L'ultima cosa che mi ha detto
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L'ultima cosa che mi ha detto

  1. 320 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'ultima cosa che mi ha detto

Informazioni su questo libro

Credeva di avere una vita perfetta.
Ma stava vivendo una perfetta bugia. È una sera come tante per Hannah Hall, quando all'improvviso sente suonare il campanello. Sulla soglia la aspetta una ragazzina sconosciuta che le porge un biglietto. E Hannah sa che, appena lo leggerà, la sua vita cambierà per sempre. Perché, in realtà, qualcosa di insolito quella sera c'è: Owen, l'uomo che ha sposato da poco più di un anno, per il quale si è trasferita da New York in una casa galleggiante nella baia di San Francisco, non è tornato dal lavoro e non risponde al telefono. Non è da lui. Su quel foglio, però, non c'è nessuna spiegazione. Solo una richiesta: Proteggila. Hannah capisce subito a chi si riferisce: all'altro grande amore di suo marito, la figlia sedicenne Bailey, che non sopporta quella donna arrivata a intromettersi tra lei e suo padre. Il muro di ostilità tra loro sembra insormontabile. E ora sono rimaste sole.
Quando, il giorno dopo, si diffonde la notizia dell'arresto del capo di Owen e alla casa galleggiante si presenta l'FBI, tutto si fa ancora più confuso. Solo una cosa è certa: Owen non è chi dice di essere. Ma dov'è finito? E da cosa deve essere protetta Bailey? A poco a poco, unendo gli indizi lasciati indietro da Owen, le due donne si renderanno conto che quello che stanno costruendo non è solo un misterioso passato, ma anche un nuovo futuro... che nessuna delle due avrebbe mai potuto immaginare.

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Informazioni

Print ISBN
9788856683851
eBook ISBN
9788858527948

SECONDA PARTE

Ogni specie di legno ha i suoi disegni e colori distintivi, che vengono rivelati quando la ciotola viene capovolta.
PHILIP MOULTHROP

Benvenuti a Austin

Prendiamo un volo da San Jose alle 6.55 di mattina.
Sono passate quarantasei ore da quando Owen è andato al lavoro, quarantasei ore da quando l’ho sentito l’ultima volta.
Lascio a Bailey il posto vicino al finestrino e mi sistemo in quello sul corridoio, i passeggeri che mi sbattono contro mentre si dirigono verso l’unico bagno sul retro dell’aereo.
Bailey si appoggia al finestrino, il più lontano possibile da me, le braccia incrociate. Indossa una canotta dei Fleetwood Mac, niente felpa, la pelle d’oca che le si forma sulle braccia.
Non so se ha freddo o è preoccupata. O entrambe. Non abbiamo mai preso un aereo insieme, quindi non ho pensato di ricordarle di mettere una felpa nel bagaglio a mano. Tanto non avrebbe comunque ascoltato il mio consiglio.
Eppure, all’improvviso, questo mi sembra il crimine più grande di Owen. Come ha fatto a non darmi dei punti di riferimento prima di sparire? Come ha fatto a non lasciarmi delle regole su come prendermi cura di lei? Regola numero uno: dille di mettere una felpa nel bagaglio a mano quando prende un aereo. Dille di coprirsi le braccia.
Bailey tiene lo sguardo incollato al finestrino, evita di guardarmi. È un bene che non abbia voglia di parlare. Io comincio a prendere appunti sul mio bloc notes. Lavoro a una strategia. Atterriamo alle dodici e mezza ora locale, il che significa che probabilmente saranno quasi le due quando arriveremo in centro a Austin e faremo il check-in all’hotel.
Magari conoscessi meglio la città, ma ci sono stata solo una volta, all’ultimo anno di college. Era il primo incarico professionale di Jules (per un compenso di ottantacinque dollari, più l’albergo) e mi ha invitata ad andare con lei. Doveva fotografare per conto di un blog di cucina l’Annual Hot Sauce Festival organizzato dall’«Austin Chronicle». Abbiamo passato quasi tutto il tempo al festival, a rimpinzarci di un centinaio di varietà di costolette speziate e patatine fritte e verdure ai ferri e salse allo jalapeño. Jules ha scattato seicento foto.
Solo poco prima di lasciare la città ci siamo addentrate fuori dai giardini di East Austin, dove si teneva il festival. Abbiamo trovato una collina da dove abbiamo goduto di un incredibile panorama. C’erano alberi e grattacieli, un bel cielo limpido e poche nuvole. E l’intimità del lago in qualche modo rendeva Austin più simile a un piccolo centro che a una vera e propria grande città.
Io e Jules allora abbiamo deciso all’istante che dopo la laurea ci saremmo trasferite a Austin. Era molto meno costosa di New York, molto più accogliente di Los Angeles. In poco tempo ce ne siamo dimenticate, ma in quell’istante eravamo convinte di quel proposito, mentre eravamo lì a guardare la città dall’alto. Ci sembrava di guardare il nostro futuro.
Questo di sicuro non è il futuro che avevo immaginato.
Chiudo gli occhi, nel tentativo di non farmi inghiottire dalla gravità della situazione, dalle domande che continuano a frullarmi in testa in un vortice terribile, le domande a cui ho bisogno di trovare risposta: dov’è Owen? Perché è dovuto scappare? Cos’è che aveva così tanta paura di dirmi?
In un certo senso è anche per questo che mi ritrovo seduta in aereo. Nella mia immaginazione, andando via di casa scatterà qualcosa nell’universo che farà tornare Owen con tutte le risposte alle mie domande. Non è così che funziona? Non è forse vero che, non appena ti allontani, succede proprio quello che avevi a lungo atteso che accadesse? Atterreremo a Austin e sul cellulare ci sarà un messaggio di Owen che ci chiede dove siamo, che mi dice che è lui, adesso, a essere seduto ad aspettarci in cucina, mentre noi ce ne andiamo in giro chissà dove.
«Cosa posso portarvi, signore?»
Sollevo lo sguardo e vedo la hostess accanto a noi, il carrello argenteo delle bevande davanti a lei.
Bailey non si volta neanche, l’unica cosa che offre alla nostra vista è la sua coda di cavallo color porpora.
«Una Coca-Cola» dice. «Con tanto ghiaccio.»
Io faccio spallucce, quasi a scusarmi per la scortesia di Bailey. «Una Coca zero, per favore» dico.
L’hostess si limita a sorridere, non è offesa. «Sedici anni?» sussurra.
Annuisco.
«Ho anch’io una figlia di sedici anni. In realtà due gemelle. Mi creda, la capisco.»
E a quel punto Bailey si volta.
«Non sono sua figlia» sbotta.
È vero. E non è certo la prima volta che glielo sento dire. Ma in questo momento ha un sapore diverso e mi fa male in un modo che non riesco a nascondere. Non si tratta soltanto del dolore che mi provoca. È anche il pensiero del dolore che assalirà lei, come un boomerang, per via di quel commento; la sofferenza che proverà quando realizzerà che non è più tanto divertente odiarmi ora che sono diventata l’unica famiglia che ha.
Si irrigidisce quando se ne rende conto, lo vedo. Io rimango in silenzio a fissare il monitor di fronte a me, dove scorre un episodio di Friends senza audio, quello in cui Rachel e Joey si baciano in una stanza d’albergo.
Fingo di non notare la disperazione di Bailey, ma non mi infilo le cuffie. È il mio modo, il più discreto possibile, per lasciarle un po’ di respiro cercando allo stesso tempo di farle capire che ci sono per lei, se vuole.
Bailey si sfrega le braccia, non dice nulla, almeno per un po’. Alla fine prende un sorso della sua bibita. Poi fa una smorfia.
«Secondo me ha invertito le lattine» dice.
Mi volto a guardarla. «Cioè?»
Solleva il suo bicchiere pieno di ghiaccio, la Coca che sfiora il bordo. «Questa è Coca zero. L’hostess deve avermi dato la tua...»
Cerco di non sembrare troppo sorpresa mentre mi porge il suo bicchiere. E non discuto. Do a lei la mia Coca e aspetto che la sorseggi.
Annuisce, come se fosse sollevata. Ma in realtà lo sappiamo entrambe che la hostess non si è sbagliata. Non c’è stato alcuno scambio. Il gesto di Bailey è stato un modo di allentare la tensione, di infrangere il muro di silenzio calato tra noi.
Lo prendo come un tentativo di avvicinamento, e mi sta bene.
Sorseggio la Coca-Cola. «Grazie, Bailey. Sentivo che in effetti la mia aveva un gusto strano.»
«Non c’è problema...» dice, poi torna a guardare fuori dal finestrino. «Niente di che.»
All’aeroporto prendiamo un taxi e controllo le notizie sul cellulare.
Articoli su The Shop sui siti della CNN, del «New York Times», del «Wall Street Journal». Molti dei titoli recenti si concentrano su una conferenza stampa tenuta dal capo della SEC, e ne riportano le dichiarazioni in modo sensazionalistico, “addio per sempre alla The Shop”, cose del genere.
Clicco sull’articolo più recente del «New York Times», incentrato sulla SEC e la sua decisione di intentare una causa per frode nei confronti di Avett Thompson. Viene citata una fonte dell’FBI che afferma che i dirigenti saranno sicuramente coinvolti come possibili sospettati.
Non viene menzionato il nome di Owen. Almeno non ancora.
Il taxi imbocca Presidential Boulevard e si dirige verso l’hotel, che si trova sul Lady Bird Lake, vicino al Congress Avenue Bridge. È lontano dal trambusto della parte più caotica della città, dall’altra parte del ponte rispetto al centro di Austin.
Prendo dalla borsa la stampata della prenotazione dell’hotel, scorrendo i dettagli. Il nome per intero di Jules, Julia Alexandra Nichols, mi fissa. Jules mi ha suggerito di prenotare la stanza usando la sua carta di credito, come misura di sicurezza. Ho la sua carta di credito e la sua carta d’identità nel mio portafoglio, ulteriori misure di sicurezza, nel caso qualcuno ci stia seguendo.
Ovviamente sul volo per Austin eravamo registrate a nostro nome. Se qualcuno vuole seguirci fin qui può benissimo farlo. Ma anche se sapessero che siamo a Austin, non è necessario che conoscano esattamente quale sia il nostro hotel. Non darò una mano al prossimo Grady o Naomi a presentarsi alla mia porta, senza preavviso.
Il tassista – giovane, con una bandana in testa – guarda Bailey dallo specchietto retrovisore. Non è molto più grande di lei e continua a cercare il suo sguardo, a cercare di attirare la sua attenzione.
«Prima volta a Austin?» le chiede.
«Sì.»
«Che ne pensi finora?»
«Basandomi sui quattordici minuti da quando abbiamo lasciato l’aeroporto?»
Lui ride, come se lei stesse scherzando, come se lo stesse invitando a continuare la chiacchierata.
«Sono cresciuto qui. Puoi chiedermi tutto su questa città e posso dirti anche più di quello che vorresti sapere.»
«Lo terrò presente.»
Vedo che Bailey è del tutto apatica, così mi inserisco per non far cadere l’argomento, magari qualche informazione potrebbe rivelarsi utile, più avanti.
«Sei cresciuto qui?» dico.
«Nato e cresciuto. Vivevo qui quand’era poco più di una cittadina. E per qualche verso lo è ancora, anche se c’è tanta gente in più e palazzoni ovunque.»
Esce dalla statale e sento una fitta al petto quando il centro di Austin si prospetta alla vista. So che il piano era questo, ma guardando la città dal finestrino mi sembra tutto ancora più folle.
Lui indica fuori, verso un grattacielo.
«Quella è la Frost Bank Tower. Era l’edificio più alto della città. Adesso non credo neanche che sia nella lista dei primi cinque. Ne ha sentito parlare?»
«Non mi pare.»
«Be’, ha una storia divertente. Se lo si guarda da certe angolazioni sembra un gufo. Proprio un gufo. Forse da qui è difficile vederlo ma se ci si riesce è pazzesco...»
Apro il finestrino e osservo il Frost Building: le torrette nella parte superiore, a mo’ di orecchie, le cornici di due finestre rotonde, appena più in basso, che paiono fatte apposta per sembrare degli occhi. In effetti ce lo vedo, un gufo.
«Qui ha sede la University of Texas, ma gli architetti sono ex alunni della Rice University e il gufo è la mascotte di quel college. Quindi è un po’ una pre...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’ULTIMA COSACHE MI HA DETTO
  4. Prologo
  5. PRIMA PARTE
  6. SECONDA PARTE
  7. TERZA PARTE
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright