Fu allora che vide quel gommone alla deriva.
Erano in quattro, a bordo, e lui non pensò neanche per un attimo che dormissero. Gli bastò guardare le facce, l’espressione ossea dei volti, contratti in un silenzio che non era riposo, ma era soltanto orrore muto, bloccato dentro un fotogramma di tempo che per loro non sarebbe ripartito. Due erano buttati uno sopra l’altro, come abbracciati, gli altri rannicchiati in posizione fetale e contrapposta, schiena contro schiena. Sembravano guardare in direzioni diverse, e ormai del tutto insignificanti, aspettando qualcosa che l’orizzonte gli avrebbe negato.
Boxer bianchi chiazzati di piscio, una tuta adidas in acetato azzurro, la maglia dell’Inter di qualche stagione prima. Erano scalzi, e accatastati tra loro come manichini rotti nel retro di un magazzino. In mezzo ai corpi qualche busta di plastica, altri indumenti appallottolati. La brezza leggera di quella mattina di settembre li cullava mestamente in una nenia muta che non aveva nulla di materno o consolatorio.
Lui si interrogò su come erano morti, ma la domanda che lo perseguitò per molto tempo fu il quando. Chi fu l’ultimo tra loro a morire, su quel gommone? Chi di loro era rimasto da solo, insieme ai cadaveri dei tre compagni? Quanto ci aveva impiegato a raggiungerli?
«Che giornata di merda» disse.
***
«Mocaccino, marescia’?»
Il maresciallo Stankovic annuì senza neppure dire grazie e continuò l’inutile discorso da cui era tutto preso, fissando la donna che catalizzava la sua attenzione. Era passata in caserma, voleva parlargli, e lui l’aveva portata al bar. Lei si era trascinata dietro anche il primo appuntato che passava nei pressi. Non aveva nessuna intenzione di farsi vedere in giro sola con il maresciallo: era lì per parlare di una cosa importante, non per flirtare o sentire le sue sciocchezze. Tutti a Sant’Antioco dovevano capirlo. Ma soprattutto doveva essere chiaro a Mirko Stankovic.
«La verità è che molte delle cose che interessano a voi, non interessano a noi» riprese Stankovic, proseguendo il filo delle sue vacuità.
«Tipo?» rispose annoiata la donna.
«Ma sì dai, vi preoccupate di cose come, fammi pensare... ecco: la cellulite. Io non ho mai sentito di un uomo che noti la cellulite. Tu? Preside’, la noti?»
«La cellulite è tutta salute» disse l’appuntato.
«E bravo. Proprio così. Tutta salute!» applaudì Stankovic.
L’appuntato gongolò: questo era il secondo complimento che Stankovic gli aveva fatto negli ultimi due anni. Il primo era stato quando aveva tenuto in bocca il cellulare per illuminare il bullone nel cerchio, quella volta che avevano bucato con la Panda durante un servizio notturno. Se solo l’avesse smessa di chiamarlo “Presidente” davanti a tutti...
«Questo conferma solo che siete degli animali senza estetica,» sorrise la donna «avete solo istinto.»
“Forse è vero” pensò Stankovic. La prova poteva essere che uno stesso accento che detestava in chiunque altro finiva per piacergli nelle donne. Da che cos’altro poteva nascere questa differenza, se non dall’istinto? Lui era animalità, dunque. E da animale sarebbe stato capace di fiutare anche controvento quella donna dal così seducente accento catanese, che poi era una collega della Finanza, distaccata alla polizia giudiziaria. Quel giorno veniva giusto dagli uffici della procura di Cagliari. Si chiamava Agata Caruso, alta, con la pelle del colore del miele, gli occhi azzurri e i capelli così neri che a tutti parevano tinti. La prima volta l’aveva vista a giugno, al Molo Ichnusa era la festa del duecentoquarantacinquesimo anno della fondazione della Guardia di Finanza. Sul momento, per quel suo atteggiamento insieme altero e sereno, lui l’aveva immaginata come un nuovo PM. Poi si erano presentati e Stankovic non aveva trovato niente di meglio che chiederle da quanto tempo anche le donne entravano nella Guardia di Finanza. E lei, senza nemmeno smettere di fissare a naso in su la esibizione degli elicotteri Agusta Westland 139 della sezione di Elmas, gli aveva riposto: «Esattamente da quando i carabinieri arruolano anche gli zingari». Lui aveva incassato. Maledetto cognome. C’era abituato.
«In parte è vero» concluse Stankovic prendendo il mocaccino dal cameriere. «Siamo istintuali. Animali con una qualche fantasia.»
«Porci con le ali. Ti piace questo titolo?» disse Agata.
«Ci descrive bene. A proposito di titoli, ti devo chiamare proprio marescialla?»
«Chiamami un po’ come ti pare» disse Agata posando dopo un sorso la sua tazza di caffè shakerato «ma non sono venuta per sentire le tue perle di saggezza sul misterioso mondo dei maschi.»
«Dici così perché in fondo mi ami.»
«Potrebbe esser un fondo, molto, molto sotto una coltre di sincera diffidenza.»
«So accontentarmi.»
«Ne sono felice: ci puoi guadagnare.»
«Una cena?»
«No, una cazziata in meno.»
«Addirittura, e da chi?»
«Vengo in pace dalla procura, ma se non mi ascolti sul serio stavolta ti rompono il culo.»
«E perché?»
«Hai una delega inevasa.»
«Una sola? Questo è record» rise Stankovic poggiando la tazzina.
«Ma stavolta è grossa. Il pubblico ministero è girato male perché si aspettava una risposta.»
«Per quando?»
«Per ieri.»
«Di che si tratta?»
«Dei neri morti nel gommone. Ne avrai sentito parlare, almeno.»
«Certo» disse poco convinto Stankovic «L’ho letto nel mattinale. Un pescatore ha trovato quattro africani in mare e li ha sbarcati sulla spiaggia affollata. Un mezzo casino tra turisti... Ma non hanno delegato tutto a voi della Finanza?»
«I colleghi sono intervenuti perché erano in giro con la motovedetta. Sono andata subito con loro in perlustrazione per vedere se venivano da una imbarcazione più grande o c’erano altre barche o cadaveri. Non abbiamo visto nulla. Anche io pensavo che avrebbe delegato noi. Ma il pm è quella cocciuta della Ghironi, la conosci, no? Be’ si è messa in testa che ci vuole vedere chiaro, che non può escludere nessuna pista eccetera, e poi, lo sai, lei vede solo i carabinieri e ha deciso di delegare a questa stazione. Io ci sono rimasta un po’ male. In fondo i colleghi della Finanza sono intervenuti per primi. Ma stai riuscendo a farle cambiare idea.»
E quello, pensò, Stankovic, non sarebbe stato un problema. Per come la vedeva lui, quattro negri morti sul gommone erano poche righe di risposta alla inutile delega. Il problema sarebbe stato se lo avesse saputo il capitano della compagnia. Lo conosceva bene, ormai. Una delle cose che faceva infuriare di più il capitano Alterio era perdere le deleghe, e quindi il caso, per l’inefficienza dei sottoposti. Per ogni carabiniere che perdeva il caso c’era un poliziotto che si sentiva dire, più o meno: “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo”. E che questo era un grosso guaio Stankovic lo sapeva bene da quella volta che...
«Vado via» disse Agata alzandosi. «Offro io.»
«Lo stava per fare il Presidente» disse Stankovic.
«Dai, marescia’» disse l’appuntato.
«Perché lo chiami così?»
«Perché ho il cognome di un presidente della Repubblica» rispose l’appuntato.
«Pertini?» chiese Agata.
«Cossiga» rispose l’appuntato con un mezzo sorriso «il mio nome è Cossiga, Gavino Cossiga.»
Agata rise, ma fu un attimo, si rifece seria e disse a Stankovic: «Senti un’altra cosa. Quel gommone io l’ho visto. E non mi è piaciuto. Anche per questo sono qui».
«Quindi?»
«Tienimi aggiornata, e in cambio ti copro con la Ghironi... Le possiamo dire che...»
«...che il computer era rotto...»
«Porci con immaginazione. Proprio vero» disse seria Agata e andò via.
Solo che lui, Mirko Stankovic, alcune cose non le aveva affatto immaginate. Non aveva immaginato che la procura facesse una delega così urgente per una cosa che, per come la vedeva lui, riguardava quattro neri morti di fame in un gommone che veniva da Timbuctù o chissà da dove; non avrebbe immaginato che la delega sarebbe capitata a lui. Quindi, neppure immaginazione aveva, pensò guardando il culo di Agata che montava sulla Guzzi V9: lui era un porco e basta.
A dirla tutta poi la colpa era anche di quel nuovo sistema informatico che ti caricava le deleghe sull’applicativo. Era una cosa da nerd che lui non sopportava. Aveva salutato il buon vecchio fax come un caro amico, quando lo avevano dismesso, sempre per ordine del capitano Alterio. Rimpiangeva già i tempi in cui il fax si poteva spegnere e amen; quando le deleghe si accumulavano sullo scivolo finché se ne poteva fare un mazzo da leggere pure al cesso. Erano carta, e la carta è una cosa che esiste e che quindi può sparire ed essere ignorata.
Ora che Agata se ne era andata, Stankovic e Cossiga erano rimasti seduti da soli, prima di decidersi ad affrontare la caserma, il caldo, e le rogne.
«Il mocaccino fa schifo» mormorò Stankovic.
«Però sveglia.»
«Manco quello.»
Il maresciallo si stiracchiò. I due risero. Erano le undici del mattino e quel sole malato del Sud avrebbe già iniziato a scaldare la struttura in cemento armato della loro brutta caserma.
«Be’, maresciallo, se lei fa tardi la sera...»
«Ah stavolta non è colpa mia.»
E in effetti non lo era. Il servizio d’ordine per la gara di ballo sulla spiaggia era partito tardi per via proprio di quella barca che la Finanza aveva inutilmente tenuto sotto sequestro per due giorni... Quel turno, che negli ultimi anni si riservava accuratamente, si era trascinato tra qualche birra di troppo fino alle quattro del mattino per finire nel letto di una donna sposata, non con lui ovviamente.
Ed era lì, alla festa. che aveva saputo del gommone, e dei neri.
Non dal mattinale, e neppure dal giornale, che non leggeva mai.
«Fa’ una cosa Cossiga, vai a stamparmi quella delega.»
«Agli ordini, maresciallo. Vado» disse l’appuntato alzandosi. «Oh, a proposito, in stazione c’è una che vuole parlare con lei. La sta aspettando da prima che arrivasse la Caruso.»
Stankovic aggrottò la fronte con aria interrogativa. «E chi è?»
«Una maestra della scuola elementare del paese. In realtà l’abbiamo chiamata noi, marescia’. È venuta a riprendersi il ragazzino che era scappato da scuola. ...