
- 416 pagine
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Diego Armando Maradona è considerato un genio. Uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, se non il più grande, ma anche uno dei più controversi. Di lui ricorderemo di sicuro i gol, i dribbling e le punizioni. Così come gli eccessi della sua vita fuori dal campo. Basata su testimonianze e storie inedite, questa biografia racconta il ragazzo povero di periferia e il calciatore, dai suoi esordi all'Argentinos Juniors fino alla morte in estrema solitudine. Un'opera che ripercorre le gesta e gli errori di una personalità autodistruttiva, adulata e ripudiata allo stesso tempo. Una storia che è ormai letteratura e che continua ad affascinare milioni di tifosi e appassionati di calcio.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2021Print ISBN
9788856681550eBook ISBN
9788858527801PARTE TERZA
MARADONA
11
Il periodo al Boca Juniors
Nei quindici mesi di permanenza al Boca, il mondo di Maradona cambiò. La fama gli apriva molte porte e lui, spavaldo e pieno di testosterone, era ben felice di lanciarsi in nuove avventure. Sapeva di essere il giocatore più pagato e influente, e sfruttò questa condizione per le cause a cui teneva. Per esempio, il Boca faceva pagare ai giocatori più giovani la maglia che indossavano nei match ufficiali. Diego chiese alla dirigenza di darne all’intera squadra una gratis per ogni partita giocata. In occasione della Giornata dell’amicizia, a luglio, regalava ai suoi amici più cari un orologio di marca, che è sempre uno status symbol.
Roberto Mouzo detiene il record di presenze nel Boca. «Diego mi prestava la sua Bmw per andare a Morón [una città nella provincia di Buenos Aires] il sabato sera a comprare “La Razón”» raccontò a Diego Borinsky di «El Gráfico». «La prima volta che lo facemmo, vincemmo la partita, e da allora è diventato un rituale scaramantico.»26
Il settimanale «Somos» pubblicò un servizio sui beni di Maradona: due Mercedes-Benz con autista, una Bmw, una Ford Taunus nera, una casa in Calle Cantilo, valutata ottocentomila dollari, e un’altra in Calle Lazcano. C’era anche un terreno a Moreno, nella provincia di Buenos Aires, e l’ufficio della Maradona Producciones, in un maestoso edificio del centro città. «Possiede quaranta paia di scarpe, cinquanta camicie sartoriali italiane e usa il profumo Paco Rabanne» affermava la rivista.
A Diego piaceva assistere a spettacoli di varietà, e non disdegnava le fotografie con le vedette, le protagoniste femminili. Fu immortalato all’uscita da ristoranti famosi, dove incontrava attori, politici e noti imprenditori. Per soddisfare il suo nuovo stile di vita, affittò un appartamento nella zona Nord di Buenos Aires, dove riceveva amici e calciatori. Tra di loro, c’era anche Carlos Salinas, uno dei giocatori ceduti all’Argentinos Juniors, nell’accordo per l’acquisto di Maradona. «Dopo il passaggio al Boca, incontrammo Diego molte volte, in un appartamento in Avenida Santa Fe» raccontò a Diego Borinsky di «El Gráfico». «Al pianterreno c’era un locale notturno, si chiamava Dover, e da lì facevamo salire le ragazze direttamente in casa. C’erano anche Guillermo Cóppola, Carlitos Randazzo… sembravano un gruppo rock in tour, sapevano come divertirsi.»27
Fu Randazzo a presentare Diego a Cóppola, poco prima che l’impiegato di banca venisse coinvolto nella cessione al Boca Juniors. «Fu come far incontrare una coppia» raccontò un altro dei giocatori ceduti dal Boca all’Argentinos, Randazzo, nativo di La Boca. «Un giorno girammo uno spot pubblicitario per Flipper Jet, per un nuovo gioco elettronico» raccontò a «El Gráfico». «Diego mi invitò a casa sua. Era quasi sera e quando arrivai… c’erano già le ragazze, parecchie ragazze.»
Alcuni anni dopo, quando la droga entrò nella vita di Maradona, spesso fu tirato in ballo anche Randazzo. «Ogni volta che saltava fuori la storia della droga, tutti puntavano il dito su Diego e me» raccontò a Borinsky. «Ma nessuno parlava delle iniezioni che ci facevano i dottori della squadra per farci giocare, a noi due e a molti altri, a diciassette o diciott’anni. Provando la coca dissi: “Questa roba non è niente, è una merda rispetto alle punture”. È così che ci siamo finiti dentro fino al collo.»
Stando a Randazzo, i medici somministravano anfetamine ad alcuni giocatori delle scuole calcio perché «se il tuo avversario è stato aiutato, allora anche noi vogliamo aiutarti». Riferì che molti ragazzi soffrivano di disturbi del sonno e per disintossicarsi frequentavano regolarmente saune e terme.
Diego era infortunato quando giocò l’amichevole tra l’Argentinos Juniors e il Boca; ci vollero alcuni giorni perché si riprendesse, ma si sentì abbastanza in forma da giocare il Superclásico di aprile contro il River, alla Bombonera. Pioveva, ma il maltempo non gli impedì di prodursi in azioni memorabili. Il centrocampista offensivo Miguel Ángel Brindisi segnò i primi due goal per il Boca. Nel primo, Diego prese la palla nella propria metà campo e si lanciò all’attacco. Fu messo a terra non una, ma due volte con falli pesanti, da ammonizione, tuttavia l’arbitro non fermò il gioco perché, in entrambi i casi, lui si rialzò e continuò a giocare. Saltò altri tre difensori e si scontrò con il portiere Pato Fillol per il possesso palla, che schizzò verso Brindisi, lesto a metterla in rete. Brindisi segnò ancora e il terzo goal del Boca – diventato leggendario – chiuse la partita sul 3-0.
“Cacho” Cordoba, il numero 3 del Boca, fece un insolito scatto lungo la fascia destra e vide Maradona libero all’altezza del dischetto del rigore. Si accentrò e passò la palla a Diego, che la controllò abilmente e poi si fermò sul campo fangoso. Fillol gli corse incontro per fermarlo, lui fece una finta sulla sinistra e poi scattò veloce a destra, lasciando il portiere disorientato. La danza durò meno di un secondo, e in uno spazio ridottissimo, neanche un metro quadro, ma bastò a battere in astuzia Fillol. Il difensore Tarantini, che era sulla linea di porta, si lanciò sui piedi di Maradona, come se fosse un portiere. «Stavo per scartarlo, giuro» ricordò Diego. «Però poi ho visto uno spiraglio e – tac – ho messo la palla proprio lì.» Il tocco in porta fu uno scavetto morbido, preciso, la palla si infilò tra la mano di Tarantini, stesa in aria, e il palo destro. Un fotografo sbucò da dietro la linea di porta e riprese la corsa di Maradona, che si lanciò ginocchia a terra nel terreno fangoso, mentre il flash della macchina fotografica gli illuminava il viso.
In quel campionato, Maradona e Brindisi segnarono diciassette reti a testa per il Boca; erano una coppia micidiale, che trascinò la squadra alla vittoria del campionato metropolitano, l’unico successo di Maradona nella prima divisione argentina.
A Diego piaceva il suo calcio: le rivalità, gli stadi rumorosi, i festeggiamenti e la storia d’amore con il pallone. Ma dentro di lui, cominciavano a formarsi delle crepe: qualcosa di fragile iniziava a rompersi. Mentre il neoacquisto metteva a segno i primi goal per la sua nuova squadra, emersero i dubbi sulla capacità del club Xeneize di onorare i pagamenti per l’ingaggio di Maradona, che così si ritrovò nel mirino di altri club.
Nella sua visione estrema della vita, l’attenzione incessante dei media iniziò a soffocarlo. Decise che voleva lasciare il calcio, scappare dal mostro che lui stesso aveva creato, sempre in cerca di una strada magica verso nuovi pascoli. Alternava le folli nottate a Buenos Aires a periodi di introversione. O semplicemente si nascondeva con la sua famiglia, che venne rappresentata sulla rivista satirica «Humor» come un gruppo di turisti che compravano tutto con i soldi di Diego. «Non posso stare tranquillo da nessuna parte» si lamentava.
Il Boca era incalzato dal fisco argentino, che sequestrò il complesso Sports City, una delle proprietà più importanti del club. La Banca centrale minacciò di squalificare la squadra quando fu confermato che i suoi dirigenti avevano emesso assegni scoperti. La stampa arrivò a scrivere che Maradona, ignaro degli intrallazzi del club, aveva smesso di versare le tasse e rischiava di finire in galera. La pressione era enorme, e le notizie riempivano le pagine dei giornali, non solo quelli sportivi.
Otto mesi dopo la firma, il Boca organizzò un tour mondiale per raccogliere fondi e riuscire a pagare il suo golden boy. Era ottobre e Maradona, molto stressato, era in viaggio per la Costa d’Avorio, quando si confidò con Roberto Passucci, leggendario difensore del Boca. «Quando spegneva le luci, non riusciva a prendere sonno» ha raccontato Passucci al sito web del Boca. «Mi diceva: “Passu, non riesco a dormire. Non riesco a gestire il successo, non riesco a rilassarmi da nessuna parte. Se oggi voglio andare a comprarmi una maglietta, Cyterszpiler deve inventarsele tutte per evitare che la gente mi veda. È terribile”.»
Quando i giocatori arrivarono all’aeroporto di Abidjan, furono accolti da centinaia di ragazzi ivoriani che indossavano magliette con l’immagine di Maradona. Il tutto era stato organizzato dal suo agente. Diego non aveva mai visto niente del genere. «I negri travolgevano i poliziotti armati di machete e mi circondavano, mi dicevano: “Die-go! Die-go!”» scrisse nella sua autobiografia. «E dopo, quando andammo a pranzo in albergo, una ventina di loro mi venne intorno e uno mi salutò dicendomi: “Pelusa…”. Mi chiamò Pelusa! Un negro della Costa d’Avorio! […] Fuori mi trattavano come un re; dentro, in Argentina, meglio non parlarne…»28
Diego si sentiva sopraffatto, e sollevò l’argomento persino con suo padre, cosa davvero rara. Una parte di lui avrebbe voluto tornare a essere il ragazzo di Villa Fiorito. Ma ben presto scoprì che non esiste un luogo al quale si può ritornare davvero, come se nulla fosse. Provò un senso di smarrimento, una vertigine.
«Voglio lasciare il calcio» confidò a Guillermo Blanco durante il volo di ritorno dall’Africa. Erano passati cinque anni dall’esordio in prima divisione e stava per compierne ventuno. Voleva «giocare una partita con i bambini, contro i bambini, bambini sugli spalti, bambini in porta, bambini nel servizio d’ordine… solo bambini… solo gli innocenti».
«Maradona non poteva mostrare alcuna debolezza» raccontò Fernando Signorini nel documentario Diego Maradona di Asif Kapadia. «Un giorno, gli dissi che con Diego sarei andato in capo al mondo, ma con Maradona non avrei fatto neanche un passo. Lui replicò: “Sì, ma se non fosse stato per Maradona, sarei ancora a Villa Fiorito”.»
«A volte, sento dire che devo segnare mille goal come Pelé e non capisco il motivo» confidò Diego a Blanco nel 1981, tornando in aereo dalla Costa d’Avorio. «Così sarei forse tranquillo e in pace con me stesso? Voglio che la gente si dimentichi di Maradona, e che i giornali la smettano di pubblicare falsità. L’ultima cosa che si sono inventati è che mi sarei comprato uno yacht. Lalo, mio fratello, è venuto a chiedermi se fosse vero. Gli ho detto di no e lui ha replicato: “Ma nell’articolo c’è persino il nome del tizio che se ne occuperà! Sei sicuro di non averlo comprato?”.»
C’era un solo modo per porre fine a quella follia.
12
I Mondiali di Spagna 1982
Dopo aver dichiarato apertamente di voler lasciare il calcio, Maradona dovette risalire la china. Ferito e amareggiato, andò in vacanza a Las Vegas con la famiglia. Saltò persino i raduni della Nazionale, un’offesa che meritava l’iscrizione nel libro nero di Menotti, che tuttavia comprese lo stato d’animo del calciatore. Diego mancò a un altro allenamento dell’Argentina quando decise di trascorrere la notte a fianco della madre malata. A ventun anni, le sue emozioni erano sul punto di esplodere.
«Una volta conclusa la trattativa,» spiega il segretario generale dell’Argentinos Juniors, Alberto Pérez «dissi a Nuñez: “Non sono sicuro che Diego si adatterà al Barcellona”. Lui mi guardò sorpreso. “Voglio dire, i catalani sono piuttosto formali, mentre Diego proviene da un ambiente diverso.”» Il presidente del Barcellona aveva ricevuto il primo avvertimento.
«Quando finimmo di negoziare l’accordo, Jorge Cyterszpiler mi disse: “Il Barcellona darà un’automobile a Diego”» continua Pérez. «“E lui vuole che chieda a Nuñez di pagargli anche la benzina.” “Andrà fuori di testa, Jorge, diglielo.” “No, no, diglielo tu.” Così io dico a Nuñez che c’era ancora un dettaglio da definire, un dettaglio piccolissimo… Il Barcellona avrebbe dovuto pagare la benzina… Lui si alzò e si mise a urlare: “La benzina? La benzina? Con tutti i milioni di pesetas che… e mi chiedete anche la benzina!”.»

Jorge e Diego, due ragazzi della periferia di Buenos Aires, andavano insieme alla conquista dell’Europa. Stavano per atterrare a Barcellona; la loro preoccupazione e diffidenza erano pari al sospetto e all’ostilità dei loro ospiti. Erano pronti a sfidare il Primo mondo, che quella squadra e la Spagna rappresentavano.
Ma prima che l’avventura avesse inizio, c’era la piccola questione dei Mondiali. Ciò che sale, prima o poi deve scendere, e il tempo risolve quasi tutto. Dopo aver indirizzato il trasferimento al Barcellona sul binario giusto, Maradona tornò a essere tranquillo e concentrato, e si poté preparare adeguatamente per la Coppa del mondo del 1982, in Spagna. Menotti iniziò la preparazione il 14 febbraio, ben quattro mesi prima dell’incontro di apertura. Insieme ai campioni del mondo (Fillol, Passarella, Ardiles, Kempes) convocò alcuni giovani dei Mondiali giapponesi (Ramón Díaz, Calderón, Barbas e ovviamente Maradona). Furono disputate alcune amichevoli in Argentina: contro la Bulgaria, dove il pubblico fischiò i giocatori, e contro la Polonia, dove per la prima volta emerse la leadership di Diego. «Spero che i tifosi capiscano che questo è un tipo di calcio che deve essere protetto. I fischi dell’altro giorno mi hanno ferito» ammise Diego.
La sua luce iniziava a risplendere e a travolgere tutto il resto, incluso l’allenatore. «Lei è in competizione con Diego?» gli chiesero durante una conferenza stampa. «Non sono un giocatore, e lui è il migliore del mondo: come posso essere in competizione con lui?» replicò il coach. Il passaggio della leadership a Diego doveva essere gestito durante il tour europeo della Nazionale. Dopo aver proibito alla sua stella di parlare con i giornalisti, argomentando che «il silenzio è salutare», Menotti scoprì che Diego si era fatto pagare duemila dollari per rilasciare un’intervista durante la trasferta a Londra. Maradona, che non era abituato a farsi dire cosa poteva o non poteva fare, diventò insofferente. E non era neppure abituato ad avere filtri quando comunicava con il pubblico, con i suoi tifosi. Anche Cyterszpiler gli consigliò di moderare le sue esternazioni, e lo stesso suggerimento era arrivato dal governo argentino. Sembrava quasi impossibile imbrigliare uno spirito libero come il suo.
Durante le interviste, Maradona insisteva a dire che era rimasto lo stesso, che non era cambiato nulla da quando aveva lasciato la baraccopoli, ma quel discorso diventò stereotipato e ripetitivo.
La Nazionale argentina alloggiava all’albergo Benidorm di Alicante durante la fase a gironi della Coppa del mondo. Maradona era una delle stelle del torneo, insieme al brasiliano Zico e a Karl-Heinz Rummenigge della Germania Ovest. Fu Diego a essere sbattuto sulle copertine delle riviste e sui poster staccabili, la sua faccia appariva sui cartelloni di tutte le strade spagnole. La stampa argentina avanzò l’idea che lui fosse l’eletto, dal quale ci si aspettava il massimo: «Non è più un bambino, deve mantenere “ciò che ha promesso”». Pelé, la cui supremazia nel mondo del calcio era messa in discussione, diede voce ai dubbi sul fatto che la reale grandezza di Maradona bastasse a giustificare gli onori che gli venivano tributati dal mondo.
Il compagno di squadra Ossie Ardiles credeva che Diego avesse bisogno di un po’ di normalità e che ogni tanto dovesse essere sottratto all’impero artificiale che gli stavano costruendo intorno. Insieme sgattaiolarono via dal ritiro per andare a visitare una chiesa nella vicina cittadina di Villajoyosa. Ardiles ha raccontato la storia ad Andrés Burgos, per il libro El partido: «Quando la sorveglianza si accorse della nostra assenza, diede l’allarme. Qualcuno disse che c’era stato un attacco armato o un rapimento da parte delle SAS (le forze speciali dell’esercito inglese). Io e Diego eravamo a messa, c’era un gruppo di ragazzini che faceva la prima comunione, e di colpo entrarono alcuni tizi in giacca e occhiali scuri, sospirando di sollievo perché ci avevano ritrovati».
Il campione del mondo voleva prendersi cura del giovane fragile, affamato di successi con la Nazionale maggiore, e dotato di una tecnica sopraffina. «Durante il riscaldamento si metteva al centro del campo e iniziava a palleggiare» raccontò Ardiles al «Daily Mail». «Poi calciava il pallone in aria e chiacchierava, come se niente fosse. “Ossie, come va oggi?” E poi – bum! – il pallone gli ricadeva sul piede. Spesso gli avversari rimanevano impalati a guardarlo, consapevoli che dopo una decina di minuti avrebbero dovuto giocare contro quel mostro. E lui lo sapeva… I giocatori delle altre squadre comme...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- MARADONA
- Prologo
- PARTE PRIMA. EL PELUSA
- PARTE SECONDA. DIEGO
- PARTE TERZA. MARADONA
- PARTE QUARTA. DIEGO ARMANDO MARADONA
- Epilogo
- Note
- Ringraziamenti
- Copyright