La giudicessa
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La giudicessa

Storia di Eleonora di Arborea

  1. 320 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La giudicessa

Storia di Eleonora di Arborea

Informazioni su questo libro

1350, Oristano. Eleonora è poco più che una bambina quando, allontanata dalla città dal padre Mariano, giudice di Arborea, a causa della peste e della malaria che stanno decimando la popolazione dell'isola, comprende ciò che desidera per il suo futuro. Cresciuta per diventare una donna colta e raffinata, e per fare un matrimonio di convenienza, Eleonora vede nel padre, stratega e condottiero ineguagliabile, e nella madre, donna dolce ma determinata e fedele consigliera del marito, i suoi due modelli. Un matrimonio d'amore, il loro, così inconsueto per quei tempi. Ed Eleonora vorrebbe lo stesso per sé, ma, ascoltando i racconti della madre sulla storia del regno, sente anche di voler lasciare il segno nella storia dell'amata terra in cui è nata. Come ora il padre è impegnato nella guerra per l'indipendenza dal regno d'Aragona, così anche lei vuole legare il proprio destino a quello della patria. Sembra impossibile per una donna, terzogenita con un fratello maschio a cui tutto spetterebbe, eppure sarà esattamente questo il suo destino.

Eleonora di Arborea, giovanissima, diventerà la prima e unica donna a ricoprire il ruolo di giudicessa. Sarà decisivo il suo comando per l'indipendenza dell'Arborea e, soprattutto, cambierà per sempre la storia del diritto del suo paese, aggiornando un codice, la Carta de Logu, che resterà in vigore fino al 1827. Per giungere a questo, dovrà lottare strenuamente contro chi vorrebbe relegarla al mero ruolo di moglie, quando lei è destinata a essere molto di più. Ma nulla potrà fermarla dal suo proposito: portare a compimento il sogno del padre, un regno di Arborea unito e indipendente.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858527108
Argomento
Literature

1

Oristano, 1349

Il palazzo giudicale era avvolto dall’oscurità e da un sonno tormentato e pesante come la morte. Il vento sibilava nella notte senza stelle né luna. Eleonora dormiva, rigirandosi inquieta nel letto a baldacchino troppo grande per una bambina come lei. Nel sogno, una forma strana avvolta in un ampio mantello nero la chiamava con una voce cupa e macabra e la esortava a farsi avvolgere. Quell’enorme bubbone scuro e gonfio si avvicinava fino a sfiorarle il viso e voleva prenderla con sé. Forse era quello il suo destino, non era altro che una bambina, non avrebbe mai fatto niente di importante nella vita. Ma lei sapeva invece di essere la terzogenita del giudice di Arborea, la donnicella Eleonora. Non si sarebbe lasciata prendere: non voleva morire.
Il giorno prima aveva visto una scena raccapricciante che l’aveva sconvolta. A terra, proprio davanti al loro palazzo c’era il corpo di una bambina che poteva avere circa la sua età. Giaceva supina, sul volto terreo un enorme bubbone violaceo, che lei aveva tentato di nascondere con la manina. Il vestito era troppo corto e stracciato, sporco di sangue e di chissà cos’altro. Quel corpicino era immobile, inerte, gli occhi ancora spalancati davanti all’orrore della morte. Eleonora aveva gridato di terrore. In un attimo aveva capito che la terribile mietitrice non lasciava scampo e si prendeva chi voleva, anche i bambini più piccoli, innocenti e buoni.
Ora nel suo incubo il bubbone della peste la incalzava per ghermirla. Lei voleva gridare, ma dalla sua bocca non usciva alcun suono. Allora nel sogno fece l’unica cosa che le era possibile: diede le spalle al suo orribile nemico e cominciò a correre. Sfrecciava per i lunghi corridoi e le buie stanze del palazzo con tutte le forze che aveva in corpo perché voleva allontanarsi da lui, scappare per non essere presa: lei voleva vivere.
Quando il bubbone ormai le fu addosso e lei strinse gli occhi, preparandosi all’inevitabile, si svegliò. Perle di sudore le ingemmavano la fronte; tremante restò rannicchiata sotto le coperte, il respiro corto come se avesse davvero affrontato una lunga corsa.
«Sono viva» mormorò. «È stato un sogno, non devo aver paura.»
Cercò di calmarsi, ma fuori il vento si fece all’improvviso più impetuoso, il sibilo sempre più forte e sinistro mentre la voce del bubbone le risuonava nella testa con il suo invito a lasciarsi prendere e a morire di peste.
Lei si tappò le orecchie per non sentire. Quella sensazione e quel sibilo persistente la spaventavano e la confondevano. All’improvviso una violenta folata spalancò la finestra e l’oscurità densa della notte si riversò nella stanza. Quel cielo buio aveva il colore della morte, quella era una notte di terrore e di paura: come resistere fino al mattino, quando finalmente il palazzo si sarebbe svegliato ai primi raggi del sole?
Si ricordò allora che non era sola: con lei c’era Mena, la sua amica più cara; poteva sentirne il respiro rilassato e tranquillo provenire da un angolo della stanza. La chiamò, sussurrando il suo nome. Mena si svegliò appena e nel dormiveglia con voce impastata chiese: «Cosa c’è, Eleonora?».
«Ho paura che la peste mi prenda» disse la figlia del giudice.
Allora Mena sbatté più volte le palpebre, si stiracchiò e infine si alzò dal letto, si avvicinò a Eleonora con un timido sorriso e le disse: «Se vuoi posso dormire con te. Così ci proteggeremo».
Eleonora non riuscì a trattenere un sospiro di sollievo e sussurrò un «grazie» colmo di gratitudine. Scostò le lenzuola per farle posto, dopo di che si abbracciarono strette, come avevano sempre fatto fin da piccole, cercando il sostegno reciproco nei giochi, nei sogni, nelle speranze, negli incubi e nelle paure. Molto presto Mena si riaddormentò e il suo respiro ritmico e regolare fu un conforto per Eleonora, che cominciò a sentirsi più sicura. Comunque fosse andata, non sarebbe morta da sola. Tuttavia la paura non l’aveva abbandonata completamente e il sogno era stato tanto vivido che sentiva ancora su di sé lo sguardo del bubbone, che la osservava pronto a ghermirla.
Il giudicato di Arborea era stretto dalla morsa della peste già da alcune settimane e nessuno aveva trovato un rimedio: alcuni pregavano, altri speravano, qualcuno cercava di fuggire, altri si controllavano più volte al giorno, per vedere se sul loro corpo non fosse spuntato qualche strano segno, il marchio della fine. Di certo quella notte, qualcuno sarebbe morto per strada, e ne avrebbero ritrovato il cadavere solo al mattino; dopo averlo caricato su una carriola già colma di altri cadaveri, gli avrebbero dato una degna sepoltura, che per i più sarebbe stata nelle fosse comuni. Questo annunciava un cielo così nero di morte.Anche nel palazzo più bello e ricco di Oristano, il palazzo del giudice Mariano, la cupa mietitrice avrebbe sfiorato tutti, reclamando le sue vittime. Per la piccola Eleonora si era trattato solo di un incubo, e presto avrebbe trovato rifugio e conforto tra le braccia dei genitori.
Suo padre, il giudice Mariano, era il suo modello, il suo eroe. Un guerriero invincibile che combatteva e aveva ai suoi ordini tutta l’Arborea. Quando pensava a lui lo vedeva a cavallo, fiero e imponente, che percorreva le strade del giudicato controllando i raccolti e le coltivazioni, mentre salutava con la mano i contadini e il popolo. Oppure lo immaginava mentre impartiva ordini precisi ai capitani dell’esercito, sconfiggendo i nemici con coraggio e destrezza. I sudditi lo servivano con amore, perché lo ritenevano un uomo giusto, saggio e perché lui li trattava più da amici e compagni che da sottoposti. Inoltre Mariano offriva loro un sogno impagabile: l’indipendenza. Voleva che il giudicato di Arborea fosse libero e desiderava per sé un ruolo di principe, non di semplice vassallo agli ordini del re Pietro di Aragona. Che riuscisse o meno in questa impresa poco importava al popolo che ne aveva profonda stima e rispetto. Per Eleonora il padre incarnava i valori che lei stessa avrebbe voluto possedere, se il destino le avesse concesso di vivere e diventare donna.
Se da una parte ambiva a crescere giusta, imparziale e coraggiosa come suo padre, dall’altra desiderava assomigliare a sua madre per la dolcezza, la sensibilità e la raffinatezza. Nessuna donna era migliore di lei ai suoi occhi. Timbors non solo era bella, con lunghi capelli castani e occhi verdi, ma anche intelligente e di nobili natali, poiché proveniva da una blasonata famiglia catalana. All’epoca del suo matrimonio con Mariano, le nozze tra i rampolli delle casate di Arborea e di Aragona erano frequenti e rinsaldavano il forte legame che esisteva da tempo. Tuttavia Timbors, una volta divenuta “donna de Logu”, cioè moglie del giudice, non esitò a dimenticare le sue origini e il suo re per dedicarsi totalmente alla causa dell’Arborea, la regione che l’aveva accolta come giovane sposa e madre e l’aveva resa felice. Quella terra lontana dalla sua patria d’origine, che aveva come bandiera l’albero verde sradicato in campo bianco, l’aveva conquistata e ora ne faceva parte, condivideva i sogni di indipendenza del marito e lo appoggiava nelle sue decisioni.
Eleonora sapeva bene che il suo destino era quello di sposarsi e dare alla luce dei figli e, sebbene lo accettasse, le si spezzava il cuore al solo pensiero di separarsi dai genitori, dalla sua famiglia, ma soprattutto dalla sua amata Sardegna, la terra dei vigneti e degli ulivi. Ma avrebbe fatto ciò che le si chiedeva, e avrebbe amato suo marito come sua madre Timbors amava il giudice Mariano. Tuttavia, nonostante il futuro la vedesse sposa e madre, Eleonora sentiva che suo padre stava lasciando per lei una scia che la chiamava a seguirne l’esempio. Sì, la attirava in un modo irresistibile, come faceva il suo incubo, il bubbone paonazzo. Non sapeva distinguere quale richiamo fosse più forte tra i due, ma una cosa era certa, voleva vivere e realizzare qualcosa che lasciasse il segno, se non nella storia, quantomeno nella sua amata Arborea. Per questo nel sogno correva a perdifiato, mentre il cuore accelerava i battiti, sempre di più, fino a scoppiarle in petto. Ma meglio morire così, aveva pensato in un attimo, piuttosto che essere avvolta da quel terribile male.
Invece si era svegliata ed era in camera sua, abbracciata stretta a Mena e ora si sentiva protetta e sicura. La sua amica era di qualche anno più grande di lei, figlia del generale Gavino, il più fedele e il più coraggioso tra tutti i capitani del giudice. Mena era stata scelta per essere la dama di compagnia di Eleonora e le era stata affiancata fin da piccola perché diventasse una presenza costante e sicura nella vita della più giovane delle figlie di Mariano. Era una bambina rotondetta e piuttosto bassa per la sua età, con un bel viso ovale su cui risaltavano i grandi occhi scuri e una bocca piccola sempre pronta ad aprirsi in un sorriso. Aveva un carattere aperto e solare, ma nello stesso tempo era equilibrata e giudiziosa, come richiedeva il suo ruolo.
Trascorrevano insieme le loro giornate e Mena era una presenza costante in qualunque attività di Eleonora: giocavano a palla, a saltare la corda e con le bambole di pezza, di notte dormivano nella stessa camera… solo per i pasti erano separate, in quanto i figli del giudice stavano a tavola con i genitori. L’appoggio e l’affetto dell’amica erano fondamentali per Eleonora. Perciò rimase rannicchiata contro il suo corpo, concentrata sul respiro di lei perché, finché il petto si abbassava e si alzava, aveva la garanzia di essere viva e che non si trattava di un sogno. Mena dormiva profondamente e non si scostò, ormai abituata a quella presenza incollata alla sua schiena. Anche per lei era rassicurante dormire così, un modo per trovare conforto dalla vita incerta e pericolosa del padre Gavino, che poteva morire in battaglia in ogni momento, riempiendo d’angoscia sua madre.
Eleonora sapeva che non sarebbe bastato tutto ciò a difenderla dalla peste: sapeva che quel male non guardava in faccia nessuno, né temeva il sole e il giorno, o la complicità delle tenebre. Vedeva fin troppo bene cosa accadeva nelle strade dell’Arborea. Quando era scoppiata l’epidemia i suoi genitori avevano ordinato tassativamente che tutti e tre i loro figli rimanessero a palazzo e non uscissero per nessuna ragione, perché in quel modo il rischio di contagio sarebbe stato minimo. Il giudice Mariano e sua moglie non volevano perdere i propri figli. Tuttavia il loro ordine non poteva impedire ai donnicelli di assistere dal palazzo a ciò che accadeva per strada, di avere, se pur da lontano, il loro primo contatto con la morte. Eleonora aveva visto così tanti, troppi cadaveri… Tuttavia non voleva smettere di guardare, voleva sapere, cercare di capire, anche se quella vista la colmava di terrore.
Le strade di Oristano ora pullulavano di morte: quelle stesse strade che fino a poco tempo prima erano piene di vita, di voci a volte allegre, a volte concitate, a volte arrabbiate, erano diventate uno spettacolo terribile di desolazione e rovina. Insieme ai suoi fratelli, Ughetto e Beatrice, e al precettore che le teneva sempre un braccio intorno alle spalle quasi a proteggerla, guardava quello scenario terrificante. Dalle finestre del palazzo giudicale, osservavano sgomenti le vie colme di cadaveri: erano uomini, donne, bambini, nessuno veniva risparmiato, i loro corpi devastati mostravano i segni della malattia, le orrende macchie scure e tumefatte dei bubboni che scoppiavano e imputridivano.
I becchini passavano con i carri colmi di cadaveri, recuperati dalle case e dalle strade: li accatastavano come fossero legna da ardere, fino a formare un mucchio informe. Spesso i barocci erano già pieni e non si fermavano, così quei corpi martoriati dovevano aspettare che ne giungessero altri più vuoti, che li portassero fuori città per essere bruciati.
Senza saperlo, quella notte Eleonora stava combattendo la sua prima battaglia, lo scontro fra la sua peggiore paura e la sua determinazione a non soccomberle. Finalmente uno sbiadito chiarore si insinuò nella camera, accompagnato dai consueti rumori del mattino: il gallo che cantava e i servi che cominciavano a tirare le tende per arieggiare le stanze. Si voltò su un fianco e guardò fuori dalla finestra. L’alba appena spuntata la riempì di gioia, un nuovo giorno aveva inizio e tutto stava riprendendo vita. Si lasciò sfuggire un lungo sospiro di sollievo e di gioia. Ce l’aveva fatta! Era viva. Non sapeva ancora per quanto, ma almeno aveva passato la notte, di giorno era tutto più facile. Si sentiva davvero coraggiosa per aver affrontato il suo incubo grazie anche all’aiuto di Mena che l’aveva avvolta nel suo fraterno abbraccio. Sorrise, si toccò le guance e sentì che non aveva nessun bubbone. Scoppiò a ridere e Mena, che ancora stava dormendo, si svegliò di soprassalto; con le palpebre ancora pesanti di sonno e la voce incerta le chiese: «Cosa c’è? Cosa succede?».
Eleonora, in preda all’eccitazione, accarezzò le guance di Mena e constatò sollevata che non c’era alcuna traccia di bubbone. Esclamò entusiasta: «Ma non capisci? Siamo vive!».
Scoppiarono a ridere entrambe, attirando l’attenzione della nutrice che, sorpresa che le bambine si fossero svegliate così presto, capì che per quel giorno la sua pace, e quella dell’intero palazzo giudicale, era finita.

2

Montiferru, estate 1350

Eleonora e i suoi fratelli insieme alla madre Timbors, per ordine del giudice Mariano, si erano trasferiti a nord di Oristano, nella zona montana di Montiferru, un massiccio di origine vulcanica la cui attività, cessata ormai da tempo, aveva lasciato le sue tracce nell’altopiano di Abbasanta. Il paesaggio era molto diverso da quello di Oristano: c’erano boschi di pini e lecci in mezzo a grigie rocce basaltiche che si innalzavano all’orizzonte, e una grande ricchezza di acque sorgive, che alimentavano gli affluenti del Rio Mannu. Il giudice Mariano aveva allontanato la famiglia a malincuore per proteggerla da un’altra piaga, giunta poco dopo la peste: la malaria.
Eleonora si sentiva perseguitata da tutte quelle malattie, da cui bisognava scappare per non farsi raggiungere, ma quella che più la ossessionava era sempre la peste, l’orribile bubbone del suo sogno sembrava esserle rimasto appiccicato addosso. Nonostante per il momento lei fosse in salute, sentiva quell’ombra sempre pronta ad avvolgerla. Ma Eleonora aveva giurato a se stessa che non si sarebbe consegnata senza prima aver lasciato il segno del suo passaggio sulla terra, senza prima dare qualcosa al suo popolo, come stava facendo suo padre.
Una volta arrivati nella regione di Montiferru e insediati nel palazzo a loro destinato, Eleonora aveva preso per mano la madre e le aveva chiesto: «Madre, perché nostro padre non è venuto con noi?».
«Non può, tesoro,» le aveva risposto dolcemente Timbors «è impegnato in battaglia. Lo sai che vuole rendere l’Arborea indipendente, libera dal re Pietro.»
«Ma perché questo è tanto importante?» domandò lei.
Vedendo negli occhi della figlia tanto interesse, a Timbors venne un’idea e disse: «Risponderò a questa domanda non solo a te, ma anche ai tuoi fratelli. Ma poiché la risposta è lunga, da stasera ci riuniremo tutti insieme e io poco alla volta vi racconterò perché vostro padre sta combattendo e da dove nasce questo conflitto».
Così iniziò una piacevole consuetudine e ogni sera si riuniva in biblioteca la comitiva formata da Timbors, Ughetto, Beatrice, Eleonora, il capitano Azzone de Buquis, la nutrice, il falconiere e oltre a loro i tre bambini compagni di giochi dei figli del giudice e cioè Bernardo, Mena e Batora. Bernardo era il fratello maggiore di Mena ed era stato scelto come compagno per Ughetto, il primogenito e futuro successore del giudice. Era un ragazzino molto spigliato e coraggioso, amava imparare l’arte del combattimento e si allenava con il donnicello nell’arte della spada. Aveva gli stessi occhi grandi e profondi della sorella e il medesimo sorriso sincero. Batora invece era la compagna di Beatrice e figlia di un consigliere del giudice, una ragazzina molto dolce che si adattava bene al carattere docile della sua donnicella.
Mentre il vento fresco della sera entrava dalle finestre aperte, Timbors, con l’aiuto del capitano, del falconiere e della nutrice, narrava la vera storia di tutta la famiglia e spiegava perché il giudice Mariano fosse così deciso a rendere l’Arborea uno stato indipendente. I tre donnicelli ascoltavano rapiti quelle storie ricche di emozione, nobiltà, lealtà ma anche tradimento, delusione e sconfitte. A Timbors e al falconiere non sfuggiva che la più interessata fosse Eleonora. Sebbene fosse la più piccola, sembrava immergersi nelle loro parole e vivere in prima persona quei racconti. Quella tradizione, che sarebbe durata a lungo, le avrebbe insegnato non solo i motivi per cui il padre combatteva, ma anche a conquistare il cuore dei sardi.
La madr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA GIUDICESSA
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. Nota storica
  37. Nota dell’autrice
  38. Ringraziamenti
  39. Copyright