Sorelle di spada e incanto
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Sorelle di spada e incanto

  1. 400 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Sorelle di spada e incanto

Informazioni su questo libro

Nella grande tenuta circondata dagli ulivi e illuminata dalla luce dorata della sera, tutto è pronto per celebrare il ritorno a casa di Alcyon. Dopo otto lunghi anni, finalmente Evande potrà riabbracciare l'amata sorella maggiore, un soldato dell'esercito della regina. Quando Alcyon appare, però, è sconvolta e in fuga, inseguita da un terribile segreto. La gioia e gli onori lasciano il posto alla disperazione quando la famiglia apprende che Alcyon è accusata di omicidio e condannata a quindici anni di prigione. Stretta alla sorella da un legame più forte dell'acciaio, Evande sceglie di scontare una parte della pena. L'universo in cui entrerà svelerà spietati intrighi di potere e solo provando a invertire il destino del suo Paese Evande potrà restituire ad Alcyon la libertà perduta.
Il nuovo romanzo di Rebecca Ross, un fantasy al femminile che in un'antichità pervasa di magia racconta un legame tra sorelle forte e indissolubile.

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Informazioni

Print ISBN
9788856655025
eBook ISBN
9788858527023
IL SECONDO ROTOLO

UNA CORONA DI SEGRETI

11

EVANDE

Straton l’aspettava vicino al pozzo.
Sembrava un dio: alto, prestante, implacabile, la corazza di bronzo scintillante sotto i raggi del sole, come fosse forgiata nel fuoco. Teneva l’elmo sotto il braccio, e la cresta bianca e nera fremeva nella brezza del mattino.
Portava una borsetta di cuoio agganciata alla cintura e sul fianco la spada inguainata, con l’impugnatura incastonata di smeraldi.
Chissà quante persone avrà ucciso, pensò Evande mentre si avvicinava.
Il comandante la soppesò brevemente, e lei sperò con tutta se stessa di non avere l’aria spaurita, o disperata.
«Vieni con me.» Senza attendere risposta, Straton si voltò e attraversò il mercato affollato di venditori, servi, donne di casa, e opliti, e tutti, nel vederlo avvicinarsi, prontamente si scansavano. Evande faticò a tenere il suo passo, attirando gli sguardi delle persone che incrociava. E una scia di mormorii alle sue spalle.
Sì, è proprio lei. La sorella della oplita che ha ammazzato Xandro.
Sta scontando una parte della condanna di Alcyon. Che sciocca. Una persona sana di mente non avrebbe mai fatto una cosa del genere.
Quando il comandante finalmente si fermò, Evande aveva la fronte imperlata di sudore. Erano davanti alla bottega di un argentiere, sotto una precaria tettoia formata da una vecchia coperta che riparava i clienti dal sole del mattino mentre aspettavano di essere serviti. Alle spalle di Straton, Evande osservava l’esposizione di gioielli sul tavolo dell’artigiano.
Su un vassoio spiccava una collezione di effigi divine, una serie di monili d’argento su cui erano rappresentate le otto divinità, incluso Pyrrhus, dio del fuoco, nonostante fosse rimasto intrappolato sotto il Monte Euthymius. Mancava soltanto Kirkos, ed Evande si intristì al pensiero che la decisione di farsi mortale lo avesse in qualche modo emarginato.
«Comandante Straton!» lo salutò l’artigiano, sbucando da una porticina. «Mi scuso per l’attesa. In che cosa posso servirti?»
«Ho bisogno di un bracciale.»
L’argentiere osservò Evande. E dalla sua espressione, lei capì che l’uomo sapeva esattamente chi fosse. «Sì. Certo» replicò lui prontamente, e li invitò a entrare nel suo laboratorio.
Ci volle un attimo prima di abituarsi alla penombra della stanza, dopodiché Evande notò un lungo tavolo appoggiato contro la parete su cui giacevano sparsi alla rinfusa lingotti d’argento e utensili di varie fogge, e anche un grande rotolo di papiro su cui erano vergati a inchiostro i diversi modelli.
L’argentiere frugò tra i suoi articoli e dopo qualche minuto mostrò al comandante un cerchio di metallo.
«Questo può andare» approvò il comandante.
Evande si tenne in disparte finché l’artigiano non le fece cenno di avvicinarsi e di fermarsi accanto al fuoco. Sapeva che cosa stava per accadere, e sperava di essere preparata. Ma a Isoros non c’erano servitori; nessuno alla tenuta indossava un bracciale per mostrare con chi fosse in obbligo: le loro braccia erano nude, abbronzate, forti e muscolose. Erano padroni di se stessi e sapevano di dover lavorare per poter mangiare, e per poter vivere.
Evande aveva la sensazione di essere sott’acqua. Fece pochi passi, porse il braccio e attese. Senza guardare.
L’artigiano le infilò una fascia d’argento con lo stemma del comandante Straton e la saldò appena sotto la spalla. Lei si distrasse pensando ad Alcyon, e a dove potesse essere in quel momento. Avrebbero viaggiato nella stessa direzione: la cava comune si trovava non lontana dalla città di Mithra, la destinazione di Evande. Per i prossimi cinque anni, ci sarebbero state solo poche miglia a separare le due sorelle. Una distanza che tuttavia sarebbe stato impossibile percorrere.
Anche se… forse, col tempo, Evande avrebbe potuto.
O magari ci sarebbe arrivata volando.
Mentre seguiva Straton fuori dalla bottega dell’argentiere, con la nuova fascia di metallo al braccio, Evande ripensò alle parole della madre: doveva conquistare la fiducia della famiglia. Se si fosse mostrata umile e li avesse onorati con il suo lavoro, forse i suoi nuovi padroni si sarebbero fidati di lei al punto da concederle una visita alla cava.
Era una fantasia davvero improbabile, ma bastò a infonderle forza e speranza, mentre seguiva il comandante a ritroso attraverso il mercato. E alla fine riuscì anche ad abbassare lo sguardo sul bracciale. Lo stemma di Straton raffigurava una spada: su un lato della lama spiccava l’immagine di una luna piena, in onore della dea Ari; sull’altro era inciso il sole, in omaggio a Maida, la dea madre, perché la sua famiglia discendeva da entrambe le divinità.
Nessuna meraviglia che uno dei figli di Straton avesse ereditato la magia: era un potere che avevano nel sangue.
Il comandante proseguì fino a un secondo mercato, dove i venditori vociavano dietro le loro bancarelle e una lunga fila di persone attendeva di fronte alla bottega di un fornaio. L’allettante profumo dei dolci si confondeva con il tanfo di pesce e il puzzo degli asini, e con l’odore acre del ferro rovente. Di colpo Evande ripensò all’asciutto profumo dell’uliveto e la nostalgia di casa le inumidì gli occhi.
Finalmente giunsero a un cancello di ferro, ed entrarono in un cortile circondato da un muro bianco adornato da un rampicante fiorito. All’interno c’erano cavalli, carri e un gruppo di persone. Erano i familiari del comandante e i loro servitori, capì Evande dopo qualche secondo, e si stavano preparando a lasciare Abacus. Quando i loro sguardi severi si fermarono su di lei, Evande si sentì avvampare.
Non era la benvenuta fra quelle persone.
Non sapeva dove andare, né cosa fare, perciò si limitò a osservare Straton che si avvicinava alla moglie, la guaritrice. Il comandante si chinò verso la donna, che la stava fissando con occhi gelidi, e le sussurrò qualcosa all’orecchio, muovendo con il fiato un ciuffo dei suoi capelli biondi.
A disagio, Evande spostò lo sguardo sulla figlia. La giovane indossava un peplo molto raffinato, e portava sulla fronte il cerchietto d’argento dei guaritori riconosciuti. Era il simbolo del loro inarrivabile sapere e della loro competenza, e se una ragazza così giovane lo indossava, era perché stava già studiando da anni.
Anche la figlia di Straton, in sella a una cavalla grigia, fissò Evande, impassibile. Finché Damon, il fratello, non portò il suo stallone accanto a lei.
Il mago era l’unica persona in tutto il cortile a non averla degnata di uno sguardo. Sembrava che per lui Evande non esistesse, e questo la disorientò. Solo poche ore prima, Damon le aveva inviato un usignolo attraverso una finestra, l’aveva tenuta per mano, e l’aveva avvolta nel mantello del suo incantesimo. E adesso invece era come se fosse tornata invisibile.
Il ragazzo disse qualcosa alla sorella, che si distrasse e distolse lo sguardo da Evande. Lei tirò un sospiro di sollievo e prese a fissare il terreno, l’unico posto tranquillo dove guardare.
«Questa persona è Evande di Isoros» annunciò Straton a voce alta. «Credo che tutti noi siamo a conoscenza dell’accordo stabilito ieri davanti all’arconte, e cioè che per i prossimi cinque anni presterà servizio nella mia casa al posto della sorella.»
Alza la testa, ordinò Evande a se stessa. Non avere paura. Alza la testa e sostieni i loro sguardi.
Così fece, ma sul viso degli altri servitori lesse soltanto rabbia e disprezzo. Tutti portavano una fascia al braccio sinistro uguale alla sua. Eppure non si era mai sentita così diversa e così sola.
D’un tratto si sentì travolgere dalla nostalgia dei genitori, di casa e della sua famiglia, una sensazione così forte da toglierle il fiato.
Non pensare a loro, si impose. Ma il dolore era quasi insostenibile.
«Dovrà essere trattata come una di voi» spiegò Straton ai suoi servitori. «È sotto la mia protezione, e non dovrà capitarle niente di male mentre servirà la mia casa e sconterà la sua condanna.» Si interruppe per cercare una donna anziana, ferma accanto a uno dei carri. «Toula, da oggi Evande sarà sotto la tua diretta responsabilità. Cerca di capire dove può essere più utile e fai in modo che abbia tutto ciò che di cui ha bisogno. E adesso, in marcia. Si rientra a casa.»
Toula chinò il capo, in segno di obbedienza, ma quando si avvicinò a Evande, la sua irritazione fu evidente. Era come se le avessero ordinato di lavorare con un topo di fogna.
«Cosa sai fare?» le domandò brusca la donna. Era piccola, secca secca, il viso scarno e segnato dalla fatica; ricordava un arbusto che cresce nella fenditura di una roccia, sfidando la montagna. Una persona con cui era meglio andare d’accordo, pensò Evande.
Come risponderle? Doveva forse raccontare a Toula dei lunghi giorni in cui aveva lavorato nell’uliveto, a spremere le olive per ottenere il loro nettare dorato? Doveva dire delle mattine in cui si era alzata per occuparsi dell’orto, per piantare nuovi semi, per togliere le erbacce, per cercare le locuste, e infine per raccogliere i frutti che la terra donava? O del tempo dedicato a fare il pane, a salare il pesce, a raccogliere le noci, e di quello impiegato a rammendare gli strappi negli abiti dei suoi familiari, a strofinare i pavimenti della villa finché non risplendevano come quelli del tempio di Maida?
«So fare tutto» rispose Evande.
«Bene. Allora puoi iniziare il tuo servizio occupandoti dei vasi da notte» decise Toula. E tornò al suo carro.
Evande non capì se avrebbe dovuto seguirla.
Il comandante intanto era montato sul suo formidabile stallone, ma prima di allontanarsi si fermò davanti a Evande. «Tu farai il viaggio là sopra» le ordinò, indicando il mezzo su cui era appena salita Toula.
Solo in quel momento Evande si rese conto che gran parte dei servitori avrebbe viaggiato a piedi.
«Posso camminare, mio signore.»
«Meglio di no» ribatté Straton, impugnando le redini. E benché lui non lo avesse detto, il suo sguardò parlò per lui. Ci rallenteresti.
Il comandante tirò leggermente le redini e spronò il suo stallone, subito imitato dalla moglie, che cavalcava una cavalla saura.
Evande raggiunse il carro indicato, dove Toula la stava aspettando.
«Siediti lì» le ordinò la donna, indicando il punto più scomodo.
Evande salì, cercando di ignorare gli sguardi risentiti degli altri servitori. A quel punto la carovana uscì dal cortile e lasciò la città di Abacus attraversando la porta principale. Solo dopo aver imboccato la strada che conduceva al Nord, Evande si accorse che le era sfuggito qualcosa, e di colpo l’odio che tutti sembravano provare per lei le sembrò giustificato.
L’ultimo veicolo della carovana non portava provviste né giare di vino.
Era il carro con il corpo di Xandro.
Viaggiavano ormai da ore, quando il sole iniziò a scendere oltre il profilo irregolare delle montagne; Straton allora lasciò la strada principale e condusse l’intero convoglio fino a una radura deserta.
Evande capì che si sarebbero accampati all’ombra del Monte Euthymius, e fece molta fatica a nascondere i suoi timori. Scese dal carro, indolenzita per il lungo viaggio, e cercò di non guardare la malaugurata cima. Era la prima volta che la vedeva, ma era esattamente come la immaginava da bambina, quando la zia Lydia raccontava a lei e alla cugina Maia la storia di Euthymius e di Liris e di come avevano astutamente intrappolato il loro fratello nella montagna. Ma non era il dio rimasto prigioniero a scatenare la sua paura; chi la terrorizzava veramente era Ivina, la maga che custodiva la montagna, una donna mortale che molti secoli prima aveva ricevuto da Euthymius il dono dell’immortalità insieme al compito di spaventare gli adoratori di Pyrrhus e i suoi potenziali soccorritori. Era lei che filava le paure dei viaggiatori fino a trasformarle in fantasmi con cui tormentare coloro che si avvicinavano troppo alla montagna.
I servitori di Straton, però, non se...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le nove divinità e i loro talismani
  4. IL PRIMO ROTOLO. UNA COLLANA DI VENTO
  5. IL SECONDO ROTOLO. UNA CORONA DI SEGRETI
  6. 24. ALCYON
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright