Figli dello stesso cielo
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Figli dello stesso cielo

Il razzismo e il colonialismo raccontati ai ragazzi

  1. 192 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Figli dello stesso cielo

Il razzismo e il colonialismo raccontati ai ragazzi

Informazioni su questo libro

Igiaba incontra in sogno il nonno Omar, che non ha mai conosciuto ma solo visto in fotografia. Omar la porta in un viaggio lungo la storia per raccontarle cosa significava vivere nella Somalia sotto il colonialismo italiano, quello ottocentesco e imperialista e quello del ventennio fascista, e in che modo l'eredità razzista impregni ancora le nostre città e la nostra cultura.
Un libro per raccontare ai ragazzi cosa è stato il colonialismo e come quella pagina triste della storia italiana, a lungo nascosta e negata, abbia ripercussioni anche sulla vita odierna nostra e dei tanti cittadini italiani di origine africana o che dall'Africa sono appena arrivati e stanno cercando di trovare nel nostro paese una nuova casa.

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Informazioni

Print ISBN
9788856682267
eBook ISBN
9788858527573

1

Il mio nonno paterno non l’ho mai conosciuto, ma l’ho sognato tante, tantissime volte.
In questi sogni facevamo lunghe passeggiate e parlavamo, parlavamo, parlavamo, sempre in un luogo diverso, sempre a scavare nel passato.
Mio nonno si chiamava Omar Scego ed era nato nel Diciannovesimo secolo. L’ultimo anno del Diciannovesimo secolo, a dir la verità. Però è sempre stato un uomo del Ventesimo secolo, un uomo in tutto e per tutto del Novecento.
A volte penso a mio nonno Omar come a quei personaggi antichi che trovi nei libri di storia. Le foto che avevamo di lui a casa erano poche e quasi tutte in bianco e nero. Quella che più mi colpiva era appesa sopra il divano.
Era una foto non grande, a mezzo busto, dove il nonno aveva uno sguardo intenso, luminoso, limpido come la rugiada del mattino, e indossava una veste e un turbante bianchi. La faccia era allungata, aveva baffetti ben curati e barbetta a punta, come il cardinale Richelieu che si trova nei libri del mio amatissimo Alexandre Dumas, l’autore de I tre moschettieri.
Il nonno era così: regale nello sguardo, con quel mento rialzato, un po’ snob. Quanto era bello! In ogni espressione del suo viso erano racchiusi un mondo, un sentimento, una storia, un orizzonte. Ecco, per me nonno Omar era un po’ come un attore del cinema muto: ogni sua espressione nobile e austera, a me che pur essendo sua nipote non lo avevo mai conosciuto, apriva porte d’infinito.
Da piccola passavo ore a guardare quella foto. Mi sembrava così strana. Sul serio io e quell’uomo di un altro secolo eravamo parenti? Io così goffa e lui così nobile? Ogni volta che guardavo la foto avevo una grande paura di non esserne all’altezza, però allo stesso tempo ero anche curiosa di saperne di più di quel nonno che assomigliava a un re, ma anche a un pirata. E volevo che fosse orgoglioso di me.
Volevo piacergli, ma purtroppo non ci siamo mai conosciuti. Lui è morto molti anni prima che io nascessi. Per fortuna poi sono arrivati i sogni.
Ma prima dei sogni, delle parole, delle passeggiate, a colpirmi, in quel ritratto appeso sopra il divano, era il suo colore: il nonno era chiaro, chiarissimo, quasi bianco. Potevi scambiarlo benissimo per un italiano, uno spagnolo, un algerino, un francese. Non capivo tutto quel bianco. Come mai era così? Il suo colore mi confondeva! La mia famiglia è di origine somala, questo non ve l’ho detto ancora, ed è un’informazione importante per comprendere questa faccenda del colore. Non potete capire tutta questa storia, se non sapete dove si trova la Somalia e cosa è successo lì negli ultimi trent’anni. E ancora prima, andando indietro anche di cento anni. Per ora però torniamo indietro solo di trenta.
Allora, prima informazione importantissima: la Somalia è il naso dell’Africa. Sì, il naso, e si affaccia sull’Oceano Indiano. Sembra il corno di un rinoceronte, è appuntita, piena di coste, conchiglie, balene, pescecani e coralli. Le sue città più importanti sono Mogadiscio, la capitale, Merca, Brava, Hobyaa, Baidoa… La prima volta che ci ho messo piede ho pensato di essere arrivata nel paradiso terrestre di cui parlano tutti i libri sacri, dalla Bibbia al Corano. Questo mi sembrava, la Somalia, piena di dolci manghi, soffici papaie, profumati pompelmi e una flora di cielo e di terra tra le più svariate al mondo.
Poi negli anni Novanta del Novecento è scoppiata una guerra civile: fratelli contro fratelli, sorelle contro sorelle. Spari, feriti, morti, ruderi, dolore, ed è durata, ahinoi, trent’anni (e in un certo senso si può dire che non sia mai completamente finita). Insomma, da paradiso, la Somalia è diventata un inferno.
Io sono nata a Roma e sono andata tante volte in Somalia in estate, prima della guerra degli anni Novanta. Poi ci sono rimasta anche un anno e mezzo e ho frequentato la scuola italiana del consolato, sempre prima della guerra. A dodici anni sono tornata a vivere a Roma, e quattro anni dopo, a inizio anni Novanta del Ventesimo secolo, è scoppiata quella guerra infame. Da allora – e ho più di quaranta anni adesso – non sono più tornata a Mogadiscio, non sono più tornata nel Sud della Somalia, e confesso di avere paura all’idea di tornarci e vedere quanto è cambiato tutto, che non è rimasto niente di quello che conoscevo.
È una paura che hanno anche cugine, cugini, fratelli, sorelle, persino mia madre. Loro al contrario di me lì ci sono cresciuti.
E poi, va detto, ahinoi, il paese non è ancora sicuro. Ci sono tanti attacchi terroristici, tante bombe. Dicono che sia uno dei paesi più pericolosi al mondo, perché ci sono tante armi e ci sono tante armi perché la parte ricca del mondo vende armi alla Somalia, come ad altri paesi in situazioni simili.
Una storia triste quella della mia Somalia, speriamo cambi tutto presto. Nessuno dovrebbe vendere armi e nessuno dovrebbe comprarle. Le guerre non servono a niente!
Ma – e riprendo il filo di quello che vi stavo dicendo – anche se non ci vado da tanti, troppi, anni, io voglio bene alla Somalia, e da quando è scoppiata la guerra civile penso di abitare, come dice lo scrittore somalo Nuruddin Farah, “il paese della mia immaginazione”. Per me la Somalia è ovunque perché me la porto nel cuore, sulle spalle, nel cervello, tra le dita. È la mia storia, quella della mia famiglia. Te la porti dentro e basta.
Vi ho parlato della Somalia per potervi anche raccontare che il colore della pelle della mia famiglia e della gran maggioranza dei somali è nero. Noi siamo neri, la nostra pelle è nera. In famiglia siamo tutti o quasi tutti scurissimi. Chi più, chi meno, ma guardandoci vedrete come la pelle nera in noi trionfa. La mia mamma, mamma Khadija, è scura come me, la nonna materna Ambra e il nonno materno Jama sono scurissimi. Nonna Auralla, madre di mio padre, era di un ebano lucente, che assomigliava molto alla mia sfumatura di pelle. Sfumatura di ebano che aveva pure mio padre Ali. Insomma, la nostra pelle è veramente made in Africa. Una pelle che adoriamo, dove in ogni poro leggiamo le lotte che hanno combattuto i nostri antenati e tutte le loro speranze di costruire un mondo migliore. Sì, io le vedo tutte in filigrana sulla pelle le storie della mia famiglia. Sapete, se interroghiamo il nostro corpo, lui ci parla. E pure tanto. Davvero! Avete provato a interrogare il vostro corpo? Ci avete mai parlato? Io ci parlo continuamente. E da lì ho capito che il nostro corpo – quindi anche la nostra pelle – conosce la nostra storia, a volte meglio di noi, e conosce anche la storia di chi ci ha preceduto in famiglia.
Allora come mai il nonno era così chiaro, così bianco? Che storia racchiudeva quella sua pelle chiara? Era questa la domanda che mi facevo sempre.
E fu la prima cosa che chiesi al nonno durante quel primo sogno, quando mi apparve per la prima volta, sorridente e con il turbante bianco arrotolato in testa.
Nel sogno io avevo undici anni. Non ero la donna di adesso, con più di quarant’anni, i capelli cortissimi, gli occhiali dalla montatura spessa nera (eh, sì, mi piacciono un sacco gli occhialoni, sono il mio segno distintivo) e la passione per gli orecchini giocosi. Ero diversa: più piccola, più bassa, con occhiali argentei a forma di occhi di gatto e una fascia che mi sosteneva i miliardi di ricci afro che mi pesavano in testa come una pecora da tosare.
Avevo anche la voce acuta dei miei undici anni, e la curiosità di sapere tutto, di conoscere il mondo.
Quando io avevo undici anni non c’era ancora internet, non si poteva usare Google né scoprire quello che si andava cercando su Wikipedia, che non esisteva. Naturalmente non c’erano i social, nessuno faceva filmati su TikTok né foto su Instagram. Nessuno poteva recuperare i video su YouTube né vedere serie su Netflix.
Però avevo altre cose. Avevo tante musicassette. Ci registravo sopra la musica che passava in radio e che mi piaceva: Michael Jackson, Madonna, Stevie Wonder, Paula Abdul, Loredana Bertè. Era l’epoca delle foto su pellicola da stampare: le portavamo in un negozio che ce le sviluppava e mettevamo tutto nell’album di famiglia, o se era la foto di un ragazzo che ci piaceva direttamente nel diario di scuola. Quando andavo alle medie non esisteva il cellulare, ma solo il telefono pubblico a gettoni.
Insomma, quando avevo undici anni io, era un mondo diverso da quello di oggi, però alcune cose erano le stesse. Le passeggiate, per esempio. Da millenni l’Homo sapiens passeggia. E lo fa allo stesso modo da secoli.
Ed è ciò che facevamo io e nonno Omar in sogno. Eravamo due Sapiens che camminavano allegramente in posti sempre diversi.
E intanto parlavamo… parlavamo un sacco!
In quel primo sogno naturalmente gli chiesi: – Nonno, perché sei bianco?
E il nonno rise. Aveva dei denti dritti, bianchissimi anch’essi. Labbra carnose. Più lo guardavo, più mi sembrava davvero un pirata, uno di quelli che si vedono nei dipinti del Seicento.
– Non sono bianco – mi disse il nonno serafico. – Sono di Brava.
E cominciò a spiegare.

2

Devi sapere, nipote, che a Brava siamo tutti mescolati con qualcuno di vicino o di lontano. Brava, o come si dice in somalo Barawe, è una cittadina a sud di Mogadiscio, nella parte meridionale della penisola somala. Quando io ero piccolo era una città di costruzioni bianche, arabeggianti, che respingevano il calore del sole e l’afa dell’equatore. Case freschissime, dove ti sentivi protetto. Brava, come tante città africane della costa sud-orientale del continente africano, aveva spiagge bellissime, soffici e con riflessi argentei da togliere il fiato. Ed era bello scoprire dalla spiaggia questa piccola città nascosta da una conca. Era come un’oasi verde in mezzo al deserto. Città di pesce, datteri, palme e papaie. Facevamo delle focacce acide che, mangiate con una buona salsa robusta di carne macinata e pomodoro, erano la fine del mondo. Le coste meridionali dell’Africa orientale erano un grande luogo di passaggio.
Prendi la cartina, nipote. Guarda dove si trova Brava, vedi? Siamo in mezzo all’Oceano Indiano! Siamo una città africana che dialoga con l’Asia. Dialoghiamo sia con il subcontinente indiano e i suoi satelliti sia con i paesi arabi del Vicino Oriente. Persino con la lontana Cina siamo in contatto. Per ben due volte tra il 1417 e il 1419 a Brava è capitato un ammiraglio cinese, di nome Zheng He: era incuriosito da noi, ma anche un po’ intimorito. Ha scritto nel suo diario di bordo che: “Sia a Brava sia a Mogadiscio la gente è un po’ irascibile e un po’ rissosa”. E, insomma, lui per paura non è rimasto molto a Brava.
In realtà Zheng He si sbagliava di grosso. Siamo stati sempre molto accoglienti. Un popolo di pescatori e, nella parte interna, di agricoltori. Vivevamo con poco, rispettando la natura e aspettando che il mare ci parlasse, ci consigliasse. Siamo stati a lungo uno dei pochi posti in Somalia dove si mangiava il pesce, perché nonostante le lunghe coste la cultura del pesce non si era fatta strada nella regione. Addirittura c’è stato un tempo in cui a Mogadiscio se mangiavi pesce ti guardavano storto, quasi fossi un barbaro, un incivile! Ma ora sta cambiando tutto, per fortuna. Anche in Somalia finalmente si mangia il pesce. Nel resto del paese hanno capito che noi bravani volevamo riempirci la pancia con quelle prelibatezze che il mare ci regalava con amore.
Quindi per capire Brava, ma per capire anche me, tuo nonno Omar, il mio colore, devi pensare al mare. Essere una città di mare significa vivere in una casa con la porta sempre aperta. Ti busserà sempre qualcuno, da lontano, da una terra di cui nemmeno immagini l’esistenza. Ed è così che a casa, a Brava, sono passati antichi Egizi – sì, quelli dei faraoni e delle piramidi – approdati in Somalia in cerca di incensi, e poi nubiani, indiani dal subcontinente, abitanti creoli dell’isola Mauritius, omaniti dalla penisola arabica, yemeniti sempre dalla penisola arabica e poi i portoghesi, che approdarono a Brava quando Vasco da Gama circumnavigò il globo nel 1497-1499.
Quindi, quando guardi me, ma anche quando guardi te stessa allo specchio, ricordati che in te ci sono l’Egitto delle Piramidi e il Portogallo con le sue caravelle. Che siamo fatti di Africa, ma anche di Asia e di Europa. E quel colore che tu chiami bianco, in realtà nasce da tutti questi mescolamenti. Siamo un frullato di storie, di genti, di lingue, di visioni. Hai sicuramente sentito tuo papà, mio figlio Ali, parlare al telefono: parla tantissime lingue. A tuo papà piaceva imparare le lingue degli altri. Un figlio socievole, ma le sue lingue madri sono due: il somalo e il bravano.
Il somalo della Somalia, la lingua che unisce da nord a sud la regione, ha molto a che vedere con la lingua dell’antico Egitto, quello parlato dai faraoni come Akhenaton o da regine importanti come Nefertiti. Non è un caso che Michael Jackson, quello di Thriller, quando ha fatto il video per la canzone Remember The Time ha chiesto a Iman, una modella somala, di interpretare un’antica regina egizia: una regina che assomigliava molto a Nefertiti.
Insomma, i somali hanno tanti tratti in comune con gli antichi Egizi. Hai mai visto i poggiatesta e i cuscini di legno dei nomadi del Nord della Somalia? Ecco, se vai al Museo Egizio di Torino ne troverai di uguali identici, ma di più di quattromila anni fa. Quindi, sì, siamo un po’ come gli antichi Egizi anche nella lingua, non solo nell’aspetto.
A Brava si parla il bravano, una variante del kiswahili, una lingua bantu parlata in metà dell’Africa, dal Kenya alla Tanzania. Una lingua dove i prestiti dall’arabo e dalle varie lingue del subcontinente indiano sono molto forti.
Non ti ho detto una cosa importante: dentro il somalo (e anche un po’ nel bravano) ci sono parecchie parole italiane. Sì, italiane! Tipo starascio (straccio), occhiale (occhiale), munici...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. EPILOGO
  17. RINGRAZIAMENTI
  18. Copyright