Dalla parte sbagliata
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Dalla parte sbagliata

  1. 384 pagine
  2. Italian
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Dalla parte sbagliata

Informazioni su questo libro

Quando Anthony Amaro fu dichiarato colpevole e condannato all'ergastolo, nessuno pareva avere dubbi: era lui il serial killer responsabile della morte di sei donne in soli sette anni, lui la mente disturbata che lasciava la propria firma rompendo gli arti alle vittime dopo averle uccise. Ma ora, dopo quasi vent'anni, il passato sembra tornare per reclamare un'altra verità: il corpo della psicoterapeuta Helen Brunswick, un tipo di donna molto diverso dalle ragazze perdute solitamente scelte dal killer, viene ritrovato nel suo ufficio a New York, una bambola di pezza con le ossa rotte.
Nel frattempo, in carcere, Amaro riceve una lettera anonima. Chiunque l'abbia inviata, conosce il dettaglio delle ossa spezzate post mortem, un'informazione sempre rimasta riservata. Per gli avvocati di Amaro, questa è la prova della sua innocenza. A lavorare alla sua scarcerazione, per uno strano gioco del destino, c'è anche la giovane avvocatessa Carrie Blank, legata a quella vicenda da un terribile passato: Donna, una delle vittime, era sua sorella. Ma Carrie non è la sola a cercare la verità. Il caso viene affidato infatti alla detective Ellie Hatcher, chiamata a riesaminare l'indagine che aveva condotto alla condanna di Amaro. Per trovare le risposte che cercano, le due donne dovranno riportare alla luce oscuri segreti, che il tempo sembrava aver cancellato per sempre.Dopo Non dire una bugia, la detective Hatcher è ancora una volta protagonista di un thriller intricato e trascinante, capace di farci riflettere sulle scelte che siamo obbligati a compiere e sugli errori cui non possiamo più rimediare.

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Informazioni

TERZA PARTE

Libertà

27

Linda l’aveva avvertita che lavorare sul campo sarebbe stato difficile, ma forse nemmeno lei poteva prevedere quanto Carrie sarebbe stata ricercata appena si fosse diffusa la voce del suo ritorno a Utica. Quando arrivò con Thomas al Governor Hotel per il check-in, la reception aveva già due messaggi per lei da parte della madre e tre da Melanie. Era sera inoltrata, non poteva certo sperare di mettersi in contatto con la polizia locale. L’idea di rivedere la madre non la esaltava, ma il lato positivo di tornare in città era poter incontrare la sua amica.
Si pentì all’istante della sua decisione quando fu Tim ad aprirle la porta. In teoria il marito di Melanie faceva il turno di notte alla cartiera di Little Falls.
Aveva perso un altro lavoro?
Riuscirono a borbottarsi un mezzo saluto quando Melanie arrivò a salvarli dall’imbarazzo abbracciando l’amica. «Sei arrivata! Evviva! Non ti vedo da quando? Dal Ringraziamento?»
«Datti una calmata» disse Tim. «Non è la seconda resurrezione di Cristo.»
A uno sconosciuto sarebbe potuto sembrare il tipico battibecco da coppia sposata, ma Carrie conosceva fin troppo bene la complicata verità. Vent’anni prima, Tim avrebbe dovuto rappresentare per Melanie poco più che un fidanzato sbagliato, un errore di gioventù. E invece la mise incinta mentre lei era ancora al liceo, facendola passare dall’essere la candidata al titolo di migliore studentessa dell’anno a una delle undici ragazze alle quali il giorno del diploma la toga faceva anche da abito premaman.
Carrie ricordava ancora la gioia di Melanie quando, il giugno dopo, Tim si era «fatto avanti» – disse proprio così – e le aveva chiesto di sposarlo. «Il mio bambino avrà un padre, non sarà il figlio di una ragazza madre.» All’inizio Carrie aveva sperato che andasse tutto per il meglio. Melanie diceva che Tim stava cercando lavoro, che l’amava e avrebbe amato il bambino.
Poi c’erano stati i primi segnali di allarme. Quando Carrie era tornata a casa dalla Cornell per le vacanze di Natale ed era passata da Melanie per vedere il bambino, aveva trovato Tim, ancora disoccupato, collassato sul divano sbronzo di gin. Sussurrando in cucina, a tarda notte, Melanie le aveva chiesto se secondo lei era possibile che un uomo amasse troppo una donna. Le aveva raccontato che Tim le stava sempre addosso, anche quando boccheggiava in cerca di aria fresca nella calura di fine estate e quando era incinta di nove mesi. E dalla nascita di Timmy Junior non faceva che accusarla di amare il bambino più di lui.
Poi Carrie era tornata alla Cornell, e lei e Melanie avevano iniziato a sentirsi di meno. Quando Bill era intervenuto per ricucire la loro amicizia, Melanie aveva buttato Tim fuori di casa e si era sfogata con Carrie su quanto la sua presenza fosse dannosa per lei e per il figlio. I continui licenziamenti. L’alcol. La gelosia. Le truffe e i problemi con la polizia.
Melanie non gli risparmiava delle critiche, è vero, ma secondo Carrie non le diceva proprio tutto. Una sera l’amica si era lasciata sfuggire che l’anno prima si era dovuta sbarazzare di un cucciolo perché Tim era troppo geloso. A quanto pareva non sopportava l’idea di condividere le attenzioni della moglie con un cane, oltre che con il figlio, e lei aveva paura che potesse fare del male al povero animale. Quando Carrie aveva insistito per sapere come mai temesse una cosa simile, Melanie si era chiusa a riccio. Carrie non l’aveva forzata oltre. Con il suo silenzio, non stava proteggendo Tim; stava proteggendo il proprio orgoglio.
Poi, cinque mesi dopo aver riallacciato l’amicizia, Carrie si era presentata a casa sua con le buste della spesa per la serata insieme che avevano cominciato a chiamare “cena di famiglia”, e aveva trovato Tim. Melanie sembrava imbarazzata, ma non aveva dato spiegazioni sul suo ritorno. Quante volte da allora Carrie si era ritrovata a chiedersi se Melanie non sarebbe stata molto meglio da sola?
Per lei, Tim sarebbe sempre stato la croce che Melanie aveva scelto di portare per tutta la vita. E per Tim, Carrie sarebbe sempre stata l’intrusa che si faceva vedere due volte all’anno e spingeva la moglie a chiedersi come sarebbe stata la sua vita senza di lui.
Era nel loro appartamento da un’ora, in un’atmosfera innaturale e imbarazzante. Lo sguardo di Melanie continuava a spostarsi dalle chiazze di sporco sul divano alle persiane rotte e alla moquette logora nel corridoio. Il momento in cui erano andati più vicini a una conversazione tranquilla fu quando Carrie chiese di Timmy Junior, T.J., che stava frequentando il college. Il viso di Melanie si accese di gioia raccontandole che aveva ottimi voti e intendeva fare domanda di ammissione all’università. A quel punto, il padre fece un rutto e si alzò per andare a prendere un’altra birra, borbottando qualcosa a proposito di uno «spreco di soldi».
Poi Melanie cambiò argomento, tirando fuori l’ultima cosa al mondo di cui Carrie aveva voglia di parlare: il caso Amaro. «Al telegiornale dicono che hanno trovato il dna di un’altra persona sui corpi.»
«Solo sul corpo di Donna, in realtà. È stato uno degli elementi chiave in tribunale. L’ufficio del procuratore distrettuale di New York sostiene che Donna e le altre vittime di qui non hanno a che vedere con la validità della condanna emessa per il loro caso.»
«Ma è assurdo! All’epoca era chiaro che sospettavano che Amaro le avesse uccise tutte.»
«Ti piace proprio giocare all’avvocato» bofonchiò Tim.
Aveva bevuto tre birre da quando Carrie si era seduta e chissà quante prima del suo arrivo. Resistette all’impulso di ribattere solo perché sapeva che Tim se la sarebbe presa con Melanie una volta rimasti soli. «Ehi, sai se il signor Sullivan ha qualcosa a che fare con il caso Amaro?» Sebbene Melanie non ne avesse mai parlato con Carrie, sapeva da Bill che il padre faceva spesso visita a lei e T.J. per assicurarsi che stessero bene. Non aveva prove certe che Tim fosse violento con loro, ma a quanto pareva un poliziotto esperto condivideva i suoi sospetti.
«Sì, sono abbastanza sicura di sì. È dolce che lo chiami ancora signor Sullivan. Ci ripete di chiamarlo Will da quando abbiamo finito il liceo.»
«Lo so, ma non ci riesco!» Chiamare i genitori dei suoi amici signore e signora, anche quando insistevano perché non lo facesse, era parte dell’assortimento completo di buone maniere che sua madre le aveva imposto. «Sai da quando ha iniziato a occuparsene?» Carrie non aveva visto il suo nome su nessuno dei documenti esaminati fino a quel momento.
«Mi sembra che abbia cominciato quando le acque si stavano già calmando. Quando hanno preso Amaro era passato più di un anno dal ritrovamento di Donna e dell’altra ragazza.»
«Stacy Myer» disse Carrie.
«Se non sbaglio il detective che seguiva il caso andò in pensione e subentrò Will. Ma mi disse che non c’era più molto da fare a quel punto, a parte risolvere qualche questione rimasta in sospeso. Era lui a tenere i contatti con le famiglie delle vittime, con la stampa e cose del genere. Voglio dire, immagino che sia stato lui a parlare con i tuoi dell’arresto di Amaro.»
«Di certo la polizia li aveva informati.» Ricordava che, all’epoca, al primo anno di università, suo padre l’aveva chiamata in dormitorio per dirle che c’era stato un arresto.
«Ti sarà d’aiuto, no? Voglio dire, conosci il detective responsabile del caso da quando eravamo piccole. Una bella fortuna!»
Carrie sorrise e bevve un altro sorso di vino. Sarebbe stata una fortuna se avesse dovuto scoprire chi aveva ucciso davvero Donna e le altre. Ma non era lì per quello, non secondo Linda Moreland, almeno. Il suo lavoro era evidenziare la cattiva gestione del caso da parte del dipartimento di Utica, e ciò che Melanie le stava dicendo confermava la teoria di Linda secondo cui la polizia locale era stata fin troppo ansiosa di lasciare che il NYPD facesse il lavoro sporco al posto suo. Invece di prendere in mano il caso e riesaminarlo da zero, il signor Sullivan aveva sfruttato il pensionamento di un collega per chiudere un’indagine senza che però si concludesse con una vera e propria condanna.
Carrie tolse la trapunta dal letto dell’albergo – un concentrato di germi, a parer suo – e si buttò sul materasso. Si sentiva esausta e adrenalinica allo stesso tempo.
Aveva riempito il bagagliaio dell’auto a noleggio con tutto il materiale del caso, ora sistemato sotto la finestra della sua camera. Le restava da esaminare un’intera scatola di documenti della difesa di Amaro. Si alzò e tolse il coperchio, osservando il contenuto. I tre bicchieri di vino bevuti da Melanie l’avevano confusa troppo per lavorare sul serio.
Sentì la tipica risata registrata di una sitcom provenire dalla stanza accanto. Pensò di andare a vedere se Thomas voleva compagnia, ma era veramente tardi e temeva che sarebbe stato inappropriato. Chiuse gli occhi e ascoltò i suoni smorzati delle battute e delle risate. Immaginò di essere di nuovo bambina e di addormentarsi sul divano mentre i suoi genitori guardavano Cin Cin. Se la sorprendevano a sonnecchiare, lei spalancava gli occhi e ripeteva che era ancora sveglia solo per poter restare in soggiorno.
Le venne in mente un altro ricordo della sua infanzia. Era estate, faceva molto caldo. Giocavano a nascondino e Carrie si era fermata per andare a prendere una brocca d’acqua in casa di Bill. Lui l’aveva avvertita di non fare rumore. Suo padre aveva fatto il turno di notte e stava schiacciando un pisolino in soggiorno, perché le camere da letto del secondo piano erano troppo calde per dormirci di giorno.
Aveva fatto scorrere la zanzariera il più silenziosamente possibile e aveva sbirciato in soggiorno mentre andava in cucina, per assicurarsi di non svegliare il signor Sullivan. Ma lui non stava dormendo. Teneva tra le mani una fotografia incorniciata e piangeva. La fondina con la pistola era posata sul divano accanto. Non aveva mai visto un uomo piangere e nemmeno un’arma così da vicino. Doveva aver fatto rumore, però, perché il padre di Bill aveva alzato lo sguardo di colpo e si era asciugato il viso.
Era rimasta paralizzata. Era troppo tardi per entrare in cucina e fingere di non averlo visto. «Va tutto bene, Carrie.» Lui aveva spostato la pistola e le aveva fatto cenno di avvicinarsi. «Bill ti ha mai parlato di sua madre?»
Girò la foto per fargliela vedere. Un signor Sullivan più giovane ma comunque riconoscibile teneva in braccio un bambino accanto a una donna con un vestito di cotone blu.
«So solo che è morta.»
Posò dolcemente la cornice sul tavolino. «Oggi fanno tre anni. Ormai Bill ha soltanto me. Non è facile per lui.»
Carrie ricordava di avergli dato una pacca sulla schiena, come faceva suo padre con lei quando era triste e non sapeva come consolarla. «Va tutto bene, signor Sullivan. Molti bambini hanno solo la mamma, Bill ha un papà. E lei è un po’ come un papà per Melanie. Le nostre mamme possono essere mamme anche per Bill. Starà bene. E anche lei.»
Quando aveva visto le lacrime nei suoi occhi, aveva pensato di aver detto qualcosa di sbagliato. Ancora non sapeva che una semplice frase, pronunciata dalla persona giusta al momento giusto, può far piangere di gratitudine.
Un attimo prima di scivolare nel sonno, Carrie capì qual era il vero motivo per cui non aveva lavorato quella sera. Stava prendendo tempo. Finché aveva ancora un mucchio di documenti da esaminare, poteva dire a se stessa di essere pronta ad affrontare i poliziotti che si erano occupati del caso. E più rimandava, più tempo sarebbe passato prima di essere costretta a infangare Will Sullivan.

28

Rogan accostò la BMW, parcheggiando dietro una station wagon con il parabrezza rotto e rivestito da pannelli di legno, due pneumatici squarciati e strati di graffiti sulla carrozzeria. L’auto abbandonata si intonava perfettamente al quartiere. Un terzo delle case sembrava vuoto, con la vernice scrostata intorno alle finestre sbarrate. L’erba dei giardini gli arrivava al ginocchio. Il tipico aspetto di un quartiere che non gradisce la presenza della polizia, soprattutto se viene da un’altra città ed è interessata a conversazioni avvenute quasi vent’anni prima.
«E io che pensavo che il Bronx fosse brutto» commentò Ellie.
«Non fa nemmeno lontanamente schifo quanto questo caffè.» Rogan fece una smorfia e lanciò la tazza di polistirolo fuori dal finestrino.
«Ma che fai, butti la spazzatura in strada?»
«Ti prego, mica ho inquinato un’oasi naturale.»
Ellie scese dalla macchina, fece il giro e ripose la tazza vuota nel retro dell’auto mentre lui apriva la portiera e usciva. «Ti saresti dovuto svegliare prima.» Bevve un altro sorso del suo caffè freddo, cercando di non sembrare troppo compiaciuta. Prima che lui le dicesse di essere finalment...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. DALLA PARTE SBAGLIATA
  4. PRIMA PARTE. Una nuova prospettiva
  5. SECONDA PARTE. Vittima numero quattro
  6. TERZA PARTE. Libertà
  7. QUARTA PARTE. L’ultimo respiro
  8. QUINTA PARTE. Donna
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright