo della città, lui, un agente del MI5, il servizio segreto britannico, ma dalle sue labbra non uscì alcun suono. L’ondata di calore era arrivata alla testa, aumentando le vertigini. I due poliziotti non potevano rendersi conto del suo stato. Era solo molto pallido, come se fosse stato colto da un collasso cardiaco.
— Volete chiamare un’ambulanza? — chiese un poliziotto. — Questo signore sembra molto ammalato.
— È quello che faremo — rispose uno dei due uomini che sorreggevano l’inglese. — Abbiamo un ottimo medico al Centro culturale. Grazie, molte grazie.
Ripresero il cammino, osservati per qualche istante dai poliziotti. Poi questi ultimi si voltarono e tornarono verso il Master’s Palace, completamente rassicurati. Malta era una piccola isola pacifica dove la violenza era praticamente sconosciuta. Uno dei due poliziotti si avvicinò a un venditore ambulante di frutta e verdura che si era sistemato troppo vicino alla presidenza. Quando tornò al suo posto, Fitzpatrick e i suoi “amici” erano già scomparsi all’interno del Centro culturale libico.
Il maggiore Abu Dhofar rivolse un’occhiata furibonda al suo aiutante, Mohammed Jallud, poi esclamò: — Imbecille! Se muore, cosa facciamo?
John Fitzpatrick riposava su una brandina, nudo fino alla cintola, le narici strette, la faccia cianotica, il respiro corto. Il medico del Centro culturale libico scosse la testa.
— Bisognerebbe mandarlo in rianimazione — disse. — Non c’è altro da fare. Se la dose non è mortale, la paralisi respiratoria sparirà poco a poco.
L’ala destra del centro era sotto il controllo dei servizi segreti libici, diretti, a Malta, dal maggiore Abu Dhofar. Mohammed Jallud chinò la testa, confuso.
— Borg è scappato, mormorò. Restava solo lui e non potevamo far altro che fermarlo.
— L’avete quasi ammazzato — rispose seccamente il maggiore. — Davanti a centinaia di persone. Ed è un inglese, non un maltese. Lo capisci? Noi non facciamo la guerra agli inglesi. E se crepa senza aver detto niente?
— Io credo che se la caverà — azzardò timidamente Mahmud Faradi, il terzo libico.
Lui non aveva fatto nulla e si sentiva più a suo agio di fronte al maggiore. Quest’ultimo terrorizzava i suoi uomini, malgrado la bassa statura, quasi da nano. Capelli cortissimi, indossava sempre abiti civili di ottimo taglio e portava scarpe con tacchi di dieci centimetri. Musulmano di stretta osservanza, non toccava mai alcol, seguiva alla lettera tutti i precetti del Corano e idolatrava il suo capo, il colonnello Gheddafi.
Il maggiore Dhofar fulminò con un’occhiata i suoi subalterni. Poi tornò a rivolgere la sua attenzione a John Fitzpatrick, combattuto tra due sentimenti. C’era ancora il tempo di fare marcia indietro. Di aspettare cioè che l’agente del MI5 riprendesse conoscenza, e di limitarsi a fare la parte dei buoni samaritani. L’inglese non avrebbe mai scoperto la causa del suo malore e si sarebbe dovuto accontentare di semplici sospetti. Però, in tal caso, il maggiore Dhofar sarebbe dovuto ripartire da zero nella missione che gli era stata affidata dal suo superiore diretto, capo dei servizi libici, il maggiore Abd Muneim El Humi.
L’altra soluzione era più rischiosa. Lo scontro diretto con un grande servizio segreto occidentale. Ma se il maggiore agiva rapidamente, il gioco valeva la candela. Anche perché il leone britannico aveva perduto molti dei suoi denti… Dhofar si voltò di scatto verso i due ufficiali, spinse in fuori il mento e ordinò con voce calma: — Mahmud, corri a St Andrew’s. Va’ nel mio ufficio e chiedi a Jihad di aprirti il mio armadio di metallo. Ci sono dentro delle parrucche. Prendi quella che si avvicina di più al colore dei capelli di quest’uomo. Poi va’ a prendere Nasser. A quest’ora starà trasmettendo. Portalo qui. Mettigli addosso i vestiti del prigioniero e fallo uscire dal Centro, in modo che tutti lo vedano. Però non dovrà avvicinarsi troppo ai poliziotti. Poi prenderà un taxi e si farà portare al Phoenicia. Entrerà in un gabinetto, si cambierà e tornerà a piedi. Capito?
— Capito, maggiore — rispose Mahmud Faradi.
Il maggior Dhofar girò sui tacchi e puntò il dito verso Mohammed Jallud.
— Avvolgilo in un tappeto e portalo all’uscita posteriore. Prendi il furgone verde.
— Lo porto all’Istituto tecnico?
— Sì. Nel cassone. Sai dov’è?
— Sì.
Da un anno i libici si erano installati negli edifici della ex Scuola magistrale di Malta e ne avevano fatto un Istituto tecnico, perfetta copertura per i loro servizi. Situati sulla punta di un promontorio roccios...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Vedi Malta e poi muori (Segretissimo)
  3. PERSONAGGI PRINCIPALI
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. Copyright