42. Homo digitalis
Ciò che è virtuale è reale, e ciò che è reale è virtuale. Così, forse, potremmo riscrivere l’equazione di identità tra razionalità e realtà, formulata da Hegel nella prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto del 1821. Stiamo, in effetti, assistendo a una rapida eclisse del principio di realtà, sostituito dalla virtualità del regno dell’on line. Anche in questo caso, il SARS-CoV-2 ha accelerato e potenziato tendenze che erano già in fase di progressivo sviluppo nel modo turbocapitalistico della produzione. Al tempo del lockdown e del distanziamento sociale, ciascuno si trova confinato nella sua dimora, isolato telematicamente nella sua bolla digitale, che – dallo smartphone al terminale – fa da oblò su una realtà che è essa stessa virtualizzata: immagini, icone e video hanno spodestato la “realtà reale”; quella che, là fuori, al tempo del confinamento, è stata dichiarata fuori legge, inavvicinabile e intrinsecamente pericolosa, perché potenzialmente contagiosa.
Il virus rende “intoccabile” la realtà. Il virtuale, e soltanto esso, è pienamente sicuro: ed è lì, dunque, che deve trasferirsi la vita. La contactless society del Leviatano tecno-sanitario ha messo al bando il senso del tatto, quello che – insegna Aristotele – si distingue dagli altri perché il medio non è esterno a noi (come la luce per la vista o l’aria per l’udito), ma è in noi stessi ed è la carne vivente. Per questa ragione, con il tatto, conosciamo la realtà, l’altro e noi stessi forse più che con ogni altro senso: per certi versi ancora più che con la vista, alla quale pure, da sempre, l’Occidente assegna il primato (ἰδεῖν, “conoscere”, rinvia in greco a ὁράω, “io vedo”).
Con le parole di Agamben, «se, come si cerca oggi perversamente di fare, si abolisse ogni contatto, se tutto e tutti fossero tenuti a distanza, noi perderemmo allora non soltanto l’esperienza degli altri corpi, ma innanzitutto ogni immediata esperienza di noi stessi, perderemmo cioè puramente e semplicemente la nostra carne» (blog Quodlibet, 5.1.2021). Ci troveremmo, appunto, proiettati nella spersonalizzata e alienante dimensione del virtuale, nella sfera intrinsecamente non umana del contactless. Il nuovo ordinamento della contactless society ci impone come sola realtà praticabile quella virtuale, che è disponibile per tutti ma in forma rigorosamente individualizzata. Ciascuno può accedere alle immagini e ai video a cui tutti gli altri accedono: ma può farlo, appunto, rimanendo isolato dagli altri, senza contatto fisico, trincerato nello spazio blindato della propria dimora e della propria cella digitale.
Avvalendomi delle categorie dell’“analitica esistenziale” (Daseinsanalytik) di Essere e Tempo (1927), mi spingo a sostenere che non può esservi esistenza in senso proprio (in senso “autentico”, eigentlich, direbbe Heidegger) nella sfera del telematico disancorato dal reale. Sulle orme di Heidegger, il Dasein, l’“esserci” dell’esistenza, significa, infatti, “essere-nel-mondo” (in-der-Welt-Sein), “essere-con” (mit-Sein) altri, “comprendere” (verstehen) la realtà circostante, “prendersi cura” (Besorgen) dell’altro da sé e relazionarsi con cose che hanno per prerogativa l’“essere-a-portata-di-mano” (Zuhandenheit) e, dunque, l’utilizzabilità pratica. L’“Esserci” è anzitutto presenza nel mondo reale, tra cose e persone.
L’unica prospettiva di senso ora concessa all’homo tecnicus post-umano, isolato nella sua cella digitale, è quella del “bozzolo” tecnologico, prodotto e controllato dal sistema sanitario. L’emergenza epidemica porta, così, a compimento, in nome delle istanze dell’immunizzazione, il processo di annichilimento del legame tanto con l’altro (homo homini virus), quanto con la realtà materiale esterna, progressivamente sostituita dalla dimensione telematica del contactless.
Si compie, così, il transito dall’uomo inteso aristotelicamente come animale sociale, politico e comunitario (ζῷον πoλιτικόν) all’uomo della contactless society, il nuovo homo digitalis senza contatto con il Tu e con il mondo esterno. Egli è permanentemente connesso alla Rete internet e, insieme, disconnesso dalla realtà e dai propri simili. Desocializzazione e derealizzazione si intrecciano senza soluzione di continuità nel nuovo spazio digitalizzato della contactless society per solitudini telematiche: nei suoi spazi, ciò che è off line non esiste, è un puro ens imaginationis.
A ben vedere, questa nuova forma di socievolezza insocievole, che fa sì che gli individui siano connessi nell’atto stesso con cui sono isolati, è una forma di monachesimo digitalizzato: ciascuno è asceticamente rinchiuso nella propria cella elettronica, distanziato dall’altro e dalla realtà. Ma è anche un’inedita forma elettronica del panopticon benthamiano, in cui ciascuno, immerso e isolato nella propria bolla digitale, non ha rapporti reali con gli altri ed è senza tregua potenzialmente osservato dalle centrali del potere: e ciò anche grazie a quelle pratiche di tracciamento digitale, sempre giustificate in nome della securitas, la cui messa in discussione costerebbe a chi osasse non accettarle supinamente l’infamante accusa di potenziale nemico pubblico. «Hai forse qualcosa da nascondere?»: è questa la domanda che usualmente viene posta a chi faccia valere qualsivoglia riserva rispetto al crollo contemporaneo della privacy e della linea divisoria tra pubblico e privato.
Come evidenziato da Innocenzo Cipolletta nel suo studio La nuova normalità. Istruzioni per un futuro migliore (Laterza, Roma-Bari 2021, p. 143), prende forma l’inedita figura della “vita da remoto” o, se si preferisce, la digitalizzazione dell’intero mondo della vita. Parafrasando Cartesio, l’animal virtuale che dunque siamo è sempre on line: riceve ininterrottamente flussi di informazioni di un reale dal quale è isolato (e che, paradossalmente, ammettendo l’intervento del genius malignus cartesiano, potrebbe addirittura non esistere più) e che, a rigore, è stato integralmente sostituito dalla sua narrazione e dalle sue immagini virtuali. Isolato nella sua cella digitale, l’homo digitalis non ha rapporti e contatto con il reale, ma sempre e solo con le immagini del reale che riceve per il tramite dei suoi apparati tecnici.
In tal guisa, si eclissa la possibilità stessa dell’esperienza come experiri, come “sperimentare” ciò che ci circonda: il principio dell’esperienza, della Erfahrung come “viaggio” di sperimentazione del reale, è sostituito dalla fede nelle immagini che vediamo apparire sui tablet e sugli smartphones, sui televisori e sulle altre molteplici centrali di diffusione del virtuale. Precorrendo il nuovo evo pandemico, nel suo libro dal titolo Reale e virtuale (1994), Tomás Maldonado evoca il “rarefatto mondo delle non-cose” come nuovo orizzonte di vita degli abitatori del virtuale e dei fruitori delle e-things. E, ancora, sottolinea come la “dematerializzazione” e la “fantasmagorizzazione” ne siano le cifre quintessenziali. Sviluppando le intuizioni di Maldonado, potremmo asserire con diritto che stiamo assistendo al transito dallo ζῷον πoλιτικόν al nuovo animal virtuale e, insieme, alla traslazione della società reale nello spazio dell’elettronico e del digitale: dalle realtà condivisa, che – come sapeva Eraclito – è una e comune a tutti, alla realtà virtuale, che è riprodotta in forma singolarizzata sul dispositivo tecnico di ciascun ergastolano della bolla elettronica.
La stessa idea di “esperienza condivisa” si ridefinisce in forma individualizzata. Infatti, con la “condivisione”, che è poi una delle funzioni delle piattaforme digitali come Facebook, non si fa più, come sempre è stato, un’esperienza insieme, nello stesso tempo e nello stesso spazio: al contrario, ciascuno fa, isolato rispetto all’altro, la sua medesima esperienza, secondo quella che, con diritto, potrebbe assumersi come l’immagine più caratteristica della nuova società contactless degli eremiti di massa. La società si decompone, così, nella pluralità irrelata delle solitudini telematiche e delle “bolle sociali” (social bubbles) degli atomi connessi all’internet e sconnessi da ogni realtà comunitaria.
In questa nuova monadologia del virtuale, retta sul principio del distanziamento sociale e dell’estinzione dell’esperienza tattile, troviamo il lavoro, che si fa smart working. Rinveniamo, poi, la scuola e l’università, che trapassano in e-learning da casa. Reperiamo, ancora, la sfera del diritto, con le udienze dibattimentali che si svolgono in versione smart al cospetto di avvocati in toga connessi via web da casa. Infine, perfino l’ambito religioso, da sempre il più restio ad adeguarsi alla mondanità, si è adattato alle forme operative del virtuale, sviluppando l’inedita forma delle messe in streaming.
Se, seguendo Aristotele, l’uomo è, per sua natura, uno ζῷον πoλιτικόν, fatto per la vita comunitaria, e, ancora, uno ζῷον λόγον ἔχον, portatore di ragione e di dialogo, la nuova società forgiata dalle élites liberiste del capitalismo terapeutico si pone, eo ipso, come una guerra contro la natura umana in nome di un nuovo ordine biopolitico e post-umanista; un ordine che polverizza l’essenza dell’uomo, lo istupidisce e lo fa regredire ad atomo telematico e senza nessi sociali, in cui la razionalità riflessiva è annullata sotto i colpi dell’emotività e del terrore indotto e amministrato dal potere stesso. Sicché la stessa lotta di classe tra Servo e Signore, al tempo del Leviatano tecno-sanitario, si riconfigura anche come una lotta tra “umanesimo” del polo dominato e post-umanesimo del blocco dominante. La resistenza degli oppressi contro gli oppressori diviene, allora, anche inaggirabilmente una lotta tesa a difendere la natura umana, la sua dignità e il suo splendore contro la sua cancellazione, teoricamente propugnata e concretamente attuata dal ceto egemonico e dal suo ceto intellettuale di completamento. Il post-umanesimo è, per dirla à la Lenin, la “fase suprema del capitalismo”, il naturale approdo biopolitico della open society del globalismo mercatista.
43. Il mondo vero divenne favola. Critica delle relazioni elettroniche
Con la “digitalizzazione” delle relazioni, il distanziamento fisico diviene un effettivo distanziamento sociale: basti considerare il fatto che le relazioni elettroniche implicano sempre che il soggetto resti solo davanti al suo terminale o davanti al suo telefono cellulare. Le relazioni elettroniche proposte dal regime tecno-sanitario e dal lockdown sono, allora, un succedaneo illusorio della relazione sociale “in presenza”, che finge di mantenerla viva nell’atto stesso con cui la annulla.
Il calore affettivo di un abbraccio, di un bacio o di una carezza, ma poi anche la portata sociale pratica di una contestazione di piazza o, al limite, di una rivoluzione non possono essere sostituiti dalla relazione elettronica: che, appunto, può unicamente servire in chiave ideologica a destare l’illusione di socialità in assenza di socialità reale. Le relazioni digitali, infatti, isolano gli individui fingendo di unirli. Più precisamente, la comunicazione digitale connette in Rete, ma nello stesso tempo isola: l’annullamento delle distanze che produce non genera alcuna vicinanza reale. La relazione è sostituita dalla connessione e da una comunicazione in cui sono assenti il prossimo e la vicinanza con l’altro.
L’homo digitalis del nuovo capitalismo pandemico coincide, di fatto, con la figura dell’hikikomori, del giovane nipponico rinserrato nella propria stanza e incapace di stabilire connessioni con i propri simili se non attraverso lo schermo del proprio terminale. È condannato all’isolamento domestico o, per usare una formula forse più smart, all’home prisoning, e, insieme, alla relazione telematica mediante dispositivi – “reti sociali”, “piattaforme”, ecc. – utilizzando i quali a) è permanentemente controllato; b) è impossibilitato ad aggregarsi in forme comunitarie e magari anche contestative; c) genera profitto per i colossi del Big Tech che gestiscono quei dispositivi e fanno business mediante i dati comportamentali (da Facebook a Zoom, da Twitter a Skype).
Lungi dall’essere un medium neutro, internet esprime già una sua precisa struttura di potere, signoreggiato com’è da quei colossi del digitale che rappresentano l’essenza stessa del nuovo “capitalismo della sorveglianza”. Esso, oltre a estrarre senza posa plusvalore dalle nostre attività telematiche, all’occorrenza “stacca la spina” mediante la chiusura del profilo a quanti, per una ragione o per un’altra, risultino difformi rispetto all’ordine vigente. Secondo l’intuizione della Psicopolitica di Byung-Chul Han, il pan-opticon di Bentham si rovescia nel nuovo ban-opticon delle reti sociali e dei nuovi desaparecidos algoritmici.
Anche in ciò affiora in modo adamantino la funzione politica della digitalizzazione della società. Le piazze reali, ove concreti e più difficilmente controllabili sono i discorsi e gli incontri, sono dichiarate impraticabili per via della pericolosità del contagio. E, insieme, si sostiene che il diritto di assemblea non è sospeso, ma soltanto traslato nell’agorà virtuale: qui, tuttavia, tutto quel che diciamo e scriviamo è tracciato e osservato, ogni dibattito è promosso o occultato (secondo la pratica dello shadow ban) dagli algoritmi e ogni voce dissonante tende a essere oscurata dalla violenza invisibile dell’intelligenza artificiale.
Sarà sufficiente non aderire all’ordine mentale egemonico per venire estromessi dalle “piazze virtuali” dei social networks, vedendosi chiudere istantaneamente il profilo con l’infamante accusa di essere diffusori di “contenuti pericolosi” e di “disinformazione medica” (così è ostracizzata ogni voce variamente critica rispetto al regime tecno-sanitario). Trattato alla stregua di un nemico della salute pubblica o di un soggetto patologico, il dissenziente è destinato a “sparire come un sasso nell’oceano”, per riprendere la bella immagine di Gramsci, e a trovarsi “tumulato” in casa. Una piazza in tumulto, una manifestazione pubblica, un convegno di dissenzienti non si spengono con un click, come invece accade con i canali, con i profili e con le piattaforme della società digitalizzata che sempre più si pretende di trasformare in solo spazio sociale consentito.
Ne scaturisce l’inedita figura di una società a sorveglianza totale, abitata da individui reclusi nelle loro dimore, liberi di comunicare telematicamente a patto che non violino i capisaldi dell’ortodossia. Ciascuno – come suggerito da Agamben (La follia di Hölderlin, Einaudi, Torino 2021) – è condannato a rivivere in prima persona l’esperienza dell’isolamento della torre in cui venne confinato Hölderlin, in preda a una follia che appare «del tutto innocente rispetto a quella in cui un’intera società è precipitata senza accorgersene».
Che, nel 2021, i colossi Big Tech di Twitter e Facebook si spingessero a rimuovere i profili digitali dell’uscente presidente statunitense Donald Trump è la prova, oltretutto, dello sconfinato potere di suddetti colossi, non rispondenti alla politica e, anzi, in grado di condizionarla profondamente. Essi si muovono in quella terra nullius del digitale post-nazionale nei cui spazi sempre più palesemente non vi sono norme che non coincidano con l’arbitrio dei proprietari privati delle piattaforme digitali: quod principi placuit, legis habet vigorem.
Ha scritto Agamben che «l’attuale emergenza sanitaria può essere considerata come il laboratorio in cui si preparano i nuovi assetti politici e sociali che attendono l’umanità» (blog Quodlibet, 6.4.2020). Mai, in tempi recenti, era stato allestito un tanto grandioso esperimento sociale biopolitico di riorganizzazione della società e delle relazioni che la innervano: esperimento che trova, di fatto, il suo momento culminante nella decostruzione dei rapporti tra i viventi. Figurando come un vero e proprio “laboratorio per le scienze sociali” (cfr. AA.VV., Covid-19: un laboratorio per le scienze sociali, Carocci, Roma 2021), l’ingegneria antropologica attuata dal dispositivo emergenziale del Coronavirus ha portato a compimento un vecchio sogno del capitale: ha posto in essere l’eliminazione dell’altro o, se si preferisce, l’abolizione del prossimo.
44. La distruzione della scuola. Un vecchio sogno del capitale
Già in atto da tempo, la distruzione della scuola è uno dei principali sogni del turbocapitalismo post-borghese quale si è venuto costituendo a partire dalla data-sineddoche del 1968. La distruzione dell’elemento borghese e la creazione di un capitalismo assoluto (e assolutamente antiborghese), come ho chiarito in Storia e coscienza del precariato, si regge anche e non secondariamente sulla “deeticizzazione” del mondo della vita: ossia sulla distruzione di quelle “radici etiche” (Hegel) che, tipiche della vecchia fase borghese, risultano già da tempo incompatibili con il nuovo capitalismo assoluto; incompatibili e, di più, d’ostacolo, dacché danno radicamento e stabilità sia materiale, sia immateriale rispetto a un mondo interamente reificato, che tutto riduce a merce circolante in vista dell’illimitata valorizzazione del valore.
La Entwurzelung di cui scriveva Heidegger, vale a dire lo “sradicamento” prodotto dal tecnocapitalism...