
- 160 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Hotel Mistero
Informazioni su questo libro
Prendi quattro investigatori di fama internazionale e mettili all'interno dell'Hotel Mimosa. Be', nulla di tanto strano, verrebbe da pensare, e invece... Lo sa bene Nino, undici anni, che non potrà mai dimenticare il momento in cui, aprendo la porta di una piccola sala dell'albergo, trova un uomo in frac accasciato su una poltrona, con una goccia di sangue al lato sinistro della bocca. Ma anche i detective Mister McEnroe, Miss Tingley, Mister Cicogna e Madame Kapuzinsky vedono la stessa scena, e così i quattro, senza confrontarsi tra di loro, decidono di scoprire cosa è accaduto all'Hotel... mistero.
UNA CENA CON DELITTO? QUATTRO INVESTIGATORI, QUATTRO SOLUZIONI.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2021Print ISBN
9788856682922eBook ISBN
97888585277571
Flipper, liquirizia e libri gialli
Nell’inverno del 1961, uno dei brani più ascoltati in tutta Italia era Exodus, un pezzo strumentale di due pianisti americani che si chiamavano Ferrante e Teicher.
A quei tempi, le canzoni non venivano fuori dai telefonini o dalle casse bluetooth. Per ascoltarle era necessario avere la radio, e se poi volevi addirittura sentire una canzone in particolare e farlo quando andava a te, dovevi comprare il disco e avere un giradischi per ascoltarlo. Neanche a dirlo, tutta roba voluminosa, pesante e costosa.
Ecco perché Nino, la sera del 21 dicembre 1961, festa di Sant’Anastasio, patrono di Z***, aveva accettato di andare ad aiutare gli zii all’Hotel Mimosa invece di partecipare alla solita cena in famiglia. Michelino, il cameriere mingherlino e cagionevole che da qualche mese lavorava dagli zii, era di nuovo costretto a letto con una tremenda tonsillite, e l’unico in grado di sostituirlo con così poco preavviso in una giornata tanto importante era proprio Nino, il più grande dei nipoti di Ada e Piero, con i suoi undici anni appena compiuti.
Ovviamente Nino aveva accettato dietro compenso: avrebbe ricevuto i soldi per il disco dei magnifici Ferrante e Teicher, inoltre, visto che a Z*** c’era solo il negozio di dischi del signor Virgilio dove non si trovavano mai le novità, lo zio lo avrebbe accompagnato a Piacenza per comprarlo. Che poi valesse anche da regalo di Natale era un altro conto, ma con gli zii non era mai il caso di stare troppo a contrattare, visto che riuscivano sempre a spuntarla. E poi, per poter ascoltare la trascinante melodia di Exodus ogni volta che voleva, questo e altro.
Nino era uscito molto presto, ma la serata era talmente buia e fredda da sembrare notte fonda. Il fatto è che aveva due monete in tasca e il considerevole problema di decidere come spenderle. Non appena svoltò nella via principale, la luce ambrata della drogheria della signora Malvina gli presentò una prima possibilità: dolciumi. Con un rapido ragionamento da vero esperto del ramo, Nino calcolò che con i soldi a disposizione sarebbe riuscito a procurarsi due rotelle di liquirizia e una buona manciata di ginevrine. Però, subito accanto alla drogheria, c’era l’edicola del signor Enzo e lì, in vetrina, campeggiava in tutto il suo giallo splendore il romanzo La maschera dell’assassino, ultima uscita di una collana poliziesca che Nino adorava. Il prezzo di copertina corrispondeva proprio alla somma che aveva in tasca. Liquirizia o romanzo giallo, dunque? Quello era il dilemma. E alla fine, per cavarsi d’impaccio, decise… Per una partita a flipper! E, attraversando di corsa la via deserta, raggiunse il Caffè Europa. Mentre la nebbiolina saliva serpeggiando sul marciapiedi, Nino si fermò davanti alla vetrata fumé del suo bar preferito. Il flipper era acceso e illuminato, ma occupato da Sandro, quel rompiscatole del figlio del barista, che tutti invidiavano perché poteva giocarci ogni volta che voleva. Nino entrò deciso e, per mettere fretta a Sandro, si piazzò vicino al flipper, fingendo di leggere il giornale. Sfogliava rumorosamente le pagine e ogni tanto dava un’occhiata ai titoli. Il viaggio in URSS di un politico, una slavina in Trentino, un convegno di famosi investigatori a Milano, la Juve in crisi e il grande momento della Fiorentina… Ma soprattutto, tra un articolo e l’altro, lanciava occhiate impazienti a Sandro, che continuava a picchiettare i pulsanti del flipper, tutto soddisfatto. Dopo essersi salvato almeno un paio di volte per pura fortuna, finalmente il figlio del barista mandò la pallina a eclissarsi in fondo alla macchina, che lo salutò con un suono vagamente canzonatorio. Sandro si strinse nelle spalle e, allontanandosi, disse: – È tutto tuo!
– Eh! Finalmente! – borbottò Nino, sguainando una moneta. Ma proprio in quel momento, l’occhio gli cadde sull’orologio a muro che si trovava sopra il bancone del bar. Segnava le 18,20.
Con la monetina stretta tra il pollice e l’indice, esattamente davanti alla fessura del flipper, Nino ragionò sul da farsi. Una partitina ci poteva stare. Una sola, per divertirsi un po’ prima di attaccare il turno da cameriere. Era pur sempre la festa di Sant’Anastasio… Ma zia Ada si era raccomandata che si presentasse un po’ in anticipo, e così Nino, pensando al suo obiettivo principale, il disco dei magnifici Ferrante e Teicher, fece un lungo sospiro, si ricacciò la moneta in tasca e corse al Mimosa senza voltarsi indietro.
Quando aprì la porta di vetro piombato, il freddo, il buio e la nebbiolina si scontrarono con la luce gialla e densa delle appliques a forma di campanula che illuminavano l’ingresso dell’hotel e con il calore emanato dall’impianto di riscaldamento un po’ difettoso.
– Pierooo! Sei riuscito a chiudere quel maledetto radiatore?! – gridò zia Ada, uscendo dalla reception e quasi scontrandosi con Nino, che non aveva minimamente visto. – Te l’ho detto che dovevamo tenere le stufe, ma tu no… Hai dovuto provare questi affari moderni! – continuò sporgendosi oltre l’angolo, per rivolgersi a qualcuno nella sala grande.
La zia era alta e secca, scura di capelli, tenuta insieme dai nervi e dal cipiglio battagliero.
– Scusa, Nino! Però sei in ritardo… – disse, dando segno di essersi accorta di lui, dopotutto.
– Ma veramente, io… – cominciò Nino, guardando l’orologio alla parete, che segnava le 18,30 in punto. I primi ospiti della tradizionale serata per la festa patronale non sarebbero arrivati prima di mezz’ora.
Dalla sala grande giunse un clangore metallico. Sbirciando, Nino vide zio Piero che trafficava con una chiave inglese attorno al termosifone di ghisa sulla parete in fondo.
– Non vorrai mica arrostire il sindaco? O il vescovo, Dio ce ne scampi! – continuò a sbraitare zia Ada.
La grande cena per Sant’Anastasio era una tradizione dell’Hotel Mimosa, che era anche l’unico vero ristorante di Z***. Ogni anno i notabili della cittadina si riunivano lì per celebrare insieme l’importante ricorrenza, dando inizio al periodo sempre frenetico delle festività natalizie. Tutti quelli che volevano bearsi dell’idea di “contare qualcosa” a Z*** si assicuravano un posto a uno dei tavoli. Di chi c’era e chi no, di che cosa aveva detto il sindaco e che cosa il vescovo si sarebbe parlato per settimane!
– Ecco fatto! – esclamò zio Piero, dando un altro colpo di chiave inglese al termosifone. – Ora l’ho spento.
– Però poi sai riaccenderlo? – chiese Ada con sospetto.
– Una cosa alla volta, una cosa alla volta… – rispose Piero, che quando era incerto tendeva a ripetersi.
– Andiamo bene! – esclamò Ada, che lo conosceva come le sue tasche, poi raggiunse la cucina sbuffando.
– Ecco il nostro nuovo cameriere! – fece lo zio, notando Nino. – Sei pronto per cominciare?
Il ragazzino annuì, e lo zio gli mise una mano sulla spalla. Tanto la moglie era secca, quanto lui era massiccio, ma con due gambette magre e corte che gli davano una bizzarra forma a T.
– Vieni, andiamo nel magazzino, c’è la tua uniforme che ti aspetta.
Quando entrarono nel magazzino però, fra scaffali pieni di riso, pasta, farina, passata di pomodoro, cassette di verdura e ogni genere di provvista di cui un ristorante potesse avere bisogno, lo zio si guardò attorno spaesato.
– Ma come, ha detto che la metteva qui… – rifletté grattandosi la testa. – Adaaa!
– Che c’è?! – sbottò la zia dalla cucina.
– Ti avevo chiesto di andare a ritirare la divisa di Michelino per Nino, in tintoria.
Il passo pesante della zia rimbombò in corridoio.
– No, tu mi hai detto: «PASSO a ritirare la divisa di Michelino per Nino in tintoria», me lo ricordo benissimo.
– Ma figuriamoci!
– Ti ho sentito io!
– Hai sentito male, ho detto «passa», non «passo».
– Sei sicuro?
– Sono sicuro, sono sicuro.
– Siamo a posto! – sbuffò la zia. Po, guardando Nino, aggiunse: – E ora che ci facciamo con te?
– C’è la giacca di riserva di Giuseppe, quella vecchia… – suggerì lo zio.
– Ma Giuseppe è alto il doppio di Nino.
– Magari con due risvolti e un paio di punticini qua e là…
Gli zii scrutarono Nino, poi si guardarono in faccia, come colpiti dalla stessa idea, e gridarono all’unisono: – Caterinaaa!
Nino deglutì. La signora Caterina era la tuttofare dell’hotel. Dallo stendere la sfoglia della pasta a rammendare le lenzuola delle stanze, tutti i lavori un po’ complicati erano i suoi. Guardandola, non si sarebbe detto che era una in grado di fare le cose di fino: aveva braccia come prosciutti e quattro peli duri e setolosi sul mento che a Nino mettevano persino paura. Eppure era così, senza di lei l’Hotel Mimosa sarebbe andato in malora in poche settimane. Segretamente, il ragazzino la chiamava Caterona, ma non aveva mai osato pronunciare la buffa storpiatura ad alta voce, in presenza di qualcuno.
La Caterona, in ogni caso, non si presentò subito, perché era impegnata a strapazzare Giuseppe, il cameriere.
– Quante volte ti ho detto che non puoi impestare la cucina con quelle schifezze? – tuonò la sua voce nel corridoio dietro la reception. – Vai a fumare sul retro come al solito! E se hai freddo sono cavoli tuoi! – concluse, gentile come un colpo di mazza ferrata.
Era una scena consueta lì all’Hotel Mimosa. Il fidato Giuseppe fumava infatti le terribili sigarette francesi Sorcière, fatte con tabacco scuro, capaci di sprigionare un fumo denso e fortissimo. Purtroppo Caterona detestava quell’odore e spediva sempre Giuseppe a fumare fuori, nel cortile sul retro dell’albergo.
Finita la sfuriata, le ritmiche ciabattate della Caterona annunciarono il suo arrivo.
– Che succede? – domandò la tuttofare, sbucando dal corridoio.
– Dobbiamo adattare la giacca di Giuseppe per Nino – spiegò zia Ada.
La donna posò i suoi occhietti sottili sul ragazzino, che incassò la testa fra le spalle.
– Io so fare i rammendi, mica i miracoli!
– Non serve nulla di troppo sofisticato, basta un po’ d’orlo in più alle maniche e va bene.
– Sì, certo. Per fortuna non è molto alto, altrimenti lo scambierebbero tutti per l’appendiabiti. Giuseppe è largo il doppio – constatò l’altra, flemmatica.
– Eh, lo so, Caterina, ha perfettamente ragione – si affrettò a dire la zia, che nonostante la conoscesse da dieci anni le dava ancora del lei. – Ma mio marito si è scordato di passare in tintoria a prendere la divisa di Michelino, che sarebbe andata meglio.
– Ma insomma, in che lingua lo devo spiegare che non è colpa mia? – protestò zio Piero.
La zia, per tutta risposta, agitò le mani in aria, come per scacciare un moscone fastidioso.
– C’è un problema – disse allora Caterina senza scomporsi. – Ho solo il filo da rammendo, che è bianco, e sulla giacca nera non si può, o il ragazzino sembrerà un pupazzo malfatto.
Nino strabuzzò gli occhi. Il disco dei magnifici Ferrante e Teicher stava iniziando a costargli più del previsto!
– Ma non possiamo lasciarlo così… – insistette la zia.
– Mmm. Ha delle spille da balia?
– Qualcuna, forse, nel cassetto. E dovrei avere degli spilli con cui la tintoria attacca il bigliettino. Li ho tenuti da qualche parte – disse la zia, precipitandosi a cercare il necessario.
– Dovrai fare attenzione a non pungerti – disse Caterina rivolgendosi a Nino, che deglutì.
Quando si era lanciato in quell’impresa nel nome della musica non aveva messo in conto la possibilità di diventare un puntaspilli.
Una manciata di minuti dopo, Nino si guardò nello specchio in corridoio. Nonostante l’intervento di Caterina, a lui sembrava di essere lo stesso un pupazzo malfatto. Alla cena ci sarebbe stata di sicuro anche quella pettegola della zia di Luciano, chissà che cosa avrebbe detto in giro di lui… Che la sua famiglia non aveva nemmeno i soldi per mandarlo in giro vestito decentemente, o peggio! E Luciano poi, chissà per quanto tempo l’avrebbe deriso al rientro a scuola! Per fortuna il suo compagno, mentre tutti iniziavano già a indossare i pantaloni lunghi, portava ancora degli stupidi calzoncini alla marinara, e questo lo avrebbe aiutato a rispedire gli sfottò al mittente.
– Dai, Nino, sei un figurino! – esclamò la zia vedendolo lì impalato. – Forza, vieni qui che la gente sta cominciando ad arrivare.
In quel momento la porta si aprì ed entrò proprio la zia di Luciano, la signora Bersaglini dell’omonima antica merceria, insieme al notaio Quercetti. La zia andò loro incontro, mentre Nino rimaneva bloccato sul posto da un attacco di imbarazzo paralizzante. Con lui là impalato in mezzo al corridoio, gli zii e il cameriere Giuseppe fecero accomodare la prima ondata di notabili e aspiranti notabili di Z*** nella grande sala ristorante. Ebbe così inizio la solita baraonda di Sant’Anastasio: gente ben vestita che entrava a frotte e iniziava a profondersi in saluti e salamelecchi con questo o quel conoscente, mentre gli zii e Giuseppe facevano freneticamente avanti e indietro dal guardaroba, carichi di cappotti e paltò di ogni foggia e colore. Immancabilmente qualcuno si pi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prologo
- 1. Flipper, liquirizia e libri gialli
- 2. Quattro clienti inattesi
- 3. Tappezzerie insidiose
- 4. Un uomo in frac
- 5. Nessun uomo in frac
- 6. Il tavolo più strano del mondo
- 7. La serata di Niles McEnroe
- 8. La serata di Madame Kapuzinsky
- 9. La serata di Miss Tingley
- 10. La serata di Sam Cicogna
- 11. La mattina dopo
- Epilogo
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