Italiani dannati
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Italiani dannati

Vaccino, green pass, diritti e libertà: un paese spaccato dal Covid

  1. 224 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Italiani dannati

Vaccino, green pass, diritti e libertà: un paese spaccato dal Covid

Informazioni su questo libro

Nuova edizione aggiornata e rivista de I dannati del Covid: le storie di chi ha pagato il prezzo più alto per la gestione dissennata della pandemia. La tragedia globale del Covid è stata aggravata in Italia dalle scelte governative. In "Italiani dannati" Maria Giovanna Maglie ripercorre due anni da incubo attraverso dodici storie esemplari e terribili. Storie che non hanno solo un valore emotivo, ma sono la plastica rappresentazione di un disastro sanitario, economico, sociale e costituzionale, creato - oltre che dal virus - da scelte politiche evitabili e imperdonabili. Ci sono le vittime del Covid e le loro famiglie, ma ci sono anche vittime non sanitarie: commercianti e ristoratori che affogano, frustrati dalla gestione schizofrenica di riaperture e aiuti pubblici, lavoratori che subiscono gravi discriminazioni perché non vaccinati, piccoli imprenditori strozzati da una tassazione sempre più iniqua.
Il nostro paese ha pagato un prezzo terribile per l'assenza di un piano pandemico, le gravi incertezze dei governi, un piano vaccinale incoerente: a colpi di DPCM e Green pass gli italiani hanno perso molte libertà, e spesso sono stati abbandonati.

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Informazioni

1

Il ricatto del pensiero unico

C’è una folla di intellettuali accorsa in sostegno del pensiero unico, e ci sono quelli che da un certo momento in poi hanno ritenuto di dover alzare la voce e denunciare il pericolo personale, morale e sociale del pensiero unico. Forse non se ne sono resi conto quando hanno cominciato a parlare, ma non c’è voluto niente a trasformarli da icone intoccabili a stralunati cattivi maestri. Anche qui, come in tutti gli altri territori investiti dall’emergenza, dobbiamo fare i conti con una straripante tendenza all’omologazione da una parte e uno stupito arcipelago di eccezioni dall’altra. Sono maggioranza schiacciante i primi e minoranza spaesata i secondi, ma se vogliamo tracciare una mappa di ciò che la pandemia ha prodotto nel nostro Paese una ricognizione tra i pensieri è necessaria.
Partiamo dai sacerdoti del terrore sanitario, di cui eviterò citazioni specifiche per non sviare l’attenzione da ciò che conta davvero, cioè il meccanismo: il “perché” e il “come” si è formato un tribunale dell’inquisizione mediatico sul tema sanitario.
In realtà la sua struttura era pronta da tempo. Molto tempo. Difficile indicare una data precisa per l’inizio di questo fenomeno, ma oggi credo sia ormai evidente a tutti che la comunicazione egemonica sui mass media e sulle piattaforme digitali si sia cristallizzata in uno schema preciso. Uno schema, è bene ribadirlo, precedente alla pandemia, ma che con la pandemia ha stretto la sua tenaglia su ogni dibattito.
Come funziona? A mio giudizio la sua migliore rappresentazione, ironia della sorte, ricalca quella del virus stesso. Un sistema di pensiero elementare, ma estremamente contagioso, dotato di una sbalorditiva capacità di trasformazione a seconda degli argomenti a cui si aggancia. Tuttavia, se con un ideale microscopio volessimo isolarne le componenti fondamentali, ci accorgeremmo che i cardini del pensiero unico sono sempre gli stessi.
Qui ne propongo cinque, tra i principali. Senza dimenticare che, volendo aumentare la risoluzione delle nostre lenti da laboratorio, potremmo isolarne molti e molti altri. Credo, però, che questi cinque bastino per orientarci a riconoscere tra i libri, le trasmissioni televisive, i profili social, gli articoli dei giornali, i casi “positivi” al virus del pensiero unico.
  1. Struttura binaria: quando il dibattito non converge su dati di realtà, ma su esasperate polarizzazioni, è molto probabile che si tratti di propaganda. Accadeva anche prima del green pass. Accadeva sul tema immigrazione, dove da una parte c’era l’umanità dei buoni e dall’altra la paura degli “xenofobi”. Accadeva per i cosiddetti diritti civili delle persone omosessuali, con i progressisti a ridisegnare il concetto di famiglia e gli “omofobi” a difenderlo. Accadeva in campo ambientale, con gli illuminati cultori dei monopattini cinesi contro i “retrogradi” che non aderivano alla crociata contro le cannucce di plastica… Tutti esempi di struttura binaria. Il suo funzionamento è presto detto: quando si genera una contraddizione nella società, la soluzione non è la paziente sutura del tessuto sociale e politico su compromessi accettabili, ma l’esasperazione dello strappo ai danni di chi non accetta di omologarsi a parole d’ordine calate dall’alto. La pandemia non è stata altro che un acceleratore formidabile di questo schema, su cui si è innestato il secondo cardine del pensiero unico.
  2. Stravolgere il senso delle parole: quando nel dibattito si utilizzano parole di cui si stravolge il significato originale, è molto probabile che si tratti di propaganda. Anche qui nessuna novità rispetto al mondo pre-Covid, basti pensare alla trasformazione dei “clandestini” in “richiedenti asilo” oppure alle diciture “padre e madre” mutate in “genitore 1 e 2”.
    So bene che qualche ottimista potrebbe sottovalutare questo fenomeno, ma sarebbe un errore. Un grave errore. Non per la libertà di formulare opinioni, ma per conservare la capacità di pensare, per preservare dal veleno la radice delle nostre capacità cognitive.
    Infatti, noi tutti possiamo pensare soltanto ciò di cui conosciamo il nome. Possiamo indicare con sicurezza una forchetta, un libro, un albero, un cammello o la sedia su cui siamo seduti, solo perché nelle parole si racchiude un significato che racconta una funzione, una storia, una particolare qualità. Se questo viene stravolto, è evidente che scompare anche la realtà. O meglio, la percezione concreta della realtà. Questo genere di distorsioni era all’ordine del giorno da tempo, ma la pandemia ha compiuto il crimine culturale più grave di sempre. Un abominio che rischia di provocare conseguenze inimmaginabili nella scala di valori delle persone, specialmente dei più giovani. Mi riferisco all’utilizzo del termine “negazionista” per coloro che esprimono critiche o distinguo sull’effettiva pericolosità del virus. Ma negazionista non è una parola qualunque! Per decenni tutti noi l’abbiamo utilizzata in modo chirurgico per indicare ciò che rappresenta il peggio del peggio del pensiero umano: i criminali che negano la Shoah! Etichettare con lo stesso termine chi, pacificamente, avanza dei dubbi sulle politiche sanitarie di un Paese democratico, è un obbrobrio che dovrebbe scandalizzare molto più di quanto non sia accaduto. Non solo perché banalizza l’immane tragedia dell’Olocausto, ma ancor di più per la violenza con cui espelle le opinioni divergenti dal campo di quelle ammissibili (pensiero binario). Lo stesso procedimento che, pur con sfumature meno aberranti, applica l’etichetta “no-vax” a tutti coloro che difendono il diritto alla libertà di scelta.
  3. Colpevolizzare le persone: quando le cause delle crisi vengono scaricate sulla società e non su chi ha il compito di governarle, non è molto probabile, ma è certo che si tratti di propaganda. In questo caso non c’è nemmeno niente di orwelliano o di moderno: basta osservare le pagine più buie della nostra storia per ritrovare lo stesso marchio di fabbrica. Dal bollettino del generale Cadorna che incolpava i soldati semplici per la disfatta di Caporetto in poi.
    Nel caso della pandemia, però, la tendenza disgregatrice ha conosciuto alcune torsioni crudeli, tutte fomentate da un racconto mediatico privo di realtà. A partire dall’estate 2020, con le discoteche che avrebbero prodotto la seconda ondata. Falso! I dati smentiscono, in modo cronologicamente inattaccabile, questa ricostruzione. Eppure ha funzionato. È passata per verità. Come è stato possibile? Molto semplice: il potere conosce la propensione tutta italiana all’autoflagellazione, nonché la vocazione a dividersi ferocemente sul pianerottolo del condominio, salvo poi obbedire al primo fesso che arringa da un balcone. Così, non solo abbiamo sofferto le privazioni, ma le abbiamo anche accettate come una sorta di meritata punizione per colpe che nessuno saprebbe elencare, ma che in molti sono convinti di aver commesso. Anche qui, ciò che si innesca non è diverso dal presupposto della cancel culture, quella che imbratta le statue di Churchill e giustifica l’invasione migratoria come conseguenza del colonialismo. Un senso di colpa diffuso e irrazionale, ma che esercita una fortissima presa sul nostro inconscio collettivo. Un sentimento che incatena alla rassegnazione e ai ceppi della paura a reti unificate.
  4. Usare i sentimenti al posto della ragione, la doppia lama della paura: quando una ragionevole minaccia viene amplificata a livello di paranoia, la propaganda non è più solo propaganda. Diventa terrorismo mediatico, il tratto tipico delle dittature. Quanto alla paura, prima della pandemia era un’accusa da rovesciare contro i sovranisti e i critici della globalizzazione. Un sentimento da superare, meschino, retrogrado. Nel giro di un mese, dai turisti cinesi all’ospedale Spallanzani fino al focolaio di Codogno, da tabù è diventata un totem. Un obbligo morale. Non averne era motivo di sospetto. Certo che è normale preoccuparsi quando c’è un’epidemia in corso, ciò che non è normale è che il sistema mediatico alimenti un sentimento al punto da fare tabula rasa di qualunque risposta razionale per reagire al pericolo. Fosse anche un pericolo mortale. La morte è, infatti, il fulcro della tragedia che abbiamo vissuto come civiltà: ci siamo scoperti incapaci di accettare il più naturale dei limiti, lo stesso che le generazioni prima di noi, tra guerre e cataclismi, avevano ben presente. Su questo, il vuoto della gran parte dei filosofi, degli scrittori e dei pensatori è stato il più grave segnale di quanto la nostra fragilità sia nuda al cospetto non del virus, ma della vita stessa.
  5. Esaltazione delle privazioni: quando una serie di misure necessarie ma dolorose sono presentate alla stregua di qualcosa per cui rallegrarsi, non solo è propaganda, è sadica propaganda. Era già accaduto con chi magnificava la legge Fornero, sostenendo che gli anziani sono più contenti di lavorare che di stare ai giardinetti; ma con la pandemia questa perversione culturale ha raggiunto l’apice. Non entro nel merito dell’utilità, né della legittimità delle restrizioni che abbiamo sofferto, ma di come una certa tendenza mediatica le abbia colorate con i pastelli arcobaleno dell’«Andrà tutto bene». Nessuno mette in dubbio il sacrificio di chi era in prima linea per l’emergenza, ma non è tollerabile che la privazione di libertà che abbiamo subito tutti venga esaltata come una straordinaria occasione per vivere meglio. Ricordo il ritornello dello stare in casa, del riscoprire le ricette, il pane, la musica, il silenzio… Tutto bello, tutto vero, ma soltanto se si tratta di un’autentica emozione di chi la vive. Non è tollerabile che l’isolamento forzato sia salutato da scrittori e giornalisti come una specie di festa collettiva! Per capire la ferocia di questa distorsione è emblematico il linciaggio subito da Andrea Bocelli, reo di aver detto che durante il lockdown ha sofferto l’impossibilità a uscire di casa, al punto da essere “evaso” di tanto in tanto. Dopo queste affermazioni si è di colpo ritrovato al centro di una polemica gigantesca che non gli ha risparmiato colpi bassi, minacce e attacchi personali sulla rete e sui giornali. Un trattamento indegno contro chiunque, ma ancora di più nei confronti di uno dei nostri più importanti alfieri dell’italianità nel mondo. Una di quelle personalità che, nel mondo pre-pandemia, nessuno avrebbe osato scalfire con accuse tanto irrazionali, quanto feroci.
Irrazionalità, ferocia, paura, falsificazioni, sudditanza: non si contano gli scrittori, i giornalisti, gli attori e i filosofi che si sono prodigati a stendere sul Paese la gigantesca tonnara della propaganda. Non li cito uno per uno soltanto perché non ne vale la pena. Ad agire, tramite le loro intelligenze asservite, è stato un sistema di pensiero ben più impersonale e ramificato, a cui una moltitudine di speculazioni economiche e politiche ha fornito i mezzi per diventare ciò che è diventato. Un asfissiante cappio intorno alle parole che non abbiamo più il coraggio di pensare, figuriamoci di scrivere o di pronunciare pubblicamente.
Va detto però che non tutti si sono adeguati. Come ho scritto in apertura di questo capitolo esiste un arcipelago di eccezioni che vale la pena ricordare. Si tratta di personaggi molto diversi tra loro, ma che hanno prodotto letture della pandemia convergenti su alcuni tratti essenziali, da cui ciascuno di noi può, se vuole, trarre la propria personale risposta alla domanda: «Che cosa sta succedendo?».
Prima di iniziare questa breve ricognizione, voglio precisare due note interessanti. La prima riguarda il rimescolarsi delle vecchie bandiere di appartenenza, così che tra i cosiddetti “eretici” si trovano tanto alcuni campioni del pensiero conservatore e liberale, quanto degli insospettabili progressisti dotati di spirito critico e coraggio di analisi. Di questi ultimi, soprattutto, non sfugge la particolare solerzia con cui sono stati esiliati dalle stesse televisioni e dagli stessi giornali dove fino al giorno prima spadroneggiavano sugli argomenti preferiti del mainstream. Lo sottolineo, sia per dare loro il benvenuto nella Ventotene mediatica dove da molto tempo gli scomodi sono confinati, sia per sottolineare ancora una volta la prevalenza del meccanismo della propaganda sui suoi stessi adepti. Non importa quanto sia stato celebrato un personaggio funzionale agli schemi delle élite: la sua autorevolezza personale è scritta sulla sabbia e nel vento che corre. Basta che esca dal recinto delle opinioni ammissibili e viene, quantomeno, silenziato.
È il caso di Alessandro Baricco, per esempio. Uno scrittore che non ha mai fatto mistero di appartenere al mondo del progressismo italiano e che da quel mondo era comprensibilmente tenuto in grande considerazione. Almeno finché non ha pubblicato – gratuitamente su internet e in edizione cartacea per Feltrinelli – il pamphlet sulla pandemia Quel che stavamo cercando.
Non si tratta, è bene precisarlo, di un’invettiva contro nessuno. Né contiene vere e proprie eresie dal punto di vista scientifico o politico. Lungo i trentatré frammenti che compongono il saggio sono molte di più le domande che le risposte. Tuttavia credo che sia bastato il suo sforzo di allargare il campo del ragionamento oltre lo schema binario, per disorientare il resto degli intellettuali da tonnara. Per spiegare ciò a cui alludo, provo a citarne un passaggio.
Dal frammento 14.
«Bisognerebbe dunque provare a pensare la pandemia come a una creatura mitica. Molto più complessa di un semplice evento sanitario, rappresenta piuttosto una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno spinto nella stessa direzione. Innocui eventi sportivi, profili social apparentemente insignificanti, governi fragili, giornali sull’orlo del fallimento, semplici aeroporti, anni di politica sanitaria, il pensare di innumerevoli intellettuali, comportamenti sociali radicati nelle più antiche tradizioni, App improvvisamente utilissime, il ritorno sulla scena degli esperti, il silenzioso esserci dei giganti dell’economia digitale – tutto ha lavorato per generare non un virus, ma una creatura mitica che dall’incipit di un virus si è impossessata di ogni attenzione, e di tutte le vite del mondo. Prima e più velocemente della malattia è quella figura mitica che ha contagiato l’intero mondo. Quella è la vera pandemia: riguarda l’immaginario collettivo prima che i corpi degli individui.»
Ora, non voglio certo esprimere io delle rimostranze per la scarsa visibilità che, rispetto al passato, il panorama mediatico ha riservato alle opinioni di Baricco. Il diretto interessato non se n’è lamentato, né ha bisogno della sottoscritta per farsi promozione, tuttavia l’immagine evocata dal suo saggio mi pare significativa per prendere la misura del dibattito. Una misura an...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. Libertà
  4. 1. Il ricatto del pensiero unico
  5. 2. I ragazzi di Trieste
  6. E ORALE STORIE
  7. 3. Neanche l’ultimo saluto
  8. 4. Si ammala due volte: licenziata
  9. 5. Dovevano curarlo, lo hanno ucciso
  10. 6. Lotta al Covid, prima da medico e poi da paziente
  11. 7. Lo storico ristorante rovinato dal lockdown
  12. 8. Abbandonato dal governo, non dai concittadini
  13. 9. Riapre il bar per disperazione
  14. 10. A scuola senza mascherina: ricoverato come pazzo
  15. 11. L’economia italiana in mano agli strozzini
  16. 12. Dove tutto è cominciato. Li Wenliang e il Mostro cinese
  17. Epilogo. Mariuccia
  18. Copyright