La vita sportiva e privata di uno dei più grandi sportivi di sempre. Un personaggio complesso, sfaccettato e affascinante: padre e marito amorevole o uomo egoista? Leader o tiranno? Kobe Bryant è stato, è e sarà per sempre un'icona dello sport. Unico figlio maschio del talentuoso e atipico giocatore di basket Joe "Jellybean" Bryant, è stato educato ad avere una totale fiducia nei suoi mezzi. Kobe ha immaginato molto presto di poter diventare il migliore, come forse fanno in tanti, con la differenza che lui ci è riuscito davvero. La sua brama di agonismo, il suo desiderio di andare oltre - oltre gli avversari, oltre i suoi limiti, oltre il mito di Michael Jordan, che da sempre ha fatto da pietra di paragone per le sue imprese - lo hanno portato a voler vincere a tutti i costi e alla fine della carriera i trofei sollevati saranno in effetti molti: cinque titoli nba e due ori olimpici, più svariati riconoscimenti individuali. Ma qual è stato il prezzo di queste vittorie? A un anno dalla sua prematura scomparsa, Simone Marcuzzi racconta una meravigliosa, incredibile e dolorosa storia di sport e di vita, partendo dai primi passi italiani di Kobe Bryant, passando per i successi, il ritiro e la tragica fine che lo ha reso immortale.
Questa non è solo una biografia sportiva, ma una grande narrazione sulle emozioni e i misteri di uno dei più grandi giocatori nba di sempre.

- 240 pagine
- Italian
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEeBook ISBN
9788858525838
Anno
20211
Casa
Qualcuno lo chiama, riportandolo alla realtà. Kobe ha dieci anni e intorno non ha il Forum di Los Angeles, bensì il campetto di Cireglio, un paesino immerso nei colli toscani in provincia di Pistoia. In campo non c’è il suo idolo Magic Johnson, ma lui soltanto, e ora si stanno avvicinando altri ragazzini. Hanno un pallone da calcio nella sacca, e lo conoscono bene. Kobe è il figlio di Joe “Jellybean” Bryant, la stella americana della squadra di Pistoia, che milita in Serie A2, e abita in quella bella villa in paese, scelta da papà Joe e da mamma Pam in una zona tranquilla anche per lasciare la giusta libertà a lui e alle sorelle maggiori Sharia e Shaya.
In realtà Kobe si sta già costruendo una fama personale. Piace agli adulti, perché è un ragazzino sorridente, allegro, benvestito e beneducato, e un po’ meno ai suoi compagni della squadra giovanile di basket, di cui è il piccolo fenomeno. In campo l’espansività diventa introversione, il sorriso cede il passo a una forma di concentrazione vagamente cupa. Kobe vuole vincere, ogni partita, e se gli altri non condividono la sua visione, semplicemente vengono esclusi dal gioco. I coast-to-coast solitari facendo fuori l’intera squadra avversaria e ignorando le mani protese e imploranti dei compagni non sono affatto rari, per la disperazione collettiva e in primis del suo allenatore, che ai bambini di quell’età tenta soprattutto di trasmettere la coralità, lo spirito di gruppo.
Per i coetanei è complicato capire una metamorfosi comportamentale tanto violenta. La vicinanza più istintiva durante l’infanzia avviene nel gioco, e se una certa dose di egoismo è la prima barriera da superare per uscire dal guscio in cui la famiglia ti ha cresciuto e tenuto al riparo, a rendere tutto più difficile in Kobe è proprio la consapevolezza del proprio atteggiamento.
Lui è il bambino nero in mezzo in bianchi, è abituato a essere notato per molti altri motivi che non siano l’abilità nella pallacanestro, e nella vita di tutti i giorni è bravissimo a farsi volere bene e dimostrarsi generoso. Quando entra nel campo da basket, però, sembra cambiare la sua costituzione di riferimento, sono altre le leggi che lo guidano. Se non gioca in palestra, e ha finito i compiti, il suo luogo diventa il campetto. Se c’è qualche ragazzino disposto a raccogliere la sfida, Kobe è sempre lieto di sfoggiare le sue capacità in partitelle o gare di tiro, altrimenti fa da solo, mettendo in scena quello che chiama “basket ombra”, cioè sfida se stesso e degli avversari immaginari contro i quali riproduce movimenti visti e rivisti nelle videocassette delle partite NBA che i nonni gli spediscono dagli Stati Uniti con frequenza settimanale.
«Ti va di giocare con noi?» chiede uno dei ragazzini giunti da poco.
Un’intromissione oscena, un pallone da calcio nel campetto di basket, i sostegni dei canestri trasformati in porte, e questo ragazzino afroamericano al quale viene offerto di difendere i pali. D’altra parte siamo in Italia, e la prima passione, l’unica davvero nazionale, è il calcio. Kobe ogni tanto cede, si accontenta: mette da parte la palla da basket e fa il portiere, un giocatore solo, alienato in mezzo al gruppo, facilmente additabile in caso di sconfitta. Quello che non può sapere, è quanto quel ruolo sia anche una premonizione della sua vita futura.
Ha pochi punti fermi, la vita del piccolo Kobe. Forse due soltanto: la famiglia e il basket. La ritualità, i tempi di apprendimento dilatati, i riferimenti ambientali, le amicizie durature, ovvero l’humus stesso della crescita di tanti bambini, per lui non sono mai stati possibili. Da subito, da prima di potersene ricordare, la sua vita è stata nomade. Di un nomadismo elitario, generato dalla carriera sportiva di papà Joe e quindi accompagnato dalla ricchezza e dalle possibilità, ma pur sempre nomade.
Scelto con grandi aspettative al numero quattordici del primo giro del draft 1975 dai Golden State Warriors, in quel momento campioni NBA in carica, Joe firma il suo primo contratto con la franchigia della sua città, i Philadelphia 76ers, che sono invece in piena ricostruzione dopo stagioni deludenti. Il suo talento è cristallino, la sua determinazione incostante, e la sua collocazione in campo un rebus insolvibile. Joe è molto alto, 2.08, ma non gradisce stazionare nell’area pitturata a fare il lavoro sporco con il fisico. Ama invece trattare la palla, portarla in palleggio oltre la metà campo, tirare da lontano e smistare il gioco dal post alto, spesso con azioni ad alto tasso di difficoltà. Un lungo estroso e tecnico, non codificato nella NBA di quegli anni, e che avrebbe dovuto aspettare l’avvento di Earvin “Magic” Johnson, qualche anno più tardi, per diventare una realtà da venerare.
Ma Joe non è Magic, e alterna partite buone ad altre solo discrete o proprio brutte. Non esplode mai come i suoi concittadini e amici, quelli che lo avevano visto giocare da ragazzino, davano per scontato. Dopo quattro stagioni passa ai San Diego Clippers. Kobe, nato a Philadelphia il 23 agosto 1978, a quel punto ha un anno, le sorelle rispettivamente due e tre. La famiglia vivrà in California per tre stagioni sportive di Joe – Kobe che replica nel salotto di casa le azioni di papà trasmesse alla tele, il padre che lo porta al Forum di Los Angeles a respirare il grande basket da lui ancora solo sfiorato, mamma Pam che coccola e protegge il piccolo di casa più di quanto non faccia con le sorelle maggiori, perché è il maschietto, l’erede tanto voluto dal padre, ed esercita con lui un’educazione inflessibile, quasi tirannica, votata allo sviluppo di ciò che forse manca al marito: una condotta irreprensibile e un’impareggiabile fiducia in sé – prima di un nuovo trasferimento, stavolta in Texas, agli Houston Rockets. Una sola stagione, disastrosa per la squadra, che porta alla prematura chiusura della carriera NBA di Joe. Dopo un tentativo di vita normale, con un lavoro impiegatizio, Joe sente troppo forte la mancanza del parquet e per merito dell’amico e guru del basket di Philadelphia Sonny Hill ha la possibilità di giocare in Italia. La moglie Pam non vorrebbe, poi cede.
In Italia il talento di Joe finalmente esplode, soprattutto in fase realizzativa. Prima di arrivare a Pistoia Joe gioca, e porta la famiglia, per due anni a Rieti e un anno a Reggio Calabria. A dieci anni Kobe ha già cambiato case e mondi per una vita intera, è stato costretto a imparare una complicata lingua straniera e a stringere amicizie che hanno un sapore da campo estivo, intimità rapide e disperate. Più di tutto, ha sviluppato una passione ossessiva per il basket. Dietro c’è sicuramente il lavorio paterno, forse venato dalla frustrazione di non avercela fatta fino in fondo; c’è la magia della genetica, se è vero che anche il fratello della madre, John Arthur Cox III, soprannominato Chubby, sarà un ottimo cestista a livello di high school e di college; c’è la necessità di colmare i vuoti da parte di un bambino che contrariamente alla condizione economica non ha poi tanta scelta. Infine c’è qualcosa di personale, oscuro e insondabile.
Quando la partitella di calcio finisce, o quando si stufa, Kobe torna a casa a farsi la doccia. Dopo cena, guarda ancora, fino a consumarne i nastri, le ultime partite NBA videoregistrate arrivate dagli Stati Uniti, e continua a replicare mentalmente i movimenti di palleggio e tiro, in attesa di affinarli in campo l’indomani, nel gioco d’immaginazione che ha inventato per vincere la solitudine.
Prima di chiudere gli scuretti della camera e mettersi a letto, Kobe si concede un lungo sguardo al paesaggio incorniciato dalla finestra: la notte sembra emanare dalle modulazioni dei colli per conquistare il cielo, gli alberi frusciano al vento, qua e là le luci delle abitazioni danno riferimenti ai vagabondi. La bellezza semplice di quest’angolo di mondo, la sua accoglienza naturale.
Lo capirà compiutamente più avanti, da adulto: l’Italia è la sua casa, e lo resterà per sempre. Perché casa è soprattutto il luogo capace di custodire i segreti più intimi e lenire ogni nostalgia. Ed è qui che Kobe sopravvive alla propria infanzia, raccogliendo informazioni sulla vita per il resto dei suoi giorni. È qui che Kobe familiarizza con la propria ombra, questa strana presenza che cambia a seconda della sua posizione rispetto alle fonti di luci. Come tutti i bambini, Kobe ne è affascinato. Con una differenza: se in genere si dice che l’ombra ci segue, per Kobe è vero il contrario, l’ombra lo precede e indica la strada. Sta alla sua anima e al suo corpo dimostrare di essere all’altezza.
2
Lo straniero
Dopo due anni a Pistoia c’è un’altra tappa nella carriera italiana di Joe, stavolta in serie A1, a Reggio Emilia, per altre due stagioni. Kobe gioca nella squadra giovanile e continua a diffondere la sua fama di bambino determinato e pronto a tutto. Un giorno si fa male al ginocchio durante un allenamento, e scoppia a piangere di vera disperazione. Il capitano della squadra lo consola, non sembra nulla di grave, ma Kobe lo zittisce. Afferma che quell’infortunio potrebbe precludere il suo approdo alla NBA. È il tipo di frase che pronunciata alla sua età fa sorridere per l’ingenuità o storcere il naso per la sbruffoneria, e infatti nello spogliatoio scoppiano le risate. Solo che quello di Kobe è un annuncio solenne, non la formulazione di un sogno.
Poi, un nuovo cambiamento importante per la famiglia, stavolta per andare nell’est della Francia, vicino al confine con Svizzera e Germania. Joe infatti firma con il Mulhouse, che pochi mesi prima ha raggiunto la semifinale di Coppa Korać.
Quest’ultimo è il trasferimento di troppo, per tutti. Dopo i dubbi iniziali Pam si era fatta conquistare dall’Italia – la cucina, l’arte, l’accoglienza della gente, il clima, la semplicità della vita. I figli erano ancora piccoli, e gestirli significava più che altro rispondere ai loro bisogni, indirizzarne i desideri e imporre le giuste regole. Ora sono dei ragazzi, con le loro esigenze e le loro pretese. Quelle che sanno esprimere, e quelle che esplodono senza annunci, perché sono incomprensibili prima di tutto per loro stessi.
Il 7 novembre 1991, durante una conferenza stampa convocata in fretta, Magic Johnson annuncia il ritiro dal basket in seguito alla scoperta di essere sieropositivo. Magic specifica di non aver contratto l’AIDS e di essere in buona salute, ma di non voler esporre al rischio di contagio compagni e avversari. La notizia raggiunge la famiglia Bryant sotto forma di una telefonata nel cuore della notte, e ha la dirompenza di un uragano. Joe e Pam informano Kobe la mattina seguente, e lui reagisce come fosse una tragedia familiare. In qualche modo lo è. Kobe piange ininterrottamente, smette di mangiare per giorni, diventa intrattabile. Magic è il primo dei suoi idoli, e ha solo trentadue anni. I dettagli sconvenienti, addirittura abbacinanti nei numeri, della vita sessuale dissoluta di Magic, emergeranno in seguito. Per il momento la comprensione di Kobe si ferma a un semplice dato di fatto: non c’è tempo, non ce n’è abbastanza, anche se hai un talento cristallino. Bisogna fare in fretta.
Quando le cose non vanno, una delle medicine più immediate è scappare. Joe e Pam lo stavano già meditando, per il bene loro e dei figli. Questo colpo per Kobe è lo stimolo definitivo. Lasciano subito la Francia, per tornare a Philadelphia. Per Joe significa chiudere la carriera nonostante il suo fisico sia ancora integro. Ma se il cuore ti dice una cosa, i messaggi del corpo da soli non bastano.
A Philadelphia, quella che dovrebbe essere la sua casa naturale, Kobe si scopre in terra straniera. Già da qualche anno durante l’estate papà Joe lo fa partecipare ai tornei cittadini della Sonny Hill League, dove si raccolgono i migliori giovani dello stato e alcuni giocatori già affermati, per mettere alla prova la sua crescita cestistica e dargli una vetrina. Durante quei tornei Kobe si è reso conto di essere molto diverso dai ragazzi cresciuti nell’asperità dei sobborghi, letteralmente educati dalle privazioni e dal playground. Spesso per loro il basket è il luogo del riscatto, l’ultima possibilità per chi ne ha avute pochissime nella vita. Kobe viene da una famiglia benestante, unita, non possiede la forza grezza indotta dalla disperazione, la cosiddetta credibilità di strada. Ha però la forza più levigata della scelta, dell’ambizione smodata. Nell’agonismo estremo dei tornei si trova a suo agio, anche quando i confronti non finiscono bene – alla sua prima partecipazione alla Sonny Hill League, a undici anni, Kobe non segna neanche un punto in tutto il torneo –, perché la sconfitta, persino la figuraccia, fanno parte del gioco e non scalfiscono la sua fiducia.
Dove le cose davvero non funzionano è fuori dal campo. Fino a oggi Kobe non ha mai vissuto la quotidianità della città, perché la sua vita era in Toscana, e poi in Emilia, regioni mediterranee, socialmente calde, letteralmente un altro mondo rispetto alla grande Philadelphia. Terminate le scuole medie, Kobe si iscrive alla high school di Lower Merion, un istituto a maggioranza bianca innestato in un lussuoso sobborgo della città. Kobe sa parlare fluentemente l’italiano ma fatica a capire lo slang dei coetanei, viene additato per il modo di vestire sofisticato e per i modi garbati.
Una parte di lui vorrebbe compromettersi con quella nuova normalità, uscire con qualche ragazza bianca della scuola, andare alle feste, ascoltare musica, ballare, sentirsi uguale. Un’altra parte di lui sa che sentirsi uguale è proprio ciò che non può esistere, perché lui è diverso. Lo è nelle aspirazioni, lo è nell’immaginazione. E poi c’è mamma Pam, un gendarme che vigila sulle sue frequentazioni, organizza in prima persona gli appuntamenti in casa e non tollera gli eccessi. L’esito di questo scontro silenzioso dentro se stesso e in famiglia è una rabbia feroce che Kobe controlla solo perché riesce a canalizzarla sul parquet, il luogo dove redimere tutto e zittire tutti.
La scelta di Lower Merion sorprende molti amici e conoscenti della famiglia Bryant. Con il nome che papà Joe continua ad avere in città Kobe avrebbe potuto optare su scuole ben più blasonate e con programmi sportivi più ambiziosi.
Ma il ragionamento, più di Joe che di Kobe, è limpido: l’importante per il ragazzo ora è stare in campo moltissimi minuti, avere a disposizione moltissimi tiri, per sviluppare il proprio gioco. Quella sarà la squadra di Kobe e di nessun altro, deve essere chiaro. C’è poi un’altra ragione, un’altra possibile lettura: evitare la concorrenza interna è il modo più semplice per far brillare la sfida verso l’esterno.
Gli obiettivi personali non devono però far perdere di vista a Kobe quelli di squadra, la carriera di papà Joe è lì a ricordargli che perseguire le vittorie è l’unica strada per non veder ridimensionato il proprio talento. Così Kobe, già dopo il primo anno, concluso con il record pesantemente negativo di 4-20 tra vittorie e sconfitte, annuncia che prima di terminare il corso di studi porterà Lower Merion a vincere un titolo nazionale, come non succede dal 1943. È un’altra dichiarazione sfrenata, oltre che una pressione non richiesta che il ragazzo mette a se stesso prima ancora che all’ambiente.
Le sue qualità sono però indiscutibili. Ci sono momenti sul parquet in cui Kobe diventa pura luce. È in questo periodo che agli occhi della gente di Philadelphia smette di essere “il figlio di Bryant” e inizia ad affermarsi semplicemente come “Kobe”: il nome bizzarro, scelto dai genitori scorrendo il menu di una steak house giapponese quando la madre era in dolce attesa, si rivela anche fortunato. Di Kobe ce n’è uno solo.
Non che il padre smetta di stargli a fianco, al contrario, il coach di Lower Merion Gregg Downer fa in modo di assumere Joe come assistente allenatore per consolidare il legame con la famiglia e allo stesso tempo dare modo al padre di seguire la crescita del figlio giorno dopo giorno.
Quello che non molti capiscono è quanto sia Kobe a trainare il processo. La sua etica del lavoro ha poco a che vedere con l’entusiasmo esuberante dell’adolescenza. Il suo approccio è scientifico e animale allo stesso tempo. Gli allenamenti fuori orario, prima che i compagni arrivino in palestra e dopo che se ne sono andati, sono la regola. La ripetizione infinita dei tiri, dei movimenti, la ricerca della purezza nei fondamentali già finemente appresi in Italia, sono in genere una gabbia mentale difficile da imporre a un quattordicenne, e spesso negli Stati Uniti si sorvola preferendo l’esaltazione dell’aspetto atletico. Kobe ci pensa da solo, e in campo ci aggiunge l’istinto predatorio, il desiderio di sopraffazione e rivalsa da bestia feroce che deve sopprimere nella vita di ogni giorno.
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- KOBE
- Prologo. Shadow basket
- 1. Casa
- 2. Lo straniero
- 3. Nel territorio del diavolo
- 4. Precocità
- 5. So be it
- 6. Mancare il ferro
- 7. L’allievo
- 8. Turbolenza
- 9. Bizarre love triangle
- 10. Promesse
- 11. Lo sfondo in primo piano
- 12. Three-peat
- 13. Il maestro?
- 14. L’amore o la violenza
- 15. Free solo
- 16. Black Mamba
- 17. Lanterna
- 18. Espiazione
- 19. Fede
- 20. Matematica e geografia
- 21. Il maestro
- 22. Kobéade
- 23. The last stand
- 24. Il più solitario dei luoghi
- 25. I conti col tempo
- 26. Viaggio in Italia
- 27. Every ghost story is a love story
- 28. La vita dopo
- Epilogo. I’ll always be that kid
- Nota dell’autore
- Ringraziamenti
- Copyright