Il mistero di Agatha Christie
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Il mistero di Agatha Christie

  1. 288 pagine
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Il mistero di Agatha Christie

Informazioni su questo libro

È in una sera di ottobre del 1912 che Agatha Miller conosce il tenente Archibald Christie, un giovane pilota bello e sfacciato che insiste per danzare con lei. I due diventano inseparabili, e non bastano l'ostilità delle famiglie o la penuria di mezzi a impedir loro di sposarsi e coronare il proprio amore. Ma quando, nel 1919, Archie torna a casa dalla guerra, è un uomo molto diverso dal ragazzo che Agatha aveva conosciuto, e la vita con lui si rivelerà l'opposto di come la scrittrice l'aveva immaginata.
Dicembre 1926. Dopo una furiosa lite, Agatha scompare. La sua auto viene ritrovata sulla riva di un profondo stagno; i segni lasciati dalle ruote e una pelliccia rimasta incomprensibilmente nel veicolo sono gli unici indizi su cosa possa esserle accaduto, o almeno così crede la polizia. Agatha, infatti, ha lasciato dietro di sé anche una misteriosa lettera, di cui solo Archie conosce l'esistenza e il contenuto. In poche ore, l'uomo si ritrova al centro di uno di quei gialli che hanno reso famosa la moglie, tra le implicite accuse degli agenti, l'insistenza della stampa e dell'opinione pubblica e le istruzioni della lettera, da cui dipende il suo futuro. Ma cosa si cela davvero dietro la scomparsa di Agatha?
Attraverso questa interpretazione di un episodio enigmatico della vita di Agatha Christie, Marie Benedict ci mostra una donna forte, capace di affrancarsi dalla persecuzione maschilista del marito mettendo in atto quelle abilità logiche e creative che ne hanno caratterizzato le opere. Un romanzo che ha conquistato all'istante le classifiche e il favore di lettori e critica.

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Informazioni

PRIMA PARTE

1

IL MANOSCRITTO

12 ottobre 1912
Ugbrooke House, Devon, Inghilterra

Non sarei stata in grado di immaginare un uomo più perfetto.
«Lasci cadere il suo carnet» mi sussurrò una voce all’orecchio mentre fendevo la folla in direzione della pista da ballo. Chi osava dirmi una cosa del genere? Oltretutto mentre ero al braccio di Thomas Clifford, lontano parente dei miei ospiti, Lord e Lady Clifford di Chudleigh, nonché polo d’attrazione per le signore ancora prive di legami al ballo di Ugbrooke House.
“Impertinente” pensai. “Anzi, sfacciato.” Mi figurai la scena qualora il mio compagno di ballo l’avesse sentito. Peggio ancora, immaginai che cosa sarebbe successo se il mio compagno di ballo si fosse poi rivelato quello giusto – il Destino, come io e le mie amiche amavamo definire i potenziali mariti – e il contrattempo lo avesse distratto da me. Eppure mi sentii percorrere da una sorta di frisson, e mi chiesi chi potesse azzardare una simile impudenza. Mi voltai in direzione della voce, ma risuonarono le prime battute della Sinfonia n. 1 di Elgar e il mio compagno mi attirò a sé nella danza.
Mentre volteggiavamo cercai di identificare l’uomo in mezzo alla folla assiepata nell’ampio salone da ballo. La mamma avrebbe rimproverato la mia mancanza di attenzione nei confronti del giovane Mr Clifford, ma dai pettegolezzi che circolavano sapevo che il giovane e ben introdotto gentiluomo aveva necessità di sposare un’ereditiera, e pertanto non poteva comunque nutrire alcun interesse nei miei confronti. Ero praticamente senza un soldo, l’unica eredità nel mio futuro era la villa di Ashfield, una proprietà che molti avrebbero giudicato più un peso che una fortuna, considerando la mancanza di risorse per il suo mantenimento e la continua necessità di riparazioni. Mr Clifford non era certo un’occasione persa. Ma non dubitavo che l’occasione giusta si sarebbe presentata. Non era forse quella la sorte di tutte noi ragazze? Lasciarsi travolgere da un uomo per poi finire nella corrente del Destino?
Decine di uomini in abito da sera erano raccolti nell’angolo della sala da ballo, ma nessuno di loro sembrava il possibile autore di un invito così sfrontato. Finché non vidi lui. Un uomo dai capelli chiari e ondulati che indugiava al margine della pista, gli occhi fissi su di me. Mai una volta lo vidi conversare con qualcuno degli altri gentiluomini, né invitare una delle dame a ballare. Si mosse soltanto per avvicinarsi all’orchestra e parlare con il direttore, dopo di che riprese la sua posizione nell’angolo.
Si spensero le ultime note della musica, e Mr Clifford mi riaccompagnò al mio posto accanto alla mia cara amica Nan Watts, che riprendeva fiato dopo un rapido giro di ballo con un paonazzo conoscente dei suoi genitori. Appena l’orchestra attaccò il brano successivo e un florido giovanotto si fece avanti per invitare Nan, gettai uno sguardo al carnet appeso al mio polso con un cordoncino di seta per scoprire con chi dovevo ballare.
Una mano comparve sul mio braccio. Sollevai la testa e mi ritrovai a fissare gli intensi occhi azzurri dell’uomo che aveva continuato a osservarmi. D’istinto mi ritrassi, ma in qualche modo lui riuscì a sfilarmi il carnet dal polso e intrecciò le dita alle mie.
«Dimentichi il suo carnet almeno per un ballo» disse con una voce bassa e roca che mi permise di riconoscere il giovanotto sfacciato di poco prima. Non potevo credere a quello che mi stava chiedendo, e mi turbava che mi avesse preso il carnet. Concedere a uno sconosciuto di inserirsi nel proprio carnet di ballo era una cosa che semplicemente non si faceva.
Mi parve di riconoscere le prime note di una famosa canzone di Irving Berlin. Sembrava proprio Alexander’s Ragtime Band ma di certo mi sbagliavo. Lord e Lady Clifford non avrebbero mai chiesto alla loro orchestra una canzone così moderna. Anzi, si sarebbero sicuramente infuriati per quello scarto dal protocollo; brani sinfonici e di musica classica – accompagnati da balli così composti da non innescare passioni nei più giovani – erano l’ordine del giorno.
Lui studiò la mia espressione mentre ascoltavo la musica. «Spero che Berlin le piaccia» disse con aria compiaciuta.
«È stato lei a richiederlo?» chiesi.
Un sorriso modesto gli evidenziò le fossette sulle guance. «L’ho sentita dire alla sua amica che avrebbe gradito una musica più moderna.»
«Come ci è riuscito?» Ero sbalordita non solo per la sua audacia ma per la sua determinazione. Era, be’, lusinghiero. Nessuno aveva mai compiuto un gesto così grandioso per me. Di certo nessuno dei corteggiatori raffazzonati che mia madre aveva messo insieme per il mio debutto di due anni prima al Cairo, ripiego necessario considerando le spese di un debutto a Londra – abiti costosi, feste da offrire e frequentare, affitto di una casa in città per l’intera stagione – che le limitate disponibilità di mia madre non avrebbero permesso di sostenere. E neppure il caro Reggie, che da sempre conoscevo come il gentile fratello maggiore delle mie carissime amiche, le sorelle Lucy, ma che solo di recente era diventato qualcosa di più di un amico di famiglia, aveva mai fatto per me niente del genere. Tra me e Reggie – e le nostre famiglie – vigeva il tacito accordo che le nostre vite e i nostri nomi si sarebbero un giorno legati con un matrimonio. Un progetto di matrimonio ancora informe, ma che comunque esisteva: e Reggie mi aveva anche già fatto la proposta. Anche se, alla luce di questo clamoroso corteggiamento, quell’unione sembrava una faccenda fin troppo placida, per quanto rassicurante.
«Ha importanza?» chiese lui.
Mi sentii improvvisamente sopraffatta. Abbassai lo sguardo arrossendo vistosamente, e scossi il capo.
«Spero che ballerà con me» disse in tono calmo, ma deciso.
Anche se nella mia testa sentivo risuonare la voce della mamma che mi diffidava dal danzare con un uomo al quale non ero stata debitamente presentata, che si era procurato chissà come l’invito al ballo di Ugbrooke Hall e aveva distrutto il mio carnet, gli dissi: «Sì».
Perché, insomma, quanto poteva essere pericoloso un ballo?
2

PRIMO GIORNO DOPO LA SCOMPARSA

Sabato 4 dicembre 1926
Hurtmore Cottage, Godalming, Inghilterra

La precisione con cui è apparecchiata la tavola per la colazione dei James gli dà un senso di ordine e appagamento raramente sperimentato dopo il suo ritorno dalla guerra. Le posate scintillanti accanto alle porcellane Minton, ogni elemento perfettamente allineato con gli altri. I piatti dal delicato decoro, un disegno Grasmere gli pare, sono impeccabilmente disposti a due pollici dal bordo del tavolo, e la composizione floreale – una sobria ma elegante spruzzata di bacche invernali e foglie verdi – si trova esattamente al centro. “Buon Dio” pensa. “Un ordine come questo è in grado di mettere un uomo a proprio agio.”
Perché a casa sua non si riesce a mantenere quel livello di perfezione? Perché deve sentirsi continuamente aggredito dall’assenza di rigore domestico, dall’eccesso di emozioni e da un flusso continuo di richieste? Di pari passo con quei pensieri, sente sbocciare dentro di sé un senso di legittima indignazione, che ritiene perfettamente giustificato.
«Credo che a questo punto si imponga un brindisi» annuncia Sam James, il suo ospite, con un cenno alla moglie Madge che per tutta risposta segnala alla cameriera in uniforme di servire la bottiglia di champagne già in ghiaccio nel suo secchiello sul buffet.
«Archie, volevamo brindare ai tuoi progetti già ieri sera, ma la visita inaspettata del reverendo…» comincia a spiegare Madge.
Una lieve sfumatura rosata tinge le guance di Nancy, e per quanto il rossore le doni molto, Archie comprende che la causa del suo disagio è l’attenzione dei James alla loro situazione, e cerca di placarla. Alza una mano e dice: «Apprezzo molto il gesto, mia cara Madge, ma non è necessario».
«Ti prego, Archie» resiste Madge. «I vostri progetti ci rendono felici. E difficilmente avrete molte occasioni per festeggiare.»
«Insistiamo» interviene Sam facendo eco alla moglie.
Protestare oltre sarebbe poco cortese, e Nancy implicitamente ne prende atto. Condividono il medesimo senso del decoro, una qualità che lui le riconosce e apprezza. Lo solleva dalla necessità di guidarla in quella direzione con mano ferma, necessità che nella vita gli è invece richiesta altrove. A casa sua, in particolare.
«Sam e Madge, grazie davvero. Il vostro sostegno significa moltissimo» risponde. Nancy annuisce la sua approvazione.
Le flûte di cristallo scintillano delle tonalità dorate dello champagne mentre la cameriera riempie i bicchieri uno dopo l’altro. Proprio mentre è all’ultimo bicchiere, si sente bussare alla porta della sala da pranzo.
«Chiedo scusa per l’interruzione, sir» dice una voce di donna dal pesante accento campagnolo. «Ma c’è una telefonata per il colonnello.»
Archie scambia un’occhiata perplessa con Nancy. Non si aspettava una telefonata, soprattutto non così presto, avendo mantenuto il riserbo sulla sua destinazione per il weekend. Per ovvie ragioni. Nancy posa il bicchiere e gli sfiora dolcemente il gomito sopra la tovaglia di lino inamidata. È la silenziosa conferma che condivide la sua preoccupazione per quella telefonata.
«Vi prego di perdonarmi» si scusa con un cenno del capo ai suoi ospiti, che tornano a posare i bicchieri sul tavolo. Alzandosi si riabbottona la giacca e rassicura Nancy con lo sguardo, simulando una sicurezza che non prova. Esce dalla sala da pranzo, chiudendosi silenziosamente la porta alle spalle.
«Da questa parte, signore» lo invita la domestica, e lui la segue in una minuscola stanza ricavata sotto l’intricato scalone principale di Hurtmore Cottage, nome alquanto riduttivo per la grandiosa residenza. Lì lo attende un apparecchio telefonico a candelabro, la cornetta appoggiata sul piano della scrivania.
Si mette a sedere e avvicina la cornetta all’orecchio e l’apparecchio alla bocca. Ma non parla fino a quando la domestica non ha richiuso la porta dietro di sé.
«Pronto?» L’incertezza che percepisce nel proprio tono di voce lo irrita. Nancy apprezza più di ogni altra cosa la sua determinazione.
«Le mie scuse, signore. Sono Charlotte Fisher.»
Che diamine ha in testa Charlotte, per chiamarlo lì? Le ha confidato la sua presenza a Hurtmore Cottage con tutte le raccomandazioni del caso. Anche se negli ultimi mesi ha fatto di tutto per ingraziarsi la segretaria e governante di famiglia – mossa indispensabile, ritiene, affinché la transizione avvenga come si augura nella maniera più indolore – non prova nemmeno a escludere la rabbia dal suo tono. Al diavolo le conseguenze. «Charlotte, mi sembrava di averle dato precise istruzioni di non chiamarmi qui se non in caso di assoluta emergenza.»
«Be’, colonnello,» balbetta la donna «in questo momento mi trovo nel vestibolo, a Styles, in compagnia dell’agente Roberts.»
Charlotte si ferma. Ma crede davvero che basti accennare alla presenza di un agente di polizia in casa sua per spiegarsi? Cosa si aspetta che le dica? Sembra che si attenda una sua pronta reazione, e Archie si sente invadere dal terrore. Non trova le parole. Lei cosa sa? E soprattutto: cosa sa l’agente? Ogni sua parola rischia di far scattare una trappola.
«Signore» riprende Charlotte di fronte al suo silenzio. «Ritengo che lo si possa considerare un caso di assoluta emergenza. Sua moglie è scomparsa.»
3

IL MANOSCRITTO

12 ottobre 1912
Ugbrooke House, Devon, Inghilterra

Un mormorio di sorpresa serpeggiò tra gli invitati a mano a mano che la canzone di Irving Berlin diventava riconoscibile. Mentre gli ospiti più attempati sembravano incerti sul decoro di un ballo così moderno, il mio compagno non esitò a trascinarmi in pista. Mi guidò direttamente in un audace one-step, e i più giovani si affrettarono a imitarci.
Senza gli intricati passi del valzer a distanziarci, i nostri corpi si ritrovarono terribilmente vicini. Mi sorpresi quasi a rimpiangere i vecchi abiti da sera con la loro armatura di corsetti. Cercando di stabilire una barriera almeno virtuale fra me e quell’insolente sconosciuto, continuai a tenere lo sguardo fisso su un punto oltre la sua spalla. I suoi occhi, invece, non si staccavano dai miei.
Di solito riuscivo a chiacchierare amabilmente con i miei compagni di ballo, ma non quella volta. Che potevo dire a un tipo del genere? Alla fine fu lui a infrangere il silenzio. «Lei è molto più carina rispetto alla descrizione di Arthur Griffiths.»
Non avrei saputo dire quale parte del suo commento mi sbalordisse di più: aver scoperto una conoscenza in comune con quell’insolito individuo, o la sua audacia nel definirmi “carina” ancor prima che ci avessero presentati formalmente. Nel mio ambiente esistevano rigide norme di comportamento e, sebbene negli ultimi anni quelle tacite regole si fossero un po’ allentate, un commento del genere al primo incontro sfidava persino le convenzioni più tolleranti.
A essere sincera, trovavo piacevole quella sua franchezza, ma una ragazza come me non poteva platealmente accettare una simile sfacciataggine. Potevo scegliere di allontanarmi subito, indignata per l’affronto, o fingere di non aver capito bene. Dato che nonostante le sue gaffe quell’uomo mi incuriosiva, optai per la seconda soluzione e mi limitai a chiedergli benevolmente: «Lei conosce Arthur Griffiths?». Il figlio del locale reverendo era un amico.
«Sì, serviamo entrambi nel Royal Field Artillery, e sono di stanza con lui al presidio di Exeter. Quando ha saputo che ragioni di servizio gli impedivano di presenziare a questa serata mi ha chiesto di partecipare in sua vece, e di cercarla.»
“Ah, ecco, almeno qualcosa si spiega” pensai.
Incrociai il suo sguardo, i suoi profondi occhi azzurri.
«Perché non me l’ha detto subito?»
«Non credevo di doverlo fare.»
Evitai di sottolineare l’ovvio: qualsiasi giovanotto di buona famiglia sa come presentarsi adeguatamente, per esempio menzionando eventuali conoscenze in comune. Ripiegai invece su una risposta più neutra e mi limitai a: «È una brava persona».
«Conosce bene Arthur?»
«Non molto bene, ma è una persona cara. Ci siamo conosciuti quando stavo dai Mathew a Thorp Arch Hall, nello Yorkshire, e siamo subito andati d’accordo.»
Il mio compagno di ballo – che ancora non mi aveva detto come si chiamava – non rispose. Il silenzio mi infastidiva, perciò continuai a chiacchierare. «È un bravo ballerino.»
«Sembra delusa del fatto che sia venuto io anziché lui.»
Decisi di trovare un modo per risollevargli l’umore. «Be’, signore, è il nostro primo ballo. E poiché mi ha liberato dal mio carnet, potrebbe avere altre possibilità di dimostrarmi le sue doti di ballerino.»
Rise, una risata piena e profon...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL MISTERO DI AGATHA CHRISTIE
  4. L’INIZIO
  5. PRIMA PARTE
  6. SECONDA PARTE
  7. LA FINE O UN ALTRO INIZIO
  8. Nota dell’autrice
  9. Bibliografia
  10. Ringraziamenti
  11. Copyright