La miscela segreta di casa Olivares
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La miscela segreta di casa Olivares

  1. 336 pagine
  2. Italian
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La miscela segreta di casa Olivares

Informazioni su questo libro

Nel cuore di Palermo, sotto il grande appartamento degli Olivares, batte il cuore di un drago fiammeggiante: è la macchina che tosta dalla mattina alla sera il caffè, spandendo per le vie del quartiere un profumo intenso fino allo stordimento.
È tra le pareti della torrefazione che cresce Genziana, il più bel fiore tra i figli di Roberto Olivares, che ha chiamato come lei la qualità più pregiata di caffè. La vita scorre nell'abbondanza e nella certezza che il futuro non riservi sorprese perché Viola - sensuale e saggia matriarca - sa prevederlo leggendo i fondi di caffè. Ma proprio quando Genziana si appresta alla fioritura della giovinezza irrompe la guerra, e con essa la fame e la distruzione destinate a cambiare per sempre le sorti della città. Improvvisamente Genziana si ritrova sola, il grande drago sbuffante è costretto a fermarsi. Palermo, intorno, è un immenso teatro di macerie, una meravigliosa creatura ferita che deve capire come rinascere dalle proprie ceneri. «La tua fortuna saranno le femmine, la tua sicurezza il caffè» aveva detto Viola alla figlia scrutando il fondo della sua tazzina. Armata unicamente di queste parole, Genziana compie un lungo cammino, che la porta lontano senza mai allontanarsi dai Quattro Mandamenti di Palermo. Una folla di personaggi umili ma capaci di profonda umanità, l'incontro con una donna venuta dal Nord, le attenzioni del mafioso Scintiniune, l'amore per Medoro: tutto sarà per lei lievito di cambiamento. Eppure, solo ascoltando il proprio respiro Genziana troverà quello che cerca. Solo tostandosi, come un chicco verde di caffè, e poi aprendo il guscio potrà sprigionare il proprio aroma... Il destino della città e quello di una donna, l'incapacità della prima di plasmare la propria sorte a testa alta e il coraggio della seconda nel cercare la propria via; la debolezza e l'orgoglio, il maschile e il femminile, l'arabica e la robusta: opposte polarità che percorrono il romanzo e che si saldano intorno all'appassionante racconto della moderna invenzione della miscela, l'arte di mescolare caffè di origini diverse per ottenere una bevanda armoniosa. Fedele alla sua terra, Giuseppina Torregrossa ne canta la bellezza, non si rassegna alle sue meschinità e ci regala una nuova indimenticabile protagonista: fiera, mai scontata, vicinissima al nostro sentire.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804624998

LA FUGA

(1943-1950)

Da una pianta di nero caffè
un cosino piccino scappò,
lo rincorsi, lo presi, gli dissi:
«Non fuggire, ma resta con me...»
Chiccolino chiccolino di caffè,
non andare in Brasile e sai perché?
Se ti vede un piantatore a Santa Fé
ti confonde con un chicco e pianta te...
T. MARTUCCI, Chiccolino di caffè
(Zecchino d’oro, 1962)

1

Nel Sud della Sicilia, dopo la pioggia di metallo, comparve un arcobaleno multicolore. Un nugolo di paracadutisti scese dal cielo, imbracciando armi come ramoscelli d’ulivo.
Il 22 luglio del 1943 Palermo tornò a essere occupata. La parola d’ordine era: “Calati junco che passa la china”, e i palermitani cedettero, senza alcun imbarazzo: non erano i primi invasori, probabilmente non sarebbero stati gli ultimi.
Gli americani sembravano molto diversi dai tedeschi: simpatici, ciarlieri, generosi. Scherzavano, si prendevano confidenza, inquietavano le signorine, regalavano sigarette, ciunche e latte condensato. I soldati non rimasero a lungo, giusto il tempo di nominare i nuovi amministratori e poi si diressero verso la Sicilia orientale, da dove il 3 settembre, firmato l’armistizio, cominciarono a risalire la penisola. Subito dopo iniziò a soffiare un vento provvido che trasportò le nubi al Nord, dove le bombe continuarono a cadere ancora per tutto l’inverno. Mentre nell’isola si festeggiava la pace, nel resto dell’Italia la guerra andava avanti.
La vita ricominciò in tutta la città e anche nei Quattro Mandamenti. Prima di tutto si mise mano alle chiese, che senza l’aiuto di Dio non si andava da nessuna parte. Dopo toccò alle famiglie, che si ricomposero alla meglio: mancavano molti pezzi insostituibili. Si colmarono i buchi come si poteva. Ognuno cercò di ritrovare un luogo, un’attività, un senso, sperando in una qualche continuità con il passato.
Giovanni tornò da Orlando: aveva trascorso tutta la vita dentro la putìa, gli sembrò naturale rimettere in piedi le due stanzette.
Di Raimondo e Rodolfo si erano perse le tracce, ma l’operaio era convinto che fossero vivi. «Torneranno» ripeteva a Genziana. «Quelli hanno capito tutto, e vedi che hanno fatto bene a scappare.» Ruggero era stato trovato disorientato e folle nella cappella di San Giuseppe Falegname dentro alla facoltà di Giurisprudenza. La mattina del 9 maggio stava ascoltando la messa quando le sirene avevano iniziato a suonare. C’erano solo lui e padre Riccardo, il cappellano degli studenti, che agli universitari interessavano più le lezioni delle preghiere. Il cancello d’accesso si era incastrato e loro erano rimasti chiusi dentro. Si erano così affidati a quel Cristo di legno piantato sull’altare che, finito il bombardamento, aveva fatto sì che la serratura scattasse con un semplice soffio di vento. Ruggero si era salvato la vita ma ci aveva lasciato la ragione tra i marmi rossi e i pannelli di legno fiammato. Lo dovettero portare a casa di forza, spaventato per com’era si rifiutava di attraversare la strada. Poi la sua agitazione si era sciolta in un delirio profetico all’apparenza minaccioso, ma nel complesso pacifico. Era diventato l’ombra di Giovanni, lo seguiva passo passo tempestandolo di domande: «Come ti chiami tu?».
«Giovanni» rispondeva l’altro senza mai mostrare segni di impazienza.
«E sei santo?»
«No, però ho tanta fede e sono certo che faremo ripartire la torrefazione come un tempo.»
«Mio Padre è nei cieli» continuava Ruggero.
«Hai ragione, e da lassù ti guida», ma uno parlava di Dio e l’altro di Roberto Olivares.
Il giorno dopo ricominciava: «Come ti chiami?».
«Giovanni.»
«E sei santo?»
«No, ma Dio è dalla mia parte.»
«E che ne sai tu?»
«Lo so perché l’ho visto in sogno.»
«E hai aperto i quattro sigilli?»
Ruggero aveva sviluppato una fissazione per l’Apocalisse di san Giovanni.
«Ma certo, e anche il quinto, il sesto, il settimo... Senti, Ruggero, se te ne stai un poco tranquillo, appena ho finito preghiamo insieme.»
Lui ubbidiva, si metteva in un angolo, ma dopo poco riattaccava: «Come ti chiami?».
«Giovanni.»
«E sei santo?»
«No, ma mi ci stai facendo diventare!»
La ragazzina impolverata che Genziana aveva scambiato per la propria immagine riflessa era la figlia della zà Maria di vicolo Brugnò. Giovanni l’aveva trovata sul sagrato della cattedrale, seduta tra le pietre, stringeva tra le mani una bambolina di pezza. Aveva riconosciuto i suoi capelli crespi come quelli di un’africana, i denti aguzzi e triangolari. Certo che la madre fosse morta nel rifugio, l’aveva portata a casa Olivares, maledicendo quel Dio che separava i genitori dai figli.
Giorno dopo giorno, Provvidenza si era ritagliata uno spazio centrale in casa, dedicandosi alle faccende domestiche. Sembrava più piccola dei suoi nove anni, ma forse era semplicemente denutrita. Si muoveva tra fornelli e catini con esperienza e buon senso: grazie a lei la casa venne pulita, gli armadi furono riordinati, in cucina le stoviglie tornarono al loro posto e la biancheria profumò di nuovo di zagara. Aveva perso del tutto la memoria e coltivava con ostinazione l’amnesia, che evidentemente la preservava da un dolore insopportabile per una bambina della sua età.
Genziana però era convinta che se Provvidenza avesse ricordato qualcosa, forse avrebbe potuto avere notizie di Medoro, perciò non si rassegnava.
«Provvidenza, di unni veni?» le chiedeva a tradimento.
La ragazzina inseguiva nell’aria un’immagine sfocata, la bocca si apriva, la parola sembrava presentarsi sulla punta della lingua, le sillabe nuotavano nella saliva, ondeggiavano avanti e indietro tra i denti e la gola. Talvolta un nome si affacciava sulla soglia delle labbra, ma non faceva in tempo a pronunciarlo che quello tornava indietro come per un improvviso pentimento.
Provvidenza aggrottava la fronte, socchiudeva le labbra, comparivano in sequenza gli incisivi sovrapposti e i canini aguzzi, gli occhi si sgranavano impazienti, poi concludeva rassegnata: «E chi sacciu, m’attruvò Giovanni».
«Ma non lo vuoi sapere chi è tua madre?» insisteva Genziana, del tutto priva di delicatezza.
«Nonsi, io sono contenta così, mi basta occuparmi della casa.»
«Chi si accontenta gode» concludeva Genziana, e lei, che non si accontentava di essere viva, non era mai soddisfatta.

2

Giovanni desiderava fortemente che la serenità tornasse in casa Olivares. Sgomberò la putìa da vetri e calcinacci, diede una parvenza di ordine al piccolo ufficio di Roberto, raccolse in un baule quaderni, alambicchi e tutti gli oggetti che gli erano appartenuti, ripromettendosi di metterli al loro posto una volta avviata la torrefazione. Il lavoro era l’unica normalità che conosceva.
«L’importante è ricominciare» diceva a Ruggero. «Alle cose di fino ci pensiamo dopo.»
Il suo volto portava i segni della guerra: due solchi gli erano spuntati sulla faccia, così profondi da sembrare ferite, e attraversavano le guance per tutta la loro lunghezza. Ma se il viso era invecchiato, il corpo invece pareva nuovo: le braccia erano muscolose, lo sguardo aveva acquisito profondità e gli occhi si muovevano rapidi.
Ora che era subentrato a Roberto nella conduzione della putìa, i modi esitanti erano stati soppiantati da una maggiore intraprendenza, la voce aveva smesso di tremare, persino la postura era mutata e le spalle si erano raddrizzate di colpo. Quel ruolo lo lusingava, sebbene la nuova responsabilità certe volte lo spaventasse, ma ogni ligno avi ’o sò fumu. E quando accese la caldaia, il cuore gli batteva forte come se fosse la prima volta che lo faceva. Nonostante l’inattività, Orlando non lo tradì: riprese a sbuffare con vigore e l’operaio tostò il primo caffè con una gioia trepida nelle membra. Il profumo si diffuse nel quartiere regalando speranza e promettendo a tutti una nuova vita.
Le giornate passavano veloci e lentamente le cose tornavano al loro posto. Le burnie s’erano rotte tutte e aveva dovuto sostituirle con barattoli di metallo. Nel quartiere mancavano la luce e l’acqua, lavare un pavimento era un’impresa lunga e faticosa. Erano ricomparsi i vecchi operai, che Giovanni riassunse nel ruolo di apprendisti, di più non poteva fare. Lavorando tutti insieme giorno e notte, riuscirono a far riaprire i battenti alla torrefazione.
Tornarono anche i primi clienti, stufi di surrogato e cicoria. Il caffè non si trovava con facilità, le vie di comunicazione erano ancora interrotte. Perciò Giovanni trascorreva molto tempo al mercato nero. Il più delle volte finiva per acquistare grani piccoli, smozzicati, ammalorati. Lo stesso s’impegnava a tostarli, neanche fossero Jamaica Blue Mountain.
I risultati non erano lontanamente paragonabili al famoso caffè Genziana che aveva fatto la fortuna di Roberto. La gente assaggiava e storceva il naso.
“Sciacquatura dei piatti”, “Acqua di purpu” erano i commenti più benevoli. Provò pure a tostare in modo diverso, abbassando la temperatura della caldaia.
«Com’è? Come vi pare?» chiedeva ai lavoranti che facevano da cavie.
Loro schioccavano la lingua, si asciugavano la bocca con il dorso della mano: «’A verità?».
«Perciò! ’A verità.»
«Ma... bono nunn’è, però megghiu chissu ca la cicoria.»
Giovanni non aveva la sensibilità olfattiva del padrone, che in ogni caso si era portato nella tomba i suoi segreti. Alla fine la gente si abituò a quel caffè acido e inconsistente, e poi la torrefazione Olivares era l’unica che funzionava, l’uomo riuscì lo stesso a guadagnare qualcosa.
L’autunno del ’43 tardava ad arrivare, a novembre l’aria era ancora tiepida. Colpa degli incendi che divampavano spontanei, o forse di san Martino che trovava così il modo di scaldare i poveri. Si lavorava sodo, la gente era ossessionata dal bisogno di riparare e costruire. L’intero quartiere Tribunali risuonava di martelli, seghe, scalpelli.
Nella casa degli Olivares il sole splendeva. Genziana, pallida sotto alla tonalità bronzea dell’incarnato, era assorta nei suoi pensieri, le capitava spesso di estraniarsi dalla realtà. Aveva una gran confusione nella testa e un dolore fondo in tutto il corpo.
Giovanni irruppe nella cucina con gli occhi traboccanti di gioia. Aveva trovato dei chicchi di buona qualità e li stringeva tra le mani come gemme preziose. Guardò quella ragazza di appena diciassette anni, notò le labbra che tremavano e lo sguardo distaccato, ebbe un moto di tenerezza. Posò il caffè sul tavolo: «Ora ti toccherà il titolo di principessa» le disse con enfasi per incoraggiarla.
Lei non si mosse.
«Guarda, ti ho portato anche dei clienti» continuò Giovanni indicando la porta.
Dalle scale proveniva un brusio disordinato. Alcune voci si levavano sulle altre:
«Aiutaci.»
«Abbiamo bisogno di sapere.»
«Mio figlio non si trova dal bombardamento...»
«Da quattro giorni la picciridda non vuole mangiare.»
«Mio marito è sparito...»
«Chiudi la porta!» urlò Genziana.
La paura le attanagliava le viscere, mentre il torace, come gravato da un peso, stentava a espandersi e il respiro le si bloccava in gola.
«Non li puoi deludere, nessuno sa da dove ricominciare, dagli tu una mano» disse l’operaio mettendole i chicchi sotto il naso.
Genziana li annusò, il profumo evocò il ricordo della sua famiglia. Risentì il respiro affannoso di Mimosa, le canzoni della nonna, gli scherzi dei fratelli, lo sguardo severo del padre... le mancavano così tanto. Sospirò, sarebbe morta di nostalgia.
«Dobbiamo fare tutti la nostra parte, anche tu» la incalzò Giovanni, cercando di tirarla fuori dal gorgo della tristezza. Lei non rispose, aveva l’espressione immusonita e la bocca secca, piena di inutili recriminazioni. Allora Giovanni fece scorrere i grani tra le dita e, cercando negli occhi di Genziana lo sguardo dolce della sua Viola, esclamò: «Che bello, eh?». Lei non rispose.
“Se questa è la vita che la mamma ha immaginato per me” pensava la ragazza, “non so come farò a soddisfare i suoi desideri.”
Ricordò il sorriso della madre, gli occhi che si muovevano attenti sul bordo della tazza. Considerò che forse prendere il suo posto poteva essere una risposta alla nostalgia che le si era insediata nel cuore. Si alzò improvvisamente dalla sedia e uscì dalla cucina. Tornò poco dopo, aveva addosso la vestaglia della madre, i ricami dorati brillavano alla luce del mattino.
«Cominciamo allora?» disse, spiazzando tutti.
Provvidenza era pronta da un pezzo, il bricco sul tavolo, le tazze impilate una sopra all’altra. Era grata a Genziana per averla accolta in casa e per la protezione che le offriva, ma aveva sempre paura di indispettirla, perciò non si faceva mai cogliere di sorpresa.
«Provvidenza, dammi il caffè.»
Ruimmmmm, ruimmm, il macinino rumoreggiò come una profumata macchina del tempo. Quando Giovanni chiamò il primo della fila si levarono esclamazioni di gioia.
«Finalmente!» urlarono in coro.
E lui, sorridendo: «Ava’, che si ricomincia!». Non era una constatazione, ma un’esortazione.
Per alcuni anni Genziana non ebbe né la forza di reagire né la voglia di guardarsi dentro. Chiusa in casa, si sforzò di fare la caffeomante: come un pesce in un acquario, nuotò a lungo nella stessa acqua. La finestra aperta le garantiva ossigeno a sufficienza per non morire, ma non abbastanza per vivere.
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Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. La miscela segreta di casa Olivares
  3. Dello stesso autore in edizione Mondadori
  4. Avvertenza
  5. L’ATTESA (1940-1943)
  6. LA FUGA (1943-1950)
  7. LA SCELTA (23 maggio 1951)
  8. Glossario
  9. Nota dell’Autrice
  10. Ringraziamenti
  11. Copyright