I mastini della guerra
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I mastini della guerra

  1. 434 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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I mastini della guerra

Informazioni su questo libro

Un piccolo Stato dell'Africa retto da un tiranno sanguinario, la scoperta di un grandegiacimento di platino, l'intervento di un capo mercenario cinico e determinato. Thrilleravvincente dalla prima all'ultima pagina, I mastini della guerra trae spunto dall'esperienzadiretta fatta da Forsyth in Biafra, dove ha avuto modo di conoscere profondamente l'ambiente degli ufficiali e dei soldati mercenari, le loro psicologie irregilari, i legami che li tengono avvinti l'uno all'altro o l?odio esasperato e feroce che li separa e li contrappone come nemici irriducibili. Il risultato di tutto ciò è questo libro, un vero e proprio capolavoro del genere.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804620112
eBook ISBN
9788852047503

Parte seconda

I CENTO GIORNI

VIII

Per parecchi minuti dopo che Sir James Manson ebbe riattaccato, Simon Endean e “Gatto” Shannon si fissarono a vicenda. Fu Shannon il primo a riprendersi.
«Visto che dovremo lavorare insieme,» disse a Endean «chiariamo una cosa. Se qualcuno, una persona qualsiasi, verrà a sapere di questa operazione, prima o poi ne saranno informati i servizi segreti dell’una o dell’altra grande potenza. Probabilmente la CIA, o per lo meno il SIS inglese, o forse anche la SDECE francese. E in tal caso essi interverranno, ma sul serio. Né lei né io potremo far niente per impedire che mandino a monte l’intera faccenda. Perciò dobbiamo fare in modo che il segreto sia tutelato nel modo più assoluto.»
«Parli per lei» scattò Endean. «Ho una posta in gioco molto più importante della sua.»
«Okay. La prima cosa da prendere in considerazione è il denaro. Io partirò domattina in aereo per Bruxelles e aprirò un nuovo conto corrente in qualche località del Belgio. Tornerò domani sera. Si metta in contatto con me, al mio ritorno, e le dirò dove, in quale banca, e a quale nome. Poi avrò bisogno di un versamento di almeno diecimila sterline. Entro domani sera avrò un elenco completo delle località nelle quali questo denaro dovrà essere speso. Nella maggior parte dei casi si tratterà di compensi ai miei collaboratori, depositi e così via.»
«Dove potrò trovarla?» domandò Endean.
«Questa è la seconda cosa» disse Shannon. «Avrò bisogno di una base permanente, sicura per quanto concerne le telefonate e le lettere. Che ne dice di questo appartamento? Può essere fatto risalire a lei?»
Endean non ci aveva pensato. Rifletté.
«È stato preso in affitto a nome mio. Pagamento anticipato per un mese» disse.
«Ha importanza se sul contratto d’affitto figura il nome Harris?»
«No.»
«Allora verrò ad abitarci io. Lo avrò a mia disposizione per un mese – sarebbe un peccato non approfittarne – e alla scadenza penserò io ai pagamenti. Ha la chiave?»
«Sì, naturalmente. Mi è servita per entrare.»
«Quante chiavi ci sono?»
Per tutta risposta Endean si frugò in tasca e tirò fuori un anello con quattro chiavi. Due erano evidentemente quelle del portone del palazzo, e due quelle dell’appartamento. Shannon gliele tolse di mano.
«E ora per quanto concerne le comunicazioni» disse. «Potrà mettersi in contatto con me telefonandomi qui in qualsiasi momento. Può darsi che ci sia, può darsi di rio. Potrei trovarmi all’estero. Siccome presumo che lei non voglia darmi il suo numero di telefono, stabilisca un recapito fermo posta a Londra ove le sia comodo recarsi da casa sua o dall’ufficio, e vada a vedere due volte al giorno se ci sono telegrammi. Qualora dovessi comunicare d’urgenza con lei, telegraferò indicandole il mio numero di telefono e l’ora in cui telefonare. È chiaro?»
«Sì. Provvederò entro domani sera. Niente altro?»
«Soltanto il fatto che mi servirò del nome di Keith Brown durante l’intera operazione. Ogni comunicazione firmata Keith sarà mia. Telefonando a un albergo chieda di me come Keith Brown. Se per caso dovessi rispondere dicendo “Qui è il signor Brown”, interrompa immediatamente. Vorrà dire guai in vista. In questo caso, spieghi che ha sbagliato numero, o ha sbagliato Brown. Per il momento non c’è altro. Sarà bene che torni in ufficio, adesso. Mi telefoni qui questa sera alle otto, e l’aggiornerò sulla situazione.»
Pochi minuti dopo, Simon Endean si trovava sul marciapiede di St John’s Wood, in cerca di un tassì.
Fortunatamente, Shannon non aveva depositato in banca le cinquecento sterline avute da Endean prima delle vacanze di fine settimana per il piano d’attacco, e gliene restavano ancora quattrocentocinquanta. Doveva saldare il conto dell’albergo a Knightsbridge, ma a questo avrebbe potuto pensare in seguito.
Telefonò alla BEA e prenotò un biglietto di andata e ritorno per Bruxelles, in classe economica; il ritorno era previsto per le ore sedici, il che gli avrebbe consentito di essere di nuovo nell’appartamento alle diciotto. Subito dopo, dettò per telefono quattro telegrammi all’estero, uno a Paarl, provincia del Capo, in Sudafrica, uno a Ostenda, uno a Marsiglia e uno a Monaco. Ciascun telegramma diceva: È URGENTE CHE TU MI TELEFONI A LONDRA 507-0041 A MEZZANOTTE DEI PROSSIMI TRE GIORNI STOP SHANNON. Infine chiamò un tassì e si fece portare all’Hotel Lowndes. Ritirò le sue cose, pagò il conto e se ne andò come era arrivato, un anonimo.
Alle otto, Endean telefonò come erano d’accordo ed egli gli riferì quel che aveva fatto fino a quel momento. Si accordarono nel senso che Endean avrebbe ritelefonato alle dieci della sera successiva.
Shannon impiegò un paio d’ore esplorando l’isolato nel quale abitava, ormai, e la zona circostante. Vide numerosi piccoli ristoranti, due dei quali non erano lontani da St John’s Wood High Street, e cenò, senza affrettarsi, in uno di essi. Alle undici era di ritorno nell’appartamento.
Contò il denaro. Gli restavano più di quattrocento sterline; ne mise da parte trecento per il biglietto dell’aereo e le spese dell’indomani, e controllò i propri effetti personali. I vestiti erano piuttosto anonimi, acquistati tutti da non più di tre mesi e, per la maggior parte, negli ultimi dieci giorni a Londra. Non aveva alcuna pistola di cui preoccuparsi e, per maggior sicurezza, distrusse il nastro di cui si era servito per battere a macchina i rapporti, sostituendolo con uno di ricambio.
Sebbene quella sera, a Londra, avesse fatto buio molto presto, nella Provincia del Capo il tardo e caldo pomeriggio estivo era ancora illuminato dalla luce del giorno quando Janni Dupree oltrepassò di volata Seapoint con la sua automobile e si diresse verso Città del Capo. Anche lui possedeva una Chevrolet, più vecchia di quella di Endean, ma più grande e più vistosa, acquistata di seconda mano con una parte dei dollari portati da Parigi quattro settimane prima. Dopo aver trascorso la giornata nuotando e pescando dall’imbarcazione di un suo amico a Simonstown, stava tornando a casa sua a Paarl. Era sempre contento di fare ritorno a Paarl dopo un contratto, ma, inevitabilmente, cominciava ben presto ad annoiarsi, né più né meno come quando se n’era andato dieci anni prima.
Da ragazzo, era cresciuto nella Paarl Valley e aveva trascorso gli anni pre-scolastici vagabondando negli stenti e poveri vigneti appartenenti a persone come i suoi genitori. Aveva imparato a stanare gli uccelli e a sparare nella valle in compagnia di Pieter, il suo klonkie, il compagno di giochi negro insieme al quale ai ragazzi bianchi è consentito divertirsi fino a quando diventano grandicelli e imparano cosa significa il colore della pelle.
Pieter, con i suoi enormi occhi nocciola, la massa arruffata di neri e crespi capelli e la pelle color mogano, contava due anni più di lui e avrebbe dovuto sorvegliarlo. In realtà avevano la stessa statura, perché Janni era fisicamente precoce, tanto che ben presto aveva finito con l’essere lui a primeggiare. Nelle giornate estive come quelle, vent’anni prima, i due ragazzi a piedi nudi solevano prendere l’autobus lungo la costa fino a Capo Agulhas, ove si incontrano l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano, e andare a pescare sulla punta i codagialla, e altri pesci di quei mari.
Dopo la Scuola Media Maschile di Paarl, Janni aveva dato del filo da torcere: era troppo robusto, aggressivo, irrequieto, continuava a fare a botte con quei suoi grossi pugni che falciavano gli avversari, e per due volte era finito davanti ai magistrati. Avrebbe potuto lavorare nella fattoria dei genitori, curando insieme al padre le viti stente che producevano un vinello così leggero. Ma lo terrorizzava la prospettiva di diventare vecchio e curvo guadagnandosi faticosamente di che vivere nella piccola proprietà, con appena quattro ragazzi negri alle sue dipendenze. A diciotto anni, andò volontario sotto le armi, venne addestrato a Potchefstroom e quindi trasferito nei paracadutisti di Bloemfontein. Là trovò quello che più desiderava fare nella vita, là e al corso di addestramento contro-insurrezionale nell’aspra boscaglia intorno a Pietersburg. L’esercito aveva riconosciuto che si trattava di un elemento adatto, tranne che per un particolare, la sua tendenza ad andare in guerra puntando nella direzione sbagliata. Nel corso di una scazzottata di troppo, il caporale Dupree aveva picchiato, fino a fargli perdere i sensi, un sergente ed era stato degradato dal comandante del reparto, tornando così a essere un soldato semplice.
Amareggiato, disertò, fu sorpreso in un bar di East London, pestò ben bene due uomini della polizia militare prima che riuscissero a immobilizzarlo e scontò sei mesi di prigione. Una volta liberato, lesse un annuncio in un quotidiano della sera, si presentò in un piccolo ufficio di Durban e due giorni dopo venne portato in aereo dal Sudafrica alla base di Kamina, nel Katanga. Era diventato mercenario a ventidue anni, vale a direi sei anni prima.
Ora, mentre percorreva la strada tortuosa attraverso Franshoek, nella direzione della Paarl Valley, si domandò se avrebbe trovato una lettera di Shannon o di uno degli altri ragazzi, con la notizia di un nuovo contratto. Ma quando arrivò, non c’era niente ad aspettarlo all’ufficio postale. Il vento stava portando nuvole dal mare e nell’aria si sentiva il preannuncio di un temporale.
Avrebbe piovuto, quella sera, un bell’acquazzone capace di rinfrescare la calura, e lui volse lo sguardo versò la Paarl Rock, il fenomeno che aveva dato nome alla valle e alla cittadina molto tempo addietro, quando i suoi antenati erano arrivati per la prima volta in quei luoghi. Da ragazzo egli aveva contemplato in preda alla meraviglia la roccia, di un grigio opaco quando era asciutta, ma lucente dopo le piogge come una enorme perla al chiaro di luna. Allora essa diventava quella grande mole scintillante e luccicante che dominava la minuscola cittadina sotto di essa. Sebbene il piccolo centro della sua fanciullezza non potesse mai offrirgli il genere di esistenza che egli desiderava, era pur sempre la sua cittadina natale; e quando egli vedeva la Roccia della Perla splendere alla luce, sapeva invariabilmente di essere di nuovo a casa. Quella sera, tuttavia, si augurò di trovarsi altrove, diretto verso un’altra guerra.
Ignorava che la mattina seguente il telegramma con il quale Shannon lo invitava a prendere parte a una nuova guerra si sarebbe trovato nell’ufficio postale di Paarl.
Il piccolo Marc Vlaminck si appoggiò al banco del bar e vuotò un altro boccale spumeggiante di birra fiamminga. Davanti alla vetrina del locale di proprietà della sua amichetta, le strade del quartiere dei postriboli di Ostenda erano quasi deserte. Un vento gelido soffiava dal mare e i turisti estivi non avevano ancora cominciato ad arrivare. Lui si stava già annoiando.
Nel primo mese dopo il ritorno dai tropici era stato piacevole trovarsi di nuovo lì, poter fare di nuovo bei bagni caldi, conversare con vecchi amici venuti a fargli visita. Persino la stampa locale si era interessata a lui, ma Marc aveva detto ai giornalisti di andare al diavolo. L’ultima cosa che potesse desiderare erano complicazioni con le autorità, ed egli sapeva che le autorità lo avrebbero lasciato in pace se non avesse fatto o detto niente che potesse creare una situazione imbarazzante per loro nei confronti delle ambasciate africane a Bruxelles.
Ma, dopo alcune settimane, l’inattività lo aveva stancato. Poche sere prima, la monotonia si era animata un po’ quando aveva fatto a botte con un marinaio il quale si era permesso di tentar di accarezzare le natiche di Anna, una superficie che egli considerava riservata a lui solo. Il ricordo diede l’avvio a un concatenamento di pensieri nella sua mente. Udiva tonfi sommessi al piano di sopra ove Anna stava sbrigando le faccende domestiche nell’appartamento ove coabitavano sopra il bar. Si alzò dallo sgabello, vuotò il boccale e gridò: «Se entrano avventori, servili tu».
Poi cominciò ad arrancare su per la scala di servizio. In quel momento, la porta si aprì ed entrò un fattorino del telegrafo.
Era una limpida sera primaverile, con un tocco appena di freddo nell’aria, e l’acqua del porto vecchio, a Marsiglia, sembrava vetro. Al centro del porto, che pochi momenti prima rispecchiava i bar e i caffè circostanti, un singolo peschereccio a strascico, rientrando, disegnò una fascia di ondulazioni che si allargarono a ventaglio nello specchio d’acqua e andarono a morire con uno sciabordio sotto le chiglie dei pescherecci già ormeggiati. Le automobili si allineavano formando file ininterrotte lungo la Canebière, da migliaia di finestre giungeva l’odore del pesce cucinato, i vecchi sorseggiavano anisette e gli spacciatori di eroina percorrevano i vicoli, intenti in lucrose missioni. Era una sera come tutte le altre.
Nel calderone multinazionale e multilingue di brulicante umanità che ha nome Le Panier, e ove soltanto un poliziotto è illegale, Jean-Baptiste Langarotti sedeva a un tavolino d’angolo in un piccolo bar e sorseggiava un Ricard gelato.
Jean non si annoiava come Janni Dupree o come Marc Vlaminck. Anni di carcere gli avevano insegnato la capacità di interessarsi anche alle più piccole cose ed egli riusciva a sopravvivere meglio della maggior parte degli uomini a lunghi periodi di inattività.
Per di più si era trovato un lavoro che gli consentiva di tirare avanti, per cui i suoi risparmi continuavano a restare intatti. Non faceva che risparmiare e le sue economie, depositate in una banca svizzera, ammontavano a una somma della quale nessuno sapeva niente. Un giorno egli avrebbe acquistato il piccolo bar di via Calvi che desiderava.
Un mese prima, un suo buon amico dei tempi di Algeria era stato arrestato per la questioncella d’una valigia contenente dodici Colt calibro 45 appartenute un tempo all’esercito francese, e, dalla prigione di Les Baumettes, egli aveva fatto pervenire un biglietto a Jean-Baptiste pregandolo di “badare” alla ragazza con i cui proventi sbarcava di norma il lunario. Sapeva di poter essere certo che il còrso non lo avrebbe frodato. Si trattava di una brava ragazza, una donnina prosperosa a nome Marie-Claire, che si faceva chiamare Lola ed esercitava ogni notte il mestiere in un bar del quartiere Tubano. Si era presa una cotta per Langarotti, forse a causa delle sue dimensioni, e si lagnava soltanto perché egli non la picchiava come aveva fatto il suo amico in carcere. L’essere piccoletto non impediva a Jean di fare il protettore, poiché gli altri della malavita, che avrebbero potuto avanzare qualche pretesa su Lola, non avevano bisogno di essere informati sul conto di Langarotti.
Lola, pertanto, era felice di potersi considerare la ragazza meglio protetta della città, e Jean-Baptiste era contento di ingannare il tempo in quel modo fino a quando non avesse potuto tornare a battersi. Si era messo in contatto con alcune persone della cerchia dei mercenari, che però, essendo nuove nel mestiere, facevano conto più che altro su di lui, perché venisse informato per primo di qualche nuova impresa. Era lui l’uomo al quale si sarebbero rivolti i clienti.
Poco dopo il ritorno in Francia, Langarotti era stato avvicinato da Charles Roux, di Parigi, che aveva proposto al còrso di firmare esclusivamente con lui; in cambio, sarebbe stato scelto per primo se e quando un contratto si fosse presentato. Roux si era dilungato a parlare della mezza dozzina di progetti che aveva in vista in quel momento, ma il còrso non si era impegnato. In seguito, dopo essersi informato, aveva scoperto che quelle di Roux erano q...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Frederick Forsyth
  3. I mastini della guerra
  4. Prologo
  5. Parte prima - La Montagna di Cristallo
  6. Parte seconda - I cento giorni
  7. Parte terza - Il grande sterminio
  8. Epilogo
  9. Copyright