Quando uccisero Maradona
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Quando uccisero Maradona

L'incredibile morte del più grande calciatore di tutti i tempi

  1. 176 pagine
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Quando uccisero Maradona

L'incredibile morte del più grande calciatore di tutti i tempi

Informazioni su questo libro

LA PIÙ DETTAGLIATA E SCONVOLGENTE INCHIESTA SULLA MORTE DI MARADONA È incalcolabile la quantità di dolore che la vita e la morte di Maradona hanno prodotto nel mondo. Ma anche la quantità di amore che la sua figura ha scatenato. «Un dio sporco ma così umano, il più umano di tutti», lo definì lo scrittore Eduardo Galeano.
Ma come è morto Maradona, e perché? Lo si poteva evitare? Tutto è stato fatto secondo le regole di scienza e coscienza?
Per tutti aveva superato per l'ennesima volta l'agguato della malattia, lui più forte di ogni nemico, l'ematoma al cervello come il portiere dell'Inghilterra nei mondiali del 1986: un avversario da beffare. Ma così non era.
In questo libro si parla di visceri e denari, droga e alcol, calcio e divorzi, mogli e amanti, figli e figliastri, fratelli e sorelle, amici e nemici, medici e infermieri.
Quello di Maurizio Crosetti, inviato di la Repubblica, è il viaggio di un cronista di razza nel ventre molle di Buenos Aires, in cui si racconta, come in un giallo, tutto il necessario per capire: il sessantesimo compleanno del campione, la misteriosa caduta, l'operazione al cervello, la clausura nella casa-prigione dove due medici lo hanno imbottito di psicofarmaci e abbandonato, fino alla drammatica morte per infarto. E poi il delirio popolare davanti alla Casa Rosada per la veglia funebre, l'autopsia per chiarire mille dubbi, il funerale privato, l'inchiesta giudiziaria e la battaglia per l'eredità tra figli ufficiali, figlie diseredate e altri in attesa di essere riconosciuti.
Una morte, quella del più grande calciatore di tutti i tempi, in totale solitudine e completo abbandono. Proprio come quella dei grandi patriarchi dei romanzi sudamericani.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2021
eBook ISBN
9788858526170
Print ISBN
9788856681130

Undici

Nelle ultime settimane è un uomo in gabbia. «Ma era diventato più tranquillo, meno polemico»: lo dice l’avvocato Matias Morla qualche giorno prima di Natale, quando ricompare in pubblico in occasione di una cerimonia per l’intitolazione di una strada ai genitori di Maradona. C’è anche Ana, la sorella più combattiva: Morla rappresenta lei, insieme a Kity, Mary e Cali, nella causa per l’eredità del Diez, una montagna di denaro che nessuno ha ancora quantificato.
Matias Morla non è amato dalla gente, che in lui vede una delle persone che nel tempo hanno manipolato un Diego sempre più fragile, facendogli fare tutto quello che volevano. Morla non fa una bella figura nemmeno nei servizi televisivi che tutti i canali argentini dedicano per giorni a questa tragica vicenda: è lui, secondo la stampa, ad avere registrato i marchi commerciali riferibili a Diego. I termini legali di quell’architettura finanziaria non si conoscono, e comunque Matias Morla parla di se stesso come di uno dei migliori amici di Maradona: «L’ultima volta che ci siamo visti, Diego, nel salutarmi, mi ha baciato la mano e mi ha detto ti amo». Nessuno saprà mai come andavano le cose, e quanto davvero unisse e separasse Maradona e il suo avvocato in questo nodo di interessi, soldi, beni materiali ma anche affetti, pulsioni e ricordi. «Diego lo raccontano come un guerriero che era sempre in partenza per il fronte ed è così, lui era soprattutto un combattente,» dice Morla «ma negli ultimi mesi era diventato più calmo. Quando ci siamo visti per l’ultima volta, io non immaginavo che sarebbe stato un addio. Diego mi parlò del Natale e di come gli sarebbe piaciuto trascorrerlo con i suoi cari.»
Pensa molto alla famiglia, Maradona, nei lunghi giorni dell’impossibile convalescenza in quella casa vicino al campetto di calcio e al deposito di concime. La famiglia, ma sarebbe meglio dire le famiglie: lui ne vede una soltanto, come una quercia con molti rami, ma in realtà sono tante, alcune non hanno relazioni tra loro oppure si detestano. Dalma e Giannina vanno d’accordo con Jana, la sorellastra, ma non sopportano Rocio Oliva, l’ultimo amore ufficiale del loro padre. Claudia non ha mai legato con le sorelle dell’ex marito, assistite da un avvocato che lei ugualmente odia. Più benvoluta è Veronica Ojeda, anche perché madre del piccolo Dieguito Fernando che Maradona adorava e che tutti vedono come un cucciolo, tenero e affettuoso. Come se non esistesse, invece, Valeria Sabalain, che Diego conobbe quando lei faceva la ballerina in un bar. L’amò e la mise incinta di Jana, una ragazza molto sveglia e operativa anche nei giorni delle dimissioni del padre dalla clinica Olivos.
È come una recita. Diego Maradona interpreta se stesso, il lottatore stanco che alla fine vince sempre. Gli altri personaggi lo incoraggiano, anche quando sanno che stavolta sarà molto più difficile. Nessuno, neppure i medici, gli forza la mano, e questo è un errore fatale. Perché Diego nei giorni di Tigre è un malato psichiatrico e avrebbe bisogno di un ricovero coatto: lo dimostrano i sedativi e gli antidepressivi che gli sono stati prescritti, e che l’autopsia rivelerà nel sangue. Ma non c’è più alcol, non ci sono droghe: quando è morto, Diego era pulito, anche se il suo fegato mostrava i segni indelebili della cirrosi, conseguenza dei litri di alcolici ingurgitati nel corso dei decenni quando ormai, come riferiscono gli amici, li aveva scambiati per acqua. Nella sua difesa dall’imputazione di omicidio colposo, il dottor Luque sostiene di avere fatto il possibile e l’impossibile per togliere Diego dall’orbita di Maradona. Litigavano, per questo. La cuoca Monona dichiarerà ai magistrati che Diego, un giorno, aveva dato un pugno a Luque, al bel dottore che sentiva quasi come un figlio grande, per il quale era come un padre venerabile. Omicidio colposo: la gravissima accusa dalla quale dovranno difendersi, oltre a Luque, anche la psichiatra Agustina Cosachov, lo psicologo Carlos Diaz e gli infermieri Gisela Madrid e Ricardo Almiron.
«Era difficilissimo non litigare con Maradona» ammette Luque. «Tante volte mi cacciava come un papà furibondo, poi però mi richiamava il giorno dopo. Minacciava di colpirmi. Io gli dicevo: per darmi un pugno devi prima alzarti dal letto! E una volta, in effetti, mi è saltato addosso senza che neppure me ne accorgessi: eppure, avevo raggiunto il mio scopo. Perché, finalmente, Maradona si era alzato.»
Nell’inchiesta sulla morte del campione c’è un altro episodio controverso, che dimostra la grande conflittualità emotiva tra paziente e medico. Pare che un giorno Diego avesse visto aggirarsi Leopoldo Luque con un biscotto in mano, sempre intento a convincerlo ad alzarsi dal letto, sbarbarsi e ricevere le figlie quando venivano a fargli visita. «Vai a mangiare a casa tua, figlio di p…!» gli avrebbe urlato Maradona. E il dottore se ne sarebbe andato, sapendo che di lì a poco quel burrascoso paziente gli avrebbe telefonato, chiesto scusa e domandato di tornare. Avanti e indietro così, fino alla fine.
Julio Cesar parcheggia il suo taxi di fronte alla guardiola del Barrio San Andrés. Un custode non troppo affabile ci viene incontro. Gli diciamo chi siamo e perché siamo lì. Gli mostriamo la tessera da giornalista, e specifichiamo che non faremo filmati. Diego Armando Maradona è morto da una settimana. È un mercoledì e i magistrati hanno appena effettuato un sopralluogo alla casa di Tigre. Il sole di mezzogiorno è assolutamente estivo, non si riesce a tenere gli occhi aperti. L’uomo prende i nostri documenti e ci dice di aspettare: ora telefonerà alla direzione, dovrà essere autorizzato. Julio Cesar è ottimista: «Qui in Argentina i giornalisti sono ancora molto considerati». Poi scatta qualche fotografia col cellulare e ci invita a fare altrettanto: «Siamo all’esterno della proprietà privata e nessuno può impedirlo». È vero, ma non sembra una grande idea, non nei confronti del guardiano già non troppo ben disposto. Diciamo a Julio Cesar di mettere via il telefono. Dopo pochi minuti, il guardiano torna e ci restituisce il tesserino e la lettera di credenziali del giornale. «Mi dispiace, nessuna autorizzazione.» La sbarra dell’ingresso resta abbassata, l’ottimismo di Julio Cesar eccessivo. Grazie lo stesso.
Era abbastanza logico che non ci facessero passare, questo luogo è sotto inchiesta ed è privato. Risaliamo in auto. Julio Cesar propone di seguire il perimetro esterno del Barrio San Andrés, forse potremo farci almeno un’idea. Il lato lungo è formato dalla strada, l’avenida Italia. Come un rettangolo, un lato corto entra nel parcheggio di un circolo sportivo e da lontano si vedono le case del Barrio, forse non quella di Maradona. Ma si comprende il disegno interno del complesso residenziale, protetto da siepi non proprio rigogliose. Si vede l’acqua ferma nel laghetto, quella che Diego poteva osservare dal finestrone chiuso la sera con pannelli di legno. Non è un luogo di lusso, pur avendone le pretese, poca gente va e viene, vegetazione stanca e qualche fiore, ma sempre una sensazione di ripiego, come se chi ha scelto questo posto non avesse poi cercato molto altro o molto di più. Una casa forse comoda secondo le figlie, però del tutto inadatta a un malato grave in convalescenza dopo un intervento chirurgico al cervello.
Le villette sono basse, un piano fuori terra al massimo, come quella affittata per Maradona fino al 31 gennaio 2021, un termine al quale non arriverà vivo. Ogni tanto passa un autocarro che attraversa il silenzio di una campagna che è America, ma potrebbe essere Bassa Padana. C’è cattivo odore e qualche sacchetto di immondizia lasciato a bordo strada. Una terra né bella né brutta, ma triste. Come si potrebbe essere soccorsi d’urgenza, quaggiù, in caso di necessità? Quando il dottor Luque lo fa presente a Diego, il campione risponde che non ha tempo da perdere con un altro ricovero – mai più in prigione! – e che semmai vuol tornare presto ad allenare il Gimnasia: tra poco ci sarà la partita con il Velez, è una sfida importante e i ragazzi non potranno vincerla senza il loro allenatore. Tutti ascoltano Diego come si fa con i bambini piccoli, con un sorriso.
Diego è ovunque, qui a Buenos Aires. Di fronte all’obelisco su cui scrissero «Gracias», due grandi display pubblicitari trasmettono le immagini dei suoi gol, specialmente quello agli inglesi, il secondo, l’azione che ha marcato un secolo. C’è chi si ferma, imbambolato nell’attraversamento pedonale e poco manca che si blocchi il traffico. Quell’azione è incisa nella memoria di tutti, acqua bevuta e diventata sangue. Quel gol è ogni argentino. E infatti ci passeggiano davanti, è un miracolo al quale ormai si è abituati da tanto tempo, più di trent’anni. Dio moltiplica i pani e i pesci sulla parete di una banca e le persone lo ringraziano, tutte, perché di quel pane e di quei pesci hanno mangiato, e hanno molto bevuto anche il vino di Cana, quand’ormai era finito e non restava che l’acqua, ma Diego vide e provvide. Bastò un suo tocco di mano, la mano di Dio.
Diego Maradona è nelle parole e più sovente negli sguardi di chi lo ha conosciuto davvero. Stasera c’è un tizio in televisione che lo racconta come un compagno di battaglia, però non è un calciatore. Indossa una camicia sgargiante, avrà più di sessant’anni ma è difficile dirlo con precisione. Come Diego, ha il viso consumato. Scorre una scritta, è il nome del personaggio: Carlos Ferro Viera, “l’amico del cuore”. Un esercito, si suppone, perché non c’è programma o diretta tivù in cui non compaia qualcuno descritto come il migliore amico di Maradona, il primo amico di Maradona, il confidente e l’amico. Un sottobosco umano che non appartiene al calcio, ma al tormento di un’esistenza sgangherata. Diego ha condiviso molto tempo con gente così, era forse il richiamo ancestrale di Fiorito, il passato di miseria culturale e sociale, quella vita grama e feroce da strappare a morsi prima di esserne dilaniati.
In rete c’è di tutto. Basta scrivere «Carlos Ferro Viera» e appare un racconto di droga e prigione, lo stesso che l’uomo sta narrando davanti alla telecamera. Dev’essere un copione mandato a memoria. «Gli mancava Dio» dice Carlos, e poi spiega che anche lui era senza fede, ma poi è stato toccato dalla grazia e si è convertito. «Diego non si drogava da anni, questo lo so per certo.» Poi rivela il loro primo incontro in prigione, a Dolores, dov’era rinchiuso il manager del campione, Guillermo Coppola. Laggiù divennero amici, dice Carlos. E poi andarono insieme a Cuba. «Per otto anni siamo stati inseparabili.» L’uomo sta sudando nello studio televisivo. Forse lo hanno truccato troppo, perché qualcosa gli cola dalle guance. Dice che Diego era circondato da odio, rancore e falsi amici, e che loro due insieme divisero donne e droga. «Per lui ho anche pisciato nelle provette dell’antidoping, per lui avrei fatto qualunque cosa. Eravamo come fratelli e Diego è la persona più generosa che io abbia mai conosciuto. Quando l’aereo della sua squadra faceva scalo in qualche aeroporto, i compagni andavano a duty free e magari c’era un bell’orologio che piaceva a uno di loro. Più tardi Diego avrebbe tirato fuori da una tasca quell’orologio comprato di nascosto e lo avrebbe regalato a colui che lo aveva desiderato. Ma Diego era generoso di cuore, non solo di soldi o beni preziosi, perché il bene più prezioso era lui. A Cuba lo curava il medico personale di Fidel Castro ma c’era poco da fare, la droga in quell’isola si trova troppo facilmente, per noi era la fine.»
Chissà quanta verità e quanta menzogna attraversano le parole di Carlos, e dov’è il confine. Dice che Diego avrebbe due figli a Cuba e che anche il giovane Santiago Lara lo è: il ragazzo ha quasi vent’anni ed è in attesa di una sentenza del tribunale argentino. E forse ce n’è un altro in Spagna. «Nel 2003 ho avuto un ictus e dopo ho incontrato Dio, diventando devoto della Chiesa Universale. La malattia mi ha salvato, ma purtroppo non ha salvato Diego. Alla fine si è circondato di persone senza esperienza, che lo hanno mandato incontro alla morte senza proteggerlo. Io e Coppola invece cercavamo di contenerlo, anche se a volte era impossibile.»
Come spiegare Maradona a chi non l’ha mai visto? Oggi in rete si trova di tutto, si possono scavalcare i tempi e le epoche. Ma averlo gustato così, a fior di pelle, dal vivo, allo stadio e in diretta, questo non ha davvero paragoni. Maradona era amore e caos. Gli piaceva dare baci, moltissimo. In tanti filmati lo si vede accarezzare gli amici, e poi baciarli sulla guancia. Non c’è mai scintilla di cattiveria nello sguardo. Diego si intenerisce, eppure la vita lo ha scorticato. Può mostrare occhi da matto, come alla telecamera dopo quel famoso gol contro la Grecia ai mondiali del ’94: Maradona fa paura, spaventa la Fifa, sta diventando un possibile ingombro, un potenziale vincitore della coppa, non solo l’attrazione di cui gli americani hanno bisogno per riempire gli stadi.
Diego va in America, riemergendo da quindici mesi di squalifica, e va felice. È con Claudia, la Claudia, con le sue bambine, con el profe Fernando Signorini che ha rimesso in sesto la meravigliosa macchina del suo corpo, con Daniel Cerrini che gli cura la dieta e con il suo procuratore Marcos Franchi, che ha preso il posto di Guillermo Coppola. È un Maradona tremendo, assoluto nella gloria e nella voragine. È Diego in purezza. Poi quell’enfermera rubia, la celebre infermiera Sue Ellen Carpenter, rossa di capelli, lo prende per mano e lo porta al controllo antidoping. Diego con la sentenza già scritta in faccia e nessuno che possa fare la pipì per lui: è la grande trappola che gli hanno preparato con estrema cura. Lui ci ha creduto, smodatamente, come sempre. Un uomo senza misura nella generosità come nell’egoismo. Iniezioni di novocaina direttamente nella caviglia le aveva sempre fatte, dopo la frattura dell’83 e qualche volta di più, stavolta di più. Campione mondiale nell’86, secondo nel ’90 con gli italiani “hijos de puta” che gli fischiano l’inno: serve la terza occasione, l’ultima. Diego la vive a 33 anni ma nel cuore ne ha 18, a volte persino nel corpo sedato e trionfante. Gioca con le bambine, non si apparta, gli piace la vita di squadra, lui è un capitano in simbiosi con i gregari. Stavolta suo padre non è venuto con la nazionale a grigliare la carne come nei due precedenti mondiali, quando Don Diego “Chitoro” era stato l’impareggiabile asador di un gruppo di cannibali. Come raccontare tutto questo a chi non ha vissuto Maradona a fior di pelle? Tutto quell’amore, tutto quel lutto imperdonabile.
Negli ultimi giorni è invaso dalla malinconia, avvolto nel torpore come dentro la più calda delle coperte. Non mangia quasi più, parla pochissimo. Il suo corpo maltrattato da tanta vita non ha la forza di continuare. Le figlie hanno capito che stavolta c’è qualcosa di diverso, ma è troppo tardi. Claudia invece non può avvicinarsi alla casa perché ha chiesto per l’ex marito una misura restrittiva: sa perfettamente che Diego può essere curato solo così, contro la sua volontà, come quando lo costrinsero al ricovero per la disintossicazione dalla droga. Nessuno la ascolta, e mai Diego accetterebbe un altro ricovero coatto. I suoi ruggiti fanno ancora paura.
Le figlie comunicano via chat, è WhatsApp il luogo dei loro dubbi. Giannina e Dalma non sono convinte che il dottor Luque sia la migliore soluzione. «È un neurochirurgo, perché non scegliamo un clinico?» Se lo domandano più volte e arrivano alla decisione di cercare un altro medico per coordinare l’assistenza. Ne scrivono anche alla dottoressa Cosachov, donna come loro, forse più sensibile a certe perplessità. Ma la psichiatra è solo una consulente, anche se il 16 novembre ha preparato quella ricetta che per i magistrati sarà un punto importante delle indagini: perché Maradona è stato gestito solo come un malato psichico e non come un cardiopatico grave?
E poi c’è la volontà indomabile di Diego. Che sarà anche stanco, stremato, ma non rinuncia a comandare. Il paziente impossibile. Il giorno prima di morire vuole una pizza. E non c’è modo di dissuaderlo. Alla fine gliela portano, e lui non la tocca. Ma l’ha avuta, è questo che conta. Il re non ha smesso di ordinare e i sudditi di ubbidire.
Ha sbalzi d’umore improvvisi, più di sempre. Resta in silenzio per ore, anche se dorme poco. Poi chiama, grida, inveisce. Vorrebbe le figlie vicine, ma quando Dalma e Jana vanno a trovarlo non le riceve, non si alza da quel materasso. Diego è diventato un vecchio, un rottame. Ed è confuso, come se l’intervento al cervello avesse addirittura peggiorato le cose.
Quello che accade nella casa di Tigre negli ultimi giorni della vita di Maradona probabilmente ne spiega la morte: naturale fino a un certo punto. Forse non è stato fatto abbastanza per impedire che la natura completasse la sua opera di annientamento. L’avvocato dell’infermiera, Rodolfo Baqué, dichiara che Maradona è caduto in casa una seconda volta, il mercoledì prima di morire: era il 18 novembre. Cadde e picchiò la testa a terra, sul lato destro del capo, dalla parte opposta rispetto all’operazione. Ma, secondo Gisela Madrid, nessuno si preoccupò di portarlo di nuovo in ospedale per una TAC o altri accertamenti. Si restò in attesa, in fondo Diego non peggiorava e la cosa venne liquidata come un normale mancamento. Il dottor Luque? Passò per togliere i punti dalla ferita, quella dell’operazione. Invece la dottoressa Cosachov era più assidua, e aveva chiesto la presenza di un’ambulanza davanti a casa, per ogni evenienza. Perché Diego Maradona era un paziente che in condizioni normali sarebbe rimasto in ospedale, forse addirittura in terapia intensiva. L’avvocato Baqué ritiene che nell’assistenza domiciliare del campione siano state commesse imperdonabili leggerezze, e che non lo si dovesse dimettere affatto. «Nessuno ha dato ascolto ai chiari messaggi che il cuore di Maradona stava lanciando.» Il campione, secondo l’avvocato, non era più in grado di decidere niente. Dopo la seconda caduta sarebbe rimasto chiuso in camera per tre giorni, completamente solo. La governante gli portava il cibo, l’infermiera consegnava le medicine a Max Pomargo e Johnny Esposito perché le passassero a Maradona e per il resto nulla, la solita solitudine.
Diego sragiona. Forse non si rende conto di essere un condannato a morte. Vagheggia di tornare a Cuba, dove pensa che potrebbe riprendersi. Ma poi vorrebbe anche tornare in panchina, per guidare il Gimnasia già nella prossima partita contro il Velez. Si sente prigioniero: vuole comprare un aereo. Ne parla con Mario Baudry, il compagno di Veronica Ojeda. Mario spiega a Maradona che un aeroplano, per quanto piccolo, costa almeno 300.000 dollari all’anno soltanto di hangar, forse è più vantaggioso noleggiarne uno ogni volta che occorre. Diego ha bisogno di consigli anche per le decisioni più elementari, e ancora di più per evitare quelle assurde. È un uomo sulla soglia dell’incapacità di intendere e di volere. Per questo gli hanno tolto il controllo diretto del denaro, le carte di credito e persino un telefono con traffico illimitato. Ha bisogno della ricarica periodica. Ma anche di questo, Diego si stancherà. A un certo punto non si occupa più della batteria, lascia che il cellulare si spenga per non riaccenderlo più. Ma prima di farlo, manda qualche messaggio vocale. Il più commovente è proprio per Mario Baudry, in teoria l’uomo che gli ha portato via la madre del suo figlio più piccolo, in pratica la persona che dovrà occuparsi del bambino. Diego lo sa, e quel vocale è un addio al figlio e alla vita: «Ciao Mario, sono Diego. So che ti sembrerà incredibile questo messaggio, però la trovo bene Vero, mi ha detto che sta bene con te. Prenditi cura di lei e del mio angelo che non ha paragoni con nessuno».
Chiede spesso del bambino. Si sono visti anche nel giorno del suo sessantesimo compleanno: Veronica gliel’ha portato e hanno passato un po’ di tempo insieme. Quando Diego muore, il piccolo non capisce bene cosa stia succedendo, vede le immagini del padre passare continuamente in televisione, domanda a Mario e Veronica perché. «Gli abbiamo detto che ora il suo papà è diventato la stella più splendente del cielo. Dieguito Fernando è molto sensibile, e ogni notte si sveglia piangendo.»
È incalcolabile la quantità di dolore che la vita e la morte di Maradona hanno prodotto. Ma anche la quantità di amore che la sua figura ha scatenato. Un dio sporco ma così umano, il più umano di tutti, lo definì lo scrittore Eduardo Galeano. Un dio stanco e sconfitto.
La persona che più potrebbe proteggerlo, non ci riesce. Il dottor Leopoldo Luque dovrà difendersi dall’accusa di omicidio colposo e comincia a farlo in pubblico, davanti alla sua bella casa di Adrogué, pochi giorni dopo la fine di Diego, ricevendo in lacrime i giornalisti e le televisioni. In quel momento non è ancora indagato, ma tutti gli chiedono conto della morte più famosa del mondo. «Io so di avere fatto tutto il meglio e anche più del...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. QUANDO UCCISERO MARADONA
  4. Uno
  5. Due
  6. Tre
  7. Quattro
  8. Cinque
  9. Sei
  10. Sette
  11. Otto
  12. Nove
  13. Dieci
  14. Undici
  15. Dodici
  16. Tredici
  17. Quattordici
  18. Quindici
  19. Sedici
  20. Diciassette
  21. Diciotto
  22. Diciannove
  23. Venti
  24. Ventuno
  25. Ventidue
  26. Ventitré
  27. Ventiquattro
  28. Venticinque
  29. Ventisei
  30. Ventisette
  31. Ventotto
  32. Ventinove
  33. Trenta
  34. Trentuno
  35. Copyright