Holden
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Holden

Storia di cieli, prati e cavalli liberi

  1. 256 pagine
  2. Italian
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Holden

Storia di cieli, prati e cavalli liberi

Informazioni su questo libro

Nina ha sedici anni, non conosce suo padre e la mamma è sempre preoccupata per i soldi che non bastano mai. Per fortuna nella sua vita c'è Holden, un magnifico cavallo dal manto nero e lucente. Quando è con lui, Nina può chiudere tutti i problemi fuori dal maneggio e sentirsi finalmente libera. Finché una notte, tentando di fuggire dal suo box, Holden si ferisce gravemente.
Per salvarlo, Nina decide di portarlo nella baita del vecchio Bartolo, un uomo d'altri tempi, mezzo matto e mezzo guaritore. Lassù, tra quelle montagne incontaminate, la ragazza imparerà ad apprezzare le piccole cose: una fetta di pane con formaggio, il cielo disseminato di stelle, il silenzio interrotto solo dal rumore di un ruscello.
Conoscerà gli abitanti di quelle valli, e tra questi Sam, il cui dolce sorriso le farà battere forte il cuore. Ma, soprattutto, riceverà la lezione più importante di tutte: "il destino non si discute".

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Informazioni

Anno
2021
eBook ISBN
9788858526897
Print ISBN
9788856680324

CAPITOLO 1

Non mi sono accorta di come il paesaggio stesse cambiando: la nausea, il timore, il canticchiare della nonna e il suo consiglio di tenere gli occhi chiusi mi hanno isolata dalla realtà e, ora che siamo qui, capisco.
Anzi, forse dovrei dire che non capisco, perché non sono mai stata qui prima.
È un posto… bellissimo! Se ci fosse il mio prof di Lettere mi sgriderebbe e mi inviterebbe a trovare un aggettivo più adatto, “più nobile”, direbbe lui.
Ma questo posto ti lascia, oltre che senza fiato, senza parole e, se mi sforzo di ascoltare la mia testa, no, i miei sentimenti, ecco che sento arrivare come una carezza a liberare e slacciare la lunga catena delle emozioni che stavano annodate strette strette al mio stomaco: mi sento meravigliosamente libera. E leggera.
Mi guardo attorno e sembra tutto quasi irreale: questo è sicuramente il posto dove nascono le fiabe, dove i racconti prendono vita, dove le poesie trovano l’ispirazione per nascere e volare.
Un posto fatto di cielo e di prato. Di azzurro e di verde. Che non si confonde, perché c’è un orizzonte netto che ferma e stabilisce un limite. Dove la roccia esplode, si innalza ruvida e pulita a intagliare lo sfondo del cielo. A fermare il movimento lento dell’onda verde dei prati.
Un piccolo cane sbuca all’improvviso da non so dove: arriva ai miei piedi, annusa, poi si arrampica sulle mie gambe in cerca di carezze. LEONE, c’è scritto sulla piccola targhetta che pende dal collare.
– Devi avere un bel caratterino, altrimenti non ti avrebbero chiamato così – gli dico mentre accarezzo il suo pelo raso.
Resto distante da nonna e Vittorio che stanno parlando, penso, con Bartolo. Lui è di spalle e capisco dai folti capelli grigi e dalla schiena curva che non dev’essere giovanissimo. Leone si divincola e corre a raggiungerli.
Non c’è voce, se non quella dell’aria e dello scorrere dell’acqua, forse un torrente da qualche parte, che da qui non posso vedere.
È quasi mezzogiorno, ma non fa caldo, anzi, quando le nuvole nascondono il sole, un alone di brividi arriccia la pelle delle mie braccia nude. Eccole - le nuvole - pronte a disegnare figure strane e scure sulla luce verde dei prati. E se davvero Holdy potesse tornare a correre qui? Sarebbe fantastico, sarebbe un sogno.
– Io non curo le bestie!
Ecco, scendo dal sogno e torno immediatamente alla realtà.
Bartolo discute con la nonna mentre Vittorio mi chiama: dobbiamo far scendere Holdy dal van, ha bisogno di muoversi.
– Aiutami, Nina. Lo portiamo in quel piccolo paddock laggiù – dice, indicandomi un recinto all’ombra di una pianta dalla chioma gigantesca.
– Bartolo non mi pare molto felice della nostra visita… – commento, agganciando la lunghina alla capezza.
– Già… Lui è uno tosto. Bisognerà avere un po’ di pazienza. Vedrai che tua nonna lo convincerà.
– La gente dice che è pazzo.
– Conosco persone che sono state guarite da lui, conosco bene tua nonna, e questo mi basta…
– Sì, lei sembra molto convinta.
Libero Holdy e lascio che esplori il nuovo spazio. Preparo il secchio con l’acqua mentre lo vedo trascinare il naso a terra e strappare qualche ciuffo d’erba. Resto un po’ distante a osservarlo, a osservare la sua forma snella e perfetta, il suo collo e la sua testa che si protendono verso il cielo ad annusare, guardare, capire.
– Ehi, ti piace questo posto? – gli chiedo, raggiungendolo e mostrandogli l’acqua.
Holdy beve un po’, poi qualcosa attira la sua attenzione: probabilmente un rumore che io non riesco nemmeno a percepire. Si stacca dal secchio e lascia scivolare un fiotto d’acqua che inonda le mie scarpe di tela. Le sue orecchie si allungano in avanti, poi indietro. Nitrisce appena, come se stesse borbottando qualcosa. Mi guarda e poi torna a tuffarsi nell’acqua.
– Potrebbe piacerti qui –. Gli passo una mano sul collo muscoloso. – Potrebbe piacere anche a me…
Prendo il cellulare dalla tasca, inquadro e scatto. Dopo tanto tempo trovo la voglia di fargli una foto: è bellissimo anche così, con una gamba acciaccata, con il suo manto scuro che rimbalza sullo sfondo verde e luminoso dei prati.
La manderò a mamma.
La manderò a Elisa.
– Non riuscirai a comunicare molto con quell’aggeggio.
È lui e, come se fossi stata beccata a scuola con il cellulare in mano, lo nascondo in fretta nella tasca. Mi volto cercando di mantenere una posizione sull’attenti (ma perché?) e, strizzando gli occhi colpiti dal sole, balbetto: – Buongiorno…
– ’Giorno… – risponde con voce profonda.
– Ecco, Bartolo, questa è Nina, mia nipote, e quello è Holden – si inserisce nonna.
– Sì, ma io non sono un veterinario… – borbotta lui, avvicinandosi allo steccato.
– Di medici ne ha già visti abbastanza, credimi –. Lei, la nonna, non molla.
– È il posteriore destro… – sussurra lui.
Ma come ha fatto a capirlo? Holdy è fermo e porta le fasce da trasporto su tutte le gambe. Forse glielo ha detto la nonna.
– Sì, il destro. E poi dici di non essere un veterinario!
No, nonna non gli ha raccontato proprio nulla.
Lo guardo: è più vecchio di quanto immaginassi, è alto anche se la sua schiena è un po’ curva. Indossa un paio di pantaloni di velluto scuro e un maglione pesante dal colore indefinito. Non è trasandato; la sua barba lunga, così come i suoi capelli, è ben pettinata.
Gira attorno al recinto, chinando la testa prima da una parte, poi dall’altra. «Sta studiando Holdy?» mi chiedo.
A quel punto mi ordina di raggiungerlo: – Vieni qui…
La mia faccia stupita, forse impaurita, lo invita a spiegarsi: – Voglio vedere come reagisce il tuo cavallo. Esci e vieni vicino a me.
E in quell’istante, in quel preciso istante, il mio cuore accelera, ingrana la marcia, ma trova un ostacolo e fatica a pulsare: mi sento ancora inclinata e inchiodata sul sedile della macchina di nonna mentre cerchiamo di risalire con il motore che arranca. Ecco, il motore del mio cuore arranca.
Ho paura. Temo che Holdy possa reagire male, spaventarsi, saltare, cercare di scappare e ferirsi ancora. Ho paura, ma sbaglio, perché invece lui resta immobile con il collo dritto, le narici dilatate, i muscoli in tensione che brillano sotto i raggi del sole, capaci di regalargli sfumature blu e viola. Resta fermo, rivolto verso Bartolo, che non batte ciglio.
E in quel momento vedo le sue mani: grandi, nodose ma curate. Le osservo e penso a quale medicina miracolosa riescano a passare, a quale mistero nascondano. Poi Bartolo apre il cancelletto ed entra, gira in circolo come a sistemare un po’ il campo, l’erba e la terra che a tratti si mischiano. Holdy gira insieme a lui, si mantiene a distanza, mentre le sue orecchie puntano all’indietro, in segno d’allarme.
Io sono ancora in affanno. Vorrei far ripartire la macchina del mio cuore, ma qualcuno ha incastrato e bloccato il freno.
Bartolo si sposta lentamente, si avvicina a Holdy, dice qualcosa che nessuno di noi sente. Fa un passo avanti mentre Holdy ne fa uno all’indietro, lui avanti e l’altro indietro, quasi una danza, fino a quando la sua mano aperta incontra il suo muso; fino a quando la testa di Holdy si piega sulla spalla di Bartolo.
Eccola la poesia, che nasce e prende il volo.
Scatto una foto con il cuore, per questa immagine eterna.

CAPITOLO 2

C’è del pane a fette, del formaggio e una ciotolina in legno scuro con della marmellata che, dal colore, sembrerebbe di mirtilli.
Bartolo e la nonna hanno improvvisato un pranzo all’aperto, in un angolo in ombra: la sporgenza di un sasso è diventata un tavolo.
Vittorio si sta già abbuffando.
– Non hai ancora assaggiato nulla, Nina. Di solito hai sempre fame! –. Nonna mi porge un tovagliolo e mi fa cenno di mangiare qualcosa. Lo so benissimo cosa mi sta dicendo: rifiutare quello che ci viene offerto è da maleducati. Ma il mio stomaco è chiuso e sono invasa da un sentimento confuso: non so ancora se potremo restare qui- non l’ho proprio capito! - e l’idea di riportare Holdy al maneggio mi riempie di ansia.
Ma nonna non sembra preoccupata, anzi, chiacchiera e mangia con gusto!
Prendo un pezzo di formaggio con un po’ di pane scuro e chiedo il permesso di potermi allontanare, di andare da Holdy. Leone mi segue e il tintinnio della sua medaglietta accompagna i nostri passi, si accorda al sussurro del vento e al chiacchiericcio delle foglie. Le fronde dell’albero che regala ombra a Holdy si piegano al volere dell’aria che a tratti diventa più forte.
Non sono abituata a tanto silenzio, a queste voci.
Il formaggio è davvero buono, lo divoro insieme al pane, mentre Leone e Holdy mi guardano affamati.
Chiudo la zip della felpa fino al collo, ma so che tra cinque minuti la sfilerò di nuovo: caldo e freddo si rincorrono velocemente, in sintonia con le nuvole e il sole. Mi volto a osservare la baita, la casa di Bartolo. È fatta di pietra e legno; ha un piccolo portico dove ci sono una panca e un tronco d’albero a mo’ di tavolino.
Conto cinque gradini per salire alla porta di ingresso, due finestre sulla facciata al primo piano e una centrale al secondo, incastrata nel mezzo del tetto.
Dal comignolo esce del fumo, ma non vedo l’antenna della Tv e nemmeno una parabolica, il che mi preoccupa. E, a quanto pare, non c’è campo. Controllo il cellulare: una tacca. Un po’ poco!
...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CAPITOLO 1
  4. CAPITOLO 2
  5. CAPITOLO 3
  6. CAPITOLO 4
  7. CAPITOLO 5
  8. CAPITOLO 6
  9. CAPITOLO 7
  10. CAPITOLO 8
  11. CAPITOLO 9
  12. CAPITOLO 10
  13. CAPITOLO 11
  14. CAPITOLO 12
  15. CAPITOLO 13
  16. CAPITOLO 14
  17. CAPITOLO 15
  18. CAPITOLO 16
  19. CAPITOLO 17
  20. CAPITOLO 18
  21. CAPITOLO 19
  22. CAPITOLO 20
  23. CAPITOLO 21
  24. CAPITOLO 22
  25. CAPITOLO 23
  26. CAPITOLO 24
  27. CAPITOLO 25
  28. CAPITOLO 26
  29. CAPITOLO 27
  30. CAPITOLO 28
  31. CAPITOLO 29
  32. CAPITOLO 30
  33. CAPITOLO 31
  34. CAPITOLO 32
  35. CAPITOLO 33
  36. CAPITOLO 34
  37. CAPITOLO 35
  38. CAPITOLO 36
  39. CAPITOLO 37
  40. CAPITOLO 38
  41. NOTA DELL'AUTRICE
  42. RINGRAZIAMENTI
  43. Copyright