Lo spazio è talmente enorme che da qualche parte, nella sua vastità, ci sarà sempre posto per ribelli e fuorilegge. Nei pressi delle stelle, lo spazio apparterrà ai maggiori governi e alle industrie tecnologicamente avanzate. Più oltre, la frontiera del cosmo continuerà ad ammiccare, come un tempo, a minoranze perseguitate in fuga dagli oppressori, a fanatici religiosi in fuga dai vicini, a recalcitranti adolescenti in fuga dai genitori, ad amanti della solitudine in fuga dalle folle. Cosa forse più importante di tutte per il futuro dell’uomo, ci saranno gruppi di persone con l’intento di trovare un luogo in cui poter essere libere dagli occhi dei ficcanaso...
FREEMAN DYSON, Da Eros a Gaia
Philadelphia 4.7.2070 / 28h 25m 03s al lancio
La Campana della Libertà è molto più grossa di quanto non si aspettasse. Alta quasi cinque metri, pesante oltre una tonnellata, è sospesa a un sostegno di quercia tra due supporti di cemento, e le luci sul soffitto proiettano una luce smorta sulla sua superficie bronzea. Il capitano Lee le sta di fronte, meditando sulla lunga crepa che le corre lungo il fianco e l’iscrizione biblica incisa intorno all’apice: PROCLAMATE LA LIBERTÀ IN TUTTE LE TERRE E A TUTTE LE LORO GENTI. LEV. XXV:X.
Riflesso nella finestra dietro la Campana può vedere il tenente della RUA che l’ha scortato nel padiglione e il giovane e nervoso ranger che li ha accolti nel parco. I due adesso attendono pazienti alle sue spalle, concedendogli rispettosamente qualche istante da solo.
Oltre la finestra del padiglione, dal lato opposto del viale erboso, sta l’edificio dell’Independence Hall. Il ricevimento è già in corso, eppure Lee non ha alcuna fretta di unirvisi, anche se il party si tiene in onore suo e del suo equipaggio. È un grande privilegio venire ammessi a vedere la Campana: uno dei primi atti intrapresi dal governo dopo la Rivoluzione è stato chiudere il sito al pubblico, da quasi dodici anni. Lee non può evitare di chiedersi se il governo teme cosa potrebbe pensare il cittadino medio se vedesse il manufatto da cui il Partito della libertà ha tratto il suo nome, e leggesse le parole che vi sono incise.
C’è ancora tempo per annullare tutto. Poche parole bisbigliate alle persone giuste, un paio di innocue frasi in codice, e la cospirazione cesserebbe semplicemente di esistere. Con un po’ di fortuna, i prefetti non saprebbero mai nemmeno che sia esistita.
Quella sera è la sua ultima occasione di tirarsi indietro. Dopodiché, non resterà più alcuna alternativa al successo: fallire significa tradimento, e quindi morte. Ecco perché è venuto lì, in quel luogo particolare. Non per sfoggio di patriottismo, come presumono tutti, ma semplicemente per concedersi pochi minuti per pensare.
Allora, deve proseguire o no?
Lee non ha ancora risposto alla propria domanda quando volta le spalle alla Campana. Il tenente e il ranger scattano sull’attenti.
— Bene, tenente — dice a bassa voce. — Ho finito qui. Andiamo al party.
Come si addice al Quattro Luglio, il ricevimento presidenziale si tiene nella piazza acciottolata dietro l’Independence Hall. Una volta che gli ospiti si sono fatti strada fra i controlli di sicurezza, scoprono che sul retro dell’antico palazzo di giustizia in mattoni rossi è stato dispiegato un enorme schermo su cui vengono proiettate immagini in tempo reale dell’Alabama. Lee ignora lo schermo mentre gironzola tra la folla, con una coppa di champagne nella sinistra guantata e la destra formalmente tenuta dietro la schiena. È deliberatamente arrivato dopo i suoi ufficiali superiori; presenziare a questa festa è l’ultima cosa che vuole, eppure la sua comparsa è obbligatoria. Inoltre, c’è un ultimo importante dettaglio da sistemare.
Perciò il capitano Lee si mischia ai gentiluomini, con le loro cravatte a farfalla fine Ottocento e le redingote, e alle dame in corpetti e abiti da sera, sorridendo e inchinandosi, fermandosi ogni tanto a stringere la mano di qualche estraneo o a farsi fotografare con un altro, ma stando attento a rimanere in movimento per non essere inquadrato troppo a lungo. Può vedere le uniformi dei soldati della RUA, i loro berretti neri, i lucidi fucili tenuti a riposo. Le rosse sfere fluttuanti della sorveglianza svolazzano sui convenuti, osservando, ascoltando, esaminando. Le misure di sicurezza sono rigorose; si suppone che anche il presidente arriverà in volo da Atlanta per l’occasione, per quanto Lee ne dubiti.
Lee si fa strada tra la folla e trova Tom Shapiro, primo ufficiale dell’Alabama, con un braccio sulle spalle del vicecomandante, Jud Tinsley. Non riesce a distinguere quel che si dicono finché non è quasi al loro fianco. Tinsley lo vede arrivare e raddrizza le spalle.
— ’Sera, capitano — dice Shapiro.
— Si gode la festa, signore? — Tinsley solleva la mano per soffocare un rutto. — Magnifico addio, che ci danno.
— Lo farò. — Lee si rende conto che il suo compagno è ubriaco. — Sta’ solo attento a non divertirti un po’ troppo anche tu. Jud, abbottonati la casacca e mettiti i guanti. Siamo in pubblico.
— Spiacente, signore. — Tinsley arrossisce e cerca i guanti nelle tasche dei calzoni. — Fa un po’ caldo stasera.
— Sarai bello gelido abbastanza presto. — Lee si fa avanti ad abbottonare l’uniforme del giovane. Shapiro, almeno, è vestito a dovere e ragionevolmente sobrio. — Non starete parlando di qualcosa di cui non dovreste, vero? — mormora, quando è abbastanza vicino da farsi sentire solo da loro due.
Tinsley fa per negare, poco convinto. — Solo un paio di dettagli — mormora Shapiro. Alza lo sguardo ai bassi rami degli alberi sopra di loro. — Immaginavamo che quegli aggeggi fluttuanti non riuscissero a coglierci di soppiatto qua sotto.
Buona pensata, ma non abbastanza. — Non è né il tempo né il luogo — dice Lee. — Teneteveli per...
Si trattiene. “La prossima riunione” stava per dire, ma non ci saranno più altre riunioni. Dopo il ricevimento saranno condotti dritti all’aeroporto, dove, secondo programma, si imbarcheranno su un jet per il Gingrich Space Center. Alle 06:00 di domani saranno in quarantena insieme al resto dell’equipaggio, e nessuno di loro potrà più conversare senza il rischio di essere monitorato. Se aspettano di raggiungere l’Alabama, potrebbe essere troppo tardi per apportare dei cambiamenti. Forse Tom ha avuto l’idea giusta, dopotutto.
— C’è qualcosa di nuovo? — Lee alza indifferente lo sguardo al noce, giusto per accertarsi che una sfera non si celi tra le foglie. — Qualcosa che dovrei sapere?
Nessuno dei suoi ufficiali dice nulla, pur scambiandosi uno sguardo in silenzio. — Nulla che non abbiamo già considerato, signore — dice infine Shapiro. — È solo... cioè, la sicura dell’accensione...
— Non preoccupatevi — dice Lee. — Ce ne stiamo occupan... — Tinsley si tossisce nel pugno, e col piede destro dà un colpetto alla scarpa di Lee. Il capitano getta uno sguardo verso di lui e vede il vicecomandante scrutargli alle spalle. Sente il fruscio di una crinolina proprio dietro, poi una mano soffice gli tocca il braccio.
— Se non ti conoscessi bene, Robert — dice Elise — giurerei che mi stavi evitando.
Ha quasi ragione; se Lee avesse saputo della sua presenza, l’avrebbe evitata. Eppure si rende conto che quell’incontro è ineluttabile: è naturale che lei partecipi al ricevimento, e non solo perché una volta erano sposati.
Eppure, mentre il capitano si volta verso Elise Rochelle Lee, non prova rimorso per averla lasciata. Le loro nozze sono durate più di diciassette anni, eppure lei resta una bellezza glaciale come al tempo del loro primo incontro a una cerimonia dell’Accademia; solo negli ultimi diciotto mesi si è reso conto di conoscerla appena. Il fatto di aver serbato il suo nome a lungo, dopo la separazione legale, è solo un’altra indicazione che l’ha sposato più per ragioni di prestigio sociale che per amore; a tutti gli effetti e riguardi, è ancora la moglie del capitano R.E. Lee, al comando della URSS Alabama.
— Non è vero. Solo che non ti vedevo, fra tutta questa gente. — Lee le prende la mano guantata di seta, le dà un rapido bacetto sulla guancia. — Sei splendida... È un abito nuovo, quello?
— Adulatore. — Elise gli avvolge la mano intorno al gomito, spostando lo sguardo da Shapiro a Tinsley. — Perdonatemi, gentiluomini, ma potete prestarmi il vostro capitano? C’è qualcuno che vuole incontrarlo.
— Come no. — Shapiro sfoggia un inchino formale mentre indietreggia. Tinsley fa lo stesso, e Lee non può evitare di notare che i suoi occhi non lasciano mai la scollatura di Elise. Quei seni attiravano anche lui, una volta; gli c’è voluto un lungo tempo per scoprire che celano un cuore freddo. — Capitano, madame...
— Tuo padre? — mormora Lee, mentre Elise lo scorta via. — Lo immaginavo che t’avrebbe mandata a cercarmi.
— Può darsi. — Il suo sorriso si fa enigmatico, mentre traversano la folla. — Diamine, ti dà tanto fastidio vederlo un’ultima volta? Dopotutto, si è adoperato un bel po’ per la tua selezione.
Un lieve ronzio proprio sulla sua testa. Una sfera fluttuante li ha captati, e ora li sta seguendo. Lee è tentato di risponderle sinceramente “grazie, ma ho ottenuto tutto quanto da solo”, ma capisce che ora non è il momento. — Gliene sono grato — dice Lee. — E no, non è un fastidio.
— Bene. Ci speravo proprio. — La mano di Elise scivola in basso a prendere la sua. — E poi ha una vera sorpresa per te.
Trovano Joseph R. Rochelle, il senatore della Virginia, in piedi di fronte allo schermo, circondato come sempre da assistenti, burocrati del Partito della libertà, conoscenze politiche locali e sicofanti di una sorta o dell’altra. Un uomo basso, dall’aria paterna; la terapia di somatropina gli ha cancellato quasi vent’anni, e ora sembra appena più anziano del suo ex genero. Gli volta la schiena mentre si avvicinano; deve avere appena finito un altro dei suoi aneddoti, perché tutti ridono forte. Di rado al senatore Rochelle manca un pubblico, dentro o fuori da Atlanta.
— Oh, benone! Ti abbiamo trovato! — Il senatore Rochelle è raggiante quando sua figlia guida il capitano Lee in mezzo alla cerchia, poi fa per voltarsi, indicando lo schermo che incombe su di loro. — Stavo solo dicendo che qualcuno, ad Atlanta... non dirò chi, ovviamente... ha insistito per battezzare la tua nave Virginia. — Una strizzatina d’occhio che capiscono tutti. — Ma ovviamente, quel qualcuno non doveva avere molto peso politico.
Altre risate in mezzo al seguito del senatore, e Lee si sforza di sorridere di approvazione. Mentre l’Alabama era ancora in costruzione, nel Congresso c’erano stati considerevoli conflitti su quale Stato dovesse dare il proprio nome al vascello. Al termine, il presidente aveva posto fine alla disputa battezzandolo in onore dello Stato dove la NASA aveva maggiormente contribuito alla sua ricerca e sviluppo. Una scelta ironica, dato che la NASA non esiste più; adesso non è che un’altra agenzia civile smantellata dal Programma di riforma nazionale, le cui funzioni primarie ricadono sull’ASF, Agenzia spaziale federale, una branca delle forze armate della Repubblica unita.
Ma Lee non dice nulla, e non ne ha bisogno; gli occorre solo sorridere e inchinarsi mentre il senatore lo presenta a una dozzina di invitati i cui nomi dimentica non appena stringe loro le mani, mentre Elise, tra di loro, recita il ruolo della figlia leale e moglie devota. Ancora una volta, Lee comprende di non essere stato lui a scegliere sua moglie, quanto piuttosto il contrario, e questo solo con la pragmatica approvazione del padre. Al senatore occorreva un genero dell’Accademia della Repubblica, un ufficiale emergente la cui carriera potesse far avanzare da discreta distanza, allo scopo di promuovere le proprie ambizioni politiche. Quella sera rappresenta una grossa ricompensa per tutti.
Mentre il senatore attacca con un’altra delle sue storielle, Lee punta l’attenzione sullo schermo che torreggia su di loro. L’Alabama resta sospesa in orbita bassa sopra la Terra, e i fari del suo scheletrico bacino di carenaggio si riflettono fiochi sulla fusoliera grigio chiaro della nave. Un rimorchiatore manovra delicatamente una chiatta cilindrica in posizione sotto lo sferico serbatoio principale della nave, preparandosi a imbarcare altre diecimila tonnellate di deuterio ed elio-3 estratti dalle montagne della Luna. Le operazioni di rifornimento proseguiranno senza sosta fino a dieci ore prima del lancio dell’Alabama, programmato per le 00:00 dell’indomani notte.
Ancora una volta, Lee si trova a chiedersi se debba annullare l’operazione. Ogni cosa dipende dal rispetto dei tempi prefissati. Non si può lasciare che alcunché vada storto prima di allora, eppure ci sono cento modi diversi in cui potrebbe crollare tutto.
— Perché quella faccia lunga, capitano? — Uno degli uomini senza nome cui è stato appena presentato gli dà un buffetto sulla spalla. — Preoccupato per la missione?
— No, nient’affatto. — Con la coda dell’occhio, Lee coglie Elise a scrutarlo. — Osservavo solo il rifornimento, ecco tutto.
— Robert non si preoccupa. È l’ufficiale più freddo che sia mai uscito dall’Accademia. — Il senatore Rochelle gratifica il suo ex genero di qualcosa che potrebbe somigliare all’affetto, a meno che non capiti di guardarlo da vicino negli occhi. — Non vuole altro che andarsene di qui e badare alla sua nave. Giusto, Bob?
— Quello che dici tu, Duke. — Lee si rivolge al senatore col suo soprannome, e ciò suscita nuove risa fra i suoi accoliti. Nessuno dice mai no al senatore della Virginia; allo stesso modo, Duke sa che a Lee non piace essere chiamato Bob. Pan per focaccia.
Rochelle ridacchia dando a Lee una pacca sulla spalla, poi lo prende per il braccio. — Se volete scusarci — dice agli altri — dovrei scambiare qualche parola col capitano. — Annuiscono e mormorano mentre Rochelle porta via Lee, ed Elise si accoda a loro. — Ci vorrà solo un momento — dice sottovoce Rochelle, una volta non più a portata d’orecchio. — C’è qualcuno qui che vuole incontrarti.
Credendo che il senatore voglia presentarlo a un altro politico, Lee trattiene un sospiro e lascia che Rochelle lo conduca fuori dall’assembramento. Invece Duke lo sorprende; lo porta dietro lo schermo, verso l’ingresso posteriore dell’Independenc...