Il sesso delle ciliegie
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Il sesso delle ciliegie

  1. 196 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il sesso delle ciliegie

Informazioni su questo libro

Al tempo di re Carlo II, in una Londra assediata dalla peste, Jordan decide di mettersi in viaggio per conoscere il mondo. Scoprirà presto che l'unico limite all'avventura umana risiede nella forza dell'immaginazione. Un libro affascinante che mescola il gusto orientale per la fiaba e la tradizione filosofica occidentale. Un romanzo che conferma la Winterson come autrice di libri di culto.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804469308
eBook ISBN
9788852046919

1649

All’inizio la Guerra Civile ci sfiorò appena. Gli animi erano eccitati, e c’era gente, ad esempio il Predicatore Scroggs e il Vicino Firebrace, disposta ad approfittare di qualsiasi occasione pur di sentirsi superiore alla gente normale. Comunque la vicenda procedeva senza troppo clamore, fatta di scaramucce locali, con le Teste Rotonde che, di tanto in tanto, calavano su una casa nobiliare e se la prendevano nel nome di Dio. Nessuno pensava seriamente che alla fine il Re non avrebbe vinto come aveva vinto sempre, come i re vincono sempre, contro qualsiasi avversario.
Anche a me piace combattere, e mi divertivo a provocare il Vicino Firebrace. In realtà m’era mancata molto quella sua faccia losca mentre ero a Wimbledon. Come si fa a divertirsi quando tutti vanno d’amore e d’accordo?
A Wimbledon eravamo certi che da un momento all’altro la regina Henrietta sarebbe tornata dalla Francia o dall’Italia o dalla Spagna alla testa degli eserciti alleati spazzando via quei piagnoni di Puritani con i loro vestiti inamidati. Purtroppo non trovò alleati. Simpatizzanti a iosa, ma nessun alleato. E la Marina faceva la fronda contro il Re, controllava i porti e perlustrava i mari per impedire lo sbarco di aiuti.
Quando gli uomini del Re venivano a casa nostra e ci raccontavano le storie del «Re Zuccone», parodiando Cromwell che fracassava le stupende vetrate delle nostre chiese e chiudeva tutti i locali di divertimento per costringere uomini e donne a occuparsi solo di un Dio invisibile, cominciammo a odiare quelli che prima prendevamo solo in giro.
Frequentavo una chiesa non lontana dai giardini. Una chiesa di campagna famosa per la vetrata dietro all’altare in cui si vedeva nostro Signore nell’atto di sfamare cinquemila anime. Black Tom Fairfax, in mancanza di meglio da fare, aveva piazzato il suo cannone davanti alla vetrata e dato l’ordine di far fuoco. Quando arrivai sul posto la vetrata era sparita e gli uomini se ne erano andati a cavallo.
Un gruppo di donne si era radunato intorno a quel che restava della vetrata che colorava il pavimento con colori più vivaci di un’aiuola fiorita in un giardinetto. Quelle donne avevano pulito la vetrata, lustrato il pesce scivoloso che nostro Signore aveva benedetto tenendolo nelle nostre mani protese, pulito il fumo di candela che anneriva i piedi degli Apostoli. Amavano quella vetrata. Senza aprir bocca, mosse da un unico scopo, le donne cominciarono a raccogliere i frammenti di vetro deponendoli nei loro canestri. Raccolsero il pane spezzato e i due pesci e i volti stupiti della gente affamata, finché i canestri furono pieni fino a traboccare, proprio come i canestri dei discepoli del miracolo s’erano riempiti fino a traboccare. Raccolsero ogni frammento e mi dissero, con le mani insanguinate, che avrebbero ricostruito la vetrata in un luogo segreto. A sera, dopo aver completato il lavoro, entrarono una a una per pregare nella cappella mentre io, che non avevo osato seguirle, le guardavo dal buco prima occupato dalla vetrata.
S’inginocchiarono una accanto all’altra vicino all’altare e, sul pavimento lastricato dietro di loro, non vista, vidi i colori a chiazze della vetrata, rosso, giallo e blu. I colori si dilatarono sul pavimento di pietra e coprirono la schiena delle donne che sembravano indossare il costume d’Arlecchino. La chiesa danzava nella luce. Le lasciai lì e me ne tornai a casa, con la testa piena di cose che nessuno avrebbe potuto distruggere.
Il processo cominciò il 20 gennaio 1649. Jordan, Tradescant e io eravamo a Londra da una settimana. Tradescant aveva preso alloggio alla Corona di Spine mentre io e Jordan eravamo tornati nella nostra casa dove avevamo abitato fino a sei anni prima.
Gli odori erano sempre quelli, il fiume era sempre sporco, i dragatori continuavano a fare il loro lavoro con l’immondizia fino al collo. In mezzo al fiume c’era una gallinella su una cassetta per la frutta. Mi sentivo orgogliosa ed elettrizzata, mi sarebbe perfino piaciuto incontrare per caso quella strega scheletrica della mia finta amica per raccontarle tutte le cose belle che avevamo fatto nel mondo.
Jordan aveva diciannove anni e ormai m’arrivava al petto, insomma era piuttosto imponente per un uomo che non avevo concepito io. Non m’assomigliava affatto, cosa di cui probabilmente si rallegrava, almeno in segreto, anche se quand’era con me non aveva mai dato segni di disgusto come invece facevano altri.
Indossavo il mio abito più bello, quello con una gonna a campana grande abbastanza da fungere da vela per qualche nave danneggiata in battaglia, intorno al collo avevo un colletto di pizzo elegante fatto da una cieca nelle cui intenzioni avrebbe dovuto essere uno scialle. Le avevo detto la mia taglia approssimativa ma non m’aveva creduto e così, anche se nel mio guardaroba non ho niente da mettere sulle spalle se non una dozzina di coperte cucite insieme, possiedo comunque un bel colletto. In occasione del nostro ritorno a casa avevo tirato fuori il cappello e, con tutti i miei difetti, facevo la mia bella figura, almeno così pensavo.
Mentre ci avvicinavamo alla nostra lunga capanna notai che da un buco praticato sul tetto usciva del fumo e, quando ci avvicinammo, vedemmo il Vicino Firebrace e il Predicatore Scroggs seduti sul gradino del portone, tutti presi a sputar veleno.
«Jordan!» gridai. «Corri più in fretta che puoi perché quelli hanno deciso di bruciare la casa.»
Io li raggiunsi di corsa e giganteggiai sopra di loro, come Golia con Davide; loro cominciarono a tremare e il Predicatore Scroggs bofonchiò qualcosa dietro a una mano sulla mia morte presunta.
«Chi ti ha detto che ero morta?»
Scroggs non seppe cosa rispondere, così lo spinsi da parte come un birillo e guardai dentro la capanna.
Era piena di libelli fino al tetto.
«Ti abbiamo requisito la casa in nome di Gesù e di Oliver Cromwell» disse Firebrace, con quel suo naso a becco di gru arrossato dalla sicurezza di esser nel giusto. «Questi sono libelli in cui si denunciano le malefatte del Re.»
Ne strappai uno dalla cima del mucchio e scoprii che era una copia del Libro delle Ore Canoniche, il testo di un lurido discorso prezzolato, una lagna scritta da Samuel Peck, un tale noto soprattutto perché era un furfante e un malfattore matricolato.
«Questo Peck,» dissi afferrando Firebrace per il bavero della giacca «questo Peck è un mio nemico personale perché s’è preso due dei miei cani e non me li ha mai pagati. E questo parecchi anni fa.»
Firebrace cominciò a menare il can per l’aia, così lo sollevai di colpo da terra portandolo all’altezza degli occhi. Lui cominciò a sbavare.
«Questo Peck» continuai, col fiato infuocato come quello di un drago, «è un avvoltoio calvo. Una vecchia cornacchia spennacchiata, con una faccia tutta pelle e ossa e il naso a becco, un’aria smunta e due gambe da trampoliere. Bravo solo ad andare a puttane, a bere e a raccontar frottole.»
Dissi a Jordan di cominciare a buttar fuori gli opuscoli.
«Fanne un mucchio, Jordan, fallo alto quanto ti pare, poi faremo un bel falò e magari ci mettiamo sopra anche il Predicatore Scroggs e il Vicino Firebrace in memoria di Guy Fawkes.»
A quel punto mi s’avvicina Scroggs, con gli occhi stillanti veleno, con la faccia contorta come quella di un ranocchio.
«Guardi che rischia di andare all’Inferno, signora.»
«Quand’è così abbi pietà di me» dissi. «Io ho pietà di te; tu non corri quel pericolo, perché è sicuro che all’Inferno ci sei già da un pezzo e che non ne uscirai più.»
«Forse dovrebbe dirlo ai miei uomini» fa e, scostandosi, con quel suo sorriso stirato, rivelò otto seriose Teste Rotonde con quei loro pastrani di un colore indefinito.
Mi precipitai al portone e ne vidi altri tre che avevano circondato Jordan impegnato a preparare il falò.
«Satanassi!» gridai. «State lontani da me!»
Visto che sono una peccatrice i diavoli non svanirono come fecero con Gesù; al contrario, immobilizzarono Jordan e lo strascinarono via mentre Firebrace si lasciava andare a una serie di scorregge e di lazzi così scomposti da farmi temere che sarebbe esploso prima che avessi avuto il tempo di farlo a pezzi.
Volai addosso alle guardie, spezzai le braccia al primo, feci poltiglia del secondo e sferrai al terzo un calcio alla testa mettendolo fuori combattimento una volta per tutte. Gli altri cinque mi s’avventarono addosso e dopo averne spediti due al Creatore anzitempo, un altro prese un archibugio e mi sparò in pieno petto. Caddi, uccidendo quello che s’era appostato dietro di me, e strappai la pallottola dalla scollatura. Ormai ero una furia.
«Non è gentile da parte tua rovinare il vestito di una povera donna, anzi il suo vestito della festa.»
Mi tirai su a sedere e arrotolai le maniche, convinta che fosse arrivato il momento di prendere sul serio quella gentaglia. Ma, prima che mi fossi rimessa in piedi, i soldati se l’erano data a gambe lasciando sul posto solo Scroggs e Firebrace tremanti come nel Giorno del Giudizio.
«Non vi ammazzerò per stavolta» dissi. «Sono stanca del viaggio e voglio andare a casa. Filate via con la cacarella nelle braghe e non fatevi più vedere, neppure se starò via per una vita intera!»
Il mio gesto magnanimo li mise in confusione, come accade anche ai peccatori di fronte alla virtù. Una volta che se ne furono andati, io e Jordan ammassammo tutte le copie del Libro delle Ore Canoniche e facemmo un falò con lingue di fuoco così alte e splendenti che si vedevano dall’altra riva del Tamigi. Arrivarono dei poveretti e si sedettero accanto a noi e si scaldarono e bevvero la mia birra. Fantasticai di non essermene mai andata e che tutte le nostre avventure, tutte le nostre disgrazie, fossero solo un sogno. Guardai Jordan e vidi un ragazzino con una barchetta scassata. E mi venne fatto di pensare, se solo potessimo alimentare questo fuoco potremmo tenere a bada il futuro e quest’attimo durerebbe per sempre. Questo calore, questa luce. Invece m’addormentai e mi svegliai tremando di freddo per vedere le prime luci del mattino dondolare sull’acqua e i tizzoni del nostro falò pietrificati dalla brina.
Ero lì che bevevo in compagnia di Tradescant quando un ragazzo entrò di soppiatto alla Corona di Spine e piazzò un volantino sul nostro tavolo.
L’oste era un Lealista e non aveva niente a che vedere con quelle facce da pitale, con quegli zelanti culi piatti che avevano dichiarato il Re traditore del suo popolo. Un despota, ecco come lo chiamavano, un tiranno, uno scialacquatore che non voleva accettare un Parlamento del popolo per il popolo. Londra era stata inondata di libelli per informare tutti quelli in grado di leggerli che il Re non godeva di nessun Diritto Divino e che doveva esser processato per i suoi peccati. Per quel che mi riguarda, sarei più felice di vivere avendo peccato per eccesso piuttosto che per difetto.
I Puritani, che volevano il regno dei santi in terra, che non riconoscevano altro re all’infuori di Gesù, avevano dimenticato che siamo fatti di carne e che di carne dobbiamo restare. Le loro donne si bendavano il petto e cucinavano cibi insipidi e i loro uomini temevano tanto che il membro gli si rizzasse che lo bendavano tra le gambe.
Questa settimana, la settimana prima del processo, loro pagano degli uomini perché frequentino i locali pubblici e spiino i seguaci del Re. Questo foglio malamente stampato, con un messaggio del Re e senza il nome del tipografo, era un reato passibile di morte per coloro che lo distribuivano. Il ragazzo era sparito dopo aver infilato sotto la giubba una moneta datagli da Tradescant, e tutti noi che amiamo il Re ci radunammo per ascoltare le sue parole.
Tradescant ci aveva promesso dei posti in galleria al processo. Ci andremo mascherati, anche se non ho ancora idea di quale travestimento indosserò per l’occasione…
A Londra, durante la settimana del processo, era stata fatta circolare un’ordinanza che proibiva la presenza dei Cavalieri, e Tradescant, essendo un dipendente di rango della Casa Reale, correva un serio pericolo. Tutti coloro che volevano assistere al processo sarebbero stati rigorosamente perquisiti e indagati benché i Puritani, preoccupati della loro immagine pubblica, avessero promesso un processo a porte aperte a tutti tranne che ai sostenitori del Re. Tradescant e Jordan si travestirono da prostitute, col viso imbellettato, le labbra scarlatte e vestiti che sembravano stazzonati da tutti i fanti della capitale. Jordan camminava con un’andatura studiata e con uno sguardo lascivo che gli procurò numerose offerte di un letto per la notte.
Io invece mi presentai vestita di stracci neri come la pece e indossai una vecchia parrucca che ci eravamo procurati da un teatrante. Poi mi feci una carriola ben rinforzata e mi ci sedetti dentro come un mucchio di letame.
Così facemmo il nostro ingresso nella Cotton House per il processo al Re.
Due soldati ci fermarono e ci chiesero il lasciapassare per accedere alla galleria.
«Oh, signore, certo che li abbiamo» sospirai io, rovistando nella veste sporca. «Ce li hanno dati perché abbiamo molto peccato. Guardi qui, li ha firmati Hugh Peter in persona.»
Era vero. Hugh Peter, un predicatore butterato con la faccia rubizza che si credeva il rappresentante di Cristo in terra, aveva offerto lasciapassare alla galleria a tutti quei peccatori che avevano dimostrato un sincero desiderio di pentirsi e di assistere ai primi passi del Regno dei Santi. Quella settimana aveva predicato commentando il passo «Lui metterà il loro Re in catene», dopo di che i disperati e i dannati erano strisciati fino a lui in cerca di conforto. Jordan, nel suo costume da prostituta, aveva sentito la mano viscida di Hugh Peter scivolargli sotto la gonna mentre gli prometteva la libertà che solo Gesù Cristo può darci. Jordan aveva cominciato a piangere, a lamentarsi e lo aveva implorato di dargli altri due permessi per le sue amiche. Donne del popolo, donne che avevano bisogno della palpatina di un pastore.
Ed eccoci lì.
Il soldato sbirciò i nostri foglietti e mi chiese di lasciare la carriola all’ingresso della galleria.
«Impossibile, signore,» gridai «perché ho lo scolo e la carne mi marcisce sotto. Se mi alzassi, signore, vedrebbe un fiume di pus scorrere tra quelle bandiere. Il Regno dei Santi non può cominciare in mezzo al pus.»
Jordan e Tradescant erano in piedi, dietro di me, ognuno reggeva un manico della carriola.
«Mia figlia e mia nipote, signore» dissi agitando una mano. «Queste donne mi hanno spinto da Plymouth perché io possa redimermi.»
«È vero» disse Jordan. «Ogni miglio un tormento.»
I soldati ci voltarono le spalle e cominciarono a parlottare tra loro mentre io sudavo nel timore che m’ordinassero di alzarmi vedendo così la mia mole. Dopo la mia rissa con le guardie, Tradescant m’aveva detto che contro di me era stato spiccato un mandato d’arresto.
«Può passare» disse uno dei soldati.
«Quand’è così,» dissi roteando gli occhi implorante, «la prego di farci strada perché io mi trascinerò barcollando su per le scale fino in galleria, e mia figlia asciugherà il liquido che cola giù. Puzza come la carogna di un cane morto da tre giorni e non è adatto ai nasini delicati.»
Notai che il soldato fece una smorfia ma non proferì verbo aprendoci la strada fino alla grande porta che dava sulle scale della galleria. Spinse da parte la fila di gente in attesa d’entrare e ci fece cenno di proseguire.
Una volta che la porta si chiuse con un tonfo alle nostre spalle, saltai giù dalla carriola, la sollevai e corsi fino in cima alle scale dove mi ci piazzai nuovamente ricominciando a gemere e a invocare il Signore.
Il processo durò sette giorni; in realtà non fu un processo quanto un mezzo per arrivare all’esecuzione capitale. Il Re, col suo cappello di velluto, senza gioielli tranne la Stella dell’Ordine della Giarrettiera, si comportò con grande dignità di fronte a Bradshaw, il rappresentante della pubblica accusa. Si guadagnò perfino la simpatia dei suoi nemici. La domenica, mentre i fedeli erano in chiesa, Obadiah Sedgewick attaccò come sempre il Re dal pulpito del Covent Garden, ma le sue parole caddero nel silenzio.
Il settimo giorno la galleria era affollatissima di ruffiani con gli occhi fuori da...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Jeanette Winterson
  3. Il sesso delle ciliegie
  4. Storia delle Dodici Principesse Ballerine
  5. 1649
  6. Qualche anno dopo
  7. Copyright