Ammissione di colpa
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Ammissione di colpa

  1. 406 pagine
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Ammissione di colpa

Informazioni su questo libro

La vicenda misteriosa di un avvocato che sparisce dalla circolazione portando con sé un'enorme somma di denaro di un suo cliente. Un legal-thriller scritto da uno dei massimi autori contemporanei di romanzi polizieschi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852048821
Print ISBN
9788804400691

NASTRO 1

Dettato il 24 gennaio alle 4 di mattina

1. IL MIO INCARICO

Lunedì, 23 gennaio
Il Comitato Direttivo di controllo della nostra società, noto ai soci semplicemente come “il Comitato”, si riunisce tutti i lunedì alle tre del pomeriggio. Davanti a caffè e brioche al cioccolato, i tre grandi papaveri responsabili dei settori cause civili, transazioni e procedure, decidono tutto ciò che avverrà durante la settimana nello studio Gage & Griswell. A essere obiettivi, i tre del Comitato non sono tipi malvagi, ma avvocati di prim’ordine, impetuosi affaristi instancabilmente impegnati nella ricerca del meglio del meglio per il G&G. Eppure, da quando sono arrivato qui diciotto anni fa, il Comitato e i suoi austeri capi, liberamente eletti in base ai patti societari, mi hanno sempre terrorizzato. Ho quarantanove anni e sono un ex poliziotto di pattuglia, un omone dalla facciata coraggiosa, dotato di una solida educazione irlandese, ma negli ultimi anni quei tre hanno fatto di tutto per scoraggiarmi. Hanno tagliato la mia percentuale di profitti, mi hanno trasferito in un ufficio più piccolo e hanno definito i miei orari e il mio rendimento del tutto insoddisfacenti. Questo pomeriggio, arrivando, ero preparato come al solito al peggio.
«Mack» mi ha detto Martin Gold, uno dei membri del Comitato Direttivo, «Mack, abbiamo bisogno del tuo aiuto. Per qualcosa di serio.» Uomo considerevole, Martin, peso medio dal torace vasto come la carta geografica dell’America, trent’anni fa faceva il wrestler nella squadra dell’università. Ha la faccia olivastra e astuta, simile a quella dei guerrieri mongoli di Gengis Khan, e l’aria autorevole di uno che ha sempre affrontato la vita di petto. Non ci sono dubbi, è il miglior avvocato che io conosca.
Gli altri due, Carl Pagnucci e Wash Thale, facevano colazione al tavolo di noce delle riunioni, un pezzo d’antiquariato di origine continentale, massiccio e squadrato come un orologio a cucù. Martin mi ha invitato a prendere una brioche, ma io ho accettato solo il caffè. Con quei tizi, devo tenermi sveglio.
«Il problema non riguarda te» ha detto Carl, svelto a captare la mia apprensione.
«Chi, allora?» ho chiesto.
«Bert» ha risposto lui.
Sono due settimane che il mio collega Bert Kamin non si fa vivo in studio. E niente lettere, né telefonate. Se si trattasse di uno qualunque degli esseri umani che lavorano per il Gage & Griswell da quando ci sono io, e dico proprio uno qualunque, da Leotis Griswell al polacco che vuota le pattumiere, un’assenza così sarebbe stata causa di grande preoccupazione. Ma non per Bert. Bert è una sorta di adolescente caratteriale, grosso e imbronciato, che ama solo dare battaglia nelle aule di tribunale. Se avete bisogno di un avvocato che controinterroghi un perito della parte avversa strappandogli le budella con gli artigli come fanno certi felini, Bert è il vostro uomo. Se invece volete qualcuno che venga a lavorare con regolarità, firmi il foglio delle presenze e tratti la segretaria come se ricordasse che la schiavitù è morta, allora farete bene a pensare a qualcun altro. Dopo un paio di mesi di processo, Bert tende a darsela a gambe. Una volta è riemerso al ritiro estivo dei Trappers, la nostra più importante squadra di baseball. Un’altra se n’è andato a giocare a Montecarlo. Con i suoi malumori, le espressioni torve e gli accessi di collera, le esibizioni maschiliste e gli orari rapsodici, Bert è sopravvissuto al Gage & Griswell soprattutto per la capacità di sopportazione di Martin, che è un campione di tolleranza e sembra amare i tipi strambi come lui. O, se non è che per questo, come me.
«Perché non chiedete a quei farabutti della sauna che Bert ama frequentare? Magari sanno dov’è finito.» Intendevo il Bagno Russo. Bert è scapolo, e durante i weekend gli piace seguire le squadre della Contea di Kindle in giro per il paese, scommettendo pesantemente e passando il tempo in bar frequentati da sportivi o posti come il Bagno, dove la gente parla dei giocatori con una confidenza che non ha nessun diritto di sbandierare.
«Si farà vivo» ho aggiunto, «lo fa sempre.»
Pagnucci si è limitato a ribattere: «Non questa volta».
«Ben detto» è intervenuto Wash Thale. «Molto ben detto.» Wash ha l’abitudine di fare commenti insignificanti usando un tono grave, importante, come se si fosse autoeletto voce della saggezza.
«Da’ un’occhiata» mi ha invitato Martin, spedendo attraverso la lucida superficie del tavolo una cartelletta marrone a soffietto. Un test, ho temuto immediatamente, e mi sono sentito mordere il torace dall’ansia, ma dentro la cartelletta ho trovato solo diciotto assegni. Erano stati emessi tutti su quello che chiamiamo il Conto Transazioni 397, un deposito fiduciario di duecentottantotto milioni di dollari, che viene amministrato dal G&G. I quattrini dovranno essere versati entro breve termine a svariate controparti, come liquidazione dei danni per un grave disastro aereo imputato alla TransNational Air. La TN, la maggiore linea aerea e agenzia viaggi del mondo, è il più importante cliente del G&G. Rappresentiamo la TN in tribunale; l’assistiamo negli acquisti, nelle trattative e nelle richieste di credito; ci battiamo per suo conto con gli esattori fiscali e i proceduralisti dell’intero globo terracqueo. Con i suoi alberghi e le sue stazioni climatiche sparsi per il mondo, il servizio catering nazionale, i campi da golf, i posteggi aeroportuali e le consociate di autonoleggio, la TN accampa diritti su parte del tempo di quasi tutti gli avvocati del nostro studio. Viviamo con la TransNational come una famiglia nella stessa casa, affittuari di quattro piani dell’Ago TN, subito sotto la sede centrale della compagnia.
Gli assegni dentro la cartelletta erano firmati tutti da Bert, con la sua folle grafia a svolazzi, e ognuno, intestato a una non meglio identificata Litiplex Ltd., era per un ammontare di svariate centinaia di migliaia di dollari. Sulla matrice, Bert aveva scritto: “Supporto contestazioni”. Il che significava analisi documentali, modelli computerizzati, testimonianze di periti… tutto il pandemonio tecnico che si scatena quando si verifica un disastro aereo.
«Che cos’è la Litiplex?» ho chiesto.
Con mia sorpresa, Martin ha agitato un dito come se avessi detto qualcosa di astuto.
«Non è registrata né autorizzata a fare affari in nessuno dei cinquanta Stati» ha esclamato poi. «Non compare in nessun registro di nessuno Stato neppure sotto una ragione sociale diversa. Ha controllato Carl.»
Carl ha annuito, aggiungendo col tono di chi annuncia un cattivo presagio: «Di persona».
Carl Pagnucci – nato Carlo – ha quarantadue anni ed è il più giovane dei tre. Parco di parole, avvocato nato, fa le sue prolusioni con la stessa espressione guardinga con cui Woody Hayes, l’allenatore di football, doveva osservare gli avversari. È un ometto pallido dai baffi simili ai ciuffetti di peli che restano attaccati al rasoio elettrico. Nei suoi perfetti abiti scuri di gran classe e i polsini impreziositi dai gemelli d’oro, è imperscrutabile.
Digerita la notizia che Bert, il mio folle collega degli ultimi tredici anni, aveva riempito assegni per milioni di dollari intestati a una società inesistente, ho provato lo strano impulso di difenderlo, forse per la mia vecchia simpatia per gli svitati.
«Magari qualcuno gli ha chiesto di farlo» ho detto.
«È da questa ipotesi che siamo partiti anche noi» ha risposto Wash, la cui figura corpulenta era tornata dov’erano le brioche. Era la prima probabilità che avevano preso in considerazione, ha continuato, non appena Glyndora Gaines, la responsabile del nostro Ufficio Contabilità, aveva notato quei grossi esborsi privi di giustificativi.
«Glyndora ha cercato per ben tre volte qualunque traccia di documentazione» ha spiegato Wash. «Fatture. Controfirma di Jake.» Secondo le nostre procedure, Bert era autorizzato a emettere assegni sul conto 397 solo dopo aver ricevuto l’approvazione scritta di Jake Eiger, un ex socio dello studio che ora è il direttore dell’Ufficio Legale della TN.
«E?»
«Non ha trovato niente. L’abbiamo perfino mandata di sopra a chiedere alle sue colleghe della TN incaricate delle verifiche contabili sul conto 397. Niente che potesse allarmarle, capisci? “Abbiamo varia corrispondenza da inoltrare a questa Litiplex. Bla, bla, bla.” Martin ha tentato lo stesso approccio con un paio dei legali delle controparti, nella speranza che sapessero qualcosa che noi non sapevamo. Ma niente, neanche una traccia. Nessuno ha mai sentito quel nome.» Wash è più subdolo che intelligente, ma guardandolo, con le sue macchie di fegato e la pappagorgia, il nervosismo controllato e i radi capelli grigio topo che insiste ad appiattire in un riporto, ho riconosciuto l’espressione sconfitta di quando è sincero. «Per non parlare delle girate» ha aggiunto.
Me le ero lasciate scappare. Ora notavo sul retro di ogni assegno il timbro verde in due lingue dell’International Bank of Finance di Pico Luan. Pico, una minuscola nazione dell’America Centrale, una pellicina sull’alluce dello Yukatan, è un paradiso per i dollari in fuga e l’assoluta segretezza bancaria. Non c’erano firme, sul retro degli assegni, ma su ognuno, sotto il timbro, era scritto quello che presi per un numero di conto. Un deposito diretto.
«Abbiamo tentato di parlare con la banca» ha detto Martin. «Ho spiegato al direttore generale che volevamo semplicemente conferma che Robert Kamin avesse il diritto di versare e prelevare dal conto 476642. In risposta, ho ricevuto una simpatica lezione sulle leggi che regolano il segreto bancario a Pico. Tizio piuttosto intelligente. E con un accento così simpatico. Esattamente il trattamento che ci si può aspettare in campo bancario. È stato come tentare di afferrare il fumo. Gli ho chiesto se conosceva il nome Kamin. Non una parola che potrei citare, ma mi è sembrato che dicesse sì. Dio sa che non ha detto no.»
«E a quanto ammonta il totale?» ho chiesto, sfogliando gli assegni.
«A più di cinque milioni e mezzo» ha risposto Carl, che con i numeri è il più svelto di noi. «Cinque milioni e seicentomila, a essere esatti, più qualche spicciolo.»
Su questo, siamo rimasti per un po’ senza parlare, intimoriti dall’enormità della cifra e dall’audacia dell’impresa. I miei colleghi sono caduti in preda a ulteriore sofferenza, mentre io, studiando me stesso più da vicino, mi accorgevo di vibrare come una campana colpita dal batacchio. Che idea! Arraffare tutti quei quattrini e tagliare la corda verso posti sconosciuti. Ricchezza, libertà, possibilità di ricominciare da capo! Non capivo bene se ero più scandalizzato o eccitato.
«Qualcuno ha parlato con Jake?» Mi sembrava il logico passo successivo, informare il cliente che era stato buggerato.
«Dio, no» mi ha risposto Wash. «La pagheremo cara, con la TN. Un socio dello studio che mente, truffa, ruba. È esattamente il tipo di faccenda che Krzysinski aspettava per far fuori Jake. Sarà la fine. La fine.»
Ci sono molte cose che mi sfuggono, in quei tre – i Tre Grandi, come vengono chiamati dietro le loro spalle – ma questa volta pensavo di sapere perché ero là. Per la maggior parte della mia carriera al G&G, sono sempre stato considerato una sorta di pupillo di Jake. Siamo cresciuti nello stesso quartiere, e Jake è anche il terzo o quarto cugino della mia ex moglie. È stato lui a farmi assumere nello studio, quando se n’è andato per diventare il direttore dell’Ufficio Legale della TransNational Air. Al G&G, è una vecchia tradizione: ormai da quattro decenni, è sempre un nostro ex socio a prendere in mano l’Ufficio Legale della TN, dove si arricchisce speculando sul mercato azionario e si ricorda dei vecchi colleghi dando loro l’opportunità di emettere sostanziose parcelle. Da un po’ di tempo, però, Jake viene messo sotto pressione da Tad Krzysinski, il nuovo presidente e amministratore delegato della TN, che lo sollecita a distribuire gli incarichi legali della compagnia a un maggior numero di studi esterni. Insicuro della propria posizione presso Krzysinski, Jake dà segni preoccupanti di voler eseguire l’ordine. Anzi, con me l’ha già eseguito da un bel po’. Non so dirvi se mi toglie il lavoro perché ho divorziato da sua cugina, o se perché tempo fa mi nutrivo d’alcol, o se perché sono afflitto da quella cosa che in termini educati potrebbe essere definita “malaise”.
«Prima di procedere, Mack, volevamo un tuo consiglio sul da farsi» è intervenuto Martin, guardandomi diritto negli occhi da sotto le sopracciglia a cespuglio. Dietro di lui, fuori dalle ampie finestre del trentasettesimo piano dell’Ago TN, si stendeva la Contea di Kindle, con le sagome a scatola da scarpe di Center City e, oltre, i comignoli di mattone simili a braccia levate. Tutta quella ricchezza periferica si adagiava sulla riva occidentale del fiume, sotto il baldacchino degli alberi più annosi. Ma lo spettacolo era offuscato e intristito dalla luce livida dell’inverno.
«Chiamate l’FBI» ho consigliato. «Vi do io un nome.» Da un ex poliziotto ci si aspetterebbe che raccomandasse il suo vecchio dipartimento, ma io mi sono lasciato alle spalle alcuni nemici nella polizia. Interpretando l’espressione dei miei soci, mi è stato chiaro che mi ero lasciato sfuggire il loro umore. L’intervento della legge non era previsto.
Alla fine Wash si è deciso a dire: «Prematuro».
Ho confessato che non vedevo alternative.
«Si tratta di affari» ha esclamato Carl, esprimendo un credo dal quale fa discendere qualunque ulteriore premessa. Carl adora quello che chiama il mercato, e ci mette un ardore che nei secoli scorsi veniva riservato solo alla religione. Possiede una robusta esperienza nel campo azionario, dal quale sa trarre il meglio, e conduce una vita afflitta dal jet-lag: dal Distretto della Columbia, dove dirige il nostro ufficio di Washington, vola qui nella Contea di Kindle almeno due volte alla settimana.
«Ciò che avevamo in mente» ha detto Wash, posando con eleganza le vecchie mani sul tavolo scuro. «O almeno, ciò che alcuni di noi avevano in mente, è che se riuscissimo a trovare Bert potremmo ragionare con lui.» Ha inghiottito a vuoto. «Convincerlo a restituire i soldi.»
L’ho fissato.
«Magari ci ha ripensato» ha insistito Wash. «Qualcosa del genere… È impulsivo. Ora è in fuga, si nasconde. Potrebbe desiderare un’opportunità diversa.»
«Wash» gli ho ricordato, «Bert ha cinque milioni e mezzo di ragioni per rispondere no. E un piccolo problema sul finire in galera.»
«No, se noi non lo diciamo in giro» ha risposto Wash, inghiottendo di nuovo. Sopra la cravatta a papillon, la faccia olivastra era illanguidita dalla speranza.
«Non informereste la TN
«Se non facessero domande, no. E perché dovrebbero farne? E poi, se la cosa funzionasse, che cos’avremmo da dire? Che abbiamo “quasi” avuto un problema? No, no. Non credo che ci sia richiesto.»
«E che fareste con Bert? Un bacio e via?»
«Si tratterebbe di una contrattazione» ha detto tranquillamente Pagnucci, da affarista convinto che fra gente disponibile si trova sempre una soluzione.
Ci ho pensato sopra, rendendomi conto a poco a poco di quanto abilmente poteva essere gestita l’intera faccenda. La solita ipocrisia, ma in dosi più massicce. Avrebbero fatto tornare Bert e concluso che si era trattato solo di un brutto sogno. O gli avrebbero chiesto di ritirarsi per un po’ dall’esercizio della professione, versandogli un risarcimento, o rilevando le sue quote, o che altro. Un uomo in preda alla paura o al rimorso potrebbe trovarle attraenti, offerte del genere. Ma non ero sicuro che Bert l’avrebbe considerato un affare. In realtà, per essere tanto intelligenti, quei tre sembravano avere le idee confuse su ciò che era successo. Erano stati truffati alla grande e ancora si comportavano come se tutto fosse riconducibile a un patto fra amici.
Wash aveva tirato fuori la pipa, uno dei suoi tanti attrezzi scenici, e la muoveva nell’aria.
«O troviamo un modo di risolvere il problema in privato, o entro un anno le porte del nostro studio si chiuderanno per sempre. Entro sei mesi, anzi. Questa è la mia convinta previsione.» Il senso di pericolo che Wash avvertiva riguardava senza dubbio soprattutto lui stesso, dato che era...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Scott Turow
  3. Ammissione di colpa
  4. NASTRO 1 - Dettato il 24 gennaio alle 4 di mattina
  5. NASTRO 2 - Dettato il 24 gennaio alle 11 di sera
  6. NASTRO 3 - Dettato il 26 gennaio alle 9 di sera
  7. NASTRO 4 - Dettato il 30 gennaio alla una di notte
  8. NASTRO 5 - Dettato il 1˚ febbraio alla una di notte
  9. NASTRO 6 - Dettato il 2 febbraio alle 7 di sera
  10. Copyright