Doppia identità
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Doppia identità

Un'indagine di Jonathan Stride

  1. 416 pagine
  2. Italian
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Doppia identità

Un'indagine di Jonathan Stride

Informazioni su questo libro

Un nuovo thriller - a detta di molti suoi lettori il migliore - di un autore che sa far montare la suspense e creare trame mozzafiato. Un vero maestro del genere, riconosciuto da suoi pari come Michael Connelly e Jeffery Deaver. Duluth, Minnesota. Un uomo muore in un incidente stradale causato da un cervo: i documenti che ha con sé sono falsi e nel bagagliaio viene ritrovata una pistola, ancora calda. La giornata del detective Stride è appena cominciata. Chi è quell'uomo? A chi ha sparato quella pistola da cui mancano due proiettili?
Nel frattempo, la scomparsa di una studentessa di cinema conduce Stride a un set cinematografico che lo riguarda personalmente: a Duluth, infatti, stanno girando un film basato proprio su un vecchio caso di Stride, e l'attore che lo impersona, Dean Casperson, è una celebrità hollywoodiana. Sul set c'è perfino l'ultima vittima del serial killer di allora, la donna che Stride salvò da morte certa. Mentre le riprese continuano, il noto attore comincia a mostrare un lato oscuro che nessun tabloid aveva mai rivelato. Nel tentativo di scovare la verità sul suo alter ego, Stride scoprirà, con l'aiuto del poliziotto Cab Bolton, un legame tra Casperson e la morte di una quindicenne. Ma l'uomo è disposto a tutto pur di proteggere la sua reputazione.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2020
Print ISBN
9788856675191
eBook ISBN
9788858525012

1

L’uomo con l’impermeabile australiano e il cappello da cowboy nero ancora non lo sapeva, ma il fato gli aveva già riservato la tredicesima carta dei tarocchi. Accanto a lui uno scheletro correva in groppa a un cavallo bianco, portando con sé la morte. Gli rimanevano novanta secondi di vita.
Immerso nella neve fino alle ginocchia si fece strada tra betulle spettrali e sempreverdi che scuotevano minacciosi le loro spalle ricurve. Il vento aspro e sferzante era così freddo da bruciargli sul viso. Sotto le nuvole la notte era nera, senza luna né stelle. Si fece luce con una torcia fino alla strada deserta. Quando guardò dietro di sé, vide che la neve e il vento stavano spazzando via le sue orme. Presto non sarebbe più rimasta alcuna traccia del suo passaggio.
Sopra la sua testa, un gufo bubolò. Era vicino, ma poi, invisibile, si alzò in volo tra gli alti rami, come allarmato dall’arrivo dell’intruso. Il suo richiamo funesto si fece più distante. I gufi erano un altro presagio di morte, ma lui non ci pensò.
Era un uomo estivo in un luogo invernale. Era gennaio nelle lande desolate a nord-ovest di Duluth. L’impermeabile che indossava sarebbe stato adatto a un fronte freddo in Florida, ma non certo ai rigori di quella regione. I suoi guanti non erano imbottiti e, dopo aver camminato nella neve, aveva i piedi bagnati negli stivali. Il cappello da cowboy gli lasciava le orecchie scoperte e non aveva una sciarpa a proteggergli il volto.
Era all’aperto da mezz’ora. La pelle si era congelata in dieci minuti.
Il tragitto fino alla strada sembrò interminabile. Non si ricordava di essersi allontanato così tanto, ma quando bisogna nascondere qualcosa e non farla trovare a nessuno, è necessario cercare il punto più isolato possibile. All’inizio l’aveva trascinato l’adrenalina, ma ora era soltanto stordito dal gelo. Era pronto a partire per tornare al Sud. Nella sua mente vedeva il sole caldo splendere su una lunga striscia di sabbia tra le acque calme del golfo.
Gli rimanevano sessanta secondi.
Finalmente la torcia illuminò l’Impala a noleggio che aveva parcheggiato sul ciglio della Highway 48. Il parabrezza era già coperto da un sottile strato di neve fresca. Si trascinò per gli ultimi metri e salì in auto. Accese il motore e aspettò che le bocchette soffiassero aria calda. Si vide nello specchietto: aveva il viso a chiazze. Non si tolse il cappello. Si sfilò i guanti e li lasciò cadere sul sedile, poi piegò con fatica le dita. Calciò via gli stivali e appallottolò i calzini bagnati. Avrebbe guidato a piedi nudi.
I tergicristalli spazzarono via la neve che si era accumulata durante la sua assenza. Guardò i boschi da cui era arrivato e non vide nessuna scia. Ancora qualche minuto, due centimetri di neve, e il manto candido sarebbe sembrato di nuovo vergine. Sfrecciò via, sollevando una nuvola bianca al suo passaggio. Correva a una velocità spericolata. Nella tormenta l’asfalto era quasi invisibile e gli spazzaneve sarebbero comparsi soltanto la mattina seguente. Eppure voleva mettere quanta più distanza possibile tra sé e il punto in cui si era fermato.
Tirò fuori il telefono dalla tasca interna della giacca. C’era poco segnale, ma premette un tasto di chiamata rapida. Aveva usato il cellulare solo per chiamare quel numero. Una volta arrivato a Minneapolis se ne sarebbe sbarazzato. Nessuno l’avrebbe mai trovato.
Sentì squillare. Era notte fonda, ma il suo contatto aspettava la sua chiamata.
«Sono io» disse. Le sue labbra intirizzite strascicavano le parole.
«Problemi?» chiese la persona in ascolto.
«No.»
«Dove sei, adesso?»
«Sto partendo.»
«Okay. Buona fortuna.»
Niente di più. Riagganciò.
Se avesse guardato fuori dal finestrino, forse avrebbe visto lo scheletro che correva accanto alla sua auto e contava sulle dita ossute gli ultimi secondi che gli restavano. Dieci, nove, otto...
Nella corsia opposta comparvero dei fari. In quella strada spazzata dalla neve c’erano solo due veicoli: la sua Impala e un camion diretto a nord.
Si sporse in avanti e strizzò gli occhi.
Stava accadendo qualcosa di strano. Il camion fece lampeggiare gli abbaglianti. In mezzo a loro passò un’ombra e subito scomparve. Sentì il suono di un clacson, un tonfo e il rumore stridente delle ruote sull’asfalto. Il suo cuore sussultò, ma il camion gli passò accanto in una folata di vento. Per un millesimo di secondo la strada si snodò davanti a lui deserta: c’erano solo natura selvaggia su entrambi i lati e fiocchi di neve che turbinavano alla luce dei fari come sciami di moscerini.
Si ricordò che stava tornando a casa.
Quello fu l’ultimo pensiero cosciente della sua vita. L’istante successivo gli si spezzò l’osso del collo: era morto.
Mentre saltava giù dal sedile della sua Avalanche, Maggie Bei, della polizia di Duluth, si alzò la cerniera del cappotto fino al mento. Il piumino la avvolgeva fino alle ginocchia. Con il suo colore scarlatto, la rendeva simile a un rossetto. Si tirò su il cappuccio foderato di montone, ma violente raffiche di aria fredda continuavano a sferzarle il viso. La temperatura era di dodici gradi sottozero. Con il vento sembrava di stare a meno quaranta.
«Perché diavolo siamo venuti a vivere qui?» chiese al sergente Max Guppo, senza preoccuparsi di nascondere il proprio disappunto.
«Suvvia, non è poi così male» rispose Guppo allegro. «Soltanto un po’ freschino.»
Guppo era piccolo e tondo: lo proteggeva una morbida guaina di un centinaio di chili. Sembrava non accorgersi del freddo, anche se quella sera aveva le guance più rubiconde del solito.
La strada statale che li circondava era chiusa. Davanti ai fari dei veicoli di emergenza soffiavano nuvole bianche. Sul ciglio della strada cento metri più a nord era parcheggiato un camion a rimorchio. La Impala, che aveva fatto un testacoda quando il guidatore aveva perso il controllo, aveva il bagagliaio incastrato tra le rocce sotto il ciglio della strada. Il parabrezza era in frantumi.
Maggie vedeva nella neve la povera carcassa bruna del cervo, nel punto in cui l’avevano buttata i primi soccorritori dopo averla tirata fuori dal sedile anteriore dell’Impala.
«Raccontami di nuovo com’è andata» disse.
«Uno strano incidente» rispose Guppo. «Il camion laggiù ha investito il cervo e l’ha fatto volare in aria. Dev’essere stato come un missile. È atterrato sull’auto, ha sfondato il parabrezza e ha preso in pieno il guidatore. Gli ha rotto l’osso del collo, l’ha quasi decapitato. Quando si dice sfortuna.»
Maggie scosse la testa. «Porca miseria. Ucciso da una specie di renna volante due settimane dopo Natale. Quale sarà stata? Rudolph? Fulmine? Ballerina?»
Guppo soffocò una risata. «Quelli dei soccorsi l’avevano detto che avrebbero dovuto mettere al cervo un naso da clown prima che arrivassi tu.»
Maggie sorrise. Si era fatta una bella reputazione per il suo sarcasmo. Quando sei una detective di quarant’anni così minuta da vestirti nel reparto bambini e devi tenere testa a un gruppo di marcantoni del Minnesota poco più che ventenni, non ci metti molto ad affinare la parlantina.
«Chi ha chiamato l’ambulanza?»
«Il camionista. Ha visto dallo specchietto l’auto che andava fuori strada.»
«Lui sta bene?»
«Sì. Il cervo gli ha ammaccato appena il camion.»
«Era ubriaco?»
«Il cervo? Non credo.» Guppo rise, mentre gli occhi arrossati di Maggie si trasformavano in piccole fessure. «No, il camionista era sobrio.»
«Okay, mi dici perché siamo qui?» chiese Maggie. «Questo sembra solo un incidente, per quanto strambo. Immagino ci sia qualche altra ragione, se la polizia stradale ci ha chiamato.»
Guppo annuì. Con le mani guantate sollevò un bauletto nero di plastica rigida e lo posò sul cofano dell’Avalanche di Maggie. «I poliziotti l’hanno trovato nella neve a pochi metri dalla carcassa dell’Impala. Dev’essere uscito dal finestrino mentre l’auto finiva fuori strada. Appena hanno visto cosa c’era dentro mi hanno chiamato.»
Guppo sollevò il coperchio. All’interno c’erano una Glock nera e una confezione di cartucce.
Maggie si avvicinò annusando l’interno della scatola. «Questa è stata usata di recente.»
«Sì. E non solo: ho frugato nelle tasche del tizio quando l’hanno tirato fuori. Aveva diecimila dollari in contanti arrotolati ben stretti. Nel suo portafogli c’era solo una patente rilasciata in Florida, intestata a John Lyons, domiciliato a Miami. Nessuna carta di credito. Nessun altro documento. Ho chiesto al dipartimento di Miami di fare qualche ricerca su di lui. Dovrebbero richiamarmi.»
«Altro?»
«Era a piedi nudi. Aveva gli stivali fradici e coperti di aghi di pino. E così le gambe dei pantaloni. Aveva camminato nei boschi poco prima dell’incidente.»
«Nel cuore della notte? Con questa bufera? Questa storia non mi piace. Abbiamo controllato il portabagagli?»
«No, è sepolto nella neve. Non riusciremo finché non arriva un carro attrezzi.»
«Nessun cellulare?»
«I soccorritori ne hanno trovato uno sotto il sedile. Ci sono cinque o sei chiamate allo stesso numero di Duluth. Tutto qui, nient’altro. Ho digitato il numero. Nessuna risposta.»
«E l’auto?»
«È stata noleggiata dieci giorni fa all’aeroporto di Minneapolis. In tasca aveva anche la ricevuta di un posto che affitta appartamenti a buon prezzo sulla collina a Hermantown. Ha pagato in contanti. È rimasto in città da quando ha affittato la macchina.»
Maggie si tolse il cappuccio. Il vento le aveva scompigliato i capelli neri. Per quasi tutta la vita li aveva tenuti a caschetto, ma negli ultimi sei mesi aveva deciso di farli crescere. Il parrucchiere li aveva mossi un po’. Così ora assomigliava a una versione di Lucy Liu senza trucco e con giorni di sonno arretrato.
Si avvicinò all’ambulanza e fece cenno ai soccorritori di aprire il portellone. Entrò: su una barella di metallo giaceva il corpo del guidatore dell’Impala. Abbassò il lenzuolo per osservarlo in viso, ma con tutto quel sangue rappreso era difficile distinguerne i lineamenti. Riusciva a individuare un paio di cicatrici e una mandibola squadrata con due fossette. L’uomo aveva dei capelli corti biondicci con alcune chiazze grigie e il segno di un cappello sulla fronte. Non era anziano, ma probabilmente aveva superato i cinquanta.
«A che cosa hai sparato?» mormorò. Poi osservò la foresta desolata che si estendeva per chilometri e chilometri fuori dal portellone. «E che cosa ci facevi là fuori?»
Maggie gli coprì di nuovo il viso con il lenzuolo e uscì. Percorse la discesa scivolosa che portava dalla strada al relitto dell’Impala: l’auto, incastrata nelle rocce, formava un angolo di quarantacinque gradi rispetto al terreno. Le portiere anteriori erano spalancate, quelle posteriori sepolte dai detriti. I finestrini erano distrutti, con i vetri in frantumi. Sbirciò all’interno e vide che i sedili anteriori erano cosparsi di schegge e sangue. Notò anche un cappello da cowboy capovolto contro il lunotto posteriore. Per terra si accorse di un pezzo di carta stropicciato. Allungò una mano guantata nel finestrino rotto per afferrarlo. Le pagine erano inzuppate di sangue. Quando stese il foglio, riconobbe un tabloid chiamato «National Gazette». Era di almeno una settimana prima.
«È questo che leggevi?» mormorò. «Davvero?»
Girò il foglio e vide un articolo sottolineato con un pennarello nero. Il titolo recitava: IL NUOVO THRILLER DI DEAN CASPERSON PERSEGUITATO DAL GELO INVERNALE.
Il resto dell’articolo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. DOPPIA IDENTITÀ
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. 39
  43. 40
  44. 41
  45. 42
  46. 43
  47. 44
  48. 45
  49. 46
  50. 47
  51. 48
  52. 49
  53. 50
  54. Ringraziamenti
  55. Copyright

Domande frequenti

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