Anche le storie personali sono destinate a ripetersi?
Sto per replicare la scena di quando i miei genitori hanno ringraziato me ragazzina per il mio regalo senza dedicare neanche una parola al contenuto di quel libretto scritto a mano e legato con quel bel cordoncino viola?
Potrebbe sembrare, ma non è così.
È vero, io finora cosa ho raccontato? Sorpresa, emozione, condivisione. Ma dovete capire… Sono queste le sensazioni che si presentano per prime quando ti arriva qualcosa che proprio non ti aspettavi.
Il testo di quelle paginette me lo sono letto dopo, in pace, nel silenzio. E l’ho anche riletto una seconda e una terza volta.
E qui si è fatto strada un nuovo invitato: lo stupore.
Nel passato, quando mi capitava di ripensare a quello scritto infantile perduto, ero sempre convinta di aver raccontato suppergiù la storia della mia famiglia (ambientata nel tempo di guerra e persecuzione); insomma, una specie di anticipo di quello che sarebbe stato il primo libro da me scritto da adulta, e cioè Una bambina e basta.
Mi ero sbagliata.
Quel piccolo romanzo che ora stavo scorrendo non era affatto ispirato ai miei genitori, a noi tre sorelle, alla fuga nel convento. Niente modello tratto dalle nostre vicissitudini, si trattava di un’altra famiglia, di una fuga in un altro luogo. Insomma, tutto diverso, tutto inventato.
Ma perché? Perché lei aveva sdegnato le nostre vicende famigliari? E dove li aveva mai pescati questi nuovi, avventurosi particolari?
Eccolo lo stupore. E anche un certo tormentarsi sopra per cercare di capire.
Vi siete accorti che l’ho chiamata “lei”?
Forse è perché non mi ero identificata con quella storia e non avevo affatto compreso come la “scrittrice” di allora si era mossa. In poche parole, non mi ci ero riconosciuta.
E l’unico modo per afferrare qualcosa non era forse mettermela di fronte e chiederlo direttamente a lei?
Questa l’idea che mi è passata per la testa come un’illuminazione. Ed eccoci qua.
IO (in tono gentile): Il tuo Dal pianto al sorriso l’ho letto tutto d’un fiato.
LEI: Non te lo ricordavi? L’hai scritto tu.
IO: Mi ricordavo di averlo scritto, e anche di quando l’avevo consegnato come dono a mamma e papà, e che loro mi avevano detto grazie senza fare nessun commento sul testo. Ma di cosa si raccontava in quella storia non ricordavo niente. È questo che mi turba.
LEI: Perché?
IO: Ero sicura, sicurissima, che nel romanzo tu avessi scritto attingendo dalla “nostra” esperienza al momento della fuga, del convento in cui ci eravamo nascoste, di mamma che ci aveva raggiunto e papà no… Insomma, ce ne erano di cose da tirar fuori. Perché hai scelto vicende tutte diverse?
LEI: Non lo so, mi è venuto così. Forse pensavo che parlare di noi fosse come fare il solito tema in classe tipo “Come hai passato la domenica?”. Io ho preferito inventare.
IO: Non era più difficile così, senza una pedana d’appoggio, senza un aiuto preso dalla realtà?
LEI: Fai finta di non ricordare quanti libri avevamo letto in quegli anni? Io volevo provare più di tutto a creare dei personaggi simili a quelli degli altri romanzi, i caratteri, i vestiti, tutta quella roba là.
IO: Niente suor Clotilde, quindi, né altri fatti veri?
LEI: La guerra nel mio libro c’è, e anche le persecuzioni contro gli ebrei, ma c’è anche Pollyanna, lo ricordavo a memoria ormai quel romanzo. In altre parole, mi sono appoggiata su un palcoscenico che conoscevo bene, ma le marionette che ci si muovevano sopra le ho create io.
IO: Mi vuoi mettere in crisi. Io, nel mio di libro, mi sono proprio rifatta a nostri accadimenti personali.
LEI: Ma era passato un mucchio di anni! Non era più un “tema in classe”. Quei fatti veri erano diventate cose che avevi dentro e facevano parte di te adulta.
IO: Pare che ne sai più di me. Non è un po’ strano?
LEI: Non diciamo sciocchezze. Io, quando mi mettevo a scrivere, mica ci facevo dei pensieri sopra, allora. Te l’ho già detto, volevo imitare Pollyanna e Bibi, una bambina del nord.
IO: Mi hai quasi convinto. Adesso posso farti qualche altra domanda, sempre per cose su cui non mi tornano i conti?
LEI: Certo!
IO: Mi è piaciuto il capitolo Marcella eroica, la scena in cui la ragazzina, dalla finestra, alza il braccio nel saluto nazista gridando “Heil Hitler!” (tu l’avevi scritto con la a e senza la l finale, ci siamo permessi di correggerlo). Quel gesto e quel grido improvviso hanno distratto per un attimo i tedeschi, consentendo a un ragazzo in fuga di dileguarsi. Niente da eccepire su questo racconto.
LEI: E allora? Dove è il problema?
IO: Non mi è chiaro come hai fatto per lo sfondo storico. Ragioniamo. Tu questo libretto lo hai scritto subito dopo la Liberazione di Roma (l’hai anche precisato in fondo all’ultima pagina). D’accordo, Roma era libera, ma nel resto d’Italia ancora si combatteva. Non si era arrivati ai tempi in cui si poteva cominciare anche un poco a scherzare su quello che era successo. Non erano usciti giornali, film, fumetti con certe battute. Insomma, quell’“Heil Hitler!” quasi buffonesco da dove diavolo ti è uscito?
LEI: Allora non ti ricordi niente! Ma come, c’erano Totò e la Magnani che, nemmeno due giorni dopo la fuga dei tedeschi, avevano portato in scena il loro spettacolo che li prendeva in giro. Tutta la città correva a ridere insieme a loro.
IO: Non mi sembra che la nostra famiglia fosse in grado di pagarsi i biglietti per una rivista.
LEI: Ma no, ma no! Nei quartieri c’erano i comici del varietà che imitavano i loro Maestri, gli rubavano le battute. E non ce l’avevano solo con i tedeschi, prendevano in giro tutti. C’era una canzoncina che a casa cantavamo anche noi.
IO: Una canzoncina?
LEI (canta): E quando gli alleati ci chiamano fratelli / ci mandan dall’America la zuppa di piselli…
IO: Era cattivissima quella polvere di piselli secchi da allungare con l’acqua, me la ricordo anch’io. E sì, rico...