Non sapevo che le lenzuola potessero sapere di morbido, ma invece è proprio così.
Ogni mattina, quando mi sveglio nel letto di Eddie, mi porto le lenzuola al naso e inalo, chiedendomi come ho fatto ad avere questa fortuna sfacciata.
Sono passate due settimane da quando mi sono più o meno trasferita da Eddie, due settimane di morbide lenzuola e momenti di tempo libero passati distesa sul comodo divano del salotto, a guardare scadenti reality in quell’enorme televisore.
Non me ne andrò mai da qui.
Mi alzo piano dal letto, le dita dei piedi che affondano nel soffice tappeto pronto ad accogliere i miei piedi. La stanza è lussuosa in modo perfetto: legno scuro, azzurro intenso, qualche occasionale spruzzata di grigio. Neutra. Maschile.
Si vede che questo è uno dei posti dove Eddie ha cancellato lo stile di Bea. Scommetto che prima era arredata nelle stesse tonalità accese e stordenti del resto della casa. Blu pavone, giallo zafferano, fucsia brillante. Ma qui c’è solo Eddie.
E adesso, io.
Quando entro in cucina Eddie è già lì, vestito per andare al lavoro.
Mi sorride, una tazza di caffè fumante tra le mani.
«Buongiorno» dice, porgendomela. La prima mattina che mi sono svegliata qui Eddie mi aveva preparato un caffè nero, come l’avevo preso il giorno in cui ci siamo conosciuti. Con imbarazzo gli avevo confessato che in realtà non mi piaceva proprio tanto, e adesso ho una costosa macchina per il cappuccino a mia disposizione, oltre a una varietà di sciroppi ai vari gusti.
Il caffè di oggi è alla cannella, e inspiro a fondo prima di sorseggiarlo. «Non so come dirtelo, ma dormo con te solo per il caffè» dico, e lui mi fa l’occhiolino.
«Saperlo fare è la mia unica vera qualità.»
«Secondo me ne hai qualche altra» dico, e mi guarda perplesso.
«Solo qualche?»
Sollevo il pollice. E lui ride, il che mi riscalda quasi quanto il caffè.
Eddie mi piace. C’è poco da fare. Non è solo per via della casa o dei soldi, anche se mi interessano parecchio, fidatevi. Ma stare con Eddie è… bello.
E io piaccio a lui. Non soltanto la me che ho inventato e indosso come una maschera, ma anche la vera me stessa, che a volte, a sprazzi, gli ho permesso di vedere.
Voglio mostrargli altre parti della vera me, credo. Ed era da un sacco di tempo che non mi sentivo così.
Eddie si volta verso il lavello, risciacqua la sua tazza e dice: «Allora, cos’hai in programma oggi?».
Sono due settimane che aspetto questo istante, che voglio entrare in argomento. Il fatto è che porto ancora in giro quei dannati cani. Perché posso anche essermi trasferita da Eddie, a mangiare il suo cibo, ma per tutto il resto me la devo ancora cavare da sola. La benzina per l’auto, i vestiti, cose varie. Tecnicamente ho ancora un affitto da pagare.
«Cani» rispondo secca, e lui solleva lo sguardo, leggermente perplesso.
«Ma la fai ancora, la dog sitter?»
Parte del calore che sentivo per lui evapora. Cosa credeva che facessi tutto il santo giorno? Che me ne stessi con le mani in mano, ad aspettare il suo ritorno?
Comunque nascondo l’irritazione, alzandomi dallo sgabello con una scrollata di spalle. «Be’, sì. Devo guadagnare.»
Fa una smorfia, asciugandosi le mani in uno di quegli strofinacci della Southern Manors che sono sparsi per tutta la cucina. In questo c’è raffigurata una fetta di anguria, alla quale manca un pezzo per un evidente e perfetto morso. «Puoi usare la mia carta per comprare quello che ti serve. E oggi posso cointestarti il conto. Il mio personale, non quello della Southern Manors. Per quello servono un sacco di scartoffie in più, ma alla fine sistemeremo anche quello.»
Rimango lì in piedi mentre lui si volta di nuovo, arrotolando lo strofinaccio e gettandolo nella lavanderia appena fuori dalla cucina.
È così semplice per gli uomini come lui? Mi sta offrendo accesso a migliaia e migliaia di dollari come nulla fosse, e io potrei solo… Prenderli. Prendere tutto, se volessi.
Forse è questo il punto: non lo sfiorerebbe mai l’idea che potrei fare una cosa simile. Che qualcuno, soprattutto una donna, potrebbe farlo.
Ma visto che è esattamente quello che volevo gli sorrido, scuotendo piano la testa. «Sarebbe… Sarebbe fantastico, Eddie. Grazie.»
«A cosa serve avere i soldi se la mia ragazza non può spenderli, eh?» supera l’angolo bar, mi cinge la vita con un braccio e mi annusa i capelli.
«E poi» dice prima di staccarsi «perché non vai a prendere le tue cose e le porti qui? Rendiamo la cosa ufficiale.»
Mi porto una mano al petto e gli rivolgo uno dei miei migliori sguardi finto adulatori. «Edward Rochester, mi stai chiedendo di venire a vivere con te?»
Altro sorriso mentre si avvia verso la porta. «Credo di sì. E il tuo è un sì?»
«Forse» dico, e sorride ancora di più mentre si volta.
«Lascio la carta di credito vicino alla porta!» grida, e sento il lieve picchiettare della plastica sul marmo prima che la porta si apra e si chiuda, lasciandomi sola in casa.
La mia casa.
Mi preparo un’altra tazza di caffè, e la porto di sopra nell’enorme camera da letto, la mia parte preferita della casa, per il momento.
Come quasi ogni cosa qui dentro anche il bagno privato è enorme, ma comunque accogliente. E qui, contrariamente alla camera, è più forte l’impronta di Bea. Se fosse stato Eddie a progettare questa stanza, probabilmente sarebbe più elegante, più moderna. Vetri e acciaio e piastrelle nei toni del bianco e del grigio. Invece ci sono solo marmo e rame, un pavimento piastrellato con al centro un mosaico raffigurante addirittura una magnolia.
Sfrego il piede scalzo contro una delle foglie verde scuro, poi vado verso la vasca.
Nell’appartamento ne abbiamo una, ma un bagno lì dentro non ce lo avrei mai fatto, a meno di non essere completamente sbronza. Non solo è piccolissima e ha delle macchie di muffa scura ai bordi, ma il pensiero del mio corpo nudo seduto nel posto dove John si lava ogni giorno? No, è troppo orribile persino da immaginare. Mi sono sempre fatta le docce più rapide del mondo, lì dentro, rabbrividendo ogni volta che la tenda mi sfiorava un braccio.
Questa vasca me la merito eccome, cazzo.
Mi siedo sul bordo, mi sporgo in avanti e ruoto il rubinetto dell’acqua calda, la tazza di caffè ancora in mano mentre con le dita dell’altra saggio la temperatura dell’acqua.
Da adesso in poi farò il bagno qui, ogni giorno, per sempre. Trascorrerò così le mie mattine. Basta avanti e indietro da Center Point.
Basta cani da portare fuori.
E quando avrò finito di farmi la doccia mi vestirò e andrò in quello squallido buco di appartamento, per poi lasciarmelo alle spalle e non voltarmi mai più indietro.
Prendo quella che Eddie definisce “la macchina pratica”, un suv della Mercedes, e mi dirigo verso il mio vecchio sobborgo.
Mi sento strana a parcheggiare una macchina così bella nello spazio dove parcheggiavo la mia Hyundai scassata, e ancora più strana a salire i gradini di cemento nei miei nuovi sandali in pelle, il rumore dei tacchi abbastanza forte da farmi sussultare.
Il pianerottolo di casa mia mi sembra più squallido del solito mentre prendo le chiavi dalla borsa.
Ma quando le inserisco mi rendo conto che la porta è aperta, e allora entro, perplessa. John è un deficiente, ma non un tipo così superficiale.
E poi mi rendo conto di essere io quella superficiale, perché avrei dovuto chiamare la chiesa prima di presentarmi qui stamattina, avrei dovuto accertarmi che John fosse andato al lavoro e non stesse facendo quello che in realtà sta facendo, ossia starsene sul divano accoccolato nella mia coperta, a guardare noiosi programmi in tv.
«Eccola che torna» dice, masticando dei cereali. Ne mangerebbe sempre, penso, si nutrirebbe sempre di quella merda dolciastra e a basso prezzo che rifilano ai bambini. Mai cereali di marca, comunque. Qualsiasi cosa si stia ficcando in bocca in questo momento ha trasformato il latte in una poltiglia grigiastra, e non mi premuro nemmeno di nascondere il disgusto mentre chiedo: «Non dovresti essere in chiesa?».
John fa spallucce, gli occhi ancora incollati sulla tv. «Giornata libera.»
Fantastico.
Poi si gira per aggiungere altro e sgrana gli occhi quando mi vede. «Cosa ti sei messa addosso?»
Mi viene voglia di fare una battuta sul risparmiare certe domande per le ragazze che abborda su internet, ma questo prolungherebbe l’interazione tra noi ed è l’ultima cosa che voglio, così lo ignoro e vado in camera mia.
La porta è aperta anche se mi ricordo bene di averla chiusa, e serro le labbra, irritata. Ma il letto è ancora in ordine, e quando apro un cassetto la biancheria intima sembra esserci tutta, e almeno questo è un sollievo.
Infilo la mano sotto al letto e prendo la mia consunta borsa di tela; l’ho già aperta quando mi fermo e mi guardo attorno.
Non è che non sapessi che la mia stanza è di una tristezza unica. A prescindere da quanto mi sforzassi sembrava sempre sporca e squallida, quasi come una cella.
Ma adesso, dopo due settimane in casa di Eddie?
Non c’è una singola cosa che voglio portare con me.
Voglio lasciarmi alle spalle il grigiore, i tessuti economici, i bordi sfilacciati.
Ma non è solo questo.
Voglio bruciare tutto, cazzo.
Quando esco dalla camera non ho niente in mano. Né la borsa, che ho ricacciato sotto al letto. Né la biancheria intima, che adesso può benissimo essere alla mercé di quel depravato di John. Nemmeno i ninnoli e i tesori che avevo rubacchiato dalle case di Thornfield Estates.
John ha spento la tv, e adesso mi guarda dal divano, la mia coperta ancora sulle sue ginocchia sollevate. Mi fa un sorrisetto, probabilmente perché si aspetta che gli chieda la coperta, ed è pronto a dire qualcosa di malizioso, che possa funzionare come doppio senso e che mi porti a domandarmi se davvero stia alludendo a qualcosa di volgare o me lo stia solo immaginando (non mi sto immaginando niente).
Può tenersi anche la coperta.
«Mi trasferisco» dico senza preamboli, infilando le mani in tasca. «Dovrei essere a posto con l’affitto, quindi…»
«Non puoi andartene così.»
Sento la rabbia attanagliarmi il petto, ma quel sentimento lascia in fretta spazio a qualcos’altro.
Gioia.
Non vedrò mai più la faccia di questo bastardo. Non dormirò più in quest’appartamento deprimente né mi farò una triste doccia sotto a un getto d’acqua tiepido e gocciolante. Non prenderò mai più soldi dalle mie tasche per darli a John Rivers.
«Invece sì. Di corsa.»
John mi fissa. «Mi devi dare due settimane di preavviso» dice, e io rido, reclinando la testa all’indietro.
«Non sei il mio padrone di casa. Sei solo un ragazzino sfigato che pensava sarei andata a letto con lui se mi avesse concesso di rimanere qui. E mi hai fatto pagare un affitto spropositato.»
Gli si arrossa il collo, il labbro inferiore sporge leggermente all’infuori, e ancora una volta sono...