Tema di dicembre. Titolo: Un nonno a caso.
Come sarebbe, un nonno a caso? Ardito aveva capito male di sicuro.
Come tutti gli occhi della III B, scuola media Gianni Rodari, anche i suoi si erano alzati per guardare il prof Raimondo che, come se niente fosse, aveva continuato per la sua strada. Sembrava gli avesse letto nel pensiero.
– Sì, uno a caso tra quelli che ognuno ha! Avete tempo fino al 31 di dicembre per scriverci sopra una storia, che mi consegnerete per email.
– Una storia? Che storia?
– La storia delle vostre radici.
Una mano alzata era svettata sopra le altre.
– Radici nel senso di radici, tipo alberi?
– Le radici sono una metafora. Qualcuno sa dirmi per che cosa?
Silenzio totale. Tutta la classe aveva iniziato a guardarsi i piedi, le cartelle, qualcuno addirittura il libro.
– I nonni sono come le vostre radici. E scavando nella loro storia magari viene fuori qualcosa di interessante – aveva continuato il prof Raimondo. – Più si va in profondità, e più ci si può imbattere in materiale raro, prezioso.
Eccola lì, una supposta di saggezza. Così erano state ribattezzate le sparate che il prof inseriva nei discorsi. Supposte perché, appena pronunciate, davano un po’ di noia. Poi passava, e restava la saggezza.
Ardito, attaccante del Rapid Ripoli di Bagno a Ripoli da cinque anni, capitano da mezzo, sogno nel cassetto: avere una figurina dedicata in un album di calciatori, aveva staccato il cervello dalla classe e dal tema, per collegarlo in diretta sul ripasso degli avversari delle ultime partite del campionato prima della pausa natalizia. Quel pomeriggio avrebbero giocato contro il Manzo Team, una settimana dopo gli All Star Arcetri, e quella dopo ancora i Galli di Greve. Aveva le squadre chiare in testa, come un album di figurine.
Di alcuni giocatori si raccontavano leggende al confine tra la realtà e il mito, come quella di Omar, il grande taglia-ruote di motorini di Sorgane. A scuola dicevano che ne aveva tagliate più di cento, ma ad Ardito sembrava eccessivo. Vero era che la sua squadra si chiamava le Mucche Pazze. Un motivo doveva pur esserci. Oppure uno chiamato Brodo, bocciato quattro volte a scuola, ma che con i piedi e un pallone riusciva a fare capolavori mai visti, altro che temi.
Secondo il Mister, l’unica soluzione era provocarlo fino a farlo espellere, magari senza finire all’ospedale prima che l’arbitro tirasse fuori il cartellino rosso.
In classe, intanto, era scoppiato il caos. Tutti avevano qualcosa da dirsi o da chiedere, con il risultato che decine di domande avevano iniziato a spingere per arrivare prime alla cattedra, comprimendosi così tanto da scoppiare, effetto diga che esplode.
– Posso uscire? – aveva chiesto Ardito al prof.
– La spiegazione del tema interessa persino te, visto che tra un mese dovrai consegnarlo, esattamente come gli altri.
Su questo Ardito non era d’accordo: lui aveva altro di cui occuparsi prima del tema. Studiare le formazioni avversarie, per esempio: quello del capitano era un ruolo di responsabilità, non poteva permettersi di arrivare in campo impreparato.
Sara: – Ma il tema deve essere più una fiaba o una favola?
Tommaso: – Ma vera o inventata?
Elide: – Ma ti pare, che inventi una cosa sul nonno?!
Aurora: – Aspetta, che differenza c’era tra la fiaba e la favola?
Matteo: – E chi il nonno non ce l’ha?
Elide: – Io ne ho due!
Tommaso: – È arrivata lei, la solita esagerata…
Matteo: – Il mio nonno è morto.
Tommaso: – Usa l’altro, no?
Sara: – E chi ha i parenti lontano?
Matteo: – I miei sono morti tutti.
Tommaso: – Allora sei te che porti male, Matteo…
Elide: – La favola non era quella che aveva come protagonisti gli animali?
Sara: – I miei nonni stanno a Verona.
Giovanni: – E se i nostri genitori ci hanno litigato?
Matteo: – Aspetta, ma Verona è in Lombardia o in Emilia Romagna?
Giovanni: – La mia mamma lo chiama “vecchiaccio” e dice che quando muore non va nemmeno al funerale.
Sara: – E se sta in una casa di cura?
Tommaso: – Ah, è matto?
Aurora: – Mio nonno non è matto! È vecchio.
Tommaso: – A una certa età, vecchio e matto è uguale.
Mentre Tommaso e Aurora continuavano a discutere su vecchi e matti, il prof aveva decretato che era arrivato il momento di riportare il silenzio. Sulla cattedra teneva un megafono da usare in caso di situazione ingovernabile. Era stato un ultrà della Curva Fiesole della Fiorentina, il prof Raimondo, e quello che teneva in classe era uno storico megafono che si era ritrovato tra le mani durante il lancio di alcuni lacrimogeni in una Fiorentina-Atalanta di molti anni prima.
Aveva passato tutta una vita in Curva Fiesole, il prof Raimondo, quando la Fiorentina giocava in casa, e nelle curve ospiti in trasferta. Qualcuno diceva che lo avessero arrestato per atti osceni in luogo pubblico, ma nessuno ci aveva mai creduto. Bastava guardarlo in faccia.
Aveva passato una vita in Curva Fiesole, ma poi lo stadio, il tifo, il calcio avevano iniziato a deluderlo, diventando campo di affari e gossip, e così aveva appeso il megafono al muro, al muro della classe, dove poteva tornare ancora utile.
Ardito aveva chiesto, di nuovo, se poteva andare in bagno.
– Silenzio! – aveva intimato il megafono, e tutti si erano rimessi buoni.
Tornando al tema. Avrebbero dovuto decidere di quale nonno scrivere, potevano scegliere se parlare direttamente con l’interessato (fonte diretta) oppure se chiedere a chi il nonno lo aveva conosciuto (fonte indiretta). Non doveva essere una favola. Poteva essere un’intervista con una persona sola oppure con diverse. Non importava che il nonno in questione fosse in una casa di cura, che la mamma lo volesse vedere morto, che stesse a Verona (che comunque è in Veneto), non importava che fosse matto, vecchio o morto.
Potevano parlare del lavoro o del privato, dell’amore, dell’amicizia, delle sue passioni. E, no, Ardito non poteva andare in bagno, glielo aveva già detto, doveva aspettare che finisse la spiegazione.
Il prof era inarrestabile: quel compito doveva proprio piacergli molto. Non potevano capire chi fossero se non sapevano da dove venivano, come una specie di esplorazione, di caccia al tesoro senza il tesoro. Insomma, una fregatura.
Una mano alzata. Carlo (l’unico alunno degli ultimi dieci anni al quale fosse stato concesso l’onore di ripetere la quinta elementare) scalpitava sulla sedia già da qualche minuto, come chi ha in serbo una perla da condividere con tutta la classe. Il prof Raimondo lo aveva guardato: «Avanti, qualsiasi cosa tu debba chiedere, fallo il più velocemente possibile».
– Ma se i nonni erano morti tutti quanti, siamo giustificati?
Poi aveva iniziato a ridacchiare e qualcuno gli era andato dietro. Ardito aveva smesso di palleggiare sotto il banco con la sua palla di carta e aveva guardato Matteo, che faceva finta di doversi allacciare le scarpe ma l’unica cosa che avrebbe voluto annodare sarebbero state le dita attorno al collo di Carlo.
– Se i tuoi nonni FOSSERO morti, secondo le tue giustificazioni incrociate con gli altri insegnanti, l’AVREBBERO FATTO sette volte negli ultimi tre anni. Sono dei professionisti, Carlo…
Detto questo, il prof aveva passato in rassegna la sua classe, sperando di trovare un’ombra di interesse nello sguardo di qualcuno. File di mezzo, prime, ultimi banchi. Niente, encefalogramma piatto.
Il prof Raimondo non andava più allo stadio perché non sopportava che la passione fosse svanita, e con essa i sogni, la voglia di conquistarsi qualcosa con le proprie forze, il proprio fiato, le proprie gambe. Però aveva continuato a insegnare. Con i calciatori non aveva più speranze, ma con i ragazzini forse poteva ancora fare qualcosa.
Aveva studiato gli sguardi di tutti, cercando quel luccichio tipico degli esploratori dell’ordinario, quegli individui rarissimi che non corrono a destra e sinistra cercando continue emozioni, ma che si dedicano a scoprire meraviglie scavando in profondità. Qualcuno in quella classe doveva pur averlo, quel luccichio!
Che palle, anche il tema. Ardito lo avrebbe dovuto scrivere velocemente, così da non averlo tra le scatole durante la preparazione delle partite. Aveva alzato la mano, di nuovo.
– Quanto deve essere lungo, il tema?
– Non conta quanto è lungo, ma quanto vale.
Altra supposta di saggezza.
– Quindi va bene anche corto – aveva precisato Ardito. Fidarsi era bene, ma non fidarsi era meglio, soprattutto dei professori.
Il prof lo aveva puntato così intensamente che sembrava avesse gettato un amo dentro i suoi occhi. No. L’esploratore che stava cercando non poteva essere lui.
Mancavano dieci minuti all’intervallo. Ardito aveva staccato il cervello da tema e campionato per collegarlo a una questione ben più importante: schiacciata alla mortadella o cotto e fontina? Il calo di zuccheri è il nemico numero uno del giocatore.
Scelta dura quella della schiacciata all’intervallo, sempre che uno riuscisse a conquistarsela. Il fornaio, infatti, ne mandava pochissimi pezzi e per accaparrarseli non c’era altra strada che uscire di classe qualche minuto prima del suono della campanella. Una specie di selezione naturale, per decretare l’evoluzione della specie: solo i migliori avrebbero mangiato la schiacciata. Gli altri, il panino molliccio. I più sfigati quello con il pomodoro e la mozzarella che non si capiva bene perché continuassero a farlo, visto che non lo voleva mai nessuno.
Ardito...