ORE 8.45, ENTRATA
C’era Bea, ferma all’ombra del grande faggio dall’altra parte del cortile. Rachel, che come sempre l’aveva evidentemente aspettata nel posto sbagliato, fece per raggiungerla ma si bloccò. Oh oh. Anche a quella distanza, era facile interpretare i segnali: tesa, guardinga, sorridente... Bea si stava preparando a fare uno dei suoi Grandi Annunci. Il cortile era talmente affollato e rumoroso – quella era sempre la mattinata più frenetica dell’anno scolastico – che una persona normale avrebbe dovuto urlare, e molto forte, per attirare l’attenzione. Ma non Bea. Lei non avrebbe mai alzato la voce vicino alla scuola, soprattutto dopo che la campanella aveva suonato, e comunque non ce n’era bisogno. Attese semplicemente il momento giusto, poi scostò i lunghi capelli da entrambi i lati del viso, come se aprisse il sipario a teatro, diede un piccolo colpo di tosse e iniziò: «Bentornate, bentornate. Spero che abbiate passato un’estate fantastica». E subito il caotico e rumoroso chiacchiericcio del ritorno a scuola si placò in un sommesso e regolare ronzio.
Tutti i gruppetti sparsi nel cortile, che si stavano aggiornando sulle novità dopo la lunga pausa estiva, si interruppero e si voltarono verso di lei. Le solitarie, preoccupate per quel primo giorno di scuola in una classe nuova, dimenticarono il nervosismo e la fissarono. «Un momento di attenzione, per favore. Ascoltatemi.» Bea alzò il suo enorme mazzo di chiavi e lo scosse, con un sorriso ancora più largo. «Il nuovo preside...» fece una pausa «mi ha chiesto...» le sue parole si fecero strada nella piccola folla «di formare una squadra.» Era in punta di piedi, ma non sarebbe stato necessario. Beatrice Stuart era di gran lunga la più alta di tutte.
Rachel tornò ad appoggiarsi al muro assolato dell’aula prefabbricata e sorrise. Rieccoci, pensò. Anno nuovo, progetto nuovo. In che cosa l’avrebbe incastrata Bea, questa volta? Osservò le secchione che si affollavano attorno a lei sotto l’albero. Quello sfoggio di entusiasmo non le lasciava altra scelta che restare dov’era, e mantenere le distanze. Poteva risparmiarselo. Più tardi Bea le avrebbe comunque raccontato tutto. Avrebbe aspettato lì. Se ne sarebbero andate insieme fra un minuto. Come sempre.
L’asfalto dell’area giochi aveva bisogno di manutenzione e l’insolito calore mattutino l’aveva già reso appiccicoso. Rachel doveva continuare a strusciare le suole delle scarpe per evitare che restassero attaccate. Mentre agosto era stato un mese cupo e umido, per l’inizio del nuovo anno scolastico l’estate era tornata in tutto il suo splendore, animata e piena di energia. Che cosa buffa, pensò Rachel, anche le stagioni vanno in vacanza. Gli ultimi Natali erano stati tiepidi e piovosi. Solo all’inizio del secondo trimestre l’inverno si era ripresentato, seppellendoli di neve e portando alla chiusura delle scuole. E adesso eccoli qui, dopo un mese di felpe e impermeabili e più “Simpson” del consigliabile, pronti per un autunno soffocante. Forse non era soltanto la scuola a vivere secondo il calendario accademico: era uno schema apprezzato anche dalla natura nella sua interezza.
Rachel tentò di intercettare il discorsetto di Bea senza muoversi, ma riusciva a sentire soltanto dei frammenti. Qualche frase sul favoloso nuovo preside. E sugli ultimi tagli selvaggi. E, ma pensa un po’, la necessità di raccogliere fondi. Naturalmente. Altri fondi da raccogliere. Rachel spostò il peso sull’altra anca e smise di ascoltare.
Osservò pigramente un trattore che tracciava linee nel campo dietro il cortile, guardò un aereo che disegnava una curva perfetta in un cielo perfettamente azzurro. Dio, che caldo. Cosa le era venuto in mente di mettersi i jeans? Il clima non aiutava a placare la sua irrequietezza. A differenza del resto della natura, Rachel non reagiva con entusiasmo al ritorno a scuola. Niente animazione, zero energia. Quel mattino aveva faticato a trascinarsi fin lì, in cima alla collina: Sisifo e il suo dannato masso tutto in uno. Comunque, dopo le vacanze che aveva passato, perfino Rachel era, se non contenta, perlomeno grata di essere di nuovo a casa.
La loro scuola le era sempre piaciuta, e anche dal fondo fangoso del suo piccolo pozzo personale di infelicità si rendeva conto che quel giorno aveva le sembianze del paradiso. La scuola materna ed elementare di St Ambrose Church era in cima alla collina, aggrappata ai margini di una piccola città, e godeva di uno splendido panorama verdeggiante in attesa che arrivasse l’inevitabile centro commerciale a distruggerlo. Rachel ne adorava l’architettura finto-ecclesiastica, il portone ad arco e il tetto spiovente, perfetti emblemi degli sfarzosi valori ottocenteschi all’origine della sua esistenza. Poteva perdersi per ore a osservare le diverse forme delle ombre proiettate sul cortile dai rami del vecchio faggio, sotto cui i bambini giocavano e i genitori si radunavano a parlare, come in quel momento.
E naturalmente le piacevano le persone. Insomma, la maggior parte. Dopotutto il St Ambrose era famoso proprio per quello. In tutta la contea, era celebre per costituire un’unica, grande famiglia. Al St Ambrose ognuno si prendeva cura degli altri; se ne facevano un punto d’onore. O almeno, qualcuno lo faceva. E Rachel era stata sempre molto attenta, in maniera istintiva, ad avere a che fare con loro il meno possibile, compatibilmente con la buona educazione. E restando a distanza di sicurezza, osservò, quell’unica grande famiglia radunata attorno a Bea, le mamme con le mani alzate a offrirsi per questo o quello, tutte frementi ed eccitate. Rachel scosse la testa: sinceramente, ogni tanto non le reggeva proprio più, sul serio. Nello stesso tempo, però, ammirava davvero Bea: era incredibile come riuscisse a rifilare alle persone compiti seccanti per i quali nessuno le avrebbe ringraziate riuscendo però a farle sentire profondamente grate. Vederla lì circondata da donne – mentre esponeva progetti, dava ordini, pensava in grande, muoveva le montagne – era come osservare una creatura nel suo elemento. Lei era quello. Rachel poteva soltanto guardare, con amore e ammirazione. Lei e Bea avrebbero davvero potuto appartenere a specie diverse. Ma non importava: erano grandi amiche – migliori amiche, anzi – dal giorno in cui si erano conosciute, quando le bambine avevano iniziato l’asilo, sei anni prima.
Dalle finestre aperte arrivava la colonna sonora del primo giorno di scuola – la cantilena dei saluti, le seggioline che strisciavano sul pavimento per essere accostate ai piccoli banchi, i vassoi di plastica sbatacchiati – e all’improvviso Rachel vide con la coda dell’occhio qualcuno che non conosceva affatto, alta, bruna, un modello di eleganza dal caschetto morbido alle ballerine. Ah, guarda guarda, pensò mentre si girava per osservarla meglio. Guarda guarda. Era una visione rara, e meravigliosa: una persona nuova, e con l’aria di essere davvero interessante. Secondo la sua ormai lunga e tediosa esperienza, l’inizio dell’anno scolastico in settembre era talmente simile alla fine dell’anno precedente che era come essere rimasta seduta nel cinema fino alla fine dei titoli di coda, per poi vedere ricominciare lo stesso noiosissimo film. Era mai possibile che questa volta ci fosse qualcosa di diverso? La stessa storia ma in un remake con un altro cast?
La nuova arrivata si avvicinò al gruppo attorno a Bea ed esitò ai margini. Sembrava che si stesse chiedendo se unirvisi o meno, valutando i pro e i contro, poi si allontanò e si avviò verso il parcheggio. Rachel rimpianse che non si fosse fermata ancora qualche minuto, giusto il tempo di conoscersi, ma comunque non poteva che applaudire alla decisione di togliersi di torno e non farsi imbrogliare. Mentre lo pensava, però, già sentiva nascere dentro di sé la scontrosa ammissione che avrebbe dovuto fare la sua parte, e la sensazione crebbe fino a quando, come un bambino piccolo e capriccioso, cominciò a tirarla e a spingerla per mandarla dove non voleva andare. Bisognava cedere. Rachel sospirò e si trascinò fino all’albero, pronta a vedersi assegnare qualche incarico minore e senza importanza, un simbolico attestato di appartenenza.
«È fantastico. Grazie, bella» stava dicendo Bea alla brutta Clover, che si ritrovava sempre ai margini delle cose, come un nuvolone nero durante un picnic. «E abbiamo arruolato anche Colette, Jasmine e Sharon. Sempre pronte a dare una mano.»
Come faceva Bea a sapere sempre chi era chi? Rachel vedeva quelle tre tutti i giorni da sempre, ma aveva ancora difficoltà a distinguerle l’una dall’altra. No, non era proprio così: da quando il matrimonio di Colette era finito, l’anno precedente, e aveva liberato la teenager che c’era in lei, Rachel era in grado di riconoscere Colette. Era difficile ignorare i pettegolezzi, per quanto lo si desiderasse, e secondo i pettegolezzi anche tutti i maschi in un raggio piuttosto ampio adesso conoscevano Colette. Ma Jasmine e Sharon... sfidava chiunque a distinguerle. Avrebbero potuto scambiarsi le vite e nessuno, né uomo né bambino, se ne sarebbe necessariamente accorto. E anche se lo avessero fatto, se ne sarebbero forse preoccupati? Quelle due facevano ginnastica insieme, shopping insieme, pensavano e perfino parlavano come una cosa sola. Rachel non sapeva se avessero anche trascorso insieme le vacanze, ma sapeva per certo che avevano preso troppo sole, dato che ricordavano l’uva passa.
Era questa la cosa più strana del primo giorno di scuola: i bambini avevano trotterellato in classe tutti lustri, puliti e in ordine, mentre le madri erano curate come Robinson Crusoe. Rachel non ne riconosceva una buona metà. Nel giro di poche settimane, e di qualche seduta dal parrucchiere e all’istituto di bellezza, la situazione si sarebbe ribaltata: i bambini sarebbero stati disordinatissimi, e le madri sarebbero rifiorite. A parte Heather, naturalmente. Heather non si lustrava, non si curava, non si agghindava. Da sei anni era sempre la stessa affidabile Heather, con gli stessi affidabili vestiti. In quel momento era in punta di piedi – per forza – e usava la mano sinistra per sorreggere la destra e spingerla più su, agitandola freneticamente. E nel frattempo gli occhiali le scivolavano pericolosamente lungo il naso.
«Allora... Heather, giusto? Forse potresti...» Bea parve in difficoltà, poi colta da un’ispirazione improvvisa. «Ci sono! Potresti essere la segretaria del comitato! O almeno puoi provarci. Non ti prometto niente, ma vediamo come te la cavi.»
Heather arrossì, trionfante. Era un peccato, pensò Rachel con un moto di sincera simpatia, che Heather non trionfasse più spesso. Così, tutta rosa, non sembrava più un tragico topolino.
«Ah» nella voce di Bea adesso c’era una nota di autentica malizia. «Georgina. Joanna.»
Georgie – che, a essere sinceri, aveva il look da naufraga in tutte le stagioni – stava cercando di filarsela. Dopo le vacanze i suoi capelli erano più selvaggi che mai, ma Rachel la trovava comunque molto bella. Per quanto ci provasse, Georgie non riusciva a nascondere la sua bellezza sottile, naturale ed elegante. Jo, forte e tozza, le stava accanto come una guardia del corpo.
«Cosa...» sospirò Georgie girandosi verso Bea «... c’è?»
«Il nuovo preside è assolutamente deciso a ovviare agli spaventosi tagli che quest’anno sono previsti per il budget del St Ambrose – quello che sta succedendo è un vero scandalo, siamo proprio fortunati ad avere qualcuno così incredibilmente esperto di finanza – e ha chiesto a... uhm... a me di creare un comitato per la raccolta fondi. Sarebbe carino se partecipaste anche voi due. Per una volta.»
«Io? No. Mi spiace. Davvero. Mi piacerebbe. Ma proprio non posso.» Afferrò il bambino piccolo che le stava attaccato alle gambe e lo sollevò come un passaporto per andarsene. «Ho Hamish...»
«Georgie, ormai non è più un neonato! E tu hai più figli in questa scuola di chiunque altro.» Parlando, Bea sorrise al suo pubblico.
«Ma non ti servirei a niente. Veramente. Non sapresti che fartene di me.» Si avvicinò a Jo. «Siamo entrambe inutili.»
«Eh, sì» annuì Jo. «Spazzatura.»
«Grazie, allora. È fantastico averti con noi.» Bea segnò il nome di Georgie. «Lo stesso vale per te, Jo.» Un altro segno. «Eccellente.» Le due si ritirarono, borbottando indignate.
Rachel non aveva intenzione di alzare la mano come tutte le altre. Lei non era una fallita come alcune di loro. Si stava invece preparando ad attirare l’attenzione di Bea con un cenno minimo, allusivo e ironico, a indicare che anche lei avrebbe potuto dare una mano, in modo molto vago e marginale, quando una donna che non aveva mai visto prima si fece avanti e si rivolse a tutte le presenti. Ehi, e chi era quella? Non un’altra notevole nuova arrivata? Si stavano toccando dei livelli di eccitazione senza precedenti. Rachel ridacchiò fra sé. Purché il St Ambrose fosse all’altezza...
«Oh, okay» disse l’esotica sconosciuta, che era alta come Bea, bionda come Bea e addirittura – oddio – bella come Bea. «Mi arrendo! Niente scuse. Sono in pausa professionale. Sensazioni troppo positive! Niente di meglio. Ognuno fa la sua parte. Fantastico! Ci sono. Vi aiuterò anch’io!»
Bea sollevò un sopracciglio. Caspita, pensò Rachel. Non succedeva spesso, perché Bea aveva paura di danneggiarsi la pelle della fronte, ma quando succedeva... mamma mia. Era l’equivalente, per un qualsiasi mortale, di scagliare una sedia dalla finestra o schiantare la macchina contro un lampione. Dio. Il sopracciglio. Rachel fischiò piano.
«Mi scusi.» Il sorriso di Bea era caldo, anche il suo tono di voce, ma quel sopracciglio era sempre su. «No...