Il vento in faccia
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Il vento in faccia

e la tempesta nel cuore

  1. 160 pagine
  2. Italian
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Il vento in faccia

e la tempesta nel cuore

Informazioni su questo libro

Uomini come Sebastiano Nela, conosciuto e amato dai tifosi della Roma e non solo col nomignolo di Sebino, pretendono una sola cosa da se stessi alla soglia dei sessant'anni: non avere vissuto invano. In questa autobiografia senza compromessi, Nela si mette a nudo come mai aveva fatto, prima di tutto davanti a se stesso. "Picchia Sebino!" lo incitavano allo stadio: è arrivato il momento di raccontare come Sebastiano è stato picchiato.
"L'incredibile Hulk", altro soprannome coniato dai tifosi che lo hanno visto sfrecciare e lottare in campo per un quindicennio, si strappa per l'ultima volta le vesti e si trasforma nell'opposto di un supereroe. E, proprio per questo, in un eroe definitivo e definitivamente credibile. Il vento in faccia è un viaggio spericolato tra vittorie e - soprattutto - sconfitte, gli applausi dello stadio e gli sfregi del destino, l'abbraccio dei tifosi e gli amori sfortunati, l'impeto e le debolezze, la salute prorompente e la malattia spaventosa, la gioia impossibile da manifestare e quelle lacrime che non bisogna vergognarsi di versare in pubblico.
Sebastiano è uno strano impasto di uomo, gentile e insieme selvaggio. In conflitto permanente con se stesso. Ha visto e vede la morte negli occhi, se ne frega dei convenevoli. «La partita più tosta, più ignorante della mia vita? Contro il cancro al colon, un nemico sconosciuto».

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Informazioni

eBook ISBN
9788858525869
Anno
2021
1

Io, Sebastiano Nela

Io, Sebastiano Nela detto Sebino, ex calciatore, non leggo le biografie dei calciatori. Nessuno si offenda. Semplicemente le trovo inutili. Nel mio caso, cento volte inutili. Se devo leggere un libro preferisco incontrare qualcosa che mi migliori o mi peggiori, non importa, purché quando lo chiudo io non sia lo stesso di quando l’ho aperto. Ho letto sulle pagine dei giornali e sul web anticipazioni delle memorie di Chiellini e non mi sono detto: “Oddio, corro in libreria a comprarlo!”. Così come non ho sentito il bisogno di farlo per quelle di Antonio Cassano o Alex Del Piero. Aggiungete voi i nomi che volete, il concetto non cambia. Niente di personale. Alcuni di loro sono anche amici.
Arriva il momento in cui i miei colleghi sentono il bisogno di mettere in piazza quello che si sono tenuti sotto chiave per una vita. Tu pensi, ecco, finalmente ne sapremo di più dell’uomo che stava dentro quegli scarpini e invece no, arrivi alla fine e ne sai meno di prima, un’insalata mista di aneddoti, storielle da spogliatoio, indiscrezioni, piccole baruffe, siparietti da ridere, qualcosa di piccante, un po’ di confessioni che ti fanno bello, un po’ di veleno e, oplà, la pietanza è servita. La presunzione che loro, i tifosi, siano lì, tutti in fila, pronti a sbavare sulle nostre cazzate di star, vere o presunte.
Magari sarà anche vero, ma io non sono quel tipo lì e allora veniamo alla fatidica domanda: “Ma tu, Sebastiano Nela, detto Sebino, venuto al mondo cinquantanove anni fa in casa a Rapallo, complici le mani esperte di un’ostetrica, cinque chili e duecento, tutto un programma, tu che non leggi le biografie dei tuoi colleghi, che ci fai qua, perché stai qui a scriverne una?”. Sono sincero. La prospettiva di passare due o tre mesi della mia vita a far finta di ricordare solo quello che ti fa comodo ricordare, a scrivere il compitino, leggerlo e rileggerlo, raschiando la superficie del barile e rischiando la lombaggine dello scrittore, per aggiungere un inutile libro ai tanti già inutili in circolazione, non fa per me. Sarebbe la cosa più facile, ma anche la più banale. Tutti possono farlo. Basta sentirsi qualcuno.
Sono due volte sincero. Se la biografia la scrivesse uno come Daniele De Rossi sarei il primo ad andare in libreria. Venti euro li spendo volentieri. So che se Daniele decide di fare una cosa così importante è perché vuole darle un senso profondo, altrimenti non ci si metterebbe, nemmeno se gli scaricassero davanti casa una vagonata di euro. Mi gioco il mio piede sinistro, il piede della mia fortuna, ma sono sicuro che Daniele non scriverebbe mai, nemmeno sotto tortura, un libro di aneddoti dello spogliatoio della Roma, né sputerebbe sentenze o giudizi facili su compagni e avversari. Che cazzo! Rispetto tutti, sia chiaro, tutti bravi ragazzi, qualcuno sarà anche un amico, ma Daniele è diverso, troppo intelligente rispetto ai tanti e, ancora una volta, nessuno si offenda. Basta leggere o ascoltare una qualunque sua intervista. Basta guardarlo negli occhi o lasciare che siano i suoi a guardarti. Daniele racconterebbe la sua storia di uomo, le sue ferite, i suoi errori e i suoi dolori, le sue gioie, e il calciatore sarebbe solo una parte di questo, non viceversa. E tu, lettore, non saresti più uno stupido guardone nel mucchio dei guardoni, ma il complice di una storia, un uomo che si specchia in un altro uomo. Fine dei giochi.
Persone prima ancora che personaggi. Un altro che leggerei è Rino Gattuso. Sicuro. Non ci troverei fuffa e plastica nelle sue pagine. Non lo è stata la sua vita, perché dovrebbe esserlo il suo libro? Lui, come Pietro Mennea, italiani scolpiti nel ferro. Si sono inventati un destino che non stava scritto nel loro dna. Tra gli stranieri, leggo volentieri Eric Cantona. Non lo conosco in privato, ma uno così, matto come un cavallo, che mi spopola prima da calciatore e poi da attore e da qualunque altra cosa la sua mente bislacca gli dica di fare, uno che, all’Old Trafford, in piena partita, mi abbatte un tifoso volgare con un colpo di kung fu, uno così me lo leggo d’un fiato. Due spanne sopra tutti. Un altro da leggere è Xavier Zanetti. L’opposto di Cantona come personalità, ma un alieno anche lui, un fuori di testa a modo suo, per quanto sa essere maniaco professionista. Prima come calciatore e poi come dirigente. Con la testa e con il cuore. No, anche Zanetti non è uno normale e, credetemi, il mio è un grande complimento!
Mi piacerebbe piuttosto leggere la storia di quei calciatori di fascia media che hanno giocato negli anni Settanta. Gente di cui abbiamo perso le tracce. Prendi l’album Panini di quegli anni e ne trovi, di soggetti spariti. Non conosciamo la loro vita lontano dal calcio. Cosa fanno, dove vivono, con chi vivono, qualche volta non sappiamo nemmeno se vivono ancora. Questo, forse, potrebbe suscitare in me qualche interesse, non certo i calciatori di oggi, meno che mai quelli di domani. Sto parlando di ragazzi che non hanno guadagnato cifre assurde, che si sono dovuti reinventare, adattarsi a fare lavori che mai avrebbero immaginato. Gente finita fuori da ogni radar. Che ha dovuto, magari, sopportare lutti e dolori, subire malattie di cui nessuno ha mai saputo. Un nome? Alviero Chiorri. Io ho avuto la fortuna di giocarci contro. Anche oggi, se parli con moltissimi giocatori dell’epoca, fai il suo nome e si scatena l’inferno. Ne ha accese di fantasie Chiorri, dovunque è andato. Altro magnifico esemplare da manicomio, un talento allucinante, molto sprecato, non so quante mogli e non so quante fughe. La leggerei di corsa la sua biografia. Vorrei sapere tutto dei suoi colpi di testa, delle sue tre famiglie, dei viaggi a Cuba e tante altre cose. Di quando, a Nervi, ha investito una persona in macchina e lì è finita la sua carriera. Non aveva nessuna colpa, ma lì si è chiusa la sua storia di calciatore. Shock totale. Un esaurimento terribile. Non l’ha mai superato veramente quel maledetto incidente.
Ecco, storie così vorrei leggere. Ce ne sono tante, basta cercarle. Alviero è rimasto doriano dentro, come io sono genoano. S’era parlato anche di fare un libro a quattro mani: “Cosa significa essere genoani e cosa significa essere doriani”, firmato Sebino Nela e Alviero Chiorri. Era una cosa anche simpatica, ma alla fine ha vinto la pigrizia. E, diciamolo, nessuno dei due si prende così sul serio da pensare che immaginare un libro significhi poi scriverlo davvero.
Non ho letto la biografia di Paolo Rossi e non la leggerò nemmeno ora che ci ha lasciato. Non sapevo del suo male e la notizia mi ha schiantato, quando ancora non avevo accettato l’assurda morte di Maradona. Non ti leggerò Paolo, perdonami, non avertene a male, ma mi bastano e mi tengo stretti i ricordi dei nostri incontri. Le emozioni che non troverò scritte in nessun libro e che non ti ho mai confessato perché, lo sai, Paolo, noi uomini siamo fatti così, siamo fatti male, le cose più intime ce le teniamo dentro per rimpiangere poi di non averle dette quando è troppo tardi. Che bello averti conosciuto, che bello aver condiviso con te tanti momenti della mia vita, che bello aver gridato a squarciagola il tuo nome nel Mondiale dell’82, io tifoso italiano e giocatore che stava cominciando a diventare importante. In cuor mio speravo di viverla anche io un giorno quella stessa emozione. Che bello averti al mio fianco in Messico nell’86, il mio primo Mondiale a fianco del campione del mondo che avevo celebrato. Che bello, in quel ristorante di Milano, dopo le nostre trasmissioni a Mediaset, aver condiviso aragosta e bollicine. Che bello quando ci si vedeva e si scoppiava all’istante a ridere, così senza un motivo. Che bello, Paolo! Se è vero che la felicità è fatta di piccoli momenti... be’, grazie per avermi reso felice così tante volte. È per questo che non ti dimenticherò mai, ragazzo educato, intelligente, sorridente...
Okay, lo so, mi rendo conto di non aver risposto. Perché Sebino Nela decide di scrivere la sua biografia? Cominciamo col dire che io non ho deciso un cazzo. Prendetevela con Giancarlo Dotto. Tutto parte da lui. Io sono la vittima, io la subisco questa cosa. Per i pochi che non lo conoscono, Dotto è un tipo con un’autostima gigantesca. Lui dice che tu non esisti fino al giorno in cui non sarà lui a raccontarti. Una strana teoria. Lo dice, ma ci crede anche. Lo ha detto anche a me e alla fine mi ha quasi convinto. Ci siamo dati appuntamento in un ristorante di Trastevere, “Le mani in pasta”, davanti a un piatto di carbonara e una bottiglia di rosso, facciamo due, e lì mi sono trovato a spifferare un sacco di cose anche molto intime. Quest’uomo ci sa fare, ha questa voce che ti avvolge come un guanto, mi sa che trafficava da confessore o ladro di anime in qualche altra vita. Sta di fatto che, dunque, grazie a lui, a quanto pare io sarei cominciato a esistere. Prima, sempre secondo lui, ero un tale che credeva di essere Sebino Nela, calciatore di una certa fama, ma non lo ero veramente. Una roba contorta, insomma, come la sua mente.
Sta di fatto che queste cose, il giorno dopo, me le sono ritrovate sul giornale, la nostra intervista spalmata in due pagine del «Corriere dello Sport», una roba esagerata, e non sto a dirvi il casino che ha scatenato, le telefonate e i messaggi che mi sono arrivati. È arrivata anche la telefonata dell’editore e sono stati così gentili e convincenti che ho ceduto subito. Io mi sciolgo quando la gente è gentile con me, così come divento una belva quando sono maleducati o arroganti. Un consiglio: non lasciate mai che Sebastiano diventi una belva.
Non so. Arriva un momento nella tua vita che hai voglia di raccontarti. Ti rendi conto, a quasi sessant’anni, che la gente ti sorride per strada, ti chiama per nome, come fossi uno di famiglia. Diventi cosciente che la gente non sa invece niente di te, “bravo Sebino”, “forza Sebino”, “picchia Sebino”, gli stessi che andavano e vanno allo stadio, due applausi, due vaffanculo, sei un idolo oggi, un cesso domani, sei il bene, sei la rovina della squadra. Tu sei quei novanta minuti e basta. E, invece, non so perché, colpa di Dotto, ma ora mi piace l’idea di lavare i miei panni sporchi in piazza. I miei e basta, sia chiaro. Far sapere quanto siamo, noi gladiatori da stadio, fragili e umani, tutti i colpi dati e presi fuori da quel rettangolo che ci protegge. Che a noi succedono le stesse cose che succedono a loro. Le stesse speranze, gli stessi incubi. Che non siamo per niente protetti dalla nostra fama. Lo sapete già? Non lo sapete abbastanza.
I privilegi del calciatore famoso? Spariscono tutti o quasi il giorno dopo che hai smesso, soprattutto se non sei un ruffiano, uno che sa come compiacere il prossimo, soprattutto quello che può darti una mano. La vita, allora, diventa uguale per tutti e non tutti sono capaci di accettarlo. Magari vi piace saperlo che non siamo tutti beceri robot che accumulano soldi, donne e stravizi. Programmati solo a dare calci a un pallone. Che, magari, due ore prima della partita, hai portato tua moglie o tuo figlio all’ospedale. Per il tifoso tu sei solo uno che va celebrato o stroncato, non lo sfiora nemmeno il sospetto che la tua partita sarà condizionata dalle tue emozioni. Alt. Lo so. Non voglio scivolare nel patetico. Alcuni di noi, una minoranza, prendono un sacco di soldi. Non possiamo pretendere che il tifoso vada a leggersi il diario dei nostri casini privati prima di decidere se ha il diritto o no d’insultarci. Applausi e insulti me li sono beccati tutti, qualcuno mi ha fatto male, altri mi sono scivolati addosso, ma vi garantisco che tutti i soldi del mondo non bastano a istupidire un’anima se un’anima ce l’hai e viceversa. Puoi fare il bagno in una vasca piena di dollari come Paperone, ma questo non farà di te uno più stronzo o meno infelice. I cazzotti della vita arriveranno duri e non saranno attutiti dal tuo conto in banca.
Vi racconterò cosa c’è a volte dietro un giocatore che sembra assente, che si allena svogliato, o che ha improvvisamente dimenticato come si fa a giocare a calcio. Non vi sto invitando a guardare dal buco della serratura le mie stronzate, non vi sto regalando niente. Non mi sto concedendo. Sono io che mi faccio un grande regalo e sarò felice se qualcuno si sentirà migliore o peggiore dopo avermi letto. Sarebbe un mondo migliore se fossimo capaci di metterci nei panni degli altri, invece che sputare facili sentenze. Siamo capaci di questo? Abbiamo la voglia, la generosità e l’intelligenza per farlo? Io ci sto provando e voi? Abbiamo delle responsabilità, lo so, quando ci guardano e ci amano migliaia di persone. Ma, a volte, questo non basta. Le pareti scricchiolano, a volte franano di brutto nelle nostre case milionarie. Posso mancare ai miei doveri, ma odio quando mettono in dubbio la mia professionalità.
Di questo voglio raccontarvi. Se, invece, volete sapere cosa penso di Balotelli e di Cassano o di quante mignotte mi sarei portato in albergo, questo non è il vostro libro. Non mi piace sparlare delle persone. Non ce l’ho con i miei colleghi. Rispetto le loro scelte. Sapete quale sarà il mio consiglio finale? Ve lo anticipo. Ripetere non guasta. Smettetela di scrivere questi libri inutili. Avete qualcosa da raccontare? Raccontatela. Altrimenti, fate una cortesia, non scrivete libri. Me le presentate le cento o ventimila persone che si sono comprate la biografia di quel giocatore piuttosto che un altro? Le vorrei conoscere. Guardarle in faccia. E scambiarci due parole. Ma proprio due.
Certo, parlerò anche e molto di pallone, dirò la mia, come ho sempre fatto in passato, commentando in tivù. Non mi tiro indietro. E nessuno si dovrà offendere. Primo perché ho giocato a calcio, con tutto il rispetto, non è che ho fatto il pasticcere. Secondo, penso di capirne anche molto. Ve ne dico una, tra le tante. Considero Walter Sabatini (un altro di cui mi piacerebbe leggere la biografia) uno dei più grandi sapienti di calcio. Ci siamo scambiati più di un’idea. Lui, quando stava alla Roma, era andato in fissa per Iturbe. Io glielo avevo detto: «Walter, l’ho visto tre, quattro volte a Verona, il ragazzo per me ha dei limiti pazzeschi. Non è un fenomeno». I fatti mi hanno dato ragione, una toppata enorme. Cito questa storia perché Sabatini è uno che non sbaglia mai niente, un rabdomante più che un direttore sportivo. Non prendetela per vanità. Io, Sebastiano, so quello che sono e quello che non sarò mai. Io, Sebastiano, sono fatto così e non dico di essere fatto bene.
2

Genova. Là, dove tutto comincia

Quando voglio tirarmi su il morale mi guardo allo specchio e mi dico che sono un incrocio dei miei due cani preferiti, il Dogo e il Dobermann. Energia e forza il primo, bellezza e intelligenza il secondo. Mi piace pensarmi così, ma la verità è un’altra, sono un meticcio da prendere con le molle, sangue sardo e corteccia ligure: una combinazione micidiale, dinamite pura, mi rendo conto. Che non sempre esplode dalla parte giusta. Padre sardo e madre sarda. Mi ricordo mio padre quando parlava il sassarese, non capivo nulla ma lo ascoltavo ipnotizzato. Dei sardi devo aver preso il carattere ombroso e lunatico, dei liguri la diffidenza rocciosa, verso il mondo e verso le parole. Sprecare parole non è il mio forte.
Non sono un asociale, né un musone, al contrario. Ma se le cose devono andare in profondità o non vanno per il verso giusto, ho un solo compagno possibile, me stesso. Ho bisogno di chiudermi nei miei spazi, di stare in silenzio, non frequentare nessuno. Risultato, sono stato una delusione per tanti amici che mi hanno voluto bene e me ne vogliono ancora dopo cinquant’anni, nonostante tutto, nonostante me. C’è sempre stato qualcosa che mi ha impedito di darmi senza riserve. Ho tralasciato gentilezze e gesti che alcuni di loro avrebbero meritato. Ho sbagliato, ma non posso farci più nulla. Mi bastava sapere che si può voler bene anche senza dimostrarlo, anche a distanza. Ho scoperto che non è così, ma l’ho scoperto quando era troppo tardi. Questo è il mio carattere o forse è stata la vita che mi ha reso così: qualunque cosa sia, a sessant’anni non si cambia. Avere attorno degli amici sinceri è troppo importante, specie quando tutto si fa nero. Ce ne sono tante di storie tristi che insegnano l’importanza dell’amicizia. La mia triste storia più triste di tutte è quella di Agostino, il mio sventurato amico. Ci torneremo su.
Se mi volto indietro, non vedo un’esistenza facile. No, non è stata una passeggiata, la mia. Il primo ricordo nitido, l’alluvione di Genova, 7 ottobre 1970. Avevo nove anni e nessuna idea che la vita potesse essere dolore. Un dolore immenso, in quel caso. Una tragedia. Quarantaquattro morti, più di duemila sfollati, la città ferita a morte, travolta dall’acqua e dal fango. Ancora oggi, quando ascolto Dolcenera di De André, le immagini dello strazio mi passano davanti agli occhi, gli occhi di quel bambino che non ha le parole per raccontarsi quello che vede. «...nera di malasorte che ammazza e passa oltre.»
L’altro grande dolore. Scartato dal mio Genoa, a nove anni, e sapete perché? Non ci crederete. Il provino non era andato male, anzi, ma fui bocciato perché “troppo magro”. Io, l’incredibile Hulk dalle cosce ipertrofiche, ero un ragazzino smilzo, un chiodo senza parte e senza molta arte. Piansi come solo un bambino sa piangere. Una delusione terribile, rifiutato dalla tua squadra del cuore. Per fortuna, non dovetti versare troppe lacrime. Sono rientrato poco dopo nel Genoa, ma solo perché mio padre conosceva una maschera, di quelle che stavano in tribuna d’onore la domenica a Marassi, a contatto con i dirigenti che contano. Insomma, inizio la mia storia di calciatore a nove anni da raccomandato. Un italiano vero.
Ero un bravo bimbo, taciturno e diligente. Mi piaceva andare a scuola e mi piaceva studiare. Ho cominciato più avanti a fare a cazzotti con i miei simili. Negli anni dell’adolescenza ci si menava tutti i giorni, era il nostro sfogo, insieme al pallone. Non so se fossi veramente scarso quando ho cominciato, ma so che volevo fare il calciatore. Ci può stare che fossi una pippa ma, come dice il grande Julio Velasco: «Il vero talento è quello che dimostra una capacità di apprendimento straordinaria. Vale per i mediocri, i normali, ma vale anche per chi è baciato da Dio. Messi e Maradona diventano veramente i campioni che sappiamo quando si rendono conto che passare la palla a un compagno non è una vergogna, ma una risorsa per la squadra e per se stessi». In realtà, la mia vera aspirazione da piccolo era fare lo steward di bordo, mi sembrava la favola migliore per girare il mondo, conoscere gente nuova, imparare le lingue. Sarei stato un pessimo steward, oggi posso dirlo con certezza. Avrei rovesciato il vassoio in faccia al primo passeggero maleducato. Ci potete giurare.
La mia storia al Genoa è presto detta: in undici anni non ho mai saltato un allenamento. E guardate che non era facile. Specie quando dalla Molassana, i campi di pozzolana vicino casa, ci siamo spostati a Pegli. Una specie di viaggio della speranza in autobus. Non si arrivava mai. Facevo una vita assurda. A pensarci oggi, faccio fatica a crederci. Mi svegliavo alle sei e mezza di mattina, la scuola, l’istituto tecnico turistico, sempre l’idea dello steward in testa. Uscivo da scuola e andavo a Pegli per l’allenamento. Tornavo distrutto e mi presentavo al ristorante dei miei a dare una mano. Non andavo a dormire mai prima di mezzanotte, sfinito e con il rammarico di non aver studiato come mi sarebbe piaciuto. A un certo punto non ce la facevo più e ho dovut...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL VENTO IN FACCIA
  4. Introduzione
  5. 1. Io, Sebastiano Nela
  6. 2. Genova. Là, dove tutto comincia
  7. 3. Agostino. Là, dove tutto finisce
  8. 4. Tutti pistoleri, per moda, per noia o per paura
  9. 5. Con quella faccia da straniero
  10. 6. Facce da derby. Amici mai, amici forse
  11. 7. Via dalla pazza gioia. Si ride...
  12. 8. ...E si piange
  13. 9. Sconfitte da dimenticare, sconfitte indimenticabili
  14. 10. Quando la maglia è parte di te, tu sei parte di lei
  15. 11. Vizi, balle e pregiudizi.Il mio amico Diego
  16. 12. I mister non hanno mistero
  17. 13. Donna. Tutto si fa per te
  18. 14. Un nemico ignorante. Il cancro
  19. 15. E ora?
  20. 16. Finale di partita (tutto da giocare)
  21. Ringraziamenti
  22. Copyright