Ne aveva sentito parlare la prima volta alla radio.
Un ascoltatore era intervenuto a fine programma per raccontare cosa lo facesse stare meglio dopo la scomparsa della moglie.
Ne avevano discusso ampiamente in redazione prima di fissare il tema della puntata. Tutti sapevano di lei, che dentro aveva l’abisso. Ma Yui aveva insistito, che qualunque cosa sarebbe venuta fuori, lei era schermata. Proprio perché aveva sofferto così, nessuno strazio più la toccava.
«Cosa vi ha reso più semplice alzarvi la mattina e andare a letto la sera dopo un grande lutto? Cosa vi permette di stare bene quando vi sentite afflitti?»
La puntata era stata tuttavia molto meno cupa del previsto.
Una donna di Aomori aveva raccontato che quando era triste lei cucinava: preparava torte dolci e salate, macaron, confetture, piccole pietanze come crocchette o pesce alla griglia in zucchero e salsa di soia, verdure bollite da infilare nel bentō; aveva persino comprato un freezer a parte per poter congelare quando le prendeva la voglia. Per Hina-matsuri, la festa delle bambine che cadeva ogni 3 di marzo, nel giorno in cui un tempo celebrava la figlia, si premurava di sbrinarlo con precisione. Era certa che guardando l’esposizione delle bambole nel soggiorno, le scalinate con i vari pupazzi che simboleggiavano la famiglia imperiale, avrebbe sentito il bisogno impellente di pelare, tagliare e sbollentare. Cucinare la faceva sentire bene, disse, la aiutava a rimettere le mani sul mondo.
Una giovane impiegata di Aichi telefonò invece per dire che lei andava nei caffè ad accarezzare cani, gatti e furetti, sì, soprattutto furetti. Bastava le strusciassero i piccoli musi sulle mani e a lei tornava la gioia d’essere viva. Un anziano, sussurrando perché la voce non raggiungesse in camera da letto la moglie, confessò che giocava al pachinko; un salaryman, che aveva vissuto la separazione dalla fidanzata come un lutto, aveva preso a bere tazze di cioccolata fondente e a sgranocchiare sembei.
Tutti sorrisero quando una casalinga di Tōkyō, una donna di circa cinquant’anni che aveva perso la migliore amica in un incidente, raccontò che aveva iniziato a studiare francese e che quel solo modulare la voce diversamente, quella erre di gola e quell’accentazione complessa, le davano l’illusione d’essere un’altra. «Non imparerò mai la lingua, sono proprio negata, ma sapeste come mi fa sentire bene dire bonjuuurrrrrrr.»
L’ultima telefonata venne invece da Iwate, da uno dei luoghi del disastro del 2011. La curatrice del programma lanciò un’occhiata eloquente al tecnico del suono, il quale osservò un lungo momento la speaker per poi abbassare lo sguardo sul piano di regia, dove lo lasciò posato fino alla fine della chiamata.
Come Yui, l’ascoltatore aveva perso la moglie nello tsunami, la casa divelta dall’acqua, il corpo trascinato tra le macerie: catalogato tra i yukue fumei “traccia ignota”, i dispersi. Ora abitava nella casa del figlio, nell’entroterra, dove il mare era solo un’idea.
«E insomma» aveva esordito la voce che aspirava a stretti intervalli una sigaretta «c’è questa cabina telefonica in mezzo a un giardino, su una collina isolata dal resto. Il telefono non è collegato ma le voci le porta via il vento. Dico Pronto Yōko, come stai? e mi pare di tornare ad essere quello di una volta, mia moglie che mi ascoltava dalla cucina, sempre indaffarata sulla colazione o sulla cena, io che brontolavo perché il caffè mi bruciava la lingua.»
«Ieri sera leggevo a mio nipote la storia di Peter Pan, il ragazzino volante che perde la sua ombra e la bambina che gliela ricuce sotto la suola, ecco, credo che siamo così anche noi che andiamo su quella collina: cerchiamo di riavere indietro la nostra ombra.»
In redazione erano tutti ammutoliti, come se un oggetto estraneo ed enorme fosse improvvisamente precipitato tra loro.
Anche Yui, di solito abilissima nel tagliare interventi troppo lunghi con poche, calibrate parole, non fiatò. Solo quando l’uomo tossì e la regia fece sfumare la voce, Yui parve ridestarsi dal sogno. Introdusse precipitosa il brano musicale, si sorprese del titolo, puramente casuale: Max Richter, Mrs. Dalloway: In the Garden.
Arrivarono molti altri messaggi quella notte, e continuarono a giungere anche quando Yui era già sul penultimo treno per Shibuya e sull’ultimo per Kichijōji.
Chiuse gli occhi, anche se il sonno non arrivava. Tornò e ritornò più volte alle parole dell’ascoltatore, come ripercorrendo in su e in giù la medesima strada e facendo via via attenzione a nuovi dettagli. Un cartello stradale, un’insegna, un’abitazione. Si addormentò solo quando fu certa di aver memorizzato il percorso.
Il giorno dopo, per la prima volta da quando sua madre e sua figlia erano morte, Yui chiese due giorni di ferie.
Riaccese il motore dell’auto, mise benzina, e con il navigatore satellitare a inanellare una serie compressa di imperativi, si diresse verso il giardino di Suzuki-san.
Se non la felicità, perlomeno il sollievo, stavano per diventare una cosa.
Fakear, Jonnhae Pt.2
Hans Zimmer, Time
Plaid, Melifer
Agnes Obel, Stone
Sakamoto Kyū, Ue wo mite arukō
The Cinematic Orchestra, Arrival of the birds & Transformation
Max Richter, Mrs. Dalloway: In the Garden
Vance Joy, Call if you need me
Le cose non ti toccano, finché non ti toccano.
Pochi mesi dopo la pubblicazione in Italia di Quel che affidiamo al vento, è morto mio padre. Lo avevo rivisto in quell’occasione a Roma dopo sette anni di quasi completo silenzio. Brutti caratteri, orgoglio, l’illusione propria degli esseri umani di essere vivi in eterno.
Svegliandomi dopo un sonno di pietra, la mattina seppi della sua morte da mia sorella. Ero certa non sarei neppure potuta volare dal Giappone in Italia per il funerale a causa della pandemia, e fui come risucchiata all’inverso. Tornai lì, nell’esatto momento in cui ero nel giardino ventoso di Bell Gardia, davanti al Telefono del Vento.
Dopo mesi in cui ricevevo centinaia di messaggi da sconosciuti che mi raccontavano il proprio lutto, lo sconvolgimento del paesaggio quotidiano, l’anima che veniva un poco a mancare, e insieme il sollievo che avevano provato nel leggere il libro, eccomi anch’io al grado zero del dolore.
Quando, sei mesi prima, ero andata a Bell Gardia a intervistare Sasaki-san, il guardiano del Telefono del Vento, non avevo ancora vissuto lutti importanti. La fortuna sfacciata di essere in piedi, di danzare, come scriveva Mishima Yukio, sul cratere del mondo.
«Vuoi entrare e parlare con qualcuno?» mi chiese Sasaki-san alla fine delle tre ore fitte di dialogo, nella veranda della sua casa immersa nel verde.
No, non parlai a nessuno quel giorno. Ricordo tuttavia il momento, ammantato di tutta la materialità della mano intirizzita che scostava la porta d’entrata della cabina, del peso del passo nella salita, delle dita che afferravano la cornetta del Telefono del Vento, della conchiglia sull’orecchio destro. Di mio marito Ryōsuke, che vegliava all’esterno.
Ricordo soprattutto a chi pensai in quel momento. «Se devi parlare a qualcuno, a chi parlerai?»
Pensai a mio padre. «Sì, se dovessi parlare a qualcuno parlerei a papà.»
Riagganciai immediatamente, e fu quella la soluzione di anni, il destarsi improvvisamente dall’illusione dell’essere eterni.
«Lui c’è, è vivo. Puoi ancora parlargli.»
Perché la magia del Telefono del Vento risiede nel fatto che esso non serve solo a parlare con chi non c’è più. Serve anche a parlare con chi è vivo ma che, per un qualche motivo, non è più nelle nostre esistenze. Serve a raccontarci la fortuna del tempo. Il vantaggio che accumuliamo nel sapere quanto fragili sono le cose, anche quelle più importanti.
A maggio di quell’anno, per la prima volta nella carriera di scrittrice, ho ripreso in mano un mio libro. E ho cercato lo stesso conforto che quelle centinaia di persone mi avevano scritto di aver trovato nelle pagine di Quel che affidiamo al vento. Ho cercato mio padre.
Quanto ironica può essere la vita – mi sono detta. «Vedi Laura? Questo libro, in fondo, non lo sapevi, ma lo stavi scrivendo anche per te. Per tenerti per mano più avanti, quando fosse arrivato questo momento.»
Compresi perché il Telefono del Vento facesse del bene a tante persone – a chi. Era per via di un’idea se si vuole anche banale, ovvero che esista nel ricordo (che prende per mano l’immaginazione) una possibilità concreta di comunicare con chi non c’è più. Che è donare la parola, l’amore. Più ancora che riceverlo. Si può darlo l’amore, il pensiero, senza aspettare nulla in cambio. L’amore, in fondo, non è questa cosa qua?
Non ci spiega forse che non serve per forza una risposta alle nostre domande? Che serve anzi ricrearla da sé quella risposta, perché – se abbiamo amato abbastanza qualcuno – vuol dire che quel qualcuno lo sapevamo anche un poco a memoria, e la sua voce, il tono, le espressioni comuni, i tic, continuano a risuonare dentro di noi.
In quell’occasione, ho pensato allora che la letteratura veramente intensifichi l’esistenza. Ma anche che la letteratura non sia dei grandi ma che sia piuttosto nelle minuscole vite di tutti. Ogni dramma ci appartiene equamente, basta attendere e tutto, in porzioni più o meno grandi, ci accadrà. Nasciamo, cresciamo, ci imbattiamo nel male, facciamo grandi scorpacciate di bene, viviamo abbagli, l’amore ci travolge, ci procura anche molto dolore, nei casi più fortunati ci accoglie per sempre. Lasciamo questa casa, se abbiamo la fortuna di vivere abbastanza a lungo, solo dopo che l’hanno lasciata molti degli affetti più importanti. E quanto più li abbiamo amati (e anche odiati) quanto più sentiamo lo strappo.
Moriamo tutti, indistintamente, perché siamo vissuti. Moriamo tutti, in fondo, di vita.
Il Telefono del Vento è lì a ricordarlo.
Mentre trafficava con il navigatore satellitare, Yui si sforzò di non vomitare.
Per i primi dieci minuti la vista del mare le fece quell’effetto, glielo faceva ogni volta. Come se solo a guardarlo, quello le entrasse nella bocca; che anzi qualcuno, con un imbuto, glielo facesse ingoiare a forza. Metteva allora di fretta tra le labbra qualcosa, un quadratino di cioccolato, una caramella. In pochi minuti il cuore si abituava e si placavano anche gli spasmi.
Nel mese subito successivo allo tsunami, era rimasta sfollata su un telo di due metri per tre, nella palestra di una scuola elementare, insieme ad altre centoventi persone. Eppure la solitudine che aveva sentito in quel posto non l’avrebbe sperimentata mai più.
Nonostante una grande nevicata, inaudita a marzo, ogni volta che poteva usciva dall’edificio; si infilava in una crepa del muro che recintava il cortile della scuola, abbracciava un albero che le pareva aggrappato per bene alla terra, e da lì contemplava l’oceano tornato al suo posto, il cratere di macerie che si era lasciato dietro.
Aveva scrutato l’acqua con concentrazione, non aveva guardato altro per settimane. Lì dentro, ne era convinta, c’era la risposta.
Ogni mattina e ogni sera si recava al Centro Informazioni con la stessa domanda, due nomi, le treccine, i capelli grigi di media lunghezza, il colore di una gonna, il neo sulla pancia.
Di ritorno passava veloce nei minuscoli bagni della scuola, frequentati di norma da bambini tra i sei e gli undici anni. Percorreva i corridoi tappezzati di disegni e lavoretti di carta. Tornava nel suo quadrato di vita, ammutolita da tutta quella assurdità.
Alcuni, tra i teli stesi a terra sul pavimento di linoleum, parlavano fitto. Dovevano farne parola per essere certi fosse successo davvero. Altri invece non dicevano nulla, come terrorizzati a leggere la pagina successiva, dove sapevano che la tragedia sarebbe avvenuta: si convincevano che se quella pagina non fosse stata voltata, ciò che naturalmente seguiva non sarebbe accaduto. Altri ancora, che sapevano tutto, non avevano più niente da dire. La maggior parte aspettava, e Yui era una di loro.
A seconda delle notizie che si ricevevano al Centro Informazioni, si veniva a far parte di un gruppo o di un altro. Talvolta poi si partiva alla volta di un altro rifugio dove c’erano ad attenderli quelli che loro stessi avevano atteso.
C’erano centinaia di storie strabilianti da raccontare. Tutto, a recuperarlo, appariva ora come una coincidenza («se non fossi stata a letto malata», «se quel giorno avessi svoltato a destra anziché a sinistra con l’auto», «se non fossi sceso dall’auto», «se non fossimo tornati a casa per pranzo»).
Tutti avevano udito la voce della giovane impiegata che dall’altoparlante del Comune, a cento metri dal mare, non ...