— La gente continua a chiedermi se sono nervosa.
— Sul serio?
La star della settimana si produsse in un ampio sorriso. — Credimi, chiunque abbia cantato dal vivo davanti a un milione di fan in delirio sulla spiaggia di Copacabana non può perdere il sonno per una cosetta del genere.
— Giusto.
— Come se bastasse una prima in un teatrino di provincia perché Clarion Calhoun se la faccia addosso.
Ma il volto di chi aveva pronunciato quelle parole raccontava un’altra storia. La donna in attesa di truccarla osservò quell’aria di sicurezza svanire insieme al sorriso e notò il particolare rivelatore dei muscoli che si flettevano agli angoli della bocca. Recitare era una cosa radicalmente diversa dall’interpretare canzoni pop. E proprio in virtù della sua inesperienza, Clarion stava ricevendo un trattamento speciale dal Theatre Royal.
— Sarà uno schianto. E comunque il pubblico la ama. Molti attori che recitano qui devono ancora farsi un nome. Lei invece ce l’ha già.
— Nel senso che ho i miei fan, intendi? — Clarion sembrava già stare meglio. — Ho saputo che è stato venduto ogni singolo biglietto disponibile.
— Tutto esaurito per l’intera settimana. La direzione è al settimo cielo.
La costumista aprì un nuovo barattolo di crema detergente e prese una spugnetta. — Il suo make-up è fantastico, ma sotto i riflettori non lo vedrà nessuno. Preferisce toglierselo da sola?
— Fai pure tu. Io ripasso le battute, nel frattempo.
Clarion aveva superato la trentina e i suoi giorni come popstar erano ormai agli sgoccioli, perciò aveva deciso che era giunto il momento di dare una svolta alla sua carriera. Avrebbe recitato la parte di Sally Bowles in una nuova produzione di I Am a Camera. Col suo nome in cartellone, era quasi certo che entro la fine dell’anno lo spettacolo sarebbe andato in scena anche a Londra.
Le venne spalmato un sottile strato di crema idratante sul viso.
— Com’è che ti chiami? — chiese Clarion. Un tocco di umanità. Si erano conosciute prima della prova in costume, ma era frequente che le primedonne trattassero quelli del backstage come se fossero soprammobili.
— Denise.
— Da quanto fai questo mestiere, Denise?
— Da quanto lavoro in teatro? Ci ho passato la maggior parte della mia vita adulta.
— Qui a Bath?
— No, ho girato. Se mi permette di farle un complimento, lei ha una pelle meravigliosa.
— Per forza, con tutti i soldi che spendo in trattamenti vari. Mi hai messo un po’ di colore?
— Del fondotinta.
— Sembro arancione. Non mi piace.
— Si fidi. Non sembra affatto arancione.
— Che roba è? Cerone?
— Una crema a base di glicerina che poi si seccherà. Ecco perché prima ho messo una base di crema idratante.
— Magari ti parrò una principiante, ma non è la prima volta che recito. Prima di dedicarmi alla musica, mi ero già cimentata con il teatro, altrimenti non avrei mai accettato questa parte. Mi ero sempre ripromessa di tornare sul palcoscenico.
Denise non fece commenti, ma continuò a stendere il fondotinta sul volto della donna.
— Perché non me ne metti un po’ anche sul décolleté? Devo portare un abito un tantino scollato nel secondo atto, e un filo di ombra in più nel posto giusto sarebbe un toccasana.
— Dopo. Prima finiamo col viso.
— Posso vedere il risultato? — domandò Clarion.
— Non ancora, se non le spiace. Quando finirò con gli occhi e le labbra, vedrà che differenza.
Dopo dieci minuti, Clarion ricevette uno specchietto.
— Ehi, ma questa è una vera e propria trasformazione! Ecco a voi Sally Bowles. — Fece una voce impostata. — Piacere, Sally. Sono molto felice di conoscerti.
Tra il pubblico serpeggiava un certo nervosismo. Verso il fondo della platea, Hedley Shearman si stava tormentando le labbra con le dita, sforzandosi di non mangiarsi le unghie. Non era stato lui a scegliere di far recitare Clarion Calhoun. Shearman si gloriava del titolo di direttore artistico, ma la decisione era stata presa dal consiglio di amministrazione del teatro. Fino ad allora, aveva sempre avuto l’ultima parola sul cast e questo gli aveva consentito più di una volta di ottenere certi favoretti in cambio. Non era andata così con la popstar, che non lo trattava molto meglio di un fattorino. Ogni volta che lo guardava, lui diventava sempre più consapevole della sua calvizie e della sua bassa statura.
Il nome della Clarion garantiva un certo numero di spettatori e una standing ovation da parte dei fan, ma Shearman temeva il verdetto della critica. Lui si occupava del Theatre Royal con grande passione, quasi la stessa che riservava al sesso. In duecento anni di storia, tutti i grandi attori, da Macready a Gielgud, avevano calcato quelle scene. Ci si aspettava che Clarion Calhoun se la cavasse puntando su una dubbia risorsa chiamata celebrità. Era vero che lei era una cantante e in scena interpretava il ruolo di una cantante, ma l’impegno che le veniva richiesto era, dall’inizio alla fine della pièce, di pura attrice. Aveva imparato a memoria le battute, e quello era il meglio che si potesse dire di lei, perché recitarle in modo credibile era la difficoltà contro cui si era inesorabilmente scontrata alle prove.
Lui si limitava a sperare che il fascino della donna riuscisse ad abbagliare i critici. Qualsiasi cosa avessero scritto, comunque, la ricompensa era una settimana di tutto esaurito, comprese le matinée.
Le luci si abbassarono e il brusio delle voci scemò, sostituito dalle note provenienti da un vecchio fonografo che evocavano a meraviglia la Berlino degli anni Trenta. Il sipario si alzò sulla pensione di Fräulein Schneider, con la stufa a mattonelle, la pendola e il letto parzialmente nascosto da una tenda. Lo scenografo era un professionista, grazie al cielo, e così il tecnico delle luci. L’unico fascio luminoso puntato su Isherwood induceva a concentrare l’attenzione sul discorso che avrebbe dato il tono all’intero spettacolo. Preston Barnes, l’attore che interpretava Isherwood, aveva studiato a Stratford. Sarebbe riuscito a compensare la dizione legnosa della Clarion?
Le battute iniziali non avrebbero potuto essere rese in modo migliore. Il monologo di Preston fu recitato squisitamente, e così il dialogo con la proprietaria della pensione. Eppure Shearman non poteva ignorare che tutto questo era solo un’introduzione all’entrata in scena della star.
Si percepiva una grande attesa.
Eccola.
Un applauso fragoroso da parte dei fan.
Clarion si muoveva con garbo, bisognava ammetterlo. Aveva la figura, il portamento e la sensualità di una cantante di night, tutte caratteristiche che appartenevano al personaggio di Sally Bowles. Ma quando aprì bocca...
Shearman cercò di inabissarsi nella poltrona. Provò a dirsi che lui era ipercritico mentre gli altri non si sarebbero accorti di niente. Poteva sempre andare peggio, no? Se non altro, aveva ricordato le battute.
Ma anche altri spettatori si stavano muovendo sulle poltrone. Una persona in prima fila si sporse verso il vicino e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il nervosismo era contagioso. Ed era insolito che il pubblico a teatro cominciasse a irritarsi così presto.
Sul palcoscenico, Clarion fece una smorfia.
Spalancò la bocca e sulle guance le si formarono ampie rughe. Poi le sopracciglia le schizzarono all’insù, disegnando altre rughe sulla fronte.
Shearman era di nuovo sul chi va là.
Non c’era niente nella drammaturgia che richiedesse una smorfia del genere.
Paura del pubblico?
Difficile aspettarselo da dei professionisti, specie in quella forma così estrema. Adesso Clarion aveva gli occhi sbarrati e tirava profondi respiri.
Preston Barnes aveva pronunciato una battuta a cui Clarion doveva replicare, ma lei non lo fece. Una voce dietro le quinte cercò di suggerirle la risposta, ma Clarion pareva come istupidita. Il pubblico la sentì annaspare. Poche cose sono più devastanti in una rappresentazione di un attore che si blocchi.
Barnes improvvisò una battuta per coprire il silenzio, ma Clarion continuava a non replicare.
Si portò invece le mani al volto e si artigliò le guance. Così facendo si sarebbe rovinata il trucco, ma al momento quello sembrava il minore dei problemi.
Era uscita dal personaggio, e nulla di ciò che avrebbero potuto fare gli altri attori sarebbe bastato a salvare lo spettacolo. Sul palco stava avendo luogo un dramma più eclatante.
Di colpo, Clarion urlò.
Non si trattò di un grido teatrale. Era un urlo lancinante, angoscioso, orribile. Quel suono echeggiò per il teatro scioccando i presenti, dal backstage fino al botteghino.
Qualcuno ebbe il buon senso di abbassare il sipario.
Persino le luci che si accesero in sala non recarono il minimo sollievo, perché da dietro il sipario si sentirono altre grida convulse.
Quando Hedley Shearman arrivò dietro le quinte, Clarion era stata portata in camerino. Piegata in due su una poltrona, stava ancora gridando come in preda a un atroce dolore, anche se i lamenti erano smorzati da un asciugamano premuto sul volto. La stanza era piena di gente che voleva dare una mano, ma non sapeva cosa fare. Un paramedico dell’ambulanza stava parlando con Clarion, ma lei era troppo sofferente per riuscire a rispondere. L’uomo si girò verso Shearman e disse: — Dobbiamo portarla in ospedale.
A suo merito, va riconosciuto che il direttore accettò la sfida e affermò che l’avrebbe condotta lui stesso al Royal United. Consapevole della sua altra responsabilità, quella che aveva nei confronti di un pubblico scioccato ancora seduto in platea, chiese se la sostituta fosse pronta a entrare in scena. Gli dissero che stava già indossando uno degli abiti di Sally Bowles e che sarebbe stata in grado di sostituire Clarion nel giro di cinque minuti. Agli spettatori sarebbe stato comunicato che l’attrice si era sentita poco bene e non era in grado di continuare, ma che la pièce sarebbe ripresa entro breve.
La costumista di Clarion, Denise, fece del suo meglio per confortarla sul sedile posteriore della Jaguar, mentre Shearman guidava a tutta velocità verso l’ospedale.
Non molto tempo dopo, un medico invitò Shearman e Denise in una saletta appartata.
— A quanto pare è entrata in contatto con una sostanza irritante che le ha infiammato la pelle. C’è un notevole danno al viso e al collo. Il ruolo che ricopriva nello spettacolo l’ha per caso messa in contatto con qualcosa di insolito?
Shearman scosse la testa. — Che io sappia, no.
— Pensavo a qualche effetto speciale. Che ne so, fumo, ghiaccio secco o un vapore prodotto meccanicamente.
— Assolutamente no.
— Sa se di recente ha usato un cosmetico che per lei fosse nuovo? Magari nel trucco di scena, eh?
Allarmato, Shearman si girò verso Denise. Lei arrossì e si strinse nelle spalle. — Clarion non si è truccata da sola. L’ho seguita io.
— Con la pelle non si sa mai — disse Shearman. — Quello che va bene per una persona può produrre reazioni allergiche in un’altra.
— Non riteniamo che si tratti di una reazione allergica — precisò il medico. — La faremo visitare da un dermatologo, ma la nostra prima valutazione è che si tratti di ustioni causate da un acido.
— Un acido? — domandò Shearman, inorridito. — Ma non ci sono sostanze del genere nel make-up che usiamo in teatro.
Denise, che aveva gli occhi sbarrati, scosse la testa.
— Io mi limito a riferire quello che abbiamo trovato — sentenziò il medico. — Può darsi che dovremo trasferirla nel reparto ustionati del Frenchay.
— Non capisco. Non ha senso.
— Il nostro lavoro non consiste nel trovare un senso alle cose — obiettò il medico. — Noi ci occupiamo delle ferite che abbiamo di fronte. L’unica cosa che ci interessa è determinare la fonte del problema, in modo da poter fornire la giusta cura.
L’agonia di Clarion sul palcoscenico fece capolino sui titoli di testa di tutti i tabloid, la mattina dopo. Il teatro fu assediato da giornalisti, fan preoccupati e, bisogna ammetterlo, anche da spettatori che chiedevano il rimborso del biglietto. Nel suo ufficio al piano di sopra, Hedley Shearman stava discutendo con Francis Melmot, il presidente del consiglio d’amministrazione del teatro. Melmot, che aveva i capelli grigi e una lingua tagliente che non si fermava di f...