Il fatto che Mario Draghi abbia sostituito Giuseppe Conte alla guida dell’esecutivo costituisce una svolta straordinaria per il nostro Paese. Non si tratta di un semplice cambio di Governo ma di una vera e propria rivoluzione in campo economico, nella gestione dell’emergenza Covid e persino nel gioco politico e nel futuro dei partiti.
Aver creato le condizioni per questo cambiamento è stato frutto della più difficile scelta politica della mia ormai non più breve vita politica. La più difficile, in assoluto.
Mi è capitato di fare scelte impegnative: cambiare il mercato del lavoro guidando un partito di sinistra, mettere la fiducia sulle unioni civili, io, cattolico, contro il parere di una larga fetta del Parlamento e della società civile, lottare in Europa per la flessibilità e contro l’austerity in tempi in cui certe battaglie erano quasi impossibili. Mi piace sfidare le previsioni degli esperti, quelli che ti dicono sempre con sguardo corrucciato e autorevole: «Non ce la farai mai». Dalla pedonalizzazione di Piazza del Duomo a Firenze, come sindaco, fino alla scelta di creare una casa nuova, Italia Viva, abbandonando le certezze del passato, ho spesso scelto di andare controcorrente. Di rischiare. Di sfidare le certezze e le rendite di posizione.
Ma la crisi di Governo che ha portato alla salvifica staffetta Conte-Draghi non ha paragoni possibili: è stata la decisione più complicata della mia intera esperienza politica. Perché, come racconteremo in questo diario di bordo che narra ciò che è accaduto – ma che prova anche a immaginare che cosa potrà avvenire –, noi che volevamo voltare pagina avevamo tutti contro, avevamo tutto contro. Tutti e tutto. E devo essere sincero: stavolta l’ho anche subìto dal punto di vista umano. Io che riesco a lasciarmi scivolare addosso tutto il fango, le accuse, gli insulti stavolta ho avvertito – forse per la prima volta – il peso delle cicatrici del cuore. Mi ha fatto male, stavolta. Mi ha fatto tanto male.
Nelle ore decisive siamo stati accusati in tutti i talk show e condannati per (presunta) irresponsabilità. Siamo stati messi alla gogna sui social, in un processo per direttissima senza possibilità di difesa. La frase «Non si apre una crisi in pandemia» era un dogma indimostrabile ma irrinunciabile per quasi tutti gli operatori dei media. I nostri parlamentari erano verbalmente aggrediti nei luoghi più disparati per effetto di una caccia alle streghe condotta con estrema professionalità dalla macchina del consenso del presidente del Consiglio uscente.
Ed era talmente evidente che esistesse una regia a Palazzo Chigi che una mattina – durante la crisi – le pagine ufficiali del premier sui social pubblicavano contenuti denigratori sul sottoscritto e inviti ad “asfaltare Renzi”. Si trattava di un fatto gravissimo, che peraltro costituiva una piccola, semplice, conferma di ciò che noi sostenevamo da tempo: il megastaff del premier, pagato dai contribuenti per fare comunicazione istituzionale, in realtà utilizzava soldi e mezzi dei contribuenti italiani per attaccare, ridicolizzare, denigrare avversari politici. Davanti a una svista del genere, la naturale conseguenza sono le dimissioni del portavoce del premier. Da noi invece, il portavoce, Rocco Casalino, si è lanciato in una vergognosa accusa contro imprecisati hacker. L’intelligence, peraltro direttamente supervisionata dal presidente del Consiglio, ha smentito nel modo più vigoroso un attacco hacker contro Palazzo Chigi. In un Paese civile un dirigente dello Stato che dice il falso in questo modo viene incriminato. Da noi il silenzio connivente e complice della maggioranza dei colleghi giornalisti “abbuia” immediatamente la notizia. E dire che se qualcuno si fosse preso la briga di controllare avrebbe scoperto che il gruppo rilanciato dalle pagine ufficiali della presidenza del Consiglio era lo stesso che tre anni prima aveva accompagnato la richiesta di messa in stato di accusa di Mattarella dopo il mancato via libera presidenziale a Savona come ministro del Bilancio. Cioè, tre anni dopo, Palazzo Chigi rilancia un attacco a un ex premier fatto da una pagina che aveva chiesto la messa in stato di accusa del presidente della Repubblica per alto tradimento. E Casalino dice che è colpa di un hacker. Certo, come no. Ma possibile che a nessuno questa storia sembri una notizia?
Nelle ore decisive la sintesi più brutale la facevano gli appassionati di sondaggi, quei professionisti della politica che rinunciano alle idee in nome del consenso e vivono in un presentismo senza limite. «Ma come potete immaginare che l’uomo più impopolare d’Italia – vale a dire Matteo Renzi – riesca a mandare a casa l’uomo più popolare d’Italia, cioè Giuseppe Conte? È impossibile. Solo un folle potrebbe crederci.» Come se, sottinteso, nessuno potesse fare politica ma tutti dovessero pedissequamente sottostare a Sua Maestà il Sondaggio. Bell’esempio da dare ai ragazzi che si avvicinano alla res publica: secondo questo schema mentale, le idee non contano, contano solo i sondaggi. Va seguita la corrente senza provare a direzionare mai la propria canoa.
Eppure ce l’abbiamo fatta, in nome della politica, altro che sondaggi. L’Impopolare ha colpito ancora, verrebbe da dire. Già, perché anche nell’agosto del 2019 l’uomo più popolare della politica italiana – che allora rispondeva al nome di Matteo Salvini – era stato sconfitto in Parlamento e costretto a lasciare il Governo. Erano i giorni della campagna elettorale già preparata da Salvini sulle spiagge e anche allora nella graduatoria del consenso venivo situato in piena zona retrocessione. Ma chi è convinto delle proprie idee non legge i sondaggi, legge la realtà. E rischia, mettendoci la faccia. E non solo la faccia.
Prima o poi anche gli amanti dei sondaggi capiranno la differenza tra essere un influencer ed essere uno statista. Essere il più popolare non significa essere il più capace, il più bravo, il più competente. Se così fosse varrebbe la pena di sostituire i parlamentari con gli influencer e le elezioni con i like su Facebook. La politica è una cosa diversa dal Grande Fratello: richiede scelte, coraggio, rischi. Ma soprattutto richiede visione. Noi volevamo evitare i pieni poteri a Salvini nel 2019 e ce l’abbiamo fatta. Ma volevamo evitare che la stessa cosa accadesse a Conte nel 2021. Perché con più stile – senza mojito al Papeete –, con la giacca e la pochette anziché in costume e senza maglietta, la sostanza era la stessa: tra dirette Facebook, commissari speciali, offerte a parlamentari transfughi, il sistema di potere che Giuseppe Conte stava ramificando costituiva una piattaforma più finalizzata a governare il consenso che non a governare il Paese. Forse sono riusciti a mettere sotto controllo i TG, sicuramente non sono riusciti a mettere sotto controllo il virus.
Nel 2021 l’Italia ha vissuto una delle crisi politiche più complicate della sua storia recente. Mentre il Governo Conte Bis insisteva nel dire che andava tutto bene, che i ministri erano i migliori del mondo, che l’Italia era un modello per gli altri Paesi, inspiegabilmente i numeri e le statistiche dicevano altro: in quel momento eravamo il Paese in cima alle classifiche della mortalità, con un rapporto tra cittadini e decessi devastante. Avevamo chiuso le scuole più degli altri, subito un crollo del PIL superiore agli altri, gestito l’emergenza peggio di altri nonostante un infaticabile lavoro di medici, infermieri, volontari. Gli italiani avevano risposto alla grande, l’Italia intesa come organizzazione no. Eppure la propaganda a reti unificate e chat amplificate continuava a dire: «Andrà tutto bene».
E nel complice silenzio degli addetti ai lavori continuavano a susseguirsi gli appalti dei banchi a rotelle, delle mascherine, dei ventilatori cinesi non funzionanti ma garantiti dagli amici degli amici. Una pagina, questa, tra le più oscure della storia repubblicana. E trovo assurdo che, nonostante decine e decine di migliaia di morti e centinaia di milioni di euro di appalti sospetti, si continui a negare la commissione di inchiesta parlamentare su questi temi.
Giuseppe Conte veniva da una storia complicata. Avvocato pugliese poco conosciuto nei palazzi della politica, era diventato il leader del Governo populista Cinque Stelle-Lega. Le sue posizioni allora erano molto nette: elogiava il sovranismo al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, esaltava il populismo alla scuola di formazione della Lega Nord, guidava un esecutivo “di cambiamento” che in Europa strizzava l’occhio ai “gilet gialli” francesi e alla destra estrema tedesca. Dopo un anno fallimentare, certificato da risultati economici impietosi figli di scelte sbagliate, a partire da Quota 100 e dal reddito di cittadinanza, Conte aveva rassicurato sul proprio futuro in una dichiarazione alla stampa poi ripresa da un tweet nel luglio 2019: «Che io possa andare in Parlamento a cercare maggioranze alternative o che voglia addirittura dare vita a un mio partito è pura fantasia. Non facciamo i peggiori ragionamenti della Prima Repubblica. Voliamo alto».
Ed effettivamente aveva volato alto, altissimo, al punto da cambiare tutte le proprie idee pur di restare a Palazzo Chigi. Da sovranista era diventato europeista, da populista progressista, da leghista uomo di sinistra. Un uomo che aveva abbracciato il pensiero di Marx, inteso come Groucho Marx, non Karl: «Ho i miei principi. Se non vi piacciono, ne ho degli altri».
Ecco dunque che alla guida del Governo giallorosso Conte era diventato europeista e antipopulista. Ma soprattutto la campagna di comunicazione pervasiva – senza alcun paragone possibile a livello di Paesi occidentali per quantità di messaggi, drammatizzazione del racconto pubblico, suspence comunicativa sapientemente elaborata per tenere milioni di persone davanti al teleschermo – lo aveva reso un personaggio dalle cui labbra dipendeva la vita quotidiana delle persone. Seguire le dirette Facebook non era semplicemente un’opzione di natura politica ma un bisogno vitale per sapere se si poteva incontrare il giorno dopo la fidanzata, se e come andare al lavoro, quale tipo di ristoro economico poteva permettere alla famiglia di arrivare alla fine del mese. E lo schema che gli strateghi della comunicazione avevano studiato era quello della concessione, mentalità tipica dello Stato ottocentesco che gli storici del Diritto definiscono appunto octroyée: vi consentiamo di uscire di casa per correre a un chilometro di distanza, vi consentiamo di portare il cane a svolgere le proprie funzioni fisiologiche, vi consentiamo di vedere il fidanzato solo se però il rapporto è stabile. E meno male che nella modulistica non c’era scritto: «Ma gli/le vuoi bene davvero?».
Intendiamoci: la gestione di una pandemia era una scelta complicata e una sfida inedita. Farlo però preoccupandosi primariamente del proprio consenso e della propria immagine creava molti dubbi anche in chi – correttamente e lealmente – per un anno ha votato tutti i provvedimenti in spirito di responsabilità nazionale. In tutto questo, la crescita del debito pubblico, con provvedimenti a pioggia senza una vera strategia per il futuro suscitava timori profondi per i nostri figli, più che per noi. Tra vent’anni chi ripagherà il debito fatto oggi dai sussidi e dall’assistenzialismo? Alla fine il rischio era che i ragazzi pagassero il Covid due volte: oggi perché costretti a perdere un anno di vita, di scuola, di relazioni. Domani perché costretti a saldare il conto della mancanza di visione del Governo.
Mario Draghi, invece, era semplicemente l’italiano più stimato al mondo non solo tra gli addetti ai lavori. Nei suoi interventi del 2020 – dall’editoriale di marzo sul «Financial Times» fino all’apprezzato intervento al meeting di CL a Rimini – aveva tracciato la linea su ciò che serviva, non solo all’Italia ma anche all’Europa. Nei suoi colloqui privati, almeno quelli con me, Draghi aveva sempre rispettato fedelmente le prerogative del presidente della Repubblica, del Governo allora in carica, del Parlamento. Io naturalmente forzavo su un suo eventuale impegno, anche alla luce del fatto che non avesse accettato, al termine dell’esperienza alla guida della BCE, di tornare subito al lavoro nel privato: questo costituiva per me un indicatore chiaro della sua disponibilità da civil servant a dare una mano al proprio Paese. Tutto qui.
Mandare a casa Conte è stato un atto di coraggio di poche persone che hanno rischiato l’osso del collo per cambiare tutto. Sapendo che cambiare è sempre un azzardo, un rischio, un pericolo. Ma se fossimo andati avanti come stavamo andando avanti in quel momento, il baratro si sarebbe aperto di fronte a noi e – peggio ancora – alla generazione dei nostri figli. Abbiamo messo a rischio le certezze dei nostri amici per garantire una speranza ai nostri figli. Per evitare che il debito pubblico potesse inghiottire una generazione, quella di chi verrà dopo di noi. Diciamo la verità. Si parla poco di figli, in Italia. Noi ci avevamo provato alla Leopolda 2019 lanciando l’idea del Family Act, ma quando la politica italiana si occupa di ragazzi lo fa quasi sempre per qualche problema. Lo scandalo di Bibbiano, la didattica a distanza, singoli fenomeni di bullismo. Noi abbiamo cambiato Conte con Draghi per ridare centralità e sicurezza alla nuova generazione, ai nostri ragazzi. E lo abbiamo fatto per svoltare nella gestione dell’emergenza, per ritornare prima possibile alla crescita economica e al protagonismo dell’Italia su scala internazionale. Nel 2021 l’Italia guida il G20, ha la copresidenza della Conferenza sulla sostenibilità ambientale COP26, è in prima fila nella gestione della svolta europea in seguito all’abbandono del Consiglio Europeo da parte di Angela Merkel dopo sedici anni: in questi scenari internazionali avere Draghi al posto di Conte significa essere più forti.
Chi lo nega, nega la realtà.
Altro che complotto. Messaggio agli inconsolabili: il Governo Conte non è caduto per intrighi, per complotti o per incontri segreti all’autogrill. Il Governo Conte è caduto perché non è stato all’altezza della sfida. Con Draghi l’Italia è più forte, con Conte era più debole. Punto. Ripeto: negarlo significa negare l’evidenza. Lo pensavamo noi, ma lo pensavano in tanti, a quanto pare. Dovranno passare settimane e settimane per scoprire che lo pensavano anche Beppe Grillo e tanti grillini. Le parole del comico genovese nel giugno 2021 sono lapidarie. Parlando del premier sostenuto, due volte, con due diversi Governi dal suo gruppo parlamentare, Grillo dice: «Non ha né visione politica, né capacità manageriali». E rincara: «Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione». Il che è vero, anche se Grillo se ne accorge un po’ tardi. Quando lo dicevamo noi eravamo giudicati irresponsabili. Prima ti attaccano a livello personale con violenza, poi riconoscono che avevi ragione, ma non hanno il coraggio di ammetterlo.
Essere riusciti nell’impresa di cambiare tutto in corsa, dunque, è stato un mezzo miracolo. Figlio del coraggio di Italia Viva, della saggezza del Quirinale e, come sempre in questi casi, di tanta buona sorte.
Il cambiamento che è nato con il nuovo Governo è tuttavia molto più di un semplice cambio di Governo: è il cambio di un’epoca politica. Ci attendono un boom economico, una ripresa della fiducia, un rilancio della credibilità italiana in Europa. E anche tra i partiti nulla sarà più come prima. Dopo l’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 si completerà un processo di trasformazione che chiuderà definitivamente il ciclo della cosiddetta Seconda Repubblica. Personalmente penso che siamo ancora profondamente dentro la Prima Repubblica, con l’unico inconveniente di avere un personale politico di gran lunga inferiore in termini di qualità e capacità. Ma questa è un’altra storia.
Ciò di cui sono convinto è che la realtà presenterà il conto a chi l’ha voluta negare, a cominciare dai populisti Cinque Stelle che, partiti per rivoluzionare il Parlamento, hanno finito con il caricarsi tutti i peggiori difetti della vecchia politica. Del resto, diceva Leo Longanesi, le rivoluzioni nascono per strada e finiscono a tavola. Dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e adesso sono come tutti gli altri. Anzi, peggio degli altri, perché almeno gli altri non hanno costruito il proprio successo sui Vaffa Day e nelle lotte contro gli aerei di Stato.
Lo scontro finale tra Conte e Grillo non è basato su due diverse visioni del Paese o dell’Europa ma sulla sfacciata evidenza di uno scontro di potere finalizzato a sostenere due diverse cordate che puntano al terzo mandato e alla propria sistemazione personale. La cosa di cui vado più orgoglioso sotto il profilo prettamente politico è che la vicenda Draghi costringerà tutti i partiti a ripensarsi. Nel caso dei Cinque Stelle il “non partito” che litiga sul “non statuto” sta scrivendo l’ennesima pagina di “non politica”. Ma anche il PD deve totalmente ripensarsi, essendo stato un clamoroso fallimento la strategia impostata sul “o Conte o nulla”. La destra dovrà decidere in quale famiglia europea accasarsi. E anche noi riformisti dovremo immaginare nuovi contenitori basati sull’appartenenza ai partiti europei. L’implosione dei Cinque Stelle non è che il primo segnale di una profonda rivoluzione nella politica italiana. Eppure l’apertura della crisi era stata contestata da tutti.