Dante e Giotto - La storia un po' vera, un po' romanzata, ma molto avventurosa di due amici geniali
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Dante e Giotto - La storia un po' vera, un po' romanzata, ma molto avventurosa di due amici geniali

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Dante e Giotto - La storia un po' vera, un po' romanzata, ma molto avventurosa di due amici geniali

Informazioni su questo libro

10 giugno 1289. Nella campagna toscana, tra Arezzo e Firenze, si schierano gli eserciti delle due città. Tra le file dei fiorentini, un nobile cavaliere e un fante armato di spada si fronteggiano. Ma a un tratto il fante chiama l'altro per nome: - Ehi, Dante! Ma sei proprio tu?!
Così si ritrovano due amici d'infanzia: Dante Alighieri e Giotto di Bondone. Ma non è un incontro felice: sono passati molti anni dalla loro amicizia di bambini, eppure Dante è ancora arrabbiato con Giotto per uno scherzo finito male. Il giorno dopo ci sarà battaglia e i due saranno chiamati a rischiare la vita. Ma la notte è lunga, e i due geni sapranno riempirla di parole e immagini che salgono fino alle stelle. Il libro è arricchito da un'appendice sulla vera storia di Dante e Giotto, che racconta con immediatezza e ironia il contesto storico in cui i due artisti hanno vissuto: il Medioevo, un'epoca in cui "se nasci nobile, hai dei contadini che lavorano per te. In cambio però li devi difendere, altrimenti ciao. Se nasci tra i contadini, lascia perdere: sarebbe meglio credere nella reincarnazione e aspettare il prossimo giro. E, comunque sia, se ti comporti male, sei dannato anche nell'aldilà. Amen".

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Informazioni

Print ISBN
9788856680317
eBook ISBN
9788858526743
POSIFAZIONE

Giotto, Dante e i tempi loro

Prima di lamentarti di quanto è piccola la tua cameretta, di quanto strilla tua sorella, della sedia scomoda e del computer vecchio, della rete internet che non va, della lavatrice che puzza se ci lasci le cose dentro per più di tre giorni e della signora del piano di sopra che ogni volta che innaffia i fiori ti fa un lago sul terrazzo, pensa che se ti fosse capitato di nascere in Italia nell’Alto Medioevo ti sarebbe andata molto, ma molto peggio.
A parte il fatto che la cosa non ti sarebbe stata chiara, perché non è che quelli dell’Alto Medioevo sapevano di vivere in un periodo in mezzo ad altri due (medio-evo significa questo), né la pensavano in termini di alto o di basso (però una cosa la sappiamo: erano tutti intorno al metro e cinquanta).
E tra l’altro erano davvero in pochi a chiamare lo stivale “Italia”. L’aveva fatto il poeta Virgilio nell’Eneide, ma non è che le avventure di Enea fossero seguitissime, tipo serie tv (no, la tv non c’era) o un romanzo d’appendice (i primi non esistevano e se ti si infiammava la seconda eri morto, a quei tempi). A dirla tutta non c’era praticamente nessuno che sapesse leggere i libri in latino, e i pochi che lo sapevano fare li ricopiavano.
Quindi, pensaci bene. Se il modo in cui vengono date le notizie sulla pandemia ti fa infuriare, pensa che a quei tempi viaggiavano pestilenze che ti facevano fuori ancor prima che te ne arrivasse notizia. Se sei in ansia per le guerre nel mondo, sappi che alla fine del Duecento potevi assistere – e non a tua scelta – a incendi, massacri, saccheggi fino alla messa a ferro e fuoco di un’intera regione (e comunque le Regioni non c’erano).
Se sei magrolino o grassoccio, non sopporti le orecchiette con i broccoli, hai un’allergia ai latticini o hai deciso che non mangerai mai carne, ricordati che i tuoi pari grado dell’Alto Medioevo la risolvevano così: si mangiava quando si riusciva, e la carne la si vedeva un paio di volte all’anno. Tranne chi poteva permettersela, che allora ne mangiava fino a morirne (letteralmente).
Il quadro d’insieme è questo: lande e paesi più o meno desolati, mura più o meno armate, soldati e soldataglia, città che si reputavano molto ben difese, vicoli stretti per nascondersi nel caso non fosse così, su cui si aprivano botteghe e stanzette, tuguri o palazzi fortificati. Ogni tanto dei campanili a segnalare le varie chiese e cappelle, che tenevano se non altro unite le persone, dalle più colte alle più semplici: questi luoghi venivano di solito risparmiati dall’invasore di turno, perché comunque Dio era prudente rispettarlo. Nei periodi buoni, gli artisti venivano pagati perché le abbellissero, in ringraziamento della vita salva.
Nell’Alto Medioevo si diceva spesso: Ah, ai miei tempi sì che le cose andavano meglio! Ma gli anni dell’Impero Romano sono andati, Roma è in rovina, le strade insicure, gli acquedotti secchi per mancanza di manutenzione, i campi duri da coltivare, la vita grama, i viaggiatori pochi, ardimentosi o mezzi matti.
Chi viaggia a ovest si ferma davanti all’Atlantico (a parte qualche cospiratore, ma queste sono leggende). Chi va a est riporta la notizia che là nulla è cambiato: Costantinopoli è ricca e prospera, le carovaniere polverose che si infilano tra le montagne del Caucaso per sbucare poi nelle Indie sono ancora lastricate di seta e di spezie… ma per chi li ascolta sembrano leggende anche queste (dopo meno di un secolo il signor John Mandeville diventerà ricco e famoso con il primo bestseller della storia editoriale, la storia completamente inventata dei suoi viaggi per il mondo).
E poi dicono degli scrittori.
Restiamocene pure a casa. Sulle strade malconce dell’Italia le notizie viaggiano piano, di piazza in piazza, da un mercato all’altro, da un soldato al soldo di un signore al cugino che combatte per il vicino, quando capita, se capita.
E sono quasi sempre brutte. Sospetto, rivolta, tradimento, matrimoni, alleanze. E se ti comporti male, sei dannato anche nell’aldilà. Amen.
Se nasci nobile, magari hai un piccolo feudo in cui scorrazzare. Hai dei servitori, dei contadini che lavorano per te. In cambio però li devi difendere, altrimenti ciao, e allora usi i mesi buoni per attrezzare palizzate, crescere cavalli e forgiare armi e armature. Puoi essere tu a minacciare il vicino o lui ad accendere una scaramuccia contro di te, come nella storia che hai letto.
Se non sei il primo nato in famiglia e quell’altro è sopravvissuto (un bambino su tre non arriva a cinque anni) il palazzo, il feudo e il nome non toccano a te. Per te c’è la chiesa, il convento o il monastero, e chi si è visto si è visto.
Se poi sei una ragazza, guarda: tuo marito è quel tizio con la barba, che si è lavato durante l’ultima eclisse (quando pensavano tutti che il mondo fosse finito), buona giornata.
Se invece nasci tra chi pratica le arti fai parte della piccola borghesia che comincia a formarsi in questi anni (borghesia: signori che stanno nel borgo, almeno fino a quando per qualche motivo non viene incendiato, saccheggiato, messo a ferro e fuoco): puoi aspirare a imparare a far qualcosa, ad andare a bottega come apprendista di qualche maestro, e magari se ti applichi capita che qualcuno ti noti, e ti chieda, che so, di affrescargli un muro, fargli un ritratto, aggiustargli un vestito, sellargli un cavallo, costruirgli la cupola della cattedrale, progettargli un porticato o mettergli a posto il frutteto.
Se nasci tra i contadini, lascia perdere. Sarebbe meglio credere nella reincarnazione e aspettare il prossimo giro. Ma non è questa la religione che va per la maggiore da queste parti.
In tutti e tre i casi, se ti ammali: via. Saluta subito e di’ le tue ultime cose, che magari qualcuno se le segna: le medicine sono poche, carissime, le cure tirate a indovinare e, quando funzionano, nessuno ha idea del perché. Ci sono teorie animiste e dei fluidi corporei, intervengono le erbe e le alchimie. Insomma, di sicuro peggio di una coda all’Asl.
E poi, naturalmente, c’è la guerra. C’è sempre una guerra. Piccola, grande, commemorata, dimenticata. C’è la guerra da cui cerchi di scappare e quella che ti pare importante, quella per l’onore della tua città o per il disonore della città vicina. C’è la guerra per scacciare i barbari e quella per difendere la fede.
E di fede, credi a me, è meglio non parlare: la si guarda, la si ascolta, se ne ha un certo timore. Se vuoi dire la tua, ti abbiamo avvertito: è roba pericolosa. A meno che non ti chiami Dante o Giotto (che poi non si chiamavano né Dante, né Giotto).
Il primo.
In realtà si chiama Durante, è figlio di Alighiero, della famiglia degli Alighieri, e nasce nel maggio o giugno del 1265, più precisi non riusciamo a essere. La sua è una famiglia della piccola nobiltà, il che significa che ha un certo lignaggio (cioè una serie di antenati, che viene registrata solo per via maschile; delle mamme, nonne e signore varie non si interessa ancora nessuno). Un suo avo, Cacciaguida degli Elisei, è stato cavaliere e ha partecipato alle Crociate. Poi però, tutti a casa: figli e nipoti hanno avuto meno fortuna – o meno coraggio, meno imprudenza, vedi tu – e si sono dati ai commerci e agli affari.
Dante, però, viene tirato su come il genietto degli Alighieri, che riporterà la famiglia ai fasti e alle glorie di un tempo. Ne sono convinti tutti, tanto da investire in quella che è la miglior educazione del momento: un bel cavallo da guerra, armato di tutto punto.
Sarai cavaliere come il bisnonno, ragazzo mio!
E lui ci crede, un po’ come hai letto nel racconto. Ma nel frattempo, non si sa mai, studia anche, frequenta il meglio che trova a Firenze. Del suo essere studente non sappiamo niente, tranne che, ogni volta che ha un minuto libero, scrive rime e brevi poesie. E magari i suoi istruttori, leggendole, gli dicono, con una mano sulla spalla: Dante, dacci retta, devi fare il cavaliere, la poesia non fa per te.
E poi dicono la scuola.
Il secondo.
Nasce poco lontano dal primo, nelle campagne di Firenze, due anni dopo, anno più anno meno, diciamo intorno al 1267, a nome Ambrogiotto, ed è figlio di Bondone. Il cognome, lui, non ce l’ha: non ha antenati che hanno fatto le Crociate, liberato Gerusalemme, sposato una principessa, un principe o un re o compiuto un’impresa per un vescovo o per il papa. No. Hanno solo un po’ di terra intorno alla borgata, Vicchio, che non è esattamente una metropoli.
E poi dicono nascere in provincia.
A dividere i due, quindi, sono un paio di anni, poche leghe di terra coltivata come si riesce e quel po’ di lignaggio che fa sì che Dante se la tiri un tantino di più. A unirli, la fortuna del futuro, la testa dura e un grande talento, che però, senza i primi due, non serve granché.
In questo, la storia cambia poco: che tu sia nato oggi o ieri, nell’Alto o Basso Medioevo, che tu sia nobile o borghese, che ti aggiri a Firenze o Vicchio, alla fine quel che conta è quanto hai testa e quanto hai mani. E come le usi insieme. Che poi ne escano versi o colori, cerchi perfetti o viaggi nell’aldilà, che tu sia allegro o triste, vendicativo o solenne, la differenza la fai se ti metti in testa di volerla fare.
E se non sei da solo.
Di Dante e Giotto, di loro due, della loro vita, sappiamo davvero poco. Anche se abbiamo passato i secoli a studiare, ammirare, interpretare, leggere, recitare, guardare, scoprire e riscoprire le loro opere, di loro da ragazzini non sappiamo nemmeno con precisione quando sono nati e dunque nemmeno di che segno sono. E di loro da adolescenti? Non c’era nemmeno l’idea che esistesse l’adolescenza: nell’età in cui tu magari ti struggi e soffri per le angherie della vita, loro erano già in guerra, o sposati, in convento o morti. E da grandi?
Be’, da quello che hanno fatto sappiamo che sono stati grandi. Anzi, probabilmente, i più grandi.
E che si sono conosciuti, sono stati amici. Per tutta la vita. Si sono aiutati, confidati, consigliati, ispirati uno con l’altro nelle rispettive arti.
L’arte di Giotto è iniziata prima. Leggenda vuole che un giorno il ragazzo, mentre bada alle pecore, per ingannare il tempo si mette a disegnare il ritratto di una pecora graffiandolo su una pietra con un carboncino.
Passa di là Cimabue, che è il pittore più in voga e importante di quegli anni. Vede il disegno e chiede che il giovane pastorello vada da lui a bottega. Lo vuole con sé a Firenze, come apprendista. Giotto va. E così inizia.
Nessuno ci sa dire cosa ne fu delle pecore, ma questa è un’altra storia.
A bottega impara tutto e con grande facilità: pittura, scultura, decorazione e architettura, che è come si faceva a quel tempo.
Ci dicono che fosse uno allegro, con una passione per gli scherzi. Per organizzare i quali non aveva paura di scegliere il bersaglio grosso. Si racconta, per esempio, che un giorno Cimabue torna da una commissione e vede che una mosca si era posata sul quadro che stava dipingendo… Subito cerca di scacciarla, una volta, due, tre, e quella niente. Solo allora il maestro guarda meglio e capisce che non è un insetto vero, ma un’immagine dipinta da Giotto per prenderlo in giro. Così realistica da sembrare viva.
E poi dicono le mosche.
Non sappiamo se queste storie siano vere, ma se ci sono arrivate è per lasciarci un senso e un ricordo: Giotto era bravo. Era pieno di idee e non aveva paura dell’autorità.
Insomma, era una testa calda di grandissimo talento.
Dante, nel frattempo, studia, prova a camminare bene con la spada alla cintura e si domanda quale sia il suo profilo migliore.
E mentre i due si allenano e fiutano le botteghe di Firenze, i vari Comuni di cui era punteggiato il nostro stivale litigano. Sono schierati in due fazioni inconciliabili: i guelfi e i ghibellini. E per quale ragione, potendo scegliere in un vocabolario di qualche migliaio di parole, si siano chiamati con due parole così simili è pura cattiveria. Tipo stalattite e stalagmite, vai a ricordarti quale è quella che scende e quella che sale.
Comunque: i ghibellini sostengono che l’unico modo per risolvere una volta per tutte gli intrighi della politica italiana sia lasciarla al controllo dell’imperatore. Ma quale? Federico II di Svevia? Forse.
Dall’altra parte i guelfi, pur accettando il ruolo del...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Miriam, Guglielmo e i tempi nostri
  4. I. O di come anche in guerra avvengono strani incontri
  5. II. O di come un vecchio amico può diventare nemico
  6. III. O di come un fiume può diventar tragedia, e un cavaliere mostra sempre il suo valore
  7. IV. Ove torniamo indietro di qualche anno e scopriamo come Dante e Giotto divennero amici inseparabili
  8. V. O di come dei prodi cavalieri non disdegnano una bella rissa
  9. VI. O di come una merenda sull’erba può risollevare lo spirito
  10. VII. Ove torniamo nel passato per scoprire, finalmente, chi è “lei”
  11. VIII. O di come un guanto di sfida viene gettato
  12. IX. O di come vien fatto il nome di Durante Alighieri
  13. X. O della notte prima della guerra
  14. XI. Ove, di nuovo nel passato, comprendiamo perché un’amicizia si spezzò
  15. XII. O di come Durante Alighieri va alla carica
  16. XIII. O della battaglia di Campaldino
  17. XIV. O di come finisce la storia
  18. POSIFAZIONE. Giotto, Dante e i tempi loro
  19. Copyright