«Lei non sa di cosa sono capace. Non ha idea di cosa ho fatto; di chi sia, veramente, la sua vicina di casa.» Lexie e Harriet non si sono mai incontrate, eppure pensano di sapere tutto l'una della vita dell'altra. L'hanno ascoltata, idealizzata attraverso la sottile parete che divide i loro appartamenti, in una delle zone più esclusive di Londra. E ognuna delle due si è convinta che la vicina abbia un'esistenza perfetta.
In realtà, Lexie, che ha deciso di lavorare come freelance per poter dedicare più tempo ai propri problemi di fertilità, è sempre più chiusa in se stessa e depressa. Neanche l'amore di Tom riesce a distrarla, almeno per un momento, dal desiderio disperato di essere madre. Nelle lunghe giornate tutte uguali, passa ore ad ascoltare i suoni della vita piena e spensierata di Harriet, sprofondando in un abisso di risentimento. Harriet, dal canto suo, si sente sola, abbandonata da tutti: è vero, a casa sua c'è sempre un gran viavai, ma circondarsi di persone è solo un modo per riempire un vuoto che si allarga ogni giorno di più. Dal suo lato del muro, non può fare a meno di invidiare la coppia felice che le vive accanto, e che le ricorda un passato in cui persino a lei era sembrato possibile sentirsi amata. Finché qualcosa di terribile non ha distrutto quell'illusione.
Due appartamenti, due storie diverse, divise da un fragile confine. Così fragile, che non ci vorrà molto prima che qualcuno decida di infrangerlo, e prendersi ciò che gli spetta.
Oggetti che spariscono, cassetti lasciati aperti, certezze che vacillano: dove fuggiamo quando non siamo più al sicuro nemmeno in casa nostra?

- 416 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Vicine di casa
Informazioni su questo libro
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEeBook ISBN
9788858527412
Anno
20211
HARRIET
Dicembre
Li sento fare sesso, dei versi così primitivi che non riesco a evitare una smorfia di fastidio.
E poi penso che sono proprio un’ipocrita. Perché anch’io sto facendo sesso. Con un uomo che credo si chiami Eli. Chissà se anche l’altra coppia ci sente, se anche loro pensano a noi.
Da sopra la spalla nuda e olivastra di Eli guardo verso la tv. Non ho idea di chi l’abbia accesa, ma il volume è sul muto, sullo schermo scorrono le immagini di un servizio del telegiornale sull’allevamento dei tacchini. Davvero uno strano accostamento con tutto questo sesso.
Quando Eli finisce, riesco finalmente a staccare lo sguardo, imbarazzata, dal pollame, mentre mi tiro giù il vestito a coprirmi le cosce.
«Devo andare al lavoro» dice, senza incrociare i miei occhi. A malapena ho la forza, e la voglia, di fare sì con la testa.
«La porta è aperta» segnalo in tono indifferente, e lui esce senza dire altro.
Sospiro e allungo la mano a terra per prendere il mio bicchiere, poi bevo un sorso di amaretto e Coca-Cola. Sono le sette del mattino, ma in realtà non ci sono ancora andata, a dormire, quindi non è poi tanto brutto quanto sembra. E poi il bicchiere è lì e io ho sete. La porta sbatte.
Torno ad appoggiare la testa sul divano e mi guardo intorno. Bicchieri mezzi pieni, bottiglie di Pinot Grigio, mozziconi di sigarette in vecchi pirottini da budino confezionato. Briciole di patatine a centinaia, a migliaia sul cuscino. Scene di vita studentesca; di certo non quello che pensavo sarebbe stata la mia esistenza a trentadue anni.
Spengo la tv e torno ad ascoltare la coppia di vicini. Ci stanno ancora dando dentro, sul divano, probabilmente, perché sento il bracciolo che sbatte di tanto in tanto contro la parete. Per la precisione: contro la mia parete.
2
LEXIE
Dicembre
«Tom, dobbiamo farlo» gli dico. Forse non proprio un approccio provocante, ma insomma.
Lui è seduto sul divano, in maglietta e pantaloni, a ficcarsi in bocca un cucchiaio di porridge con una mano mentre guarda il cellulare con l’altra. Mi tolgo il pezzo di sopra del pigiama senza aspettare una risposta perché il bastoncino ha detto che dobbiamo farlo e noi siamo schiavi del bastoncino. Tom sa che è obbligatorio anche se ha gli occhi stanchi, probabilmente farà tardi al lavoro e ha bisogno di mangiare il suo porridge.
Ma da stasera starà fuori per tre giorni, perciò è adesso o niente. E niente quando hai trentatré anni e da due cerchi di avere un bambino non è un’opzione.
Tom si toglie i pantaloni con una mano sola senza staccare gli occhi dal telefono. Quando cerchi di restare incinta impari a essere multitasking in modi che neppure immaginavi.
Sposto il porridge da una parte, stando attenta ad appoggiarlo dove non rischiamo di farlo cadere. Non è una situazione da “ti voglio adesso” ma più che altro da “ti voglio adesso perché il bastoncino dice così ma posiamo prima il porridge da qualche parte non sia mai che dei fiocchi d’avena appiccicosi finiscano sul divano”.
«Non preoccuparti» sussurro con un filo di voce. «Una cosa veloce, così non farai tardi.»
Tom manda giù ancora un boccone e aspetta fino all’ultimo secondo prima di mollare il telefono. Mezz’ora dopo che è andato via io sono ancora sdraiata sul divano, senza mutande, con le gambe in alto contro il muro, nella speranza, a questo punto probabilmente vana, che la forza di gravità mi dia una mano.
Sono rimasta incinta, una volta. Poi non è più successo.
Negli ultimi tempi penso al fatto di essere incinta non più come a qualcosa che semplicemente sei o non sei, ma a una realtà con più sfaccettature. Uno spettro, ecco, all’interno del quale mi posiziono nell’area “irrimediabilmente non incinta”.
Mi rinfilo gli slip, con cautela. Nulla che possa turbare il potenziale embrione. Infastidire lo sperma.
Mi alzo. Sento la mia vicina, Harriet, che cammina per casa picchiettando i tacchi sul parquet, fa tintinnare le chiavi, apre la porta di casa.
So che dovrei provare dell’imbarazzo, probabilmente ha sentito qualcosa, ma sono così concentrata sul mio scopo che non riesco proprio a preoccuparmene.
Inoltre giurerei di aver sentito rumori inequivocabili anche dalla sua parte, non molto tempo fa. Sesso mattutino, di quello focoso, a cui non sei capace di resistere anche se dovresti proprio alzarti e andare al lavoro. Tutto il contrario del nostro. Noi abbiamo solo spuntato una casella nella lista delle cose da fare.
3
HARRIET
Dicembre
«Incredibile quante catene di ristoranti ci sono in questo quartiere» dice Iris, usando per “catene” lo stesso tono che la maggior parte della gente riserverebbe a “centri di addestramento terroristici per bambini” e sorridendo della propria acuta osservazione. «Non ti pare?»
Mi pare.
Bevo un sorso di vino e sento le guance bruciare. Lei pensa che il posto dove vivo sia imbarazzante. Pensa che io sia imbarazzante. Tutti qui ne sono convinti. Stasera non ho fatto altro che continuare a riempire il mio bicchiere di vino e la stanza sta cominciando a girare. Fisso Iris, cercando di metterla a fuoco.
Ma in realtà è lei che dovrebbe mettere a fuoco me. Perché la verità è che lei, che loro, non hanno idea di chi io sia veramente. Di cosa sono capace, di quale sia il mio vero nome, la mia vera identità. Di cosa ho dentro, di quel che ho fatto quasi tre anni prima che mi conoscessero.
Ma anche in questo momento, attraversata da un moto di rabbia e frustrazione nei confronti di chi mi circonda, non posso negarlo: io amo Islington. Prendi una persona socialmente imbranata, mettila nel cuore di una delle zone più animate di Londra e sarà amore a prima vista. Niente chiacchiere del più e del meno col macellaio o il fruttivendolo. Niente ristorante preferito visto che intorno a casa ce ne sono almeno sessanta e in ogni caso non fai a tempo ad affezionarti che già il locale ha cambiato gestione ed è diventato, chessò, un bar specializzato in Spritz. E, anche se non conosci nessuno in zona, non verrà considerato strano, perché è così che vanno le cose qui. Il posto perfetto per avere dei segreti. Per nascondersi.
Il tono di sufficienza di Iris non basta a offendermi. Un paio di drink dopo sto parlando con ingiustificata sicurezza dei rivolgimenti politici nell’Inghilterra degli anni Ottanta, dimenandomi sulla sedia su un sottofondo di musica pop degli anni Duemila. Sono molto ubriaca, sono spesso molto ubriaca, e sto ridendo. Una risata vuota, dato che la conosco appena la gente con cui sto ridendo.
Accanto a me sul divanetto c’è un uomo, Jim, “incredibilmente talentuoso”, gay, che afferma spesso, a gran voce, di essere un introverso. Di fronte ho Maya, che sta centellinando il suo bicchiere di Pinot nero da un paio d’ore nonostante il mio tentativo di riempirglielo di nuovo, di farla sciogliere un po’, di scuoterla dal suo torpore. A terra, a piedi nudi e con le ginocchia contro il petto, ci sono Buddy e Iris, che abitano a Hackney e che probabilmente di nome di battesimo fanno Sarah e Pete, che raramente escono di casa senza assicurarsi di avere una copia di un qualche libro di Proust che spunta dalle loro borse. Sul caschetto scuro e luccicante di Iris è tristemente posato un cappello da Babbo Natale.
Mi guardo intorno studiandoli a uno a uno e cerco di sentire qualcosa, ma non provo assolutamente niente. Anzi, no, provo qualcosa che è ancora peggio di niente: sento un dolore sordo alla bocca dello stomaco che è sicuramente imbarazzo e tristezza per il fatto che questa riunione a casa mia è l’opposto dell’amicizia.
Buon Natale del cazzo.
Ho conosciuto tutte le persone attualmente accalcate nel mio salotto soltanto il mese scorso. Scrivo canzoni, stiamo lavorando a un musical insieme e li ho invitati a bere qualcosa da me per festeggiare il Natale. Per l’amor di Dio, ho persino messo i festoni e tutto quanto.
Lo faccio sempre, con tutti quelli con cui lavoro. Di solito prima di trovare una data che vada bene la cambiamo tre o quattro volte, e in genere le scuse che vengono fuori sono improbabili, ma io non demordo. E alla fine non possono fare altro che capitolare.
L’anonimato della città mi attrae, mi fa star bene, ma la verità è che ci provo a smettere di desiderarlo. Perché vorrei trovare un posto in cui sentirmi a mio agio, a casa, ma non è ancora successo, nonostante siano passati quattro anni da quando ho lasciato la mia città natale, Chicago. Sto cercando disperatamente di avere una vita sociale. Ma a volte penso che, quando hai alle spalle una storia come la mia, sia pressoché impossibile riuscire ad avvicinarti davvero alle persone. È troppo rischioso. Bisogna mettersi troppo a nudo.
Per ora sto perdendo. Ma non smetto di provare.
«Allora, Harriet, frequenti qualcuno?» chiede Jim l’Introverso ad alta voce, in tono quasi scocciato, facendosi largo sgarbatamente nei miei pensieri.
Scuoto la testa e riempio il mio bicchiere di vino.
«No, Jim» farfuglio, anch’io a voce bella alta, mentre il vino mi sciaborda nel calice. Da un po’ non sto più rabboccando i drink degli altri, mi viene in mente. «Sono single.»
Oh, sono molto, molto, molto single. Infelicemente single. Non sono affatto contenta di essere me. Non sono felice in mia compagnia. Sono goffa e prendo decisioni terribili e vorrei poter avere una metà in più per poter nascondere in un angolo il cinquanta per cento di me. Vorrei diluirmi, come si fa con il cordiale.
«Karaoke!» dico, spinta dal vino e dal panico al pensiero che la gente possa andarsene, e Iris e Buddy trovano l’idea divertente – diciamo “ironica” , un po’ lo spirito con cui hanno indossato i cappellini natalizi – e decidono di partecipare. Maya invece si infila la giacca di jeans e se la svigna, lanciandomi uno sguardo di pietà che mi fa avvampare mentre ci saluta. Jim infine si persuade a restare quando gli trovo una polverosa bottiglia di tequila e un bicchierino.
Questi colleghi potranno non essere una soluzione alla mia solitudine, ma forse qualcuno di loro conosce qualcuno, e quel qualcuno potrebbe essere l’uomo che sto cercando.
E poi le mie feste, così decisamente alcoliche, difficilmente finiscono soltanto con le persone con cui sono iniziate.
Accade sempre, e sta accadendo anche stasera. Di solito lascio la porta aperta in modo che i miei ospiti possano fare un salto di sotto per fumare. Ma le prime volte non avevo previsto che i miei vicini, così apparentemente scontrosi alla luce del sole, di notte potessero servirsi della stessa porta aperta per entrare da me. Per affacciarsi a vedere cosa stava succedendo. Per ascoltare un po’ di musica. Per farsi una birra....
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- VICINE DI CASA
- PROLOGO. Presente
- 1. HARRIET
- 2. LEXIE
- 3. HARRIET
- 4. LEXIE
- 5. HARRIET
- 6. LEXIE
- 7. HARRIET
- 8. LEXIE
- 9. HARRIET
- 10. LEXIE
- 11. HARRIET
- 12. LEXIE
- 13. HARRIET
- 14. LEXIE
- 15. HARRIET
- 16. LEXIE
- 17. HARRIET
- 18. HARRIET
- 19. LEXIE
- 20. HARRIET
- 21. LEXIE
- 22. HARRIET
- 23. LEXIE
- 24. HARRIET
- 25. LEXIE
- 26. HARRIET
- 27. LEXIE
- 28. HARRIET
- 29. LEXIE
- 30. HARRIET
- 31. LEXIE
- 32. HARRIET
- 33. LEXIE
- 34. HARRIET
- 35. LEXIE
- 36. HARRIET
- 37. LEXIE
- 38. HARRIET
- 39. LEXIE
- 40. HARRIET
- 41. LEXIE
- 42. HARRIET
- 43. LEXIE
- 44. HARRIET
- 45. LEXIE
- 46. HARRIET
- 47. LEXIE
- 48. HARRIET
- 49. LEXIE
- 50. HARRIET
- 51. LEXIE
- 52. HARRIET
- 53. LEXIE
- 54. HARRIET
- 55. LEXIE
- 56. HARRIET
- 57. LEXIE
- 58. HARRIET
- 59. LEXIE
- 60. HARRIET
- 61. LEXIE
- 62. HARRIET
- 63. LEXIE
- 64. LEXIE
- 65. HARRIET
- 66. LEXIE
- 67. HARRIET
- 68. LEXIE
- 69. HARRIET
- 70. LEXIE
- 71. HARRIET
- 72. LEXIE
- 73. HARRIET
- 74. LEXIE
- 75. LEXIE
- 76. HARRIET
- 77. LEXIE
- 78. HARRIET
- 79. LEXIE
- 80. HARRIET
- 81. LEXIE
- 82. HARRIET
- 83. LEXIE
- 84. HARRIET
- 85. LEXIE
- 86. HARRIET
- 87. LEXIE
- 88. HARRIET
- 89. LEXIE
- 90. HARRIET
- 91. LEXIE
- 92. HARRIET
- 93. LEXIE
- EPILOGO. Presente
- Ringraziamenti
- Copyright