Una rivoluzione che ci riguarda tutti
Il mondo sta vivendo una rivoluzione epocale, di quelle che danno origine a una nuova era e stimolano la ricerca di soluzioni, linguaggi, tecnologie, forme di scambio e di mercato, concezioni della qualità della vita mai concepite prima.
Proviamo a guardare agli ultimi secoli della storia e ad alcune figure molto celebri, che hanno dato un contributo al progresso dell’umanità. Scopriremo un elemento comune.
San Tommaso d’Aquino (1225-1274) pose le basi del pensiero cristiano moderno e contribuì in modo determinante a dare forma alla civiltà occidentale con soli 49 anni di vita. Leonardo da Vinci (1452-1519) espresse le sue eccellenze in diversi campi dell’arte e del sapere e riuscì a raggiungere la venerabile età di 67 anni (oggi l’immagine a cui lo associamo più facilmente è quella di un vecchio appesantito da anni e anni di profonde esperienze di vita e di pensiero). Mozart (1756-1791) impresse il sigillo del suo genio sulla storia della musica entro i 35 anni di età. Camillo Benso, conte di Cavour (1810-1861), guidò il piccolo Stato dei Savoia a unificare l’Italia, ma non riuscì a orientare i primi dieci decisivi anni della storia del nuovo Stato perché non riuscì a superare la soglia dei 51 anni di vita. Emily Dickinson (1830-1886), una delle maggiori poetesse dell’epoca moderna, condusse una vita ritirata e ben regolata, mantenendo accesa nel cuore la fiamma dell’armonia e cogliendo l’infinito nel frammento, non oltre i 56 anni. Ascoltiamo ancora oggi, in tutto il mondo, le melodie scritte da Puccini, che lasciò incompiuta la Turandot a 66 anni. Marie Curie (1867-1934) conquistò due premi Nobel grazie all’intensa attività di ricerca che riuscì a svolgere fino ai suoi 67 anni. Einstein (1879-1955 – già in parte mio contemporaneo…) fece molto anche lui e visse di più: 76 anni, anziano e rispettato. Al nome di Alcide De Gasperis (1881-1954) è legata la rinascita del mio Paese dopo la tragedia del fascismo e della Seconda guerra mondiale, ma egli non fece in tempo a vedere il “boom economico” italiano, perché morì a 73 anni.
Si potrebbe continuare: la schiera di personaggi del passato ai quali siamo grati per il contributo che hanno dato al progresso dell’umanità è, per fortuna, molto lunga e tantissimi fra loro (ecco l’elemento comune a tutti quelli citati), non hanno superato limiti di età che oggi consideriamo non solo normale raggiungere e superare, ma soprattutto vivere come fossero anni di piena attività: in proporzione (e soprattutto nell’attuale visione delle età della vita) i nostri 65 anni sono di fatto i 45 anni di un secolo fa.
In effetti, nelle società del benessere si è allungata di molto, e per quasi tutti, la speranza di vita alla nascita e questo dato non è percepito affatto come un freddo calcolo statistico, ma come un’esperienza concreta dello scorrere degli anni di ciascuno di noi.
Per la prima volta nella storia, ad esempio, in molte famiglie convivono quattro generazioni: diventare “bisnonni” non è un caso raro e se non si fosse elevata di molto l’età media del primo figlio per ogni donna (in Italia intorno ai 30 anni di età), i “nonni bis” sarebbero una schiera.
È il frutto prezioso delle conquiste scientifiche, di una sanità più progredita, di un’assistenza più diffusa, di una vita sociale più solidale e comunque meglio organizzata, del generale miglioramento delle condizioni igieniche e dell’accesso a risorse alimentari sufficienti e diversificate. Almeno in Occidente e nel mondo industrializzato.
Grazie a tutti questi fattori, durante il XX secolo è stato possibile dare vita a tre grandi fenomeni demografici fino ad allora inediti nella storia umana: lo spostamento più in là della morte tra gli adulti – a parte l’ecatombe della Prima e della Seconda guerra mondiale –, la diminuzione della mortalità infantile (tra gli zero e i dieci anni) e di quella delle mamme partorienti.
Si tratta di processi che hanno continuato a consolidarsi, così che l’umanità ha letteralmente cambiato volto.
Ma siamo davvero consapevoli di quel che sta accadendo?
La realtà della longevità
Quello che le grandi “rivoluzioni ideologiche” del secolo scorso non sono riuscite a fare, cioè “creare un uomo nuovo” e una nuova società a sua misura, lo sta facendo da un secolo a questa parte l’aumento inarrestabile della quota percentuale di anziani in tutte le società avanzate.
Una realtà che era sotto i nostri occhi – l’ho già accennato –, ma l’abbiamo ignorata per molti decenni.
Nonostante già negli anni Trenta del secolo scorso alcuni studiosi (Léon Rabinowicz, Warren S. Thomson e Adolphe Landry) avessero parlato di profonda “transizione” e di “rivoluzione demografica”, proprio in quegli anni vi fu, da parte sia del fascismo sia del nazismo l’esaltazione della gioventù e il disprezzo per la vecchiaia, anzi: il tentativo della sua cancellazione. Lo denunciò Romano Guardini, in un volumetto nel quale indicava tale operazione come tra le più inquietanti della nuova società uscita dal crogiuolo delle due guerre mondiali1.
Pochi in realtà compresero quanto stava accadendo. Negli anni Sessanta e Settanta il dibattito sulla società e sulle sue trasformazioni – che toccava temi essenziali, come famiglia e sessualità, ruolo della donna e parità di genere, divorzio e aborto – si intensificò molto, ma poca attenzione fu rivolta al tema degli anziani che crescevano sempre più, nel numero e nel peso sociale.
Pochi, fino alle soglie del nuovo millennio, sia nella società sia nella Chiesa, si resero conto dell’immensa novità rappresentata dalla crescita del numero dei vecchi e dei nuovi compiti che essa poneva all’umanità. La valutazione del fenomeno che si continuava a condividere con ingenuo ottimismo era quella scontata e riproposta da secoli: gli anziani sono comunque una risorsa, perché a loro spetta il compito di comunicare esperienze (anche pratiche) e saggezza alle generazioni successive.
Questa concezione era però un’astrazione. Nella realtà, cominciava, lentamente ma inesorabilmente, a diffondersi quella «cultura dello scarto» che Bergoglio cominciava a denunciare già da vescovo a Buenos Aires.
Dagli anni Ottanta in poi il progresso tecnologico ha assunto un’accelerazione tale che solo le nuove generazioni riescono a interpretarlo adeguatamente, così che gli anziani non sono più i detentori del sapere indispensabile per costruire la propria strada in un mondo sostanzialmente immutabile (sia nelle campagne sia, per lunghi periodi, nelle fabbriche).
La sfida rappresentata da questa svolta era (ed è ancora) così difficile da affrontare che si è preferito a lungo, appunto, ignorarla. Persino nella Chiesa – che papa Paolo VI presentava, sulla scia del Concilio Vaticano II, come «esperta di umanità» – ci fu distrazione verso gli anziani… nonostante fossero i più fedeli praticanti. Basti pensare a quel che accadde con la pur coraggiosa e indispensabile riforma liturgica avvenuta negli anni del post Concilio. Essa venne realizzata senza tener conto della religiosità popolare, che aveva come protagonisti i nostri anziani. Si scelse di proiettarsi verso le giovani generazioni. Ed era giusto. Necessario. Ma non ci si chiese, in maniera altrettanto forte, che cosa poteva significare per gli anziani non trovare più i propri santi nelle chiese, non avere più le proprie forme di pietà. Si diffusero nuovi libri di devozione e celebrazione, più che opportuni, ma nessuno pensò a libri di preghiera per anziani, magari scritti con lettere grandi per permetterne l’uso a chi faceva fatica a leggere. Considerati per lo più “tradizionalisti”, gli anziani restarono fuori dell’attenzione dei preti e degli stessi operatori pastorali laici. L’attenzione per loro fu del tutto marginale. E purtroppo è spesso così ancora oggi. Non per semplice distrazione, ma per una scarsa riflessione culturale e spirituale sulla vecchiaia.
Prendere consapevolezza delle proporzioni del fenomeno
Questo nuovo popolo di anziani impone a tutti noi una più attenta capacità di analisi, di comprensione e di progettualità. È un fatto positivo che dagli anni Ottanta sia cresciuta, soprattutto in area anglosassone, un’ampia letteratura che ha iniziato a porre la questione degli anziani tra i temi centrali del futuro delle nostre società. E sono convinto che, assieme al tema delle migrazioni, sarà la sfida più ardua da affrontare nei prossimi decenni. Qualcuno già ora scrive che il XXI secolo sarà il secolo della vecchiaia.
Nel 1991, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione importante, sintetizzata nello slogan «Non bisogna aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni». Nell’Anno internazionale delle persone anziane, celebrato nel 1999, fu presentato un volenteroso ideale: «Verso una società per tutte le età». In quella occasione, Giovanni Paolo II si unì alla celebrazione con la sua bella Lettera agli anziani.
Erano sorte, intanto, anche nella Chiesa, diverse iniziative che affrontavano il tema degli anziani e della cura da avere verso di loro. Il Pontificio Consiglio per i Laici pubblicò, nel 1999, un testo che in certo modo raccoglieva questo rinnovato impegno: La dignità dell’anziano e la sua missione nella Chiesa e nel mondo. Il tema, finalmente, aveva il suo spazio, seppure ancora iniziale.
Anche nel più vasto mondo della cultura si moltiplicarono gli studi, compresi quelli di carattere storico, dedicati in primo luogo all’analisi delle tendenze demografiche della nostra epoca. Divenne così parte della consapevolezza comune il fatto che in soli cento anni (dal 1900 al 2000), gli abitanti dei Paesi occidentali – ma presto sarà così anche nei Paesi “in via di sviluppo” – hanno guadagnato trent’anni di speranza di vita alla nascita. E, cosa ancor più importante, ormai sappiamo che si tratta di un processo in pieno svolgimento: ogni anno si aggiungono tre mesi alla vita, un anno ogni quattro. Oggi sappiamo che di coloro che nascono oggi, mentre leggiamo questo libro, uno su due vivrà quasi certamente fino a 100 anni.
Si tratta di un traguardo straordinario, raggiunto per di più, come dicevamo, in pochissimi decenni. Si può parlare di una effettiva “vittoria” dell’umanità.
A questo indubbio progresso, tuttavia, si deve aggiungere anche la riduzione dei tassi di fecondità, che comporta non solo un calo del numero delle nascite ma anche una riduzione del peso statistico delle classi più giovani e conseguentemente un aumento dell’influenza delle più anziane in ogni ambito della vita sociale: dalla politica all’economia alla produzione culturale.
Tra dieci anni gli anziani supereranno il miliardo ed entro il 2050 arriveranno a 2 miliardi, il 22% della popolazione mondiale. In Italia è già così: oggi gli italiani sopra i 65 anni sono il 22% della popolazione (nel 1960 erano il 9%; nel decennio successivo raggiungono l’11%; nel 1980 il 13%, il 16% nel 2000 e nel 2016 il 22%, ossia 13,4 milioni di abitanti). L’Italia è il primo Paese al mondo in cui il numero degli ultrasessantenni (16%) ha superato quello dei ragazzi con meno di 15 anni (15%). Se si considera il forte calo delle nascite, ci troviamo di fronte a un processo di “de-giovanimento” piuttosto che di invecchiamento.
In tutti i Paesi ricchi gli anziani aumentano grazie all’allungamento della vita, i giovani diminuiscono a causa della denatalità. Basti pensare che all’inizio degli anni Novanta i 15-24enni erano quasi il doppio rispetto ai 65-74enni; mentre oggi le due fasce si equivalgono e rispetto alla media europea gli under 25 italiani sono meno del 25%, contro il 30% di molti altri Paesi.
Per quanto riguarda il futuro, in Italia, le proiezioni mostrano un futuro divaricato: entro il 2065 la popolazione calerà di circa sei milioni e mezzo. Già ora le nascite non bastano a compensare le morti e il saldo tra le une e le altre aumenterà sino a raddoppiare nel medio termine. Non solo. La popolazione residente è destinata a ridursi progressivamente fino a raggiungere un meno 10% rispetto a oggi: saremo circa 54 milioni, mentre la longevità andrà alle stelle.
Oggi in Italia gli uomini toccano in media gli 86 anni, le donne per la prima volta superano i 90, contro gli 80,6 e gli 85 del 2016. Tra pochi decenni, gli over 65 saranno presto il 34% della popolazione. I dati Istat aggiungono: «L’invecchiamento della popolazione è da ritenersi certo e intenso… Si prevede un picco di invecchiamento che colpirà l’Italia nel 2045-2050, quando si riscontrerà una quota di ultrasessantacinquenni vicina al 34%. Parallelamente, la popolazione in età attiva oscillerebbe tra il 53 e il 56%, mentre i giovani fino a 14 anni tra il 10,4 e il 13,4%».
È nota la vignetta che ritrae un solo bambino che sostiene due genitori, i quali, a loro volta, sostengono quattro nonni e, perché no?, anche qualche bisnonno.
Trent’anni di vita in più, ma per fare cosa?
Gli estensori del rapporto suonano l’allarme: ne va della sopravvivenza del Paese. Ed è vero. Ma aggiungo: non solo. È anche urgente inventare come vivere la lunga e non facile vecchiaia per i nuovi milioni di anziani.
Si apre davanti a noi come un “nuovo continente”, sottolinea con efficacia lo storico Andrea Riccardi: «Oggi non ci sono più continenti da scoprire… ma nuovi mondi emergono dentro il nostro mondo. Gli anziani sono il futuro del mondo: è ormai una convinzione generalizza...