Mistero Caravaggio
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Mistero Caravaggio

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Mistero Caravaggio

Informazioni su questo libro

Caravaggio sogna di diventare pittore fin da bambino: da quando, un giorno, scopre che con la pittura è possibile fare magie, e ogni quadro nasconde un incantesimo. Da quel momento vive con due soli amici al suo fianco: il pennello e la spada. Col pennello inventa storie, fa nascere emozioni e fa apparire oggetti meravigliosi, con la spada si fa largo nel difficile mondo dell'arte del Seicento, dove bisogna guardarsi da tutti, perché il pericolo di finire in prigione è sempre dietro l'angolo. Il suo problema è che ha un carattere forte, per cui spesso si mette nei guai da solo. Non sopporta le ingiustizie e sa bene quanto vale il suo talento, ma per affermarlo deve farsi rispettare dai colleghi invidiosi e superare le sfide che gli propongono i suoi clienti. Cardinali, nobili, papi si contendono le sue opere: quei quadri straordinari dipinti tra una serata in osteria, un pomeriggio con l'amata Lena e una mattina in tribunale. Ma un giorno del 1606 commette un errore fatale, che lo costringerà a una fuga lunga ben quattro anni. Riuscirà mai a tornare sano e salvo a casa?
Un romanzo che racconta l'incredibile storia vera di uno degli artisti più amati dal mondo intero e, insieme, svela tutti i segreti che hanno reso le sue opere immortali.

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Informazioni

Print ISBN
9788856680645
eBook ISBN
9788858526804
Ornamento di separazione

ROMA

1596
Ornamento di separazione
3

Ma dove sono finito?

Non raggiunsi Roma subito. Prima, morivo dalla voglia di visitare Venezia.
I soldi mi sarebbero bastati per restare il tempo necessario a vedere con i miei occhi quei quadri di Tiziano di cui messer Peterzano da piccolo mi aveva riempito la testa.
Appena giunto nella laguna, rimasi a bocca aperta di fronte al Canal Grande. Un vero spettacolo.
Altro che i navigli di Milano: c’era un traffico di barche a tutte le ore del giorno! Le gondole, quelle piccole imbarcazioni nere dove le dame incontravano i loro amanti nascoste sotto certe tettoie per non farsi riconoscere, i gozzi per il trasporto delle merci: stoffe, mobili, frutta, verdura, animali… laggiù arrivava ogni ben di Dio! Oppure le vere e proprie navi, come il Bucintoro, l’imbarcazione più grande che avessi mai visto. Sembrava una città galleggiante.
– Ma chi è che viaggia là dentro? Potrebbero entrarci tutti gli abitanti di Caravaggio, per quanto è grande!
Ragionavo a voce alta, parlavo da solo… quel posto era davvero meraviglioso, una festa continua.
– Ma queo s’è del Doge, el paròn della Repubblica di Venezia! – mi rispose uno sconosciuto che stava accanto a me sulla riva ad ammirare quella meraviglia.
Per fortuna un po’ li capivo i veneziani quando parlavano: anche se non ero mai uscito dalla Lombardia, mi ricordavo il dialetto che spuntava sulla bocca di Peterzano quando era molto arrabbiato e sbraitava con noi allievi della bottega.
«Ti fa le robe a la carlona!» urlava, se uno di noi sbagliava la miscela del colore.
Se tardavo a tornare da una commissione, alzava il dito indice e me lo puntava sul naso, guardandomi negli occhi. «Ara picolo che ti ze drio ciapar ’na bruta andada!» che più o meno voleva dire che avevo preso un brutto andazzo. Allora mi minacciava che avrebbe chiamato mia madre per rimandarmi a casa.
Il veneziano per me era la lingua del terrore, ma pure delle risate con i miei compagni. Suonavano veneziano i rimproveri, ma anche gli scherzi, perché quando imitavo la parlata di Peterzano i miei compagni si sbellicavano dalle risate. Mi è sempre piaciuto far divertire gli altri.
Insomma, quel giorno avevo capito che il Bucintoro era la nave del Doge, il signore di Venezia, una specie di presidente della città, uno che doveva avere davvero molti soldi, se poteva permettersi una barca con tutti quei remi e tutto quell’oro.
Tra quei canali doveva girare proprio un sacco di denaro. Lungo il Canal Grande non sapevi proprio dove guardare, tanti erano i palazzi meravigliosi di cui da fuori, la notte, si potevano spiare i saloni illuminati da migliaia di candele. C’era una festa dopo l’altra dietro quelle finestre.
Chissà quanti ordini mi sarei potuto procurare in quella città! Ma purtroppo non conoscevo nessuno e, per quanto ne sapevo, era difficilissimo farsi strada. Sicché passai moltissimo tempo da solo: visitai non so quante chiese, studiai così tanti quadri che ogni sera mi bruciavano gli occhi dalla fatica. Avevo fatto proprio bene a non accontentarmi di quello che mi aveva raccontato il mio maestro: andare alla fonte delle cose è sempre meglio. Un conto era vedere come Peterzano copiava Tiziano, un conto era scoprire dal vero i suoi quadri! Quello sfondo nero era un vero abisso, da cui le figure sembravano spuntare come se da un momento all’altro il buio potesse ringhiottirle. Certi volti, quelle mani, e poi gli abiti preziosissimi dei personaggi mi si stamparono nella memoria. Non li avrei mai dimenticati.
Con questo bagaglio in testa, mi spostai da Venezia a Roma pieno di entusiasmo.
Mai mi sarei aspettato di trovarmi in una fogna a cielo aperto.
Roma? Una palude!
Non potevo crederci, ma lo splendore, l’oro, l’eleganza e la luce accecante che avevo visto a Venezia, appena superata Porta Flaminia, sparirono all’improvviso.
Rimasi però a bocca aperta davanti all’obelisco egizio, che sembrava spuntare proprio dalla terra. L’aveva messo lì pochi anni prima papa Sisto V, perché i papi non erano soltanto preti che celebravano messe, ma potevano decidere di cambiare la città come piaceva a loro. Quell’obelisco era meraviglioso, sembrava una lancia puntata verso il cielo, lo scettro di un sovrano gigantesco. A guardarlo, provavo timore.
Ma il mio stupore durò poco, perché venni subito distratto da uno spintone.
– Ehi, ma ’ndo stai annà? Ah bello, guarda dove metti li piedi, ché qui nun c’avemo tempo da perde!
A parlare era stato un uomo che brandiva una pala. Stava scavando una buca e io c’ero quasi caduto dentro. Intorno alla piazza rimbombava un caos assurdo, sembrava che Roma stesse per essere inghiottita nel ventre della Terra. C’erano ruderi dappertutto, buche e pezzi di muri che spuntavano a destra e a manca. Molti erano antichissimi: rovine di templi, frammenti di colonne, braccia di marmo staccate dalle statue, teste mozzate da monumenti enormi. Mentre mi addentravo in piazza del Popolo, in alcuni punti non riuscivo a resistere al chiasso perché il rumore era assordante: a ogni angolo di strada c’erano operai che lavoravano alla costruzione di nuovi palazzi o alla rifinitura della cupola di una chiesa.
– Tra quattro anni Roma sarà tutta diversa.
Uno degli uomini con cui avevo viaggiato non sembrava così stupito come me in quel momento.
– Cosa intende dire?
– Come, non lo sai? Tra quattro anni sarà il 1600, l’anno del Giubileo.
Il Giubileo?
Una pietra cadde a pochi centimetri da lui, facendolo sobbalzare. Era facile rimanerci secchi: dovevi stare con gli occhi ben aperti per non cadere in una buca o finire sommerso dalla polvere di un crollo.
Intorno a noi, nello stesso tempo si demolivano gli edifici antichi e si ricostruivano quelli nuovi.
E poi era pieno di bambini che giocavano tra i ruderi, sporchi, gioiosi, saltellavano da un sasso all’altro camminando sul ciglio delle voragini come fosse la cosa più semplice e divertente da fare. Non sembrava ci fossero genitori a controllarli.
Era il posto in cui da piccolo avrei voluto vivere anch’io. Ma alla loro età io non mi immaginavo Roma così.
Quando mia mamma ci diceva che avrebbe voluto portarci tutti a Roma per il Giubileo, perché lo voleva il papa, io me la vedevo grande come una cattedrale, così ampia da poter accogliere un sacco di gente. Un posto che a confronto il Duomo di Milano sembrava una chiesetta di paese. Mamma diceva che a Roma tutti i nostri peccati sarebbero stati perdonati e ci saremmo guadagnati un posto in paradiso. E allora pensavo che dovesse essere davvero enorme per contenere tutti i peccati del mondo, se erano gravi come i miei. E mi divertiva pensare che bastava entrare in qualche chiesa per far sparire tutte le mie colpe. Un po’ mi consolava, anche.
– Ecco perché mia madre ci teneva che io venissi qui: ho così tanto da farmi perdonare!
– Guarda, la città si sta preparando ad accogliere milioni di pellegrini. Tra poco tempo qui non riconoscerai più niente di quello che vedi.
In quel momento non potevo saperlo, ma, come Roma, anche io in pochi anni sarei cambiato tantissimo…
– Ma perché costruiscono altre chiese e case, non bastano già quelle che ci sono?
– Ma no! Questa città si trasforma di continuo: non c’è famiglia nobile che non voglia rinnovare il suo palazzo. Il papa nomina sempre nuovi cardinali che vogliono abitare in una dimora prestigiosa. E pure il papa stesso, appena viene eletto, la prima cosa che fa è un palazzo nuovo.
Ogni quanto viene nominato un nuovo papa? A giudicare dalla quantità di palazzi che stavano nascendo, pensai che dovesse accadere molto spesso…
In un attimo, mi fu chiaro il motivo per cui tutti gli artisti volevano venire a Roma. Non gliene importava nulla delle chiese e dei peccati: speravano soprattutto di trovare lavoro in uno di questi cantieri. Una nuova residenza aveva un sacco di pareti da affrescare e di stanze da arredare, una nuova chiesa era piena di cappelle da decorare e altari da innalzare. Per un artista, Roma era una miniera di opportunità.
Sentii di trovarmi nel posto giusto. Finalmente avrei potuto fare il pittore!
Dovevo solo trovare il modo di farmi conoscere.
Chissà se il contatto che mi aveva dato la marchesa Costanza Colonna sarebbe stato utile.
Dentro la sacchetta con i soldi, infatti, mia mamma aveva messo anche un biglietto con il nome di un prete, Pandolfo Pucci da Recanati.
L’indirizzo diceva semplicemente “Borgo”.
Non sapevo molto di più, solo che si trovava dalle parti della basilica di San Pietro.
– Messere, io devo andare a Borgo. Da che parte si trova?
– Ah, è la cosa più facile del mondo. A Roma, tutte le strade portano verso San Pietro. Non puoi sbagliarti. Prendi questo rettilineo: quasi alla fine, laggiù, gira a destra. Percorri un’altra strada tutta dritta e arriverai al ponte. Dall’altra parte del fiume vedrai Castel Sant’Angelo. Giunto lì, vai a sinistra e sei arrivato.
A parole, sembrava un percorso molto semplice, ma a ogni passo rischiavo di essere travolto da un carro, sbattuto a terra da uno sciame di ragazzini, colpito da una scheggia o da uno schizzo di fango.
Ci misi quasi tutto il pomeriggio ad arrivare al di là del fiume Tevere: a dir la verità, il percorso era facile come mi era stato spiegato, però persi un sacco di tempo a forza di entrare e uscire dalle chiese che incontravo. Ce n’era una ogni pochi metri e io morivo dalla curiosità di scoprire cosa contenessero. Quadri, sculture, affreschi, stucchi dorati… c’era da fare un’indigestione, a Roma! Molto più che a Venezia, ero circondato dalle immagini e morivo dalla voglia di conoscerle tutte e subito. A un certo punto, quando mi accorsi che il sole stava tramontando, accelerai il passo. Attraversai il ponte di corsa e mi ritrovai di fronte all’enorme mole di Castel Sant’Angelo, uno dei castelli più strani che avessi mai visto.
Era tondo.
Sulle mura vedevo marciare i soldati e dai buchi dei bastioni spuntavano cannoni minacciosi. Era la fortezza del papa e avevo sentito dire che nessun esercito era mai riuscito a conquistarlo. Il papa poteva di certo sentirsi al sicuro lì dentro.
Ma quello che mi sorprese di più fu la statua dell’angelo in cima al castello: era il mio arcangelo Michele.
Mi sentii quasi rincuorato. Da lassù poteva controllare dove andavo e proteggermi.
Poi, però, rimasi scioccato da quello che vidi nella piazzetta di fronte. Su un palchetto era sistemata una ghigliottina, pronta all’uso. Sembrava che da un momento all’altro dovesse arrivare il boia per tagliare la testa a qualcuno. Non ne avevo mai vista una dal vero. Le persone che ci passavano accanto sembravano non farci molto caso. Io mi ten...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CARAVAGGIO. 1577
  4. ROMA. 1596
  5. NAPOLI. 1606
  6. MALTA. 1607
  7. SIRACUSA NAPOLI. 1608
  8. VERSO ROMA. 1610
  9. Epilogo
  10. Opere citate
  11. Referenze fotografiche
  12. Copyright