Era la dolce stagione di Shemù, in quel 47 a.C., e la primavera stava abdicando all’estate.
Il Thalamegos, la regale imbarcazione su cui Cesare e Cleopatra viaggiavano, risaliva il Nilo con incedere solenne; i cinquanta remi lunghi e piatti solcavano le acque con movimenti lenti e simmetrici, giganteschi ventagli che si aprivano e chiudevano ritmicamente.
Cesare, ritto sulla prua, osservava il rigoglioso paesaggio circostante: isolette di papiro, folti boschetti di tamerici e di citiso dagli smaglianti fiori gialli, tamarindi dai frutti polposi e dissetanti; palme da dattero e da cocco svettanti nell’azzurro del cielo.
Sapeva che quella apparente immobilità celava un’energia ctonia, implosa, incontenibile: forze sotterranee e demoniche erano imprigionate fra quelle divinità monumentali, scorrevano fra le acque del Sacro Fiume, si nascondevano sotto le piramidi e straripavano infine insieme al Nilo. Ne scrutava quelle acque indolenti e istintivamente si voltò verso di lei.
Cleopatra, languidamente adagiata, era lì, adusta e fiammeggiante in quegli abiti di porpora e oro, mentre uno schiavo dalla pelle nera e lucente muoveva sopra di lei un enorme ventaglio di piume di ibis. Sui suoi capelli si ergeva il Nemes, il copricapo regale dei faraoni, su cui spiccava il triplice aureo, il serpente cobra simboleggiante i regni dell’Alto e del Basso Egitto e dell’antico Impero Seleucide, e il suo sguardo indecifrabile, che coniugava il furore dionisiaco e il distacco apollineo, lo ammaliava e lo turbava.
Anche in lei un’energia misteriosa covava sotto quell’olimpica calma; pare appartenesse al segno dello Scorpione, il segno della seduzione misterica, delle passioni fatali. Segno d’acqua, ma di un’acqua torbida, oscura, perigliosa, dagli imprevedibili sussulti emotivi, dalla straripante forza distruttiva e rigenerativa. Come il Nilo.
La dissipazione, gli eccessi, la crudeltà del suo agire le derivavano dalla dinastia cui apparteneva, quella dei Tolomei: stirpe antica, di origine greco-macedone risalente a Tolomeo I Soter, generale di Alessandro Magno. E quando quest’ultimo morì prematuramente a trentatré anni, fu proprio Tolomeo I a portare la salma ad Alessandria, la splendida città fatta costruire in Egitto da Alessandro stesso che divenne in breve tempo la più fulgida e cosmopolita del Mediterraneo.
Tutto in essa era straordinario: la Biblioteca con i suoi settecentomila volumi, il faro, una delle sette meraviglie del mondo, le essenze e i profumi inebrianti che le sue distillerie producevano ed esportavano, la perizia dei suoi alchimisti nel trasformare il rosso papavero in oppio stregante, la bellezza dei monumenti.
Progenie crudele e voluttuosa, quella che aveva dato i natali a Cleopatra: per mantenere incontaminata la razza praticò l’endogamia e l’incesto nuziale (a somiglianza dei faraoni) e coltivò orge e baccanali, sinistri intrighi di corte e scellerati fratricidi.
Nell’80 a.C. era asceso al trono Tolomeo XII che aveva generato Cleopatra VII, anzi: Cleopatra Tea Filopatora, ovvero “Cleopatra dea che ama il padre”.
E Cleopatra VII, la più seduttiva, sfolgorante e ambiziosa regina egiziana, ora era lì, ai piedi di Cesare. Tutto in lei era febbre, eros, mistero: gli occhi, dai contorni allungati e bistrati di nero, la bocca piccola e tumida atteggiata in un sorriso segreto, le braccia tornite e adorne di bracciali e armille d’oro.
Non era bella, Cleopatra: il naso troppo importante, la statura inferiore alla media, qualche rotondità di troppo, ma era dotata di un fascino tentacolare e capzioso, di una seduttività acre e fatale.
Suo padre prima di morire aveva lasciato disposizioni precise circa la sua successione: al trono sarebbero saliti i suoi figli Tolomeo XIII di dieci anni e Cleopatra di diciotto, dopo essersi congiunti in matrimonio.
Il piccolo Tolomeo era però nelle mani di un comitato di reggenza, un temibilissimo triumvirato costituito dal diabolico eunuco Potino, dal maestro di retorica Teodoto di Chio e da Achillas, generale della milizia, che ordirono una congiura per uccidere Cleopatra che però, astuta, vanificò scappando in Siria.
Nell’ottobre del 48 a.C. intanto Cesare era giunto in Egitto inseguendo il triumviro Gneo Pompeo, un tempo suo amico e poi acerrimo nemico che, sconfitto a Farsalo proprio da Cesare, si era rifugiato ad Alessandria a chiedere aiuto e protezione. I famigerati Potino e Achillas simularono un’ospitale accoglienza ma, a tradimento, lo decapitarono e portarono la sua testa mozzata a Cesare che, sciogliendosi in lacrime per questo efferato gesto, giurò loro odio eterno.
Cleopatra, messa al corrente degli eventi, decise che era il momento opportuno per tornare in Egitto e gli si presentò, così si narra, nuda avvoltolata in un pregiatissimo tappeto di Persia che il suo fidato e nerboruto servo Apollodoro si era caricato su una spalla e che srotolò davanti al grande condottiero.
Cleopatra aveva ventun anni, Cesare cinquantadue. Lui era un amante esperto e spregiudicato, lei una vergine avvezza a intriganti sensuosità. Lui quella notte conobbe la vertigine, lei diventerà la “Cleopatràs lussurïosa” dell’Inferno dantesco.
Nella magnifica reggia di Alessandria, dalle pareti rivestite d’agata e porfido e dai pavimenti risplendenti d’onice, Cesare grazie a lei conobbe raffinatezze erotiche mai provate, eccessi dionisiaci che lo inebriarono, fasti e lussi che lo esaltarono.
Roma tuonò e il poeta Anneo Lucano scrisse versi acuminati: «In mezzo al furioso imperversare della guerra, l’adultero grondante sangue ammise Venere tra gli affanni e mischiò alle armi gli illeciti amplessi». Adultero sì, perché a Roma Cesare aveva lasciato sua moglie Calpurnia.
Anche ad Alessandria il malcontento si fece tumulto e Cesare dovette correre ai ripari facendo celebrare fastosamente le nozze fra Cleopatra e il suo giovanissimo fratellastro Tolomeo XIII. Potino, Teodoto e Achillas temevano non a torto che Cesare, accecato di passione, progettasse in realtà di indebolire l’autorità del giovane reggente a favore della propria amante, e così decisero di muovergli guerra. Fu una lotta cruenta e sanguinaria: gli equipaggi delle navi romane appiccarono un incendio che distrusse decine di vascelli della flotta alessandrina, ma il fuoco lingueggiò verso gli edifici procedendo inesorabile in direzione della Biblioteca: le fiamme implacabili la inghiottirono e un patrimonio inestimabile fu distrutto per sempre.
Nel contempo, l’esercito romano serrò con un’operazione a tenaglia le milizie di Tolomeo le quali, atterrite, cercarono scampo nel Nilo. Le acque del Sacro Fiume rosseggiarono del sangue di migliaia di morti e tra i corpi uno spiccava per la lucente corazza d’oro che lo rivestiva: era quello di Tolomeo XIII, l’infelice re fanciullo.
Cesare ebbe l’Egitto ai suoi piedi e lo cedette a Cleopatra in un supremo atto d’amore.
Il 23 giugno del 47 a.C. la regina partorisce Tolomeo Teo Filopatore Filometore (il dio che ama il padre e la madre), passato alla storia come Cesarione, e l’anno successivo Roma assiste ai fastosi Trionfi di Caio Giulio Cesare: c’è anche Cleopatra che sfila regalmente assisa su un trono, dea altera e ieratica. Il suo arrivo aveva provocato un sussulto tellurico: c’era chi l’aveva accolta con entusiastica ammirazione e chi, come Cicerone, con malevolo astio.
Ma lei e Cesare non se ne curavano; lui aveva fatto apporre una statua bronzea rivestita d’oro raffigurante la sua effigie nel tempio di Venere Genitrice, la dea ancestrale della gens Julia cui il condottiero apparteneva: una consacrazione, anzi una divinizzazione coronata da un banchetto per ventiduemila persone. E inoltre, quale ulteriore omaggio alla sua amante, adottò il calendario di 365 giorni formulato dall’astronomo Sosigene di Alessandria che operava alla corte di Cleopatra.
Le Idi di marzo del 44 a.C. posero fine ai sogni di gloria del più grande condottiero della Roma antica e a quella passione fiammeggiante: Caio Giulio Cesare, trafitto da ventitré pugnalate nella curia di Pompeo, si coprì il volto con la toga e cadde ai piedi della statua del suo antico nemico.
Cleopatra, sgomenta e atterrita, fuggì da Roma e tornò precipitosamente in Egitto dove, dopo essersi sbarazzata con il veleno del nuovo reggente, ossia suo fratello Tolomeo XIV, assurse al trono insieme a suo figlio Cesarione, coregnante con il nome di Tolomeo XV.
A Roma intanto due figure stavano emergendo a colmare il vuoto lasciato da Cesare: Ottaviano, suo nipote e figlio adottivo, designato quale erede diretto, e Marco Antonio, valoroso condottiero e prosecutore ideale dei suoi progetti bellici ed espansionistici. Entrambi ambiziosi e potenti e, soprattutto, irriducibili nemici.
Aveva labbra che sorridevano con sibillina lentezza e occhi opachi e freddi, Ottaviano. Sul suo volto pallido vi si leggeva una vitrea lussuria, una crudeltà sorda e sottaciuta, una volontà implacabile.
Era invece aitante, seduttivo, rozzo e spavaldo, Marco Antonio. Le donne lo concupivano, i soldati lo adoravano e lui ripagava le prime con gagliarda e impetuosa carnalità e i secondi con la condivisione di notti negli accampamenti tra colossali bevute e battute triviali.
Ottaviano lo temeva e lo detestava anche se aveva formato con lui e Marco Emilio Lepido un triumvirato, spartendosi potere e territori.
Quando decise di intraprendere una spedizione nella lontana Persia contro i temibili Parti, Antonio si accampò con un poderoso esercito in Grecia e da lì chiese aiuti militari ed economici a Cleopatra. Lei accettò per una ragione precisa: le servivano alleati per realizzare il suo obiettivo di estendere il proprio potere al di fuori dell’Egitto e Marco Antonio, uomo intraprendente, coraggioso, militarmente ben fornito e inoltre passionale, era l’uomo giusto.
L’incontro avvenne a Tarso, in Cilicia, la città dei cedri e dei filosofi.
L’apparato scenografico con cui Cleopatra andò incontro ad Antonio fu uno dei più premeditati e sfavillanti tentativi di fascinazione femminile e di strategia politica mai messi in atto prima di allora. Voleva stupirlo e stregarlo; ci riuscirà, ma la dea greca dell’amore Afrodite in cui ella si identificava volle togliersi un capriccio: accenderà in lei un amore baluginante e corrusco come un tramonto, una fiamma inestinguibile che la divorerà.
La nave con cui Cleopatra percorse il fiume Cidno per raggiungere Antonio aveva poppa e prua forgiate d’oro martellato; le vele, di un intenso color porpora, erano intrise delle più inebrianti essenze profumate affinché pronubi venti le spargessero ovunque. I vogatori muovevano remi d’argento al ritmo cadenzato di tamburi, mentre soavi flauti e arpe carezzevoli emanavano melodie dolcissime. Cleopatra, vestita di veli impalpabili, era assisa sotto un padiglione rilucente di lamine d’oro, circondata da leggiadre fanciulle. La nave attraccò e lei andò incontro ad Antonio e al proprio destino.
Lo prese per mano e lo condusse sull’imbarcazione dove aveva fatto approntare un banchetto di lussuosa opulenza. Antonio e i suoi ufficiali, abbacinati dallo splendore degli ambienti, furono fatti accomodare su triclini orientali e schiave vestite di tenui garze velate offrirono loro prelibatissime pietanze. Cleopatra dal sorriso adescante e dagli occhi di bragia lo concupì e così iniziò quella passione febbrile e funesta connotata da una brama erotica inestinguibile.
«Altre donne saziano gli appetiti che suscitano, ma ella più soddisfa più rende affamati»: così Shakespeare nel suo Antonio e Cleopatra.
E così fu: ella seppe risucchiarlo in un gorgo di libidine che esaltò e appagò i suoi sensi ma che fiaccò la sua tempra di soldato.
A Roma, dove Marco Antonio aveva lasciato la sua terribile e querula moglie Fulvia, fu di nuovo sdegno, ma i due amanti, incuranti del biasimo e del disprezzo che persino lo stesso Ottaviano ormai manifestava apertamente, si abbandonarono a mollezze sibarite e a notti di sensualità estenuata.
La loro esistenza si svolgeva lussuosa e lussuriosa, caratterizzata da ozi dolcissimi e massaggi molcenti: le ancelle frizionavano loro la pelle con una mistura di sale, polvere di alabastro e sabbia finissima e, dopo un prolungato bagno, spalmavano unguenti profumati a base di cinnamono, mirra e fiori di giglio, per poi applicare bendaggi di lino impregnati di oli aromatici tra cui l’afrodisiaco kyphi, un amalgama di sedici essenze.
I cuochi avevano l’ordine di far girare in continuazione, giorno e notte, gli spiedi con carni a diversi punti di cottura perché fossero pronti a qualsiasi ora del giorno e della notte, e a una cena, per stupire gli astanti, Cleopatra fece sciogliere nell’aceto una perla di inestimabile valore e così liquefatta la inghiottì: fu il banchetto più costoso della storia.
A Roma intanto Fulvia, la moglie di Antonio, resa pazza dalla gelosia, era arrivata persino a ordire congiure contro Ottaviano perché pensava che, una volta tolto di mezzo il nemico giurato di suo marito, questi sarebbe tornato da lei. Antonio, allarmato e inferocito, fu costretto a lasciare precipitosamente l’Egitto e a far vela verso Atene dove sua moglie lo stava aspettando.
L’incontro fra i due fu rabbioso. Fulvia implorò, supplicò, minacciò. Tutto inutile. Capì di aver perduto suo marito per sempre e si ammalò. Prostrata e inerme, morì di un morbo misterioso.
Cleopatra intanto si era scoperta incinta e nella sua reggia aspettava il ritorno di Antonio: era inquieta e neppure le porzioni di oppio e di mandragola riuscivano a placarla. Temeva che su di lui a Roma le pressioni di amici e il disprezzo dei nemici sarebbero prevalsi sulla passione che li legava. Non aveva torto. Il suo amante, ora che era rimasto vedovo, per rinsaldare i legami politici...