Siamo i luoghi che abbiamo attraversato. Un minuto, un’ora, un giorno. Siamo la casa che abbiamo abitato, la strada percorsa, la terra solcata. Siamo le stanze, i corridoi, i cortili di una vita.
Siamo i luoghi che ci hanno ospitato, registrando il nostro passaggio di spettatori con posto a sedere o in piedi. Siamo la scuola dove abbiamo imparato a leggere e scrivere, i giardini sotto casa, il mercato di quartiere.
Siamo il cinema in cui abbiamo immaginato altri mondi. Siamo la stazione dei treni, l’ospedale, il cimitero. Siamo il bar sport, il campo da calcio, la chiesa. Siamo le vie, le piazze, il teatro del mondo.
Siamo lo stadio. Non uno qualunque, siamo San Siro. È come se ci fossimo nati. A qualcuno è accaduto davvero di venire al mondo in un posto del genere.
Al mio amico Ferruccio Incerti, per esempio. Sua mamma lo partorì nella casa di guardia dello stadio Alberto Picco, impianto comunale della Spezia di cui il padre era custode. Sul campo adiacente Ferruccio iniziò a fare i primi passi, imparando a tifare prima che a parlare. Diventò calciatore tra quelle stesse mura difendendo la maglia bianca della propria città per molte stagioni, privilegio per pochi nell’universo del pallone.
Anche a me è sempre sembrato di essere nato e poi svezzato tra gli anelli di San Siro, ed è stato così anche per una folta schiera di generazioni riunite ogni domenica attorno al tempio del calcio.
In nome di una fede. È un vero e proprio pellegrinaggio quello che si ripete dal 19 settembre 1926, giorno dell’inaugurazione, una pratica devota che accompagna la ciclicità del tempo. Il rito vuole che ci si rechi da soli o in compagnia per compiervi atti speciali a scopo votivo o penitenziale, non è solo questione di perdere o vincere.
Fiocco azzurro o rosso, rigato di nero in ogni caso, uno dopo l’altro in processione abbiamo ricevuto i sacramenti, di stagione in stagione. Ci siamo sentiti chiamare con un nome nuovo e a nostra volta abbiamo fatto lo stesso con le persone che ci stavano accanto o scendevano in campo davanti ai nostri occhi. Dalla A alla Z, l’elenco è lunghissimo.
A San Siro abbiamo confessato i nostri affanni sottovoce, cantando o gridando, trasfigurandoli in emozioni. Abbiamo appreso cosa voglia dire essere in comunione con qualcuno grazie all’abbraccio in cui ci siamo fusi dopo il primo gol del quale siamo stati spettatori. Abbiamo giurato fede eterna, l’abbiamo sentita vacillare e siamo andati oltre, credendoci ancora di più. Con un anello, primo, secondo o terzo non fa differenza, ci siamo uniti in matrimonio facendoci carico dei doveri che ciò avrebbe comportato.
Dopo quasi un secolo, siamo ancora ai piedi della cattedrale del pallone, da cui per ragioni sanitarie siamo stati allontanati temporaneamente. Con l’orecchio teso a quel che vi accade dentro, proviamo a captare le vibrazioni del gioco che ieri come oggi ancora ci illude. Non è facile, manca il battito della folla e in questa assenza si sente un po’ di tutto.
Di San Siro oggi si dicono tante cose, ma soprattutto che sia tempo di rifarsi la pelle e che la questione non si possa più rimandare. Ad avere maggior interesse affinché sia così sono le proprietà fluide di Milan e Inter, lontani parenti e coinquilini destinati a restare insieme per molto tempo ancora. Si dice che solo uno stadio nuovo possa permettere di ottenere profitti in linea con quelli dei grandi club europei e rimanere competitivi.
Per qualcuno è futuro, per altri scempio. Per i primi un passo necessario, per gli altri deleterio. Rinascita o tramonto di un sogno?
San Siro è un beato di quasi cento anni a cui stiamo dicendo senza mezzi termini che deve spostarsi dal punto in cui si trova da sempre: «La tua casa è vecchia ormai! Con permesso, la rimettiamo a posto e tutto tornerà come prima! Non badare al rumore e ai calcinacci, splenderai come nuovo qualche metro più in là!».
E se non succedesse? Se si rompesse l’incantesimo? Se nel trasloco svanisse lo spirito che da sempre aleggia sullo stadio e che un giorno ci ha convertito alle sue leggi?
Alle persone anziane che cambiano casa negli ultimi anni di vita, capita a volte di non riuscire più a orientarsi tra le nuove mura. Basta un mobile spostato, una tinta differente sul muro e niente è più come prima.
Se capitasse a noi?
Per tutto questo, sono legittime le domande e resistenze dei cittadini che discutono e si dividono tra sì e no, favorevoli o contrari. Vanno ascoltate e meritano risposta. Non sono pura avversione al progresso certe levate di scudi, spesso mosse da un sentimento autentico di protezione verso uno dei luoghi più affascinanti della città e del calcio mondiale.
Se poi già prima della pandemia era difficile prevedere quali sviluppi avrebbero preso i discorsi sullo stadio di Milano, a maggior ragione lo è dopo un anno di convivenza con il Coronavirus e i cambiamenti che ha portato nelle nostre vite. Basti pensare agli spalti vuoti, ai minori incassi, ai conti in rosso dei club costretti a pensare a un modello di calcio più sostenibile.
In quest’ottica il tema di un impianto nuovo va affrontato con la consapevolezza che in gioco c’è una questione più grande. Riguarda noi e il nostro rapporto con la storia, il giusto equilibrio da trovare tra modernità e tradizione, tra ecologia e progresso.
Nel frattempo, riavvolgere il nastro dell’epopea di San Siro potrebbe aiutare. Riguardare il film di ciò che è successo, ricordando protagonisti e prodigi compiuti grazie alla santa alleanza tra spalti e campo, potrebbe essere una maniera saggia per orientarsi.
Prima di tutto per arrivare a una decisione che sia saggia e ragionevole, rispettosa anche del mondo che ruota attorno a San Siro. Nel caso poi in cui si scegliesse a malincuore di abbattere e ricostruire, per non perdere complessità e ricchezza del passato. Infine, perché il più avveniristico degli stadi potrà sempre trarre ispirazione dalle gesta dell’antenato nobile che lo ha preceduto.
In questo scenario, chiunque abbia in fondo al cuore un frammento di San Siro è chiamato a fare la propria parte. Ringraziando e restituendo al santo del football un po’ di quel che ci siamo portati via ogni volta che ci siamo lasciati torri e tornelli alle spalle. È tempo di essere giusti con lui, dandogli voce, ascoltando ciò che ha da raccontare.
Settore, fila e poltroncina sono le coordinate per far compiere alla memoria l’esercizio a cui è invitata per dare un posto preciso ai ricordi, archiviandoli con cura uno alla volta. Fare un’archeologia dettagliata del Meazza senza trascurare nulla, riportando alla luce attimi e volti dimenticati.
Io sono partito da una vecchia riproduzione in argento dello stadio a due anelli, un modellino che è sempre stato tra i soprammobili di casa e oggi è solo un po’ ossidato. Ho provato a farlo raccontare e a dargli voce come se avessi di fronte l’originale. Gli ho teso l’orecchio come si fa con una conchiglia ascoltando boati, narrazioni e nomi di quasi un secolo. Il vuoto degli spalti dovuto alla pandemia ha amplificato tutto, dando parola alla moltitudine silenziosa che ci abita da sempre.
È stato un gioco facile che ha preso il via quando il calcio è ripartito dopo il primo lockdown della primavera 2020. Dopo il calcio d’inizio non ho fatto altro che seguire traiettorie e rimpalli dei giorni andati tra gli anelli.
Mi sono ritrovato a sfogliare pagine di storia dimenticata e a riaprire gli almanacchi. Con la palla di mezzo la materia è sempre viva, reagente, si corre continuamente il rischio di inciampare e sbagliare mira. Come capitò al giocatore del Milan Ernesto “Tito” Cucchiaroni durante il derby numero 133, disputato il 6 ottobre 1957. A un certo punto, con l’Inter in vantaggio per 1-0, i rossoneri si videro assegnare dall’arbitro Concetto Lo Bello un calcio di rigore per fallo su Schiaffino.
Approfittando di quegli attimi prima del penalty, l’attaccante nerazzurro Benito Lorenzi detto “Veleno” raggiunse la propria panchina per dissetarsi. Il massaggiatore gli diede mezzo limone da succhiare che il centravanti, di soppiatto, posizionò poi sotto il pallone in attesa di essere calciato.
Nessuno si accorse di nulla, salvo qualche tifoso del Milan che a bordo campo provò a richiamare l’attenzione del numero undici rossonero pronto all’esecuzione: «Tito, il limone, il limone!». Cucchiaroni non sentì e prese la rincorsa per calciare… La palla finì fuori, lontano, per colpa di un limone.
Con San Siro di mezzo serve sempre attenzione, vietato distrarsi. Se per qualche attimo è capitato di perdermi, alla fine ho ritrovato sempre la strada. Casa nostra. Lo stadio dei sogni.
Sabato 20 giugno 2020, vigilia del primo giorno d’estate. Di solito a questo punto dell’anno lo spirito di San Siro riposa da un pezzo; dopo le fatiche di una stagione intera si ritira e prende fiato. A volte lo svegliano i decibel di qualche concerto che va in scena tra i suoi anelli, ma al solstizio d’estate il pallone non si muove più. Nessun boato, nessun goal. Salvo eccezioni.
Come succedeva nel giugno del 1990. Allo stadio Giuseppe Meazza, con la sfida tra Argentina e Camerun, prendevano il via i Campionati mondiali di calcio. Seduto al secondo anello c’ero anch’io che, come la maggior parte dei presenti, tifavo per i “Leoni d’Africa” in maglia verde, pantaloncini rossi e calzettoni gialli. Dopo una cerimonia di fanfare e bandiere, contro i pronostici che li davano battuti in partenza, furono proprio loro a prendersi gioco di Maradona e compagni, i campioni del mondo in carica.
Nello stupore generale vinsero per uno a zero gli africani, grazie alla prodezza di un giocatore sconosciuto ai più, di nome François Omam-Biyik, che con un colpo di testa spettacolare schiacciò una palla che sembrava non voler scendere mai verso il suolo. Contro la legge di gravità, oltre l’immaginazione, arrivò lui a colpirla prima di tutti, regalando al Camerun una gioia di cui ancora si sente l’eco…
Trent’anni dopo non c’era alcun Mondiale in ballo e forse le notti sembravano meno magiche di allora, ma il calcio che riprendeva dopo tre mesi e mezzo di lockdown era già un miracolo. San Siro ha capito il momento, si è rimboccato maniche e calzettoni e ha risposto «Presente!».
Prima ancora di diventare santo, secondo la tradizione cattolica Siro è il ragazzo che Gesù vede arrivare con cinque pani e due pesci. Il figlio di Dio li moltiplica davanti a una folla con la pancia vuota e gli occhi sbarrati, sfamandoli tutti. Siro decide di rimanere con lui e gli apostoli, per poi seguire san Pietro in Italia. Viene mandato a predicare il Vangelo nella Pianura Padana, e diventa così primo vescovo di Pavia e patrono della città, da cui prova a spazzare via nebbia e zanzare. Prodigio purtroppo mai riuscito.
Da quando è stato eretto il tempio del pallone a lui dedicato, altri miracoli si ripetono però senza sosta: per la sua variopinta folla, il santo palestinese incrementa instancabilmente i gol, propagando un mistero che unisce ogni popolo e moltiplicando gioie e dolori per ognuno di noi. Per popolari e distinti, con quello che ha a disposizione, con i gol e il loro mistero contrario a tutto ciò che divide e separa, san Siro fa quello che fece Gesù. Raddoppia, anzi triplica gioie e dolori.
Anche in quell’inizio estate del 2020 si è alzato dalla panchina, e stirandosi i muscoli ha assunto il suo compito senza farsi pregare: non è stato beatificato a caso!
Alla vigilia del calcio d’inizio post-Covid-19 sono tornato in campo anch’io, a recitare su un palco di fortuna. In occasione dei cinquant’anni di Italia-Germania 4-3, il mio amico Marco, sindaco di un piccolo borgo nell’Alta Langa, mi ha invitato sotto i resti di un castello a raccontare “la partita del secolo” a una platea di pochi spettatori.
Ai tempi di Messico ’70, quando mio papà era capitano della Nazionale, non ero ancora nato, ma è come se lo fossi. Volti e vicende, tutto è sempre stato familiare. E più passa il tempo più gli aneddoti sulla notte in cui battemmo i tedeschi si arricchiscono di dettagli. Nostalgia a parte, continuo a trovare testimonianze sul giorno in cui in Italia, grazie al calcio, ci fu un cortocircuito capace di illudere chi credeva in un’idea di unità che, in barba alla politica, solo lo sport talvolta riesce a sfiorare.
La notte del 17 giugno 1970 resta una delle pagine più belle della storia italiana, quella che Nando Dalla Chiesa ha definito “la notte delle prime volte”, in cui accaddero piccoli prodigi mai visti fino ad allora. La veglia per una partita di pallone; tutta la gente in strada a festeggiare senza distinzioni di classe, età, idee politiche e sesso; la prima volta del tricolore liberato dall’ideologia; la prima volta in cui l’Italia giocò all’attacco senza calcoli né tattiche di conservazione. Mezzo secolo dopo, invece, nemmeno il virus sembra averci reso immuni dalla tentazione di dividerci, noi dai tedeschi, noi tra noi, Sud contro Nord… altro che moltiplicazioni.
Dunque, bentornato tra noi, san Siro!
Ti ho ritrovato anche a Gorzegno, a un centinaio di chilometri da Cuneo, patrono di poche anime in una parrocchia che ha vissuto “un giorno di fuoco” quasi un secolo fa. È accaduta proprio tra questi vicoli la vicenda da cui Beppe Fenoglio trasse uno dei suoi racconti più celebri. Protagonista di quel fatto di cronaca fu Pietro Gallesio, che in un giorno di ottobre del 1933 fece parlare la doppietta, sparando prima al fratello poi quasi a chiunque gli capitasse a tiro, parroco compreso. Pietro Gallesio, il pazzo di Gorzegno, in realtà si chiamava Felice come mio nonno, come me, se non fosse intervenuta mia madre a suggerire una lieve correzione al battesimo.
Ecco, accanto a te, san Siro, ovunque tu fossi, mi sono sempre sentito così, felice e protetto. A Gorzegno, felice di esserci e di ricominciare. Per pensare alla prima partita di calcio che stava per tornare c’era ancora tempo, ventiquattro ore circa. Sono entrato in chiesa e ho acceso un cero votivo affidandoti pensieri e intenzioni. C’ero, c’eravamo e ancora ci saremo, con la voglia di tornare a ruggire, come ruggivano i “Leoni d’Africa” in trasferta a Milano per Italia ’90. Proprio in quei giorni la federazione camerunese ha mantenuto fede a una promessa fatta trent’anni pr...