Veloci s’arrampicano i mozzi su per le sartie di canapa, le bianche vele quadrate si gonfiano, una trentina di remi da ogni lato, distribuiti su quattro ordini, si alzano e affondano insieme nelle onde a sospingere le pance piene delle quadriremi che ritornano a Roma con i soldati, le macchine da guerra, il bottino e una enorme quantità di schiavi.
Astuzia. La parola della sopravvivenza. Vale ancora qualcosa per Sara?
Otto anni compiuti il 1° di gennaio, molti dei quali trascorsi in guerra, a parte la breve tregua di pace nella casa dei nonni, e l’ultimo in schiavitù nel campo di Cesarea in attesa che arrivasse la buona stagione, e le navi potessero di nuovo salpare.
È primavera e Sara è sul molo legata insieme alla madre al medesimo anello di una lunga catena in mezzo a una fila di donne e bambini di cui non si vede la fine. Uomini e ragazzi sono già stati caricati e partiti. La colonna delle schiave sale traballando sulle assi che conducono al ponte della nave. I marinai controllano che nessuna cada di lato, trascinando in mare le altre. Non c’è riguardo per le persone in quanto tali, ma in quanto merce.
Il comandante urla di fare svelti, il vento è buono, bisogna salpare al più presto, poi verrà bonaccia e con la bonaccia non si arriva da nessuna parte: gli ufficiali urlano ai marinai, i marinai ai mozzi, i guardiani agli schiavi. Appena messo piede sul ponte donne e bambini vengono sganciati dalle catene e spinti nella stiva.
Sara osserva tutti questi movimenti.
Calcola quando toccherà a loro.
La nave è poderosa.
La catena fa male ai polsi, ma la fa sentire sicura.
La catena che la lega alla madre.
È il loro turno.
Lia si muove con grazia anche sull’asse traballante, spalle dritte e testa alta.
Sara con agilità. Un saltino ed è a bordo.
Appena sul ponte, entrambe vengono sganciate dalla catena.
Istintivamente si danno la mano e si tengono strette. Uno sguardo d’intesa. Non servono parole. Sta per cominciare un lungo pericoloso viaggio, e non solo perché per la prima volta andranno per mare ma per il loro destino di schiave. Affronteranno insieme questo viaggio, affronteranno insieme il futuro, come insieme hanno affrontato otto anni di vita. Come promesso una all’altra, lavoreranno sodo, si faranno valere. Lia ha spiegato a Sara che non deve disperare, gli schiavi possono riscattare la propria libertà. Metteranno insieme i soldi necessari. Nei dieci mesi nel campo di Cesarea, pur senza penna, calamaio o libri, con l’insegnamento della madre Sara ha perfezionato la propria lingua e quella latina. Hanno usato la sabbia e un bastoncino per scrivere, le conchiglie per fare di conto. Sì, insieme ce la faranno anche questa volta. Sara annuisce, occhi vispi, sorriso luminoso e l’eccitazione di essere a bordo.
D’improvviso, una mano gigantesca la stacca dalla madre, la afferra e la solleva di peso.
Alto si leva l’urlo di Lia.
Sara non ha nemmeno il fiato per urlare e pensa che il cuore schizzerà fuori dal suo corpo e si spargerà in mille pezzi sul ponte.
Si divincola dalle braccia di un omone che la stringe ancora più forte e le fa male.
Poi non la vede più. La madre scomparsa nella botola come tutte le altre, buttate giù con uno spintone.
– Mammaaaa! – riesce allora a urlare Sara.
L’omone le tappa la bocca con la mano sudicia e puzzolente. Ora lo riconosce, è Claudio Valerio, un centurione, un tipo grande e grosso a cui mancano un paio di denti, uno con una discreta carica militare che di tanto in tanto veniva a controllare il campo degli schiavi. Non sembrava cattivo. Mai lo ha visto frustare qualcuno.
Con un calcio, il centurione spalanca un portello e tenendo Sara sotto il braccio come un pacco, scende di qualche gradino. Sono in una stiva buia. Con la mano libera, Claudio apre una cesta, ci butta dentro dei cuscini. Poi vi appoggia Sara. La lega con una certa delicatezza. Sara non smette di urlare. Le mette allora un bavaglio: – Sei fortunata – le dice in giudaico lo sdentato, e questo la meraviglia: Forse è uno dei nostri, passato ai romani come zio Yoseph, pensa. – Non ti ho scelta a caso. Ti ho osservata, Sara. Il destino è buono con te. Tu più di tutti gli altri avrai una vita felice –. Detto questo, se ne va chiudendo il portello.
Sara non è in grado di slegare mani e piedi, ma si agita talmente tanto che il bavaglio le scivola sul mento.
Intorno a lei tutto sbatte e dondola in modo insopportabile. La nausea la costringe all’immobilità. Non riesce nemmeno a chiedere aiuto. Tanto non la sentirebbe nessuno. La nave è una gigantesca cassa di echi e suoni e lei è proprio lì nel mezzo, come nella pancia di un enorme tamburo, bersagliata. Sballottata.
Un forte aroma si sprigiona da un otre. Una spezia che la stordisce. Con mani e piedi ancora legati, si guarda intorno sollevandosi come può oltre il bordo della cesta. Vede casse e casse, e qualcosa che scintilla nel buio, riflettendo spiragli di luce che penetrano dalle assi del ponte sovrastante. Brillano oro e argento, distingue oggetti simili a quelli sepolti nel giardino di nonna Ruth, paramenti sacri, candelabri, manti che i romani devono essere riusciti a strappare alle fiamme di Gerusalemme.
Darebbe la vita per non essere stesa lì su comodi cuscini, ma invece accanto alla madre ammassata insieme agli altri.
Sfibrata dalla nausea, indebolita dalla paura e dalla fame, il corpicino minuto si lascia affondare nel morbido del giaciglio mentre la nave avanza con il ritmo costante delle poderose remate.
– Eeee-hohh, Eeee-hohh…
Giunge la voce cadenzata del capo rematore.
A ogni ordine, a ogni affondare dei remi in acqua è un piccolo balzo in avanti.
La nave cammina a piccoli passi sul mare.
All’agitazione della partenza si è sostituito il navigare, che è comando, concentrazione, fatica. E in questo sconosciuto concerto di suoni c’è lo spazio per una nuova intesa, seppure non di sguardi, non di mano nella mano, non di essere attaccata a un unico anello della catena: c’è lo spazio per il loro segnale.
Sara lancia il fischio.
Lia le risponde.
Il suono arriva da oltre la parete di legno.
– Mamma…
– Sara, ascoltami, – le dice con tono calmo e sicuro – andrà tutto bene. Tutto bene.
– Ho paura…
– Dove ti hanno messo?
– Legata, in una cesta… – la voce rotta dal pianto.
– Come Giona nel grande pesce. Te lo ricordi il racconto del nonno?
– Sì.
– E ti ricordi che il Signore “fece risalire la sua vita dalla fossa” e lo salvò?
– Sì –. Un singhiozzo.
– Fa’ un respiro profondo e canta con me.
– No.
– Forza…
E insieme: – Giona nel grande pesce, felice fu, felice fu, finché in galera…
Giona nel grande pesce, felice fu…
Sara chiude gli occhi e si lascia andare a quel lungo cammino sull’acqua.
Passo dopo passo.
La sveglia un violento sbattere di teli. Come quando le zie scrollavano le lenzuola bagnate nel giardino prima di stenderle, ma è più forte, molto più forte. Il flap assordante di un lenzuolo colossale. E lo è. L’enorme vela quadra viene lascata e, dopo una sapiente strambata, di nuovo tirata a prendere il vento dalla parte giusta.
– Eeee-hohh, Eeee-hohh…
Il ritmo della remata riprende ancora più serrato e la sensazione è che qualcuno stia dando un calcio alla nave per farla andare più veloce.
Quanto avrà dormito? Abbastanza per avere una fame da lupo.
Si mette seduta. Raggi di luce piovono dagli spiragli delle assi.
È giorno, ho fame e devo capire perché sono qui.
Uno scatto ed è fuori dalla cesta. Solo allora realizza di non essere più legata.
Chi lo avrà fatto? Il centurione Claudio Valerio? Ma che cosa vuole questo omone da lei? Perché la tiene lì e non la lascia andare dove stanno le altre schiave, le altre madri? La mamma… Intrufolandosi tra una cassa e l’altra, arrampicandosi su pile di stoffe, tappeti, suppellettili e tomi, si avvicina alla paratia che la divide da Lia.
Dall’altra parte arriva un trambusto e una roca voce maschile. “Straniera” l’avrebbe definita un tempo, ma ora quella lingua, il latino, non le è più così estranea. Un guardiano deve essere sceso a dare ordini alle schiave. – Zitte! Ferme! – minaccia la voce. Un bambino strilla. Un colpo di frusta. Un urlo. Altro colpo di frusta. Il cuore le batte forte. Fa’ che non sia la mamma, fa’ che non sia la mamma… Attimi di sospensione. Meglio non fare rumore, ora. Bisogna aspettare il momento giusto per lanciare il segnale e ristabilire il contatto.
Poi di là tutto si smorza in un silenzio carico di tensione. In piedi su un cumulo di stoffe Sara si guarda intorno con un senso di desolazione e impotenza. Le repentine, intermittenti lame di luce che trapelano da fuori illuminano a tratti l’ambiente. Un enorme vaso sfiorato dai raggi manda bagliori. Ecco la soluzione! Si lascia scivolare giù dalla pila di stoffe e si avvicina al vaso. Le arriva al mento tanto che deve mettersi in punta di piedi per guardare dentro. Sì, in quel vaso c’è tutto quello che serve a lei e a sua madre per riscattare la loro libertà: una montagna di pietre preziose! Basterebbe una manciata di quelle pietre rare… Rare? Si chiede: Ce ne sono così tante che non si capisce perché debbano chiamarle “rare”. Si sporge rischiando di finirci dentro. Allunga la mano, ma niente da fare: deve montare su qualcosa per arrivarci. Si guarda intorno. Si blocca. E se fosse un tranello? Se Claudio avesse nascosto lì quel tesoro proprio per metterla alla prova? Se poi la punisse scaraventandola in mare? O, peggio, punisse la madre per causa sua? O tutte e due, pluf, un bel volo in pasto al grande pesce, proprio come Giona… No, non è questa la soluzione.
Rumore di passi.
Svelta, ritorna nella cesta e si raggomitola, fingendo di dormire.
Claudio entra con una ciotola in mano e, in latino: – Dorme ancora la bambina, o finge?
Sara si mette seduta. Anche il centurione si siede sulla pila dei tappeti: – Mi capisci, vero? Capisci il latino?
Sara annuisce. Lo sta studiando, lo guarda dritto negli occhi, vuole una risposta a...