Ricordo che quel giorno papà entrò in casa all’improvviso. Come suo solito, era uscito di buon’ora per andare a comprare il “Corriere”, e ora lo teneva in mano tutto stropicciato e scompaginato come sono i giornali che si leggono da cima a fondo. Lo posò su una sedia, si tolse il cappello, poi parlò con la voce che gli veniva quando doveva annunciare qualcosa di importante.
Stavamo facendo colazione. Io, i miei fratelli - Mimma, Anna e Cesare - e la mamma. C’erano anche i nonni, erano venuti in campagna con noi per sfuggire al caldo di Milano. Eravamo in vacanza a Lambrugo, poco lontano dal centro di Como. A quel tempo tantissimi milanesi come noi passavano l’estate in Brianza o nelle campagne intorno alla città. Papà aveva affittato una casa con un grande giardino e io mi divertivo tantissimo.
Alzammo lo sguardo dal caffè e latte e lo guardammo. Lui disse ancora qualcosa, ci fu una piccola discussione. Avevo quattro anni, non ricordo le parole esatte. Ma so che il “Corriere” passò di mano in mano, nonno inforcò gli occhiali per leggere bene l’articolo, poi lo diede alla mamma che lo allungò alle mie sorelle e infine a Cesare, mio fratello. Finché a un certo punto Mimma chiese: – Come sarebbe a dire che siamo stati espulsi?
Mia sorella pronunciò queste poche parole con un filo di voce. Io ero piccola, ma a distanza di tanti anni lei si ricorda ancora la tenerezza con cui nonna in quel momento si alzò in lacrime da tavola, la abbracciò stretta e provò a consolarla.
Espulsi.
Non avevo idea di cosa volesse dire quella parola.
Mimma aveva da poco finito la seconda ginnasio al “Parini” e quell’anno avrebbe dovuto iniziare la terza. A Cesare mancava solo un anno alla maturità, era lo studente migliore della classe. La scuola era per entrambi la loro seconda casa e sarebbe iniziata di lì a poco, il 12 ottobre. Mia sorella Anna, che era iscritta a Lettere e stava per finire, avrebbe dovuto laurearsi a breve.
Li guardavo e non riuscivo a capire cosa avessero combinato i miei fratelli per essere puniti a quel modo. Forse avevano trattato male i professori? O forse non erano bravi abbastanza? No, quello era impossibile! Cesare aveva appena vinto un concorso letterario con una poesia.
E quindi, cosa era successo?
Ma allora era l’estate del 1938 e io ero poco più che una bimbetta, non sapevo niente di queste cose. Strinsi forte la Renata, il mio bambolotto. Era davvero una meraviglia e io non vedevo l’ora di andare in giardino a metterle le gonnelline che mi aveva da poco regalato la zia. Le sarebbero state benissimo.
Per me era solo un giorno qualunque di un’estate come tutte le altre. Ma quella fu la mattina che per la mia famiglia tutto cambiò per sempre.
Quando sono nata, il 7 marzo 1934, la dittatura di Benito Mussolini era al potere già da dodici anni. Il fascismo per me era una cosa normale, non avevo mai visto altro nella vita. Ero abituata a vedere balilla e figli della lupa marciare per le strade di Milano. Anche mio fratello Cesare era stato un avanguardista, un giovane soldato del Duce. Allora non c’era la possibilità di rifiutarsi. E anche lui aveva dovuto sfilare con il petto un po’ all’infuori insieme agli altri ragazzi.
Ricordo i canti fascisti, la voce del Duce che gracchiava alla radio i suoi proclami, i soldati e gli uomini della milizia che si salutavano con il braccio alzato quando si incontravano per strada. Gagliardetti, bandiere e fasci littori comparivano un po’ ovunque per le vie della mia Milano. E anche se la Tv a quel tempo non c’era ancora, il faccione di Mussolini era ovunque. Sui palazzi, sui giornali, sulle riviste. Un suo ritratto era appeso vicino a quello del re in quasi tutti i locali pubblici. Era anche sui libri di scuola dei miei fratelli: nei racconti le bambine erano orgogliose di essere delle piccole italiane e i bambini fieri di indossare la camicia nera.
A casa, di politica si parlava poco. Papà Guido era avvocato, si era laureato nel 1907 e lavorava nello studio in via Sant’Andrea che nonno Fortunato aveva aperto oltre sessant’anni prima. Per lui il rispetto della legge era sempre stata la cosa più importante, ma ricordo ancora il giorno in cui Mussolini venne in città per un comizio. Io e papà eravamo a spasso, capitammo in quella piazza per caso.
– Ma quante scemenze! – aveva bofonchiato lui sottovoce, poco prima di andare via. – Come si possono dire certe cose? –. Ebbi paura che qualcuno avesse potuto sentirlo. E oltretutto ero sconcertata: «Ma come, papà parla male del nostro Duce?».
Mamma si chiamava Nella, era una persona quieta e riservata che amava suonare il pianoforte e amministrava saggiamente la nostra numerosa famiglia. Papà era rimasto vedovo e quello era il suo secondo matrimonio. Per questo i miei fratelli Anna e Cesare erano molto più grandi di me.
Eravamo ebrei. Ma per me fino a quel momento essere ebrea voleva dire essere uguale agli altri bambini, solo di una religione diversa. Noi non eravamo molto osservanti. Andavamo in sinagoga tre o quattro volte all’anno, in occasione delle ricorrenze più solenni. Gli adulti osservavano il Kippur, il giorno di digiuno ed espiazione durante il quale ci si pente dei peccati commessi. E per quel che riguarda la lingua, in ebraico io conoscevo solo una preghiera: Shemà Israel, che significa: “Ascolta Israele”. Me l’aveva insegnata la mamma.
Ogni sera appendeva un foglietto con una parola nuova vicino al mio lettino. E io la imparai così, a poco a poco.
Ascolta Israele
il Signore è nostro Dio.
Il Signore è uno.
Benedetto il Suo nome glorioso per sempre.
Allora non potevo immaginare che quelle parole mi avrebbero fatto tanta compagnia quando sarei stata lontana da Milano e in fuga dal mio Paese.
Poche settimane prima della notizia dell’espulsione dalle scuole, alcuni dei principali scienziati italiani avevano pubblicato un documento dal titolo Manifesto della Razza. Pagine che quando sarei stata più grande avrei riletto tante volte e che divennero la base ideologica della politica razzista dell’Italia fascista.
È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti, era scritto sul manifesto.
Ma soprattutto:
GLI EBREI NON APPARTENGONO
ALLA RAZZA ITALIANA.
I CARATTERI FISICI
E PSICOLOGICI
PURAMENTE EUROPEI
DEGLI ITALIANI
NON DEVONO ESSERE ALTERATI
IN NESSUN MODO.
L’antisemitismo, l’odio contro gli ebrei, era nato molti secoli prima. Ma fino a quel tempo si era sempre trattato di un fatto religioso. Per Hitler e Mussolini, invece, l’Ebraismo non era solo una religione: era una razza. Nel pensiero folle di questi due dittatori esisteva una razza superiore ariana, fatta di persone bionde e dal fisico atletico, e altre razze inferiori. E la più inferiore di tutte era quella ebraica, cioè la nostra.
«Non è possibile» diceva la gente. «Mussolini non è mai stato antisemita! Margherita Sarfatti, una delle sue ex amanti, era addirittura ebrea!» E invece nel giro di poco il Regime si organizzò per renderci la vita impossibile facendo leva sui pregiudizi antisemiti che in Italia erano sempre esistiti. Persino l’atteggiamento della Chiesa non era mai stato benevolo nei confronti degli ebrei e il rapporto tra Ebraismo e Cattolicesimo sarebbe cambiato solo molto tempo dopo: nel 1962, quando papa Giovanni XXIII col Concilio Vaticano II cancellò l’accusa di deicidio, cioè dell’uccisione di Gesù, mossa fino ad allora agli ebrei. E nel 1986, quando papa Giovanni Paolo II definì gli ebrei “fratelli maggiori” durante la sua visita alla sinagoga di Roma. Due svolte storiche.
Nel 1938, però, le cose erano molto diverse.
***
A novembre il Consiglio dei ministri approvò le leggi per la difesa della razza. Leggi che impedivano agli ebrei di condurre una vita normale, sia dal punto di vista economico sia da quello psicologico. Ogni professione e quasi tutti i lavori vennero loro proibiti. Non potevano più possedere terreni o fabbricati oltre a un certo valore. E questi furono sicuramente i problemi principali. Ma non furono gli unici.
Gli ebrei già non potevano più insegnare né studiare nelle scuole statali e in quelle parastatali. Adesso non potevano più entrare nelle biblioteche. Non potevano più avere la licenza per il taxi. Non potevano più prestare servizio militare. I fascisti vietarono loro di fare i fotografi, i tipografi, vendere oggetti d’arte o oggetti sacri. Vietarono loro anche di avere il porto d’armi, avere personale di servizio “ariano”, possedere una radio, allevare piccioni, cacciare o pescare. I matrimoni misti - tra ebrei e “ariani” - furono proibiti in nome del mantenimento di una “purezza” della razza. Le strade, le scuole e gli istituti non potevano più avere nomi ebraici.
Leggi assurde. Alcune anche ridicole.
Come se non bastasse, sui giornali iniziarono a susseguirsi uno dopo l’altro articoli pseudoscientifici in cui ogni volta gli ebrei venivano descritti come esseri inferiori, che portavano le malattie, sempre pronti ad accaparrarsi le ricchezze altrui. Persone dall’aspetto terrificante, con il naso adunco e le mani ad artiglio.
Persino sul mio caro “Corriere dei Piccoli” furono pubblicate vignette contro i neri e contro gli “sporchi ebrei”. Quelli del “Balilla”, un’altra pubblicazione per bambini, arrivarono addirittura a inventarsi un nuovo personaggio: Assalonne Mordivò, un perfido giudeo ingannatore che prendeva in giro Pierino e riusciva a farsi consegnare borsellino e pranzo. Un personaggio scaltro, che faceva paura: con la barba lunga e incolta, i vestiti sporchi, lo sguardo cattivo. Finché il coraggioso balilla, amico di Pierino, svelava l’inganno, prendeva a calci Assalonne e lo sbatteva per sempre fuori dall’Italia.
***
A poco a poco la gente iniziò a credere a tutte queste sciocchezze e a vederci come un pericolo, una minaccia, qualcosa che andava spazzato via al più presto dalla faccia della Terra, dall’Italia, e anche da Milano.
Me ne resi conto anche io, una volta che accompagna...