Due. Tre sarà anche il numero perfetto, ma per certe cose due è meglio. In tre è difficile mettersi d’accordo. Tra i due litiganti il terzo gode, ma il suo è autoerotismo. È già difficile per una coppia raggiungere l’orgasmo in tempi compatibili coi gemiti dell’altro, in tre figuriamoci... Orchestrare il piacere, dividerlo in Padania, Etruria e Magna Grecia è pura utopia. Il tre un numero perfetto? Ma dove? I Tre Moschettieri per funzionare avevano bisogno del quarto. E quattro vuol dire due più due. I tre punti tra i massoni sono quelli seguenti la lettera F di fratello, ma coi massoni che ci sono in Italia è meglio essere figli unici.
Il tre è un numero sopravvalutato, ammettiamolo pure. Con tre caravelle Colombo scoprì l’America, con tre sorelle Čechov riempie ancora i teatri, con la Santissima Trinità il cattolicesimo riempie le chiese, ma c’è qualcosa oltre l’America, oltre il teatro, oltre la chiesa per cui il tre vale meno del due. Cosa? Bene: tre è uno più uno più uno, una mera addizione. Due non è uno più uno. Due è uno con uno. Non è aritmetica, è solidarietà. Al cinema in due spesso ci scappa un bacio. A La Salette nel cantone di Corps, territorio del dipartimento dell’Isère nella diocesi di Grenoble, in due è pure meglio che al cinema: ci scappa la Madonna.
Vedere la Madonna in due è meglio che non farlo da soli. Se uno non crede ai suoi occhi può chiedere conferma agli occhi dell’altro. E l’altro non è solo un testimone, diventa un complice, complice nel reato perseguibile dal codice penale dello scetticismo. Di quelli che non credono se non ci mettono il naso, i cocainomani del positivismo, i logicodipendenti, quelli che non solo non hanno fede, non hanno neppure fantasia.
Melania e Massimino. La Madonna apparve loro nel 1846. È il 19 settembre, la temperatura è mite in alta montagna. Melania Calvat ha quindici anni, è figlia di un tagliatore di legna povero in canna. Da bambina chiedeva l’elemosina perché del nostro pane quotidiano a lei restavano solo le briciole. Più grandicella era stata bambinaia, serva, pastorella in diversi paesi del circondario. A quindici anni Melania non sa né leggere né scrivere il francese. Parla in dialetto e solo con le mucche. Sono anni di vacche magre che, oltretutto, appartengono al padrone Battista Pra. Melania non è andata a scuola e bazzica raramente la chiesa in quanto costretta a lavorare anche di domenica, che al pascolo è un giorno come un altro. Non l’hanno nemmeno ammessa alla prima comunione perché è troppo ignorante. Ha un fisico debole e poco sviluppato, specie se confrontato con le mammelle delle mucche di cui si occupa. Melania è scontrosa, timida, taciturna, un’Heidi senza sorrisi e canzoni tivù. È trasandata al punto di non togliersi di dosso gli abiti bagnati.
Massimino ha undici anni. Figlio di un cardatore che fa la fame (partire è un po’ morire, cardare è un po’ morire di fame), Massimino ha perso la mamma e la matrigna è matrigna per ruolo e per vocazione. Il padre, più che portarlo in chiesa, si fa accompagnare da lui a bere e fumare all’osteria. Neanche lui è stato ammesso alla prima comunione. Anche lui non sa leggere né scrivere, ma, al contrario di Melania, è estroverso, irrequieto e non ha soggezione di nessuno. Massimino accudisce alle vacche dell’agricoltore Pietro Selme. Benché viva nello stesso paese di Melania non l’ha mai incontrata sino a due giorni prima dell’evento. Due giorni in cui la differenza di carattere rende impossibile il minimo contatto umano tra la strana coppia. Però sono puri e consapevoli dei propri limiti. Léon Bloy li definirà «volgari sassi di monte». Un giorno i due ammetteranno: «Se la Madonna avesse trovato due ragazzi più sprovveduti di noi non ci avrebbe scelti come testimoni della sua apparizione».
Alle tre del pomeriggio i ragazzi si svegliano rendendosi conto che le mucche, approfittando del loro sonno, si sono allontanate. Siamo a quota 1800 metri nell’altipiano Sous-les-Baisses che declina in un valloncello in fondo al quale scorre il Sezia, poco più che un ruscello. Melania scorge vicino alla fontana un globo di luce di circa cinque metri di diametro. Chiama a gran voce Massimino che la raggiunge. Entrambi vedono qualcosa muoversi al centro del globo. È una Signora seduta sulle pietre poste attorno alla fontana. La Signora ha i gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa tra le mani bianchissime. Piange. Sono lacrime lunghe che raggiungono l’alveo asciutto della fontana, dove i piedi della Signora non rischiano un irrispettoso pediluvio. La Signora si alza, nasconde le mani nelle larghe maniche della veste, poi, incrociando le braccia sul petto, si avvicina ai pastorelli e li invita: «Figli miei, non abbiate paura, sono qui per farvi un grande annuncio». I due pastorelli percorrono i venti metri che li separano dalla visione. Più che le parole, a quella distanza hanno afferrato il concetto. Melania e Massimino si avventurano nella luce splendente e osservano da vicino la Signora. Ha un aspetto a un tempo maestoso e materno. La statura è superiore alla media e la figura è slanciata. Il corpo è sospeso a circa venti centimetri dal suolo. Un’aureola aderisce alla sua persona, un’altra incornicia la prima e si estende sino a includere nel suo fulgore anche i ragazzi. È elegante la Signora: un diadema e una corona di rose bianche, rosse e azzurre, una veste bianca molto accollata, lunga sino ai piedi che calzano scarpe bianche costellate di perle, rivestite da fermagli d’oro, attorniate da rose simili a quelle del diadema e dello scialle, sul petto una croce.
La Signora continua a piangere ma le lacrime si fondono nella luce all’altezza delle ginocchia. La prima frase non è molto incoraggiante: «Se il mio popolo non vuole sottomettersi sarò costretta a lasciare libero il braccio di mio figlio. Esso è così forte e pesante che non posso più trattenerlo...».
Seguono altre rimostranze: «...Coloro che guidano i carri non sanno che bestemmiare il nome di mio figlio... Se il raccolto si guasta la colpa è vostra. Ve lo mostrai l’anno scorso con le patate, ma voi non l’avete considerato, anzi, quando ne trovavate di guaste bestemmiavate il nome di mio figlio. Esse continueranno a marcire quest’anno. A Natale non ce ne saranno più. Se avete del grano non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere quando lo trebbierete. Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno. Gli altri faranno penitenza con la carestia. Le noci ammuffiranno e l’uva marcirà. Se si convertono le pietre e le rocce si muteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi, dite la vostra preghiera figli miei. Ah figli miei, bisogna dirla bene mattino e sera. Quando non avete tempo dite almeno un Padre Nostro e un’Ave Maria. Quando potrete far meglio direte di più. D’estate a messa vanno solo alcune donne anziane. Gli altri lavorano di domenica tutta l’estate. D’inverno, quando non sanno che cosa fare, vanno a messa solo per burlarsi delle religioni. In Quaresima vanno dal macellaio come cani. Avete mai visto del grano guasto, figli miei?... Ebbene figli miei, fatelo sapere a tutto il mio popolo. Andiamo, fatelo sapere a tutto il mio popolo».
Oltre a tutto ciò la Signora confida un segreto a ciascuno dei due veggenti, mentre l’altro non sente una parola. Sono segreti diversi. Come faccio a saperlo? È un segreto. Infine la Signora si innalza a un metro e mezzo dal suolo, rimanendo in questa posizione almeno mezzo minuto. Ha smesso di piangere ma il volto è ancora triste. Poi comincia a scomparire. L’ultima cosa a dissolversi sono i piedi.
Massimino allunga il braccio e tenta di afferrare una rosa dalle scarpe. Non ce la fa. L’apparizione è durata una mezz’oretta. La Madonna ha parlato prima in francese e poi in dialetto premettendo: «Voi non capite figli miei? Ve lo dirò diversamente».
Svelò i segreti di nuovo in francese e li tradusse in dialetto. L’ultima raccomandazione la fa ancora una volta in francese. Su cinque discorsi due sono in dialetto e tre in francese. Si vede che col francese si trova meglio. Ma lo fa anche perché i due ragazzi ripetendo le sue parole in una lingua che ignorano possano dar prova della verità dell’apparizione.
Occorre aggiungere che la Madonna ha visto giusto. Le patate si guastarono. Nel Natale 1846 non se ne trovano sul mercato neanche a Corps. Nel gennaio ’47 il governo francese deve emanare una legge per proibire l’esportazione delle patate e un’altra per facilitarne l’importazione. Le patate sono aggredite dal famigerato «insetto del Colorado». L’uva marcisce divorata da insetti provenienti da oltreoceano. La fillossera, la peronospera, l’oidio ne fanno scempio. Le noci vanno a male ovunque. Lo testimonia il rapporto Léclerc al ministro degli Interni francese. Il grano viene rovinato dalla malattia dei colmi chiamata Pictin, che riduce i chicchi in polvere. La gente fa la fame. Uomini e donne vagano per la campagna in cerca di erbe con cui sfamarsi. Nel 1856 in Francia i morti per fame sono almeno centomila, la capienza dello stadio di San Siro. La mortalità infantile miete molte vittime. Nel piccolo comune di Corps l’anagrafe registra nel 1847 sessantatré decessi. I bambini vengono colti da un tremito successivo a una sensazione di gelo e spirano dopo due tre ore di agonia, tra le braccia dei genitori impotenti.
La regina Vittoria nel gennaio 1847 lamenta la mancanza di patate in Irlanda e Scozia. La Signora vede evidentemente oltre i confini geografici. I due veggenti, benché di intelligenza limitata e deboli di memoria, sia separati che uniti non cadono in contraddizioni e rispondono agli interrogatori sull’apparizione in modo chiaro e preciso. L’acqua di La Salette, pur essendo priva di proprietà minerali o terapeutiche, guarisce Onorina Curiel da tumore. La Chiesa, come sempre, prende tempo. Massimino muore a trentanove anni. Muore casto benché fosse insidiatissimo. Criticatissimo per la sua eterna fanciullaggine, muore senza essere riuscito a diventare sacerdote, missionario o medico, le sue aspirazioni. Melania si spegne nel 1904 ad Altamura, in provincia di Bari, all’età di settantatré anni. È stata suora in diverse congregazioni ma la sua figura è molto discussa.
Due pastorelli hanno visto la Madonna a milleottocento metri d’altezza. Un evento che cambia la vita, ne converrete. Qualcosa che, nonostante le patate scarseggiassero, si rivelò una patata bollente. Per chi, al dialetto di due analfabeti, preferiva il latino.
Sic et simpliciter la fortuna smise di sorridermi, esattamente come d’improvviso su una panchina si era spento il sorriso di Marinoni. Audaces fortuna iuvat, ve l’ho già detto che so un mucchio di queste frasette in latino. Non abbastanza per far conversazione con Claudio, ma a sufficienza per attaccare bottone con sua moglie Messalina. La fortuna sorride agli audaci? Può darsi, ma non a lungo. La fortuna non è una modella, non è indossatrice, non reclamizza un dentifricio, il dentifricio Audax nella fattispecie, né allarga le labbra in passerella nonostante le scarpe strette. No, la fortuna non è né una modella pubblicitaria né un’indossatrice. È una mignotta piuttosto, che sorride con le piccole e grandi labbra a ogni nuovo venuto purché questi, anche se si chiama Gigi, usi lo pseudonimo di Fortunato.
Capii che la fortuna mi aveva abbandonato non appena lessi dell’omicidio al parco. Un extracomunitario massacrato in un parco fu la prima avvisaglia del mio rovescio di fortuna. Il giornalone, raccontando l’episodio con dovizia di particolari, fece traballare il piedistallo del mio eroismo pubblico. Il giornalista insinuava che in fondo, probabilmente, Lazzaro Santandrea, l’uomo che diceva di aver visto la Madonna, non aveva fermato i giustizieri del parco la notte della presunta apparizione. Anzi il Santandrea, secondo l’opinione del pennivendolo, non era che un facinoroso soggetto di dubbia moralità che aveva malmenato quattro ragazzini, approfittandone per dare credibilità a una discutibile veggenza. Naturalmente il giornalista non aveva scritto queste precise parole nero su bianco. Per pararsi il culo si era limitato a insinuare tra le righe la sua verità. Avevo in mano, grazie al registratore, le prove che nei due casi precedenti i colpevoli erano i ragazzi con cui mi ero scontrato. Ma la mia parola di non rendere pubblica la confessione per me valeva ancora qualcosa. Così decisi di soprassedere, anche se l’insinuazione pubblicata minava, e non poco, la mia figura di santo vendicatore.
Sapevo con certezza che ad assassinare il senegalese non erano stati Chiodo, Coca-Cola, Occhiali e Sorriso. La stessa sera in cui l’uomo era stato ucciso loro erano in mia compagnia. Certo avrebbero avuto tutto il tempo, dopo avermi salutato, di uscire per una nuova caccia all’uomo, ma perché mai avrebbero dovuto farlo, proprio dopo essersi confessati e aver ottenuto la mia assoluzione? Solo Chiodo, tra loro, sarebbe stato capace di tanto, magari per restituirmi la gomitata con cui lo avevo salutato. Gli altri ragazzi mi erano parsi sinceri. L’ipotesi più probabile che mi venisse in mente contemplava la possibilità dell’esistenza di plagiari, imitatori degli angeli coi quali mi ero misurato sconfiggendoli.
Comunque fosse, la mia verità non era più insi...