Mai ci eravamo annoiati
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Mai ci eravamo annoiati

  1. 192 pagine
  2. Italian
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Mai ci eravamo annoiati

Informazioni su questo libro

Quando Mai ci eravamo annoiati balzò sulla scena editoriale americana, alla fine degli anni Settanta, a nessun lettore era mai capitato di leggere niente di simile. Un libro che faceva saltare tutte le regole e imponeva con leggerezza un'irresistibile carica di novità e anticonformismo, una boccata daria fresca nei locali chiusi di una festa mondana dove gli elegantissimi ospiti hanno iniziato da un po' ad annoiarsi. Soprattutto è la voce a incantare, la voce della giovane Jen Fain, una ragazzina di provincia appena sbarcata a New York e decisa a conquistarsi il suo posto sul palcoscenico più desiderabile dell'epoca, sotto le mille luci di una città che non è mai stata così scintillante. Ci sono le feste nei loft di Brooklyn dove si incontrano galleristi, intellettuali francesi, editori spregiudicati, l'intero bel mondo della cultura. E poi le esercitazioni di volo con biplano, i molti amori fugaci e turbolenti, i viaggi, le lunghe serate nelle redazioni dei giornali, e una certa nostalgia per le notti in collegio con le amiche quando il mondo era più piccolo.
Renata Adler, autrice icona della cultura newyorkese degli ultimi cinquant'anni, ci stuzzica riuscendo a essere allo stesso tempo amorevole e sfuggente. E ci racconta, in questo romanzo-non-romanzo, il nostro tempo frammentario, le nostre molteplici identità, le idee, le esperienze e le emozioni della contemporaneità - feroce, amara e in tutto e per tutto splendida.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804638285
eBook ISBN
9788852048654

L’Agenzia

La nave era vecchia. Il cibo bollito. Le cuccette poco solide. La traversata durò più di una settimana. Le cabine e i ponti erano tutti di classe turistica. Nove giorni dopo la partenza da New York, la sera prima di arrivare a Cobh, ci fu una gara di talenti vicino alla sala motori. Una ragazza di Briarcliff ballò il tip-tap sulle note di un inno. Tre ragazzi di Tufts suonarono Aloha-Oe battendo le forchette su bicchieri più o meno pieni d’acqua. Una coppia, di ritorno in Baviera dopo vent’anni, cantò sette volte Du, du liegst mir am Herzen. Un impiegato di Albany fece imitazioni, voltando le spalle al pubblico per ricomporre i lineamenti fra una e l’altra. Un capo scout di Tenafly girò per la sala con il suo monociclo. La figlia della coppia bavarese, dapprima riluttante a esibirsi, cantò un’aria molto amata di un’opera tedesca, che tradotta faceva: “Fritz, rallegrati! Fritz, rallegrati! Domani mangeremo insalata di sedano”. E poi uno studente indiano della McGill University, salito a bordo a Montréal, si avvolse un turbante intorno alla testa con studiata lentezza. Tutto qui. Non vinse il premio – una scena pastorale di marzapane – ma ci diede da riflettere su cosa sia il talento. Un’interpretazione così interessante non mi ricapitò più per anni, finché, in una trincea nel Sinai, un soldato israeliano nativo dello Yemen masticò e inghiottì una lametta per fare colpo su Yael Dayan.
Quell’anno uno studente Fulbright a Parigi andò a unirsi, chissà come, a una banda di teppisti a Budapest. Uno studente Fulbright a Firenze era morto insieme a un gruppo di turisti che stava accompagnando nel deserto della Libia. Gli americani erano irrequieti. Ai borsisti all’estero venne revocato il permesso di ricevere assegni per posta. Doversi presentare per ritirarli gli impediva di muoversi, almeno un giorno al mese. In patria, un gruppo di studenti che stavano portando una macchina da un capo all’altro del paese per conto del proprietario, a loro sconosciuto (un’agenzia aveva concluso l’affare), filarono per ore a tutta velocità nel deserto. Era quasi il tramonto. Non vedevano altre macchine da mezzogiorno. Poi, in lontananza, ai confini del mondo, scorsero una macchina che veniva verso di loro, con il sole rosso che tramontava sullo sfondo. Proseguirono ridendo. Per alcuni minuti, le due macchine si corsero incontro sulle rispettive corsie. Guidatori e passeggeri cominciarono a sorridere e salutarsi da lontano. Qualche istante dopo – fra risate, grida e saluti – le due macchine si scontrarono. Gli occupanti erano dodici in tutto, e nessuno morì. Un diciassettenne riprese conoscenza a mezz’aria, impigliato nei fili del telefono. Era troppo sbigottito per avere paura. Scese con calma i pioli del palo. Aveva una lieve frattura al braccio. Gli altri, che se l’erano cavata con qualche graffio, erano sparpagliati per diversi metri lungo l’autostrada. Si tirarono su piano piano, videro cos’era rimasto delle due macchine, rabbrividirono e si sedettero tutti insieme.
Il chihuahua artritico, con gli occhi strabici e vitrei, camminava sulla tovaglia in mezzo a piatti e bicchieri. Eravamo in un ristorante vicino alla Banque de France. Madame Devereux raccontava le sue esperienze di guerra. Aveva arrotolato bende. Aveva subìto privazioni, disagi. Aveva sopportato i bollettini dal fronte. Da principio, le notizie provenienti dai ghetti dell’Europa orientale avevano suscitato la sua compassione. Ma poi era inorridita. Aveva saputo da fonte autorevole che avevano rubato tutti i pomelli delle porte del ghetto e li avevano venduti. Erano dei furbi commercianti; e lei era stata ingenua. Ma quando, come Monsieur Devereux aveva previsto, erano arrivati a vendere le bende, a Madame non era rimasto più niente da arrotolare. Ci guardò negli occhi. «N’est-ce pas, mon petit» disse, accarezzando una chiazza spelacchiata dietro l’orecchio del chihuahua. Il cane si stiracchiò, ansimando. Un bicchiere di vino si rovesciò. «N’est-ce pas, mon petit, qu’ils allaient trop loin.» Non era stato uno di noi a rovesciare il bicchiere. Era stato il cane. Ce la mettevamo tutta. Forse non ci fidavamo del nostro francese.
Ci eravamo messi in fila. Avevamo attraversato l’Atlantico su una piccola, vecchia nave della French Line di nome Sarthe, che noi chiamavamo Sarde, un po’ per scherzo ma soprattutto per non farci sentire a pronunciare la r francese, cosa che allora ci sembrava molto importante. Ci eravamo messi in fila per la carte de séjour e la carta d’identità, per la registrazione come studenti e per il certificato di equivalenza del nostro diploma americano. Dopo aver fatto la fila per raggiungere il burocrate preposto a rilasciare un documento, avevamo scoperto che prima dovevamo ottenerne un altro. Al termine della fila per richiedere quest’altro documento, avevamo scoperto dal burocrate di turno che non poteva rilasciarlo senza la prova che avevamo già ottenuto il primo, o un terzo, o forse altri ancora, o entrambi. Era la primavera del 1961. Gli studenti francesi – e, per quanto ne sapevamo, gli studenti di ogni altra nazionalità – stavano già bruciando le bandiere americane nel cortile della Sorbona, in nome, dicevano, di Cuba. Era chiaro che ci odiavano. Noi stavamo lì. Sorridevamo. Eravamo andati all’estero con il sorriso americano. Eravamo serissimi. Solo i meno seri fra noi vagavano per le strade di notte, scandendo “La Paix en Algérie” con una combriccola di studenti, o “Algérie Française” con un’altra, finché i due gruppi riempivano i boulevard, convergevano e, con l’aiuto dei poliziotti ammassati che roteavano le mantelline con i piombini nell’orlo, scatenavano tumulti. La stessa sera in cui il Marchese de Cuevas arrivò in portantina a un balletto dell’Opéra, dove venne cosparso di petali di rosa, Bonbon Wechsler di Santa Barbara, che si era già procurata un amichetto marocchino con il quale scandiva slogan per migliorare il suo francese, perse di vista l’amichetto e venne trascinata nella manifestazione, ai cui margini, in Rue Bonaparte, venne accidentalmente spinta contro la vetrina di una libreria, dove quasi morì dissanguata fra mazzi di tarocchi vecchi e incompleti. I mazzi completi erano stati acquistati subito dopo la guerra dagli americani che studiavano La terra desolata.
«Niente affatto» continua a borbottare l’uomo che pulisce l’ufficio dopo la chiusura. «Niente affatto. Niente affatto.»
La fila più importante, la più lunga ed esasperata, era quella per le mense studentesche. Alcuni stavano in fila per quarantasei ore di seguito. Per ottenere la tessera della mensa bisognava avere tutte le altre carte e tessere in regola. Molto spesso, uno studente americano o di un altro paese straniero arrivava al banco con tutti i documenti e veniva accolto con l’occhiata, l’alzata di spalle e l’espressione di perfetta insolenza che caratterizzano, ovunque, il burocrate che ama il proprio potere di ostacolare. Molti studenti piangevano. Quasi tutti però perseveravano, assolutamente decisi a comprendere il paese e la lingua che li affascinavano in tanti modi diversi. In nessun’altra lingua, per esempio – di certo non nella nostra – avevamo una così improbabile dimestichezza con il vocabolario delle chiese, con le navate, le arcate del gotico fiammeggiante, le absidi, i capitelli, i transetti; o con le parole degli inni medievali e delle canzoni di amor cortese. Parlavamo del blu delle vetrate di Chartres, che la scienza moderna non è stata in grado di riprodurre, come se l’artigiano medievale che le aveva fabbricate fosse un nostro collega. Sapevamo che aveva addebitato alla diocesi l’acquisto della polvere di zaffiro necessaria per creare quel colore. La scienza moderna, almeno, aveva stabilito che gli zaffiri non rientravano affatto nella miscela. Fu il nostro primo, più erudito incontro con un caso di spese gonfiate.
Le modelle camminavano lungo la passerella, squadravano il pubblico con totale, annoiato disprezzo, si voltavano, uscivano senza fretta. Tutto questo, per qualche motivo, induceva le clienti a comprare. Nel giro di un anno, convinti di molte cose europee eppure inalterabilmente americani, tornammo tutti a casa.
Abbiamo trentacinque anni. Alcuni di noi hanno i capelli grigi. Facciamo tutti esercizi per gli addominali o qualcos’altro per mantenerci in forma. Io ho le lenti bifocali. Poiché non sono affatto abituata a portare gli occhiali, tendo a sottovalutare la distanza necessaria, per esempio, per i baci sulle guance. Se anche l’altra persona porta gli occhiali, è probabile che si verifichi uno scontro di montature. Abbiamo avuto qualche sbornia, un occasionale crollo psicotico, undici divorzi, un figlio autistico, sei aborti, due omosessuali imprevisti, diverse relazioni tranquille e tristi di quelle che durano una vita, un annegamento, due malattie gravi, un odio per ciascuno, nessun crimine. Nessun crimine non è cosa da poco. Alle superiori avremmo potuto investire qualcuno e scappare. Prima ancora, avremmo potuto piantarla di mettere le monetine sui binari per farle piegare dal treno, e tentare di saltare sui vagoni merci in partenza. Ci sfidavamo sempre a farlo. Non sarebbe stato un crimine, naturalmente. Ma ci avrebbe portati oltre quello spartiacque di violenza irreversibile dove, nel giro di anni o nel guizzo di uno sbaglio, comincia il crimine.
«Niente affatto. Niente affatto» sta di nuovo mormorando fra sé.
Qualunque bambino che non fosse un fifone, naturalmente, nuotava. Nei laghi, nei mari e nelle piscine piene di cloro si guadagnavano il diploma, Principiante, Intermedio, Avanzato, Bagnino di salvataggio junior, Bagnino di salvataggio senior, tutti gli attestati estivi di un bambino sano del New England. La gente della nostra età e classe sociale è sempre stata ossessionata dai documenti: diplomi, carte, certificazioni, curriculum, licenze. Li ottenevi quando raggiungevi l’età per ottenerli. La maggiore età. Spesso quelli che saltavano l’anno giusto non si liberavano più della paura di nuotare, guidare, cacciare e così via. Gli attestati, comunque, cominciavano tutti nell’acqua: a cinque anni il cagnolino, e a dodici il tuffo per sottrarsi alla stretta mortale di un gigantesco istruttore, allo scopo di trascinarlo a riva con la presa al mento, la presa per i capelli, la presa al torace o qualunque altra presa. Ormai è da molti anni che accettiamo le rassicurazioni che l’acqua è gradevole – anzi, decisamente tiepida – una volta che ci sei dentro; è da molti anni che si tramanda questa rassicurazione assurda. Ed eccoci tutti qui. Tutti, cioè, tranne Barney, che si è ribaltato con la barca a vela nel novembre di due anni fa. È probabile che avesse bevuto. L’agosto precedente, quando io e Jim lo avevamo portato fuori a cena, ci aveva detto che era stufo del suo lavoro.
«Insomma, diplomandi» disse la preside delle superiori, interrompendo il Giuramento di fedeltà. «Una nazione. Al cospetto Diddéo. Indivisibile. Alcuni di voi dicono al cospetto Diddìo. Anzi, quasi tutti. Cosa penseranno i genitori? Cosa penseranno i vostri insegnanti? Cosa penseranno i visitatori di Hartford? È molto importante. Molti di voi andranno al college. Ora ripetete con me, per favore. Diddéo. Ancora. Diddéo. Al cospetto Diddéo. Indivisibile. Bene. Ora ricominciamo. Metteteci la stessa passione che ci metterete il giorno del diploma.» Si chiamava signorina Crosby. Crosby, non Crosbai. Gliela lasciammo passare.
Fin dalla prima infanzia, Jametta Anna Scozzafava disponeva di misteriose fonti d’informazione sui giorni di festa. Domani non c’è scuola, diceva, spesso un po’ tardi perché una bambina come lei fosse ancora alzata in una serata fredda: il giorno dello Scraggo, il giorno dei Registri Scolastici, il giorno del Muschio, il giorno della Commemorazione dello Stato, il giorno della Riparazione degli Scuolabus. Quelle feste esistevano davvero, misteriosamente, anche se poche di esse ricorrevano ogni anno. Jametta conosceva anche le notti di festa: la notte del Gesso, la notte della Spazzatura, la notte del Granchio, e credo anche la notte dei Registri Scolastici, però non ne sono sicura. La notte del Gesso e la notte della Spazzatura non avevano bisogno di spiegazioni. Non ho mai capito quali fossero i riti da osservare per la notte del Granchio e, un anno, per le Sette Lune. Dalla terza elementare in poi, Jametta passava le ore di lezione a bisbigliare con Moose Natale, se non era addirittura assente giustificata. All’ultimo anno, tuttavia, Jametta sedeva in prima fila, davanti a un certo Alvin Benso, nella classe d’inglese della signorina Keane. Stavamo facendo il dramma di Shakespeare in programma. Lo Stato esigeva che gli studenti studiassero per mezzo anno la storia mondiale, dalla Mesopotamia al presente; per mezzo anno la storia americana, da Jamestown al presente; la biologia per un anno intero, durante il quale bisognava sezionare un lombrico e una rana; e poi, a un certo punto dei quattro anni di letteratura inglese, un dramma di Shakespeare. Il metodo della signorina Keane per insegnare Shakespeare consisteva nell’assegnare le parti da leggere per fila, con i personaggi in ordine di apparizione; primo banco, prima fila, prima parte, e così via, seguendo le file. La classe stava facendo Il mercante di Venezia, il preferito della signorina Keane. La signorina Keane aveva tenuto la sua disquisizione su Shylock, un cattivo che lei trovava paragonabile, e forse persino collegato, ai tanti traditori del nostro tempo, del nostro paese, che facevano il lavaggio del cervello ai nostri ragazzi all’estero, trasmettendo messaggi subliminali in televisione, entrando di soppiatto nelle nostre menti, sempre che non ci fossero già dentro. Poi si era calmata. Cominciammo a leggere. Jametta era Portia. Toccava ad Alvin leggere Lorenzo. «Lorenzo Benso!» gridò Jametta. «Lorenzo Benso!» travolse la classe. Fu il nostro primo slogan politico, e la battuta della carriera scolastica di Jametta.
«Niente affatto» sta ancora mormorando fra sé, strascicando i piedi. «Niente affatto.»
Il legislatore di Albany ha votato piangendo. Suo cognato era candidato alla carica di giudice. Non aveva scelta. «Non voglio sentire cattiverie su Rosa Addio» ha detto il presidente di un comitato scolastico locale. «È una brava donna cristiana.» Il lobbista del sindacato degli insegnanti è sbiancato. «Ora, per la risoluzione dell’Alabama» ha detto il presidente dell’assemblea ai rappresentanti riuniti, «potete votare secondo coscienza. O con il vostro sindacato.» «Ah, l’occupazione, l’occupazione nel ghetto» ha detto l’accademico pedante, membro della commissione d’indagine che ogni anno insabbia la corruzione nella nostra sede universitaria. «L’occupazione nel ghetto è la nostra bête noire. Mi scusi.»
L’addetto all’archivio del giornale è un uomo irascibile. I giornalisti gli portano sempre via i dossier, si dimenticano di firmare, e poi li tengono, li perdono, li buttano via. Con l’andare degli anni ci si è ammalato. Ho firmato per prendere un dossier, l’ho messo sulla mia scrivania e poi l’ho portato a casa. Lo fanno tutti. Non è permesso. Dopo quattro giorni l’ho riportato indietro. L’addetto all’archivio era furibondo. Voleva sapere cosa sarebbe successo se l’uomo del dossier fosse morto in quei quattro giorni; da dove avrebbero preso, in mancanza del dossier, le informazioni per il necrologio? Ci avevo pensato? Be’, gli ho risposto, visto che avevo firmato, se l’uomo del dossier fosse morto, qualcuno mi avrebbe telefonato. Avrei riportato indietro il dossier. È vero, ha detto l’impiegato, ma c’erano altre questioni. Cosa sarebbe successo se, in quei quattro giorni, fosse emerso un nuovo fatto su quell’uomo, un fatto che sicuramente si sarebbe dovuto aggiungere al dossier; dove lo avrebbero aggiunto, in mancanza del dossier, in quale rubrica o categoria lo avrebbero messo? Ci avevo minimamente pensato, anche solo per un istante? Ho risposto di no. L’impiegato, pallido di rabbia, ha detto che avrebbe sottoposto il problema alla direzione. La gente è infelice in tanti modi diversi. Mi sono sempre piaciuti gli archivisti furibondi.
«Quello che lei dice è vero» disse il professore, contemplando il cielo dalla finestra dello studio, «ma non molto interessante.»
Corse su per le scale, e loro lo seguirono. Armeggiò con le chiavi, aprì la porta, se la sbatté alle spalle e tese l’orecchio al loro respiro e ai loro passi. Sentì prima i passi, pesanti sulle scale moquettate; poi li sentì respirare. Guardò dallo spioncino e, come al solito, non vide nulla. Si girò di scatto, si vide improvvisamente riflesso nello specchio e per poco non si spaventò a morte.
«Ho una chiamata a carico del destinatario da…»
«Sì, centralino. Va bene.»
«La signorina Fain a Wash…»
«Va bene, centralino. Accetto la…»
«…ington, D.C. Accetta la chiamata?»
«Grazie. Sì.»
A volte la collaborazione intralcia la sostanza. Qualcuno, probabilmente molti, avevano urinato nella cabina telefonica. Succede spesso. Molte cose servono a uno scopo diverso da quello originale, incontestabile. La corsia di sinistra dell’autostrada, per esempio. Qualcuno la usa perché la preferisce. Qualcuno perché è uguale alle altre. Qualcuno per altri motivi. Ma il fatto è che se usi quella corsia devi andare più veloce.
«Pronto, Jim?»
«Ciao.»
«Un momento, per favore. Ho una chiamata a carico del destinatario da…»
«Sì, centralino. Va bene. Accetto la chiamata
«Pronto, Jim. Sono…»
«Prego, parli pure. Ho la persona in linea.»
L’uomo con la parlantina più lenta che io conosca tende a spuntare da dietro le porte dell’ascensore, nei corridoi, nelle cabine e in altri posti angusti. Tossicchia, annuisce fra sé, comincia una frase, continua ad annuire fra sé durante ogni pausa. Mangiare con lui è un problema. Mastica scrupolosamente. Alza la forchetta, parla, s’interrompe a metà della frase, annuisce, mette in bocca quello che ha sulla forchetta, riflette, mastica. Quando deglutisce, si pensa che stia per finire la frase. Invece no, raccoglie un’altra forchettata di cibo, mangia, annuisce in silenzio, prende un sorsetto di caffè e un altro boccone prima di continuare. In queste occasioni si tende a bere molto. Il consenso lo blocca. A volte, quando dopo parecchie frasi è ormai chiaro quello che Moe sta per dire, quando, per esempio, ci si ritrova sotto la pioggia accanto a un taxi che si è chiamato nel preciso istante in cui è spuntato Moe, si cerca di completare la frase al suo posto. Questo lo rallenta. Si agita la mano davanti alla faccia, irritato,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Mai ci eravamo annoiati
  3. Arrocco
  4. Silenzio
  5. Palazzo
  6. Motoscafo
  7. Isole
  8. Quale guerra
  9. L’Agenzia
  10. Copyright